Nell’arca, da “Gente sul ponte”(1986), Wislawa Szymborska

Comincia a cadere una pioggia incessante.
Nell’arca, e dove mai potreste andare:
voi, poesie per una sola voce,
slanci privati,
talenti non indispensabili,
curiosità superflua,
afflizioni e paure di modesta portata,
e tu, voglia di guardare le cose da sei lati.

I fiumi s’ingrossano e straripano.
Nell’arca: voi, chiaroscuri e semitoni,
voi, capricci, ornamenti e dettagli,
stupide eccezioni,
segni dimenticati,
innumerevoli varianti del grigio,
il gioco per il gioco,
e tu, lacrima del riso.

A perdita d’occhio, acqua e l’orizzonte nella nebbia.
Nell’arca: piani per il lontano futuro,
gioia per le differenze,
ammirazione per i migliