Impressioni teatrali, da “Ogni caso” (1972), Wislawa Szymborska

Per me l’atto più importante della tragedia è il sesto:
il risorgere dalle battaglie della scena,
l’aggiustare le parrucche, le vesti,
l’estrarre il coltello dal petto,
il togliere il cappio dal collo,
l’allinearsi tra i vivi
con la faccia al pubblico.

Inchini individuali e collettivi:
la mano bianca sulla ferita al cuore,
la riverenza della suicida,
il piegarsi della testa mozzata.

Inchini in coppia:
la rabbia porge il braccio alla mitezza,
la vittima guarda beata gli occhi del carnefice,
il ribelle cammina senza rancore a fianco del tiranno.

Il calpestare l’eternità con la punta della scarpina dorata.
Lo scacciare la morale con la falda del cappello.
L’incorreggibile intento di ricominciare domani da capo.

L’entrare in fila indiana di morti già da un pezzo,
e cioè negli atti terzo, quarto, e tra gli atti.
Il miracoloso ritorno di quelli spariti senza traccia.

Il pensiero che abbiano atteso pazienti dietro le quinte,
senza togliersi il costume,
senza levarsi il trucco,
mi commuove più delle tirate della tragedia.

Ma davvero sublime è il calare del sipario
e quello che si vede ancora nella bassa fessura:
ecco, qui una mano si affretta a prendere un fiore,
là un’altra afferra la spada abbandonata.
Solo allora una terza, invisibile,
fa il suo dovere
e mi stringe alla gola.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Theatre Impressions

For me the tragedy’s most important act is the sixth:
the raising of the dead from the stage’s battlegrounds,
the straightening of wigs and fancy gown,
removing knives from stricken breasts,
taking nooses from lifeless necks,
lining up among the living
to face the audience.

The bows, both solo and ensemble––
the pale hand on the wounded heart,
the curtsies of the hapless suicide,
the bobbing of the chopped-off head.

The bows in pairs––
rage extends its arm to meekness,
the victim’s eyes smile at the torturer,
the rebel indulgently walks beside the tyrant.

Eternity trampled by the golden slipper’s toe.
Redeeming values swept aside with the swish of a wide-brimmed hat
The unrepentant urge to start all over tomorrow.

Now enter, single file, the hosts who died early on,
in Acts 3 and 4, or between scenes.
The miraculous return of all those lost without a trace.

The thought that they’ve been waiting patiently offstage
without taking off their makeup
or their costumes
moves me more than all the tragedy’s tirades.

But the curtain’s fall is the most uplifting part,
the things you see before it hits the floor:
here one hand quickly reaches for a flower,
there another hand picks up a fallen sword.
Only then, one last, unseen, hand
does its duty
and grabs me by the throat.

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

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Jarrod Radnich – Bohemian Rhapsody – Virtuosic Piano Solo

Concorso di bellezza maschile, da “Sale” (1962), Wislawa Szymborska

In tensione da mascella a tallone.
Su di lui brilla olio a profusione.
Campione viene acclamato solo chi
come una treccia è attorcigliato.

Ingaggia una zuffa con un orso nero,
minaccioso (ma comunque non vero).
Di tre grossi giaguari invisibili
si disfa con tre colpi, terribili.

Divaricato e accosciato è divino.
la sua pancia ha facce a dozzine.
lo applaudono, lui fa un inchino
e ciò grazie alle giuste vitamine.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Konkurs piękności męskiej

Od szczęk do pięty wszedł napięty.
Oliwne na nim firmamenty.
Ten tylko moŜe być wybrany,
kto jest jak strucla zasupłany.

Z niedźwiedziem bierze się za bary
groźnym (chociaŜ go wcale nie ma).
Trzy niewidzialne jaguary
padają pod ciosami trzema.

Rozkroku mistrz i przykucania.
Brzuch ma w dwudziestu pięciu minach.
Biją mu brawo, on się kłania
na odpowiednich witaminach.

Bodybuilders’ Contest

From scalp to sole, all muscles in slow motion.
The ocean of his torso drips with lotion.
The king of all is he who preens and wrestles
with sinews twisted into monstrous pretzels.

Onstage, he grapples with a grizzly bear
the deadlier for not really being there.
Three unseen panthers are in turn laid low,
each with one smoothly choreographed blow.

He grunts while showing his poses and paces.
His back alone has twenty different faces.
The mammoth fist he raises as he wins
is tribute to the force of vitamins.

