Monologo di un cane coinvolto nella storia, Wislawa Szymborska

Ci sono cani e cani. Io ero un cane eletto.
Con un buon pedigree e sangue di lupo nelle vene.
Abitavo su un’altura, inalando profumi di vedute
su prati soleggiati, abeti bagnati dalla pioggia
e zolle di terra tra la neve.

Avevo una bella casa e servitù.
Ero nutrito, lavato, spazzolato,
condotto a fare belle passeggiate.
Ma, con rispetto, senza confidenze.
Tutti sapevano bene chi ero.

Ogni bastardo rognoso è capace di avercelo un padrone.
Attenti però – lungi dai paragoni.
Il mio padrone era unico nel suo genere.
Una muta imponente lo seguiva a ogni passo
fissandolo con ammirazione timorosa.

Per me c’erano sorrisetti
di malcelata invidia.
Perché solo io avevo diritto
di accoglierlo con salti veloci,
solo io – di salutarlo tirandogli i calzoni.
Solo a me era permesso,
con la testa sulle sue ginocchia,
accedere a carezze e a tirate di orecchie.
Solo io con lui potevo far finta di dormire,
e allora si chinava sussurrandomi qualcosa.

Con gli altri si arrabbiava spesso, ad alta voce.
Ringhiava, latrava contro di loro,
correva da una parete all’altra.
Penso che solo a me volesse bene,
e a nessun altro, mai.

Avevo anche doveri: aspettare, fidarmi.
Perché compariva per poco e spariva per molto.
non so cosa lo trattenesse lì, nelle valli.
Intuivo però che si trattava di faccende pressanti,
perlomeno pressanti
quanto per me lottare con i gatti
e tutto ciò che si muove inutilmente.

C’è destino e destino. Il mio mutò di colpo.
Giunse una primavera,
e lui non era accanto a me.
In casa si scatenò uno strano andirivieni.
Bauli, valigie, cofani cacciati nelle auto.
Le ruote sgommando scendevano giù in basso
e si zittivano dietro la curva.

Sulla terrazza bruciavano vecchiumi, stracci,
casacche gialle, fasce con emblemi neri
e molti, moltissimi cartoni fatti a pezzi
da cui cadevano fuori bandierine.

Gironzolavo in quel caos
più stupito che irato.
Sentivo sul pelo sguardi sgradevoli.
Quasi io fossi un cane abbandonato,
un randagio molesto
che già dalle scale si scaccia con la scopa.

Uno mi strappò il collare borchiato d’argento.
Uno mi diede un calcio alla ciotola da giorni vuota.
E poi l’ultimo, prima di partire,
si sporse dalla cabina di guida
e mi sparò due volte.

Neanche capace di colpire nel segno,
così la mia morte fu lenta e dolorosa
nel ronzio di mosche spavalde.
Io, il cane del mio padrone.

Monologue of a Dog Ensnared in History

There are dogs and dogs. I was among the chosen.
I had good papers and wolf’s blood in my veins.
I lived upon the heights inhaling the odors of views:
meadows in sunlight, spruces after rain,
and clumps of earth beneath the snow.

I had a decent home and people on call,
I was fed, washed, groomed,
and taken for lovely strolls.
Respectfully, though, and comme il faut.
They all knew full well whose dog I was.

Any lousy mutt can have a master.
Take care, though — beware comparisons.
My master was a breed apart.
He had a splendid herd that trailed his every step
and fixed its eyes on him in fearful awe.

For me they always had smiles,
with envy poorly hidden.
Since only I had the right
to greet him with nimble leaps,
only I could say good-bye by worrying his trousers with my teeth.
Only I was permitted
to receive scratching and stroking
with my head laid in his lap.
Only I could feign sleep
while he bent over me to whisper something.

He raged at others often, loudly.
He snarled, barked,
raced from wall to wall.
I suspect he liked only me
and nobody else, ever.

I also had responsibilities: waiting, trusting.
Since he would turn up briefly, and then vanish.
What kept him down there in the lowlands, I don’t know.
I guessed, though, it must be pressing business,
at least as pressing
as my battle with the cats
and everything that moves for no good reason.

There’s fate and fate. Mine changed abruptly.
One spring came
and he wasn’t there.
All hell broke loose at home.
Suitcases, chests, trunks crammed into cars.
The wheels squealed tearing downhill
and fell silent round the bend.

On the terrace scraps and tatters flamed,
yellow shirts, armbands with black emblems
and lots and lots of battered cartons
with little banners tumbling out.

I tossed and turned in this whirlwind,
more amazed than peeved.
I felt unfriendly glances on my fur.
As if I were a dog without a master,
some pushy stray
chased downstairs with a broom.

Someone tore my silver-trimmed collar off,
someone kicked my bowl, empty for days.
Then someone else, driving away,
leaned out from the car
and shot me twice.

He couldn’t even shoot straight,
since I died for a long time, in pain,
to the buzz of impertinent flies.
I, the dog of my master.

(From the collection “Monologue of a Dog: New Poems (2005)”, translated into English by Clare Cavanagh and Stanislaw Baranczak, and published by Harcourt Inc, in 2006)

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