Commediole, da “La fine e l’inizio” (1993), Wislawa Szymborska

Se esistono gli angeli,
probabilmente non leggono
i nostri romanzi
sulle speranze deluse.

E neppure – temo –
le nostre poesie
risentite con il mondo.

Gli strilli e gli strazi
delle nostre pièces teatrali
devono – sospetto –
spazientirli.

Liberi da occupazioni
angeliche, cioè non umane,
guardano piuttosto
le nostre commediole
dell’epoca del cinema muto.

Ai lamentatori funebri,
a chi si strappa le vesti
e a chi digrigna i denti
preferiscono – suppongo –
quel poveraccio
che afferra per la parrucca uno che annega
o affamato divora
i propri lacci.

Dalla cintola in su le ambizioni e lo sparato,
e sotto, nella gamba dei pantaloni,
un topo impaurito.
Oh, questo sì
deve divertirli parecchio.

L’inseguimento in circolo
si trasforma in una fuga davanti al fuggitivo.
La luce nel tunnel
si rivela l’occhio d’una tigre.
Cento catastrofi
sono cento divertenti capriole
su cento abissi.

Se esistono gli angeli,
dovrebbe convincerli
– spero –
questa allegria sull’altalena dell’orrore,
che non grida neppure aiuto, aiuto,
perché tutto avviene in silenzio.

Oso supporre
che applaudano con le ali
e che dai loro occhi colino lacrime
almeno di riso.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

The Silent Movies

If there are angels
they probably don’t read
our novels
about disappointed hopes.

I’m afraid — unfortunately —
that they don’t read our poems, either,
which are full of grudges toward the world.

The shrieks and twitches
of our plays
must — I suspect —
bore them.

In their breaks from angel-work,
or rather non-human work
they prefer to watch
our comedians
from the age of the silent movies.

More than the lamenters
who tear their clothes
and gnash their teeth
they appreciate, I think,
the poor wretch
who grabs the drowning man by his toupé
or who eats his own shoelace out of starvation.

From the waist up: breasts and aspirations
and below a frightened mouse
in his pant leg.
Oh, yes
this must heartily amuse them.

Ring-around-the-rosies
transforms into running from the pursued.
The light in the tunnel
turns out to be the eye of a tiger.
A hundred catastrophies
are a hundred amusing sommersaults
above a hundred abysses.

If there are angels,
they should be convinced, I hope,
by merriment
swinging above terror,
not even calling “help, help”
because all this happens in silence.

I dare suppose
that they are clapping their wings
and that tears are flooding their eyes,
especially tears of laughter.

(Translated by Walter Whipple)

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Khatia Buniatishvili and the Israel Philharmonic Orchestra (conducted by Zubin Mehta) – Beethoven: Concerto No. 1 in C Major, Op. 15: III. Rondo

Vestiario, da “Gente sul ponte” (1986), Wislawa Szymborska

Ti togli, ci togliamo, vi togliete
cappotti, giacche, gilè, camicette
di lana, di cotone, misto lana,
gonne, calzoni, calze, biancheria,
posando, appendendo, gettando su
schienali di sedie, ante di paraventi;
per adesso, dice il medico, nulla di serio,
si rivesta, riposi, faccia un viaggio,
prenda nel caso, dopo pranzo, la sera,
torni fra tre mesi, sei, un anno;
vedi, e tu pensavi, e noi temevamo,
e voi supponevate, e lui sospettava;
è già ora di allacciare con mani ancora tremanti
stringhe, automatici, cerniere, fibbie,
cinture, bottoni, cravatte, colletti
e da maniche, borsette, tasche, tirar fuori
– sgualcita, a pois, a righe, a fiori, a scacchi – la sciarpa
riutilizzabile per protratta scadenza.

(Traduzione di Piero Marchesani)

Clothes

You take off, we take off, they take off
coats, jackets, blouses, double-breasted suits,
made of wool, cotton, cotton-polyester,
skirts, shirts, underwear, slacks, slips, socks,
putting, hanging, tossing them across
the back of chairs, the wings of metal screens;
for now, the doctor says, it’s not too bad,
you may get dressed, get rested up, get out of town,
take one in case, at bedtime, after lunch,
show up in a couple of months, next spring, next year;
you see, and you thought, and we were afraid that,
and he imagined, and you all believed;
it’s time to tie, to fasten with shaking hands
shoelaces, buckles, velcro, zippers, snaps,
belts, buttons, cuff links, collars, neckties, clasps
and to pull out of handbags, pockets, sleeves
a crumpled, dotted, flowered, checkered scarf
whose usefulness has suddenly been prolonged.