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

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Nota del traduttore:
La Szymborska racconta di aver assistito una volta a Zakopane a una eliminatoria nazionale di sollevamento pesi: “Ho visto i sollevatori di pesi avvicinarsi alla sbarra tre volte e tre volte ritirarsi. Ho visto un gigante che non ce l’ha fatta che singhiozzava disperatamente tra le braccia del suo allenatore. Un anno di allenamento, sacrifici, dieta, e poi tutto è deciso da frazioni di secondo. E ho pensato: Santo Dio, forse avrei dovuto scrivere una poesia diversa su quei poveri forzuti, una con una lacrimuccia nell’occhio”.

Sorrisi, da “Grande numero” (1976), Wislawa Szymborska

Il mondo vuol vedere la speranza sul viso.
Per gli statisti si fa d’obbligo il sorriso.
Sorridere vuol dire non darsi allo sconforto.
Anche se il gioco è complesso, l’esito incerto,
gli interessi contrastanti – è sempre consolante
che la dentatura sia bianca e ben smagliante.

Devono mostrare una fronte rasserenata
sulla pista e nella sala delle conferenze.
Un’andatura svelta, un’espressione distesa.
Quello dà il benvenuto, quest’altro si accomiata.
E’ quanto mai opportuno un volto sorridente
per gli obiettivi e tutta la gente lì in attesa.

La stomatologia in forza alla diplomazia
garantisce sempre un risultato impressionante.
Canini di buona volontà e incisivi lieti
non possono mancare quando l’aria è pesante.
I nostri tempi non sono ancora così allegri
perché sui visi traspaia la malinconia.

Un’umanità fraterna, dicono i sognatori,
trasformerà la terra nel paese del sorriso.
Ho qualche dubbio. Gli statisti, se fosse vero,
non dovrebbero sorridere il giorno intero.
Solo a volte: perché è primavera, tanti i fiori,
non c’è fretta alcuna, né tensione in viso.
Gli esseri umani sono tristi per natura.
È quanto mi aspetto, e non è poi così dura.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Smiles

The world would rather see hope than just hear
its song. And that’s why statesmen have to smile.
Their pearly whites mean they’re still full of cheer.
The game’s complex, the goal’s far out of reach,
the outcome’s still unclear – once in a while,
we need a friendly, gleaming set of teeth.

Heads of state must display unfurrowed brows
on airport runways, in the conference room.
They must embody one big, toothy “Wow!”
while pressing flesh or pressing urgent issues.
Their faces’ self-regenerating tissues
make our hearts hum and our lenses zoom.

Dentistry turned to diplomatic skill
promises us a Golden Age tomorrow.
The going’s rough, and so we need the laugh
of bright incisors, molars of good will.
Our times are still not safe and sane enough
for faces to show ordinary sorrow.

Dreamers keep saying, “Human brotherhood
will make this place a smiling paradise.”
I’m not convinced. The statesman, in that case,
would not require facial exercise,
except from time to time: he’s feeling good,
he’s glad it’s spring, and so he moves his face.
But human beings are, by nature, sad.
So be it, then. It isn’t all that bad

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

Il clochard, da “Sale” (1962), Wislawa Szymborska

A Parigi, in un giorno mattutino fino al crepuscolo,
a Parigi come –
a Parigi che –
(o santa ingenuità della descrizione, aiutami!)
nel giardino accanto alla cattedrale di pietra
(non costruita, oh no,
ma suonata su un liuto)
un clochard, un monaco laico, un rinunciante,
si è addormentato in una posa da sarcofago.

Se ha mai avuto qualcosa, l’ha perduta,
e, perdutala, non desidera riaverla.
Gli spetta ancora la sua paga per la conquista della Gallia —
si è rassegnato, non ci tiene più.
Non è stato pagato nel quindicesimo secolo
per aver posato da ladrone alla sinistra di Cristo —
l’ha dimenticato, ha ormai smesso di attendere.

Guadagna il suo vino rosso
tosando i cani della zona.
Dorme con l’aria d’un inventore di sogni,
e la sua barba sciama verso il sole.