(Translated by Stanislaw Barańczak and Clare Cavanagh)

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Martynas and SinChronic String Quartet performing a flashmob Vivaldi (Summer, Presto) in Vilnius Railway Station

Un appunto, da “Attimo” (2004), Wislawa Szymborska

La vita – è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;

essere un cane,
o carezzarlo sul suo pelo caldo;

distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;

stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.

Un’occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;

e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l’erba;
e seguire con gli occhi una scintilla nel vento;

e persistere nel non sapere
qualcosa d’importante.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

A Note

Life is the only way
to get covered in leaves,
catch your breath on sand,
rise on wings;

to be a dog,
or stroke its warm fur;

to tell pain
from everything it’s not;

to squeeze inside events,
dawdle in views,
to seek the least of all possible mistakes;

An extraordinary chance
to remember for a moment
a conversation held with the lamp switched off;

and if only once
to stumble on a stone,
end up soaked in one downpour or another,

mislay your keys in the grass;
and to follow a spark on the wind with your eyes;
and to keep on not knowing
something important.

(Translated by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

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Yuja Wang – the Explosive Coda of Prokofiev’s Concerto Nr 3


Yuja Wang, una delle artiste più affermate del panorama musicale internazionale, dotata di una padronanza della tastiera più volte definita come “sbalorditiva” e “sovrumana”, nelle sue interpretazioni unisce l’abilità tecnica a una lettura profonda e fresca delle opere che esegue.
Formatasi musicalmente in America, sotto la guida di Gary Graffman, dopo un paio di importantissimi premi internazionali, ha ottenuto la consacrazione a Boston, dove nel 2007 ha sostituito Martha Argerich in un trionfale concerto diretto da Charles Dutoit.
Da quel momento, grazie al suo impressionante virtuosismo e a una personalità moderna e carismatica, ha collezionato trionfi ovunque firmando poco più che ventenne un contratto in esclusiva con la prestigiosa etichetta Deutsche Grammophon.

Elegia di viaggio, da “Sale”(1962), Wislawa Szymborska

Tutto è mio, niente mi appartiene,
nessuna proprietà per la memoria,
e mio finché guardo.

Dee appena ricordate, già incerte
delle proprie teste.

Della città di Samokov solo la pioggia,
nient’altro che la pioggia.

Parigi dal Louvre fino all’unghia
si vela d’una cateratta.

Del boulevard Saint-Martin restano scalini
e vanno in dissolvenza.

Nient’altro che un ponte e mezzo
della Leningrado dei ponti.

Povera Uppsala,
con un briciolo della grande cattedrale.

Sciagurato ballerino di Sofia,
corpo senza volto.

Ora il suo viso senza occhi,
ora i suoi occhi senza pupille,
ora le pupille di un gatto.

L’aquila del Caucaso volteggia
sulla ricostruzione d’una forra,
l’oro falso del sole
e le pietre finte.

Tutto è mio, niente mi appartiene,
nessuna proprietà per la memoria,
e mio finché guardo.

Innumerevoli, inafferrabili,
ma distinti fino alla fibra,
al granello di sabbia, alla goccia d’acqua
– paesaggi.

Neppure un filo d’erba
conserverò visibile.

Benvenuto e addio
in un solo sguardo.

Per l’eccesso e per la mancanza
un solo movimento del collo.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Travel Elegy

Everything’s mine but just on loan,
nothing for the memory to hold,
though mine as long as I look.

Memories come to mind like excavated statues
that have misplaced their heads.

From the town of Samokov, only rain
and more rain.

Paris from Louvre to fingernail
grows web-eyed by the moment.

Boulevard Saint-Martin: some stairs
leading into a fadeout.

Only a bridge and a half
from Leningrad of the bridges.

Poor Uppsala, reduced to a splinter
of its mighty cathedral.

Sofia’s hapless dancer,
a form without a face.

Then separately, his face without eyes;
separately again, eyes with no pupils,
and, finally, the pupils of a cat.

A Caucasian eagle soars
above a reproduction of a canyon,
the fool’s gold of the sun,
the phony stones.