Le grigie chimere (volatti, nanocchi,
babbuoni e falenidi, ranarri,
repenti, cefalopodi, multiformità,
gotico allegro vivace) si depietrificano

e lo guardano con una curiosità
che non hanno per nessuno di noi,
o assennato Pietro,
operoso Michele,
intraprendente Eva,
Barbara, Clara.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Clochard

W Paryżu, w dzień poranny aż do zmierzchu,
w Paryżu jak
w Paryżu, który
(o święta naiwności opisu, wspomóż mnie!),
w ogrodzie koło kamiennej katedry
(nie zbudowano jej, o nie,
zagrano ją na lutni)
zasnął w sarkofagowej pozie
clochard, mnich świecki, wyrzeczeniec.

Jeżeli nawet miał coś – to utracił,
a utraciwszy, nie pragnie odzyskać.
Należy mu się jeszcze żołd za podbój Galii –
przebolał już, nie stoi o to.
Nie zapłacono mu w piętnastym wieku
za pozowanie do lewego łotra –
zapomniał, przestał czekać już.

Zarabia na czerwone wino
strzyżeniem okolicznych psów.
Śpi z miną wynalazcy snów
do słońca wyroiwszy brodę.

Odkamieniają się szare chimery
(fruwalne, niżły, małpierze i ćmięta,
grzaby, znienacki, głowy samonogie,
wieloractwo, gotyckie allegro vivace)

i przyglądaja mu się z ciekawością,
jakiej nie mają dla nikogo z nas,
roztropny Piotrze,
czynny Michale,
zaradna Ewo,
Barbaro, Klaro.

Clochard

In Paris, on a day that stayed morning until dusk,
in a Paris like –
in a Paris which –
(save me, scred folly of description!)
in a garden by a stone cathedral
(bit built, no, rather
played upon a lute)
a clochard, a lay monk, a naysayer
sleeps sprawled like a knight in effigy.

If he ever owned anything, he has lost it,
and having lost it doesn’t want it back.
He’s still owed soldier’s pay for the conquest of Gaul –
but he’s got over that, it doesn’t matter.
And they never paid him in the fifteenth century
for posing as the thief on Christ’s left hand –
he has forgottenall about it, he’s not waiting.

He earns his red wine
by trimming the neighborhood dogs.
He sleeps with the air of an inventorof dreams,
his thick beard swarming towards the sun.

The gray chimeras (to wit, bulldogryphons,
hellephants, hippopotoads, croakodilloes, rhinocerberuses,
behemammoths, and demonopods,
that omnibestial Gothic allegro vivace)
unpetrify

and examine him with a curiosity
they never turn on me or you,
prudent Peter,
zealous Michael,
enterprising Eve,
Barbara, Clare.

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

È una gran fortuna, da “La fine e l’inizio” (1993), Wislawa Szymborska

È una gran fortuna
non sapere esattamente
in che mondo si vive.

Bisognerebbe
esistere molto a lungo,
decisamente più a lungo
del mondo stesso.

Conoscere altri mondi,
non fosse che per un confronto.

Elevarsi al di sopra del corpo
che non sa fare nulla così bene
come limitare
e creare difficoltà.

Nell’interesse della ricerca,
chiarezza dell’immagine
e conclusioni definitive
bisognerebbe trascendere il tempo
dove ogni cosa corre e turbina.

Da questa prospettiva,
addio per sempre
particolari ed episodi.

Contare i giorni della settimana
dovrebbe sembrare
un’attività priva di senso,

imbucare una lettera
una stupida ragazzata,

la scritta “non calpestare le aiuole”
una scritta folle.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

It’s Most Fortunate

It’s most fortunate
that we do not know exactly
what kind of world we live on.

It would be necessary
to have existed very long,
decidedly longer
than the world.

If only for comparison
to get acquainted with other worlds.

One must soar out of the body
which cannot do anything
but limit
and create difficulties.

For the sake of research,
clarity of the picture,
and the final results,
one must rise above time,
in which everything drives and whirls.

From this perspective
you must once and for all get rid of
details and episodes.

Counting the days of the week
must seem
a meaningless activity,

throwing letters into a mail box
is a whim of foolish youth,

the plaque “Don’t trample the grass” is
a senseless one.

(Translated from Polish by Walter Whipple)

Museo, da “Sale” (1962), Wislawa Szymborska

Ci sono i piatti, ma non appetito.
Le fedi, ma non scambievole amore
da almeno trecento anni.

C’è il ventaglio – e i rossori?
C’è la spada – dov’è l’ira?
E il liuto, non un suono all’imbrunire.