Everything’s mine but just on loan,
nothing for the memory to hold,
though mine as long as I look.

Inexhaustible, unembraceable,
but particular to the smallest fiber,
grain of sand, drop of water –
landscapes.

I won’t retain one blade of grass
as it’s truly seen.

Salutation and farewell
in a single glance.

For surplus and absence alike,
a single motion of the neck.

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

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Gershwin: An American In Paris (Extracto) Gustavo Dudamel Los Angeles Philharmonic Orchestra

La fine e l’inizio da “La fine e l’inizio” (1993), Wislawa Szymborska

Dopo ogni guerra
c’è chi deve ripulire.
In fondo un po’ d’ordine
da solo non si fa.

C’è chi deve spingere le macerie
ai bordi delle strade
per far passare
i carri pieni di cadaveri.

C’è chi deve sprofondare
nella melma e nella cenere,
tra le molle dei divani letto,
le schegge di vetro
e gli stracci insanguinati.

C’è chi deve trascinare una trave
per puntellare il muro,
c’è chi deve mettere i vetri alla finestra
e montare la porta sui cardini.

Non è fotogenico
e ci vogliono anni.
Tutte le telecamere sono già partite
per un’altra guerra.

Bisogna ricostruire i ponti
e anche le stazioni.
Le maniche saranno a brandelli
a forza di rimboccarle.

C’è chi con la scopa in mano
ricorda ancora com’era.
C’è chi ascolta
annuendo con la testa non mozzata.
Ma presto lì si aggireranno altri
che troveranno il tutto
un po’ noioso.

C’è chi talvolta
dissotterrerà da sotto un cespuglio
argomenti corrosi dalla ruggine
e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti.

Chi sapeva
di che si trattava,
deve far posto a quelli
che ne sanno poco.
E meno di poco.
E infine assolutamente nulla.

Sull’erba che ha ricoperto
le cause e gli effetti,
c’è chi deve starsene disteso
con la spiga tra i denti,
perso a fissare le nuvole.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Koniec i poczatek

Po każdej wojnie
ktoś musi posprzątać.
Jaki taki porządek
sam się przecież nie zrobi.

Ktoś musi zepchnąć gruzy
na pobocza dróg,
żeby mogły przejechać
wozy pełne trupów.

Ktoś musi grzęznąć
w szlamie i popiele,
sprężynach kanap,
drzazgach szkła
i krwawych szmatach.

Ktoś musi przywlec belkę
do podparcia ściany,
ktoś oszklić okno
i osadzić drzwi na zawiasach.

Fotogeniczne to nie jest
i wymaga lat.
Wszystkie kamery wyjechały już
na inną wojnę.

Mosty trzeba z powrotem
i dworce na nowo.
W strzępach będą rękawy
od zakasywania.

Ktoś z miotłą w rękach
wspomina jeszcze jak było.
Ktoś słucha
przytakując nie urwaną głową
Ale już w ich pobliżu
zaczną kręcić się tacy,
których to będzie nudzić.

Ktoś czasem jeszcze
Wykopie spod krzaka
przeżarte rdzą argumenty
i poprzenosi je na stos odpadków.

Ci, co wiedzieli
o co tutaj szło,
muszą ustąpić miejsca tym,
co wiedzą mało.
I mniej niż mało.
I wreszcie tyle co nic.

W trawie, która porosła
przyczyny i skutki,
musi ktoś sobie leżeć
z kłosem w zębach
i gapić się na chmury.

The End and the Beginning

After every war
someone has to clean up.
Things won’t
straighten themselves up, after all.

Someone has to push the rubble
to the side of the road,
so the corpse-filled wagons
can pass.

Someone has to get mired
in scum and ashes,
sofa springs,
splintered glass,
and bloody rags.

Someone has to drag in a girder
to prop up a wall,
Someone has to glaze a window,
rehang a door.

Photogenic it’s not,
and takes years.
All the cameras have left
for another war.

We’ll need the bridges back,
and new railway stations.
Sleeves will go ragged
from rolling them up.

Someone, broom in hand,
still recalls the way it was.
Someone else listens
and nods with unsevered head.
But already there are those nearby
starting to mill about
who will find it dull.

From out of the bushes
sometimes someone still unearths
rusted-out arguments
and carries them to the garbage pile.

Those who knew
what was going on here
must make way for
those who know little.
And less than little.
And finally as little as nothing.

In the grass that has overgrown
causes and effects,
someone must be stretched out
blade of grass in his mouth
gazing at the clouds.

(Translated from Polish by Joanna Trzeciak)

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Andrea Bocelli, Celine Dion, Lady Gaga, Lang Lang, John Legend perform “The Prayer”
during One World: Together At Home on April 18

Impressioni teatrali, da “Ogni caso” (1972), Wislawa Szymborska

Per me l’atto più importante della tragedia è il sesto:
il risorgere dalle battaglie della scena,
l’aggiustare le parrucche, le vesti,
l’estrarre il coltello dal petto,
il togliere il cappio dal collo,
l’allinearsi tra i vivi
con la faccia al pubblico.

Inchini individuali e collettivi:
la mano bianca sulla ferita al cuore,
la riverenza della suicida,
il piegarsi della testa mozzata.

Inchini in coppia:
la rabbia porge il braccio alla mitezza,
la vittima guarda beata gli occhi del carnefice,
il ribelle cammina senza rancore a fianco del tiranno.

Il calpestare l’eternità con la punta della scarpina dorata.
Lo scacciare la morale con la falda del cappello.
L’incorreggibile intento di ricominciare domani da capo.

L’entrare in fila indiana di morti già da un pezzo,
e cioè negli atti terzo, quarto, e tra gli atti.
Il miracoloso ritorno di quelli spariti senza traccia.

Il pensiero che abbiano atteso pazienti dietro le quinte,
senza togliersi il costume,
senza levarsi il trucco,
mi commuove più delle tirate della tragedia.

Ma davvero sublime è il calare del sipario
e quello che si vede ancora nella bassa fessura:
ecco, qui una mano si affretta a prendere un fiore,
là un’altra afferra la spada abbandonata.
Solo allora una terza, invisibile,
fa il suo dovere
e mi stringe alla gola.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Theatre Impressions

For me the tragedy’s most important act is the sixth:
the raising of the dead from the stage’s battlegrounds,
the straightening of wigs and fancy gown,
removing knives from stricken breasts,
taking nooses from lifeless necks,
lining up among the living
to face the audience.

The bows, both solo and ensemble––
the pale hand on the wounded heart,
the curtsies of the hapless suicide,
the bobbing of the chopped-off head.

The bows in pairs––
rage extends its arm to meekness,
the victim’s eyes smile at the torturer,
the rebel indulgently walks beside the tyrant.

Eternity trampled by the golden slipper’s toe.
Redeeming values swept aside with the swish of a wide-brimmed hat
The unrepentant urge to start all over tomorrow.

Now enter, single file, the hosts who died early on,
in Acts 3 and 4, or between scenes.
The miraculous return of all those lost without a trace.

The thought that they’ve been waiting patiently offstage
without taking off their makeup
or their costumes
moves me more than all the tragedy’s tirades.

But the curtain’s fall is the most uplifting part,
the things you see before it hits the floor:
here one hand quickly reaches for a flower,
there another hand picks up a fallen sword.
Only then, one last, unseen, hand
does its duty
and grabs me by the throat.

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

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Jarrod Radnich – Bohemian Rhapsody – Virtuosic Piano Solo

Concorso di bellezza maschile, da “Sale” (1962), Wislawa Szymborska

In tensione da mascella a tallone.
Su di lui brilla olio a profusione.
Campione viene acclamato solo chi
come una treccia è attorcigliato.

Ingaggia una zuffa con un orso nero,
minaccioso (ma comunque non vero).
Di tre grossi giaguari invisibili
si disfa con tre colpi, terribili.

Divaricato e accosciato è divino.
la sua pancia ha facce a dozzine.
lo applaudono, lui fa un inchino
e ciò grazie alle giuste vitamine.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Konkurs piękności męskiej

Od szczęk do pięty wszedł napięty.
Oliwne na nim firmamenty.
Ten tylko moŜe być wybrany,
kto jest jak strucla zasupłany.

Z niedźwiedziem bierze się za bary
groźnym (chociaŜ go wcale nie ma).
Trzy niewidzialne jaguary
padają pod ciosami trzema.

Rozkroku mistrz i przykucania.
Brzuch ma w dwudziestu pięciu minach.
Biją mu brawo, on się kłania
na odpowiednich witaminach.

Bodybuilders’ Contest

From scalp to sole, all muscles in slow motion.
The ocean of his torso drips with lotion.
The king of all is he who preens and wrestles
with sinews twisted into monstrous pretzels.