In mancanza di eternità hanno ammassato
diecimila cose vecchie.
Un custode ammuffito dorme beato
con i baffi chini sulla vetrina.

Metalli, creta, una piuma d’uccello
trionfano in silenzio nel tempo.
Ride solo la spilla d’una egiziana ridarella.

La corona è durata più della testa.
La mano ha perso contro il guanto.
La scarpa destra ha sconfitto il piede.

Quanto a me, credete, sono viva.
La gara col vestito non si arresta.
E lui quanta tenacia mi dimostra!
Vorrebbe viver più della mia vita!

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Museum

Here are plates with no appetite.
And wedding rings, but the requited love
has been gone now for some three hundred years.

Here’s a fan–where is the maiden’s blush?
Here are swords–where is the ire?
Nor will the lute sound at the twilight hour.

Since eternity was out of stock,
ten thousand aging things have been amassed instead.
The moss-grown guard in golden slumber
props his mustache on Exhibit Number…

Eight. Metals, clay and feathers celebrate
their silent triumphs over dates.
Only some Egyptian flapper’s silly hairpin giggles.

The crown has outlasted the head.
The hand has lost out to the glove.
The right shoe has defeated the foot.

As for me, I am still alive, you see.
The battle with my dress still rages on.
It struggles, foolish thing, so stubbornly!
Determined to keep living when I’m gone!

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

La mano, da “Basta così” (1992), Wislawa Szymborska

Ventisette ossa,
trentacinque muscoli,
circa duemila cellule nervose
in ogni polpastrello delle nostre cinque dita.
E’ più che sufficiente
per scriver Mein Kampf
o Winnie the Pooh.

(Traduzione di Silvano De Fanti)

Hand

Twenty seven bones,
thirty five muscles,
around two thousand nerve cells
in every tip of all five fingers.
It’s more than enough
to write “Mein Kampf”
or “Pooh Corner.”

(Translated from Polish by Clare Cavanagh)

Piccole parole, da “Sale” (1962), Wislawa Szymborska

La Pologne? La Pologne? Deve esserci un freddo terribile, vero?”
mi ha chiesto, e ha tirato un sospiro di sollievo. Infatti sono saltati fuori tanti di quei paesi che la cosa migliore è parlare del clima.
“Oh, signora,” vorrei risponderle “i poeti del mio paese scrivono in guanti. Non dico che non se li tolgano mai; quando la luna scalda, allora sì. In strofe composte di grida tonanti, perché solo questo penetra attraverso il mugghio della tempesta, cantano l’esistenza semplice dei pastori di foche. I classici incidono con ghiaccioli d’inchiostro su cumuli di neve calpestati. Gli altri, i decadenti, piangono sul destino con stelline di neve. Chi si vuole annegare deve avere una scure per fare un buco nel ghiaccio. Oh, signora, mia cara signora!”

E’ così che vorrei risponderle. Ma ho dimenticato come si dice foca in francese. Non sono sicura del ghiacciolo e del buco nel ghiaccio.

La Pologne? La Pologne? Deve esserci un freddo terribile, vero?”
Pas du tout” rispondo glacialmente.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Vocabulary

La Pologne? La Pologne? Isn’t it terribly cold there?” she asked, and then sighed with relief. So many countries have been turning up lately that the safest thing to talk about is climate.

“Madame,” I want to reply, “my people’s poets do all their writing in mittens. I don’t mean to imply that they never remove them; they do, indeed, if the moon is warm enough. In stanzas composed of raucous whooping, for only such can drown the windstorms’ constant roar, they glorify the simple lives of our walrus herders. Our Classicists engrave their odes with inky icicles on trampled snowdrifts. The rest, our Decadents, bewail their fate with snowflakes instead of tears. He who wishes to drown himself must have an ax at hand to cut the ice. Oh, madame, dearest madame.

That’s what I mean to say. But I’ve forgotten the word for walrus in French. And I’m not sure of icicle and ax.

La Pologne? La Pologne? Isn’t it terribly cold there?”
Pas du tout” I answer icily.

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

Elogio dei sogni, da “Ogni caso” (1972), Wislawa Szymborska

In sogno
dipingo come Vermeer.

Parlo correntemente il greco
e non solo con i vivi.

Guido l’automobile,
che mi obbedisce.

Ho talento,
scrivo grandi poemi.

Odo voci
non peggio di autorevoli santi.

Sareste sbalorditi
dal mio virtuosismo al pianoforte.