Onstage, he grapples with a grizzly bear
the deadlier for not really being there.
Three unseen panthers are in turn laid low,
each with one smoothly choreographed blow.

He grunts while showing his poses and paces.
His back alone has twenty different faces.
The mammoth fist he raises as he wins
is tribute to the force of vitamins.

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

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Nota del traduttore:
La Szymborska racconta di aver assistito una volta a Zakopane a una eliminatoria nazionale di sollevamento pesi: “Ho visto i sollevatori di pesi avvicinarsi alla sbarra tre volte e tre volte ritirarsi. Ho visto un gigante che non ce l’ha fatta che singhiozzava disperatamente tra le braccia del suo allenatore. Un anno di allenamento, sacrifici, dieta, e poi tutto è deciso da frazioni di secondo. E ho pensato: Santo Dio, forse avrei dovuto scrivere una poesia diversa su quei poveri forzuti, una con una lacrimuccia nell’occhio”.

Sorrisi, da “Grande numero” (1976), Wislawa Szymborska

Il mondo vuol vedere la speranza sul viso.
Per gli statisti si fa d’obbligo il sorriso.
Sorridere vuol dire non darsi allo sconforto.
Anche se il gioco è complesso, l’esito incerto,
gli interessi contrastanti – è sempre consolante
che la dentatura sia bianca e ben smagliante.

Devono mostrare una fronte rasserenata
sulla pista e nella sala delle conferenze.
Un’andatura svelta, un’espressione distesa.
Quello dà il benvenuto, quest’altro si accomiata.
E’ quanto mai opportuno un volto sorridente
per gli obiettivi e tutta la gente lì in attesa.

La stomatologia in forza alla diplomazia
garantisce sempre un risultato impressionante.
Canini di buona volontà e incisivi lieti
non possono mancare quando l’aria è pesante.
I nostri tempi non sono ancora così allegri
perché sui visi traspaia la malinconia.

Un’umanità fraterna, dicono i sognatori,
trasformerà la terra nel paese del sorriso.
Ho qualche dubbio. Gli statisti, se fosse vero,
non dovrebbero sorridere il giorno intero.
Solo a volte: perché è primavera, tanti i fiori,
non c’è fretta alcuna, né tensione in viso.
Gli esseri umani sono tristi per natura.
È quanto mi aspetto, e non è poi così dura.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Smiles

The world would rather see hope than just hear
its song. And that’s why statesmen have to smile.
Their pearly whites mean they’re still full of cheer.
The game’s complex, the goal’s far out of reach,
the outcome’s still unclear – once in a while,
we need a friendly, gleaming set of teeth.

Heads of state must display unfurrowed brows
on airport runways, in the conference room.
They must embody one big, toothy “Wow!”
while pressing flesh or pressing urgent issues.
Their faces’ self-regenerating tissues
make our hearts hum and our lenses zoom.

Dentistry turned to diplomatic skill
promises us a Golden Age tomorrow.
The going’s rough, and so we need the laugh
of bright incisors, molars of good will.
Our times are still not safe and sane enough
for faces to show ordinary sorrow.

Dreamers keep saying, “Human brotherhood
will make this place a smiling paradise.”
I’m not convinced. The statesman, in that case,
would not require facial exercise,
except from time to time: he’s feeling good,
he’s glad it’s spring, and so he moves his face.
But human beings are, by nature, sad.
So be it, then. It isn’t all that bad

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

Il clochard, da “Sale” (1962), Wislawa Szymborska

A Parigi, in un giorno mattutino fino al crepuscolo,
a Parigi come –
a Parigi che –
(o santa ingenuità della descrizione, aiutami!)
nel giardino accanto alla cattedrale di pietra
(non costruita, oh no,
ma suonata su un liuto)
un clochard, un monaco laico, un rinunciante,
si è addormentato in una posa da sarcofago.

Se ha mai avuto qualcosa, l’ha perduta,
e, perdutala, non desidera riaverla.
Gli spetta ancora la sua paga per la conquista della Gallia —
si è rassegnato, non ci tiene più.
Non è stato pagato nel quindicesimo secolo
per aver posato da ladrone alla sinistra di Cristo —
l’ha dimenticato, ha ormai smesso di attendere.