Volo come si deve,
ossia da sola.

Cadendo da un tetto
so cadere dolcemente sul verde.

Non ho difficoltà
a respirare sott’acqua.

Non mi lamento:
sono riuscita a trovare l’Atlantide.

Mi rallegro di sapermi sempre svegliare
prima di morire.

Non appena scoppia una guerra
mi giro sul fianco preferito.

Sono, ma non devo
esserlo, una figlia del secolo.

Qualche anno fa
ho visto due soli.

E l’altro ieri un pinguino.
Con la massima chiarezza.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

In Praise Of Dreams

In my dreams
I paint like Vermeer van Delft.

I speak fluent Greek
and not just with the living.

I drive a car
that does what I want it to.

I am gifted
and write mighty epics.

I hear voices
as clearly as any venerable saint.

My brilliance as a pianist
would stun you.

I fly the way we ought to, i.e.,
on my own.

Falling from the roof,
I tumble gently to the grass.

I’ve got no problem
breathing under water.

I can’t complain:
I’ve been able to locate Atlantis.

It’s gratifying that I can always
wake up before dying.

As soon as war breaks out,
I roll over on my other side.

I’m a child of my age,
but I don’t have to be.

A few years ago
I saw two suns.

And the night before last a penguin,
clear as day.

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

Monologo per Cassandra, da “Uno spasso” (1967), Wislawa Szymborska

Sono io, Cassandra.
E questa è la mia città sotto le ceneri.
E questi i miei nastri e la verga di profeta.
E questa è la mia testa piena di dubbi.

È vero, sto trionfando.
I miei giusti presagi hanno acceso il cielo.
Solamente i profeti inascoltati
godono di simili viste.
Solo quelli partiti con il piede sbagliato,
e tutto poté compiersi tanto in fretta
come se mai fossero esistiti.

Ora rammento con chiarezza:
la gente al vedermi si fermava a metà.
Le risate morivano.
Le mani si scioglievano.
I bambini correvano dalle madri.
Non conoscevo neppure i loro effimeri nomi.
E quella canzoncina sulla foglia verde –
nessuno la finiva in mia presenza.

Li amavo.
Ma dall’alto.
Da sopra la vita.
Dal futuro. Dove è sempre vuoto
e nulla è più facile che vedere la morte.
Mi spiace che la mia voce fosse dura.
Guardatevi dall’alto delle stelle – gridavo –
guardatevi dall’alto delle stelle.
Sentivano e abbassavano gli occhi.

Vivevano nella vita.
Permeati da un grande vento.
Con sorti già decise.
Fin dalla nascita in corpi da commiato.
Ma c’era in loro un’umida speranza,
una fiammella nutrita del proprio luccichio.
Loro sapevano cos’è davvero un istante,
oh, almeno uno, uno qualunque
prima di –

È andata come dicevo io.
Solo che non ne viene nulla.
E questa è la mia veste bruciacchiata.
E questo è il mio ciarpame di profeta.
E questo è il mio viso stravolto.
Un viso che non sapeva di poter essere bello.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Monologue for Cassandra

It’s me, Cassandra.
And this is my city covered with ashes.
And this is my rod, and the ribbons of a prophet.
And this is my head full of doubts.

It’s true, I won.
What I said would happen
hit the sky with a fiery glow.
Only prophets whom no one believes
witness such things,
only those who do their job badly.
And everything happens so quickly,
as if they had not spoken.

Now I remember clearly
how people, seeing me, broke off in mid-sentence.
Their laughter stopped.
They moved away from each other.
Children ran towards their mothers.
I didn’t even know their vague names.
And that song about a green leaf–
nobody ever finished singing it in front of me.

I loved them.
But I loved them from a height.
From above life.
From the future. Where it’s always empty
and where it’s easy to see death.
I am sorry my voice was harsh.
Look at yourselves from a distance, I cried,
look at yourselves from a distance of stars.
They heard and lowered their eyes.

They just lived.
Not very brave.
Doomed.
In their departing bodies, from the moment of birth.
But they had this watery hope,
a flame feeding on its own glittering.
They knew what a moment was.
How I wish for one moment, any,
before–
I was proved right.
So what. Nothing comes of it.
And this is my robe scorched by flames.
And these are the odds and ends of a prophet.
And this is my distorted face.
The face that did not know its own beauty.

(Translated by Grazyna Drabik and Sharon Olds)