Guadagna il suo vino rosso
tosando i cani della zona.
Dorme con l’aria d’un inventore di sogni,
e la sua barba sciama verso il sole.

Le grigie chimere (volatti, nanocchi,
babbuoni e falenidi, ranarri,
repenti, cefalopodi, multiformità,
gotico allegro vivace) si depietrificano

e lo guardano con una curiosità
che non hanno per nessuno di noi,
o assennato Pietro,
operoso Michele,
intraprendente Eva,
Barbara, Clara.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Clochard

W Paryżu, w dzień poranny aż do zmierzchu,
w Paryżu jak
w Paryżu, który
(o święta naiwności opisu, wspomóż mnie!),
w ogrodzie koło kamiennej katedry
(nie zbudowano jej, o nie,
zagrano ją na lutni)
zasnął w sarkofagowej pozie
clochard, mnich świecki, wyrzeczeniec.

Jeżeli nawet miał coś – to utracił,
a utraciwszy, nie pragnie odzyskać.
Należy mu się jeszcze żołd za podbój Galii –
przebolał już, nie stoi o to.
Nie zapłacono mu w piętnastym wieku
za pozowanie do lewego łotra –
zapomniał, przestał czekać już.

Zarabia na czerwone wino
strzyżeniem okolicznych psów.
Śpi z miną wynalazcy snów
do słońca wyroiwszy brodę.

Odkamieniają się szare chimery
(fruwalne, niżły, małpierze i ćmięta,
grzaby, znienacki, głowy samonogie,
wieloractwo, gotyckie allegro vivace)

i przyglądaja mu się z ciekawością,
jakiej nie mają dla nikogo z nas,
roztropny Piotrze,
czynny Michale,
zaradna Ewo,
Barbaro, Klaro.

Clochard

In Paris, on a day that stayed morning until dusk,
in a Paris like –
in a Paris which –
(save me, scred folly of description!)
in a garden by a stone cathedral
(bit built, no, rather
played upon a lute)
a clochard, a lay monk, a naysayer
sleeps sprawled like a knight in effigy.

If he ever owned anything, he has lost it,
and having lost it doesn’t want it back.
He’s still owed soldier’s pay for the conquest of Gaul –
but he’s got over that, it doesn’t matter.
And they never paid him in the fifteenth century
for posing as the thief on Christ’s left hand –
he has forgottenall about it, he’s not waiting.

He earns his red wine
by trimming the neighborhood dogs.
He sleeps with the air of an inventorof dreams,
his thick beard swarming towards the sun.

The gray chimeras (to wit, bulldogryphons,
hellephants, hippopotoads, croakodilloes, rhinocerberuses,
behemammoths, and demonopods,
that omnibestial Gothic allegro vivace)
unpetrify

and examine him with a curiosity
they never turn on me or you,
prudent Peter,
zealous Michael,
enterprising Eve,
Barbara, Clare.

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

È una gran fortuna, da “La fine e l’inizio” (1993), Wislawa Szymborska

È una gran fortuna
non sapere esattamente
in che mondo si vive.

Bisognerebbe
esistere molto a lungo,
decisamente più a lungo
del mondo stesso.

Conoscere altri mondi,
non fosse che per un confronto.

Elevarsi al di sopra del corpo
che non sa fare nulla così bene
come limitare
e creare difficoltà.

Nell’interesse della ricerca,
chiarezza dell’immagine
e conclusioni definitive
bisognerebbe trascendere il tempo
dove ogni cosa corre e turbina.

Da questa prospettiva,
addio per sempre
particolari ed episodi.

Contare i giorni della settimana
dovrebbe sembrare
un’attività priva di senso,

imbucare una lettera
una stupida ragazzata,

la scritta “non calpestare le aiuole”
una scritta folle.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

It’s Most Fortunate

It’s most fortunate
that we do not know exactly
what kind of world we live on.

It would be necessary
to have existed very long,
decidedly longer
than the world.

If only for comparison
to get acquainted with other worlds.

One must soar out of the body
which cannot do anything
but limit
and create difficulties.

For the sake of research,
clarity of the picture,
and the final results,
one must rise above time,
in which everything drives and whirls.

From this perspective
you must once and for all get rid of
details and episodes.

Counting the days of the week
must seem
a meaningless activity,

throwing letters into a mail box
is a whim of foolish youth,

the plaque “Don’t trample the grass” is
a senseless one.

(Translated from Polish by Walter Whipple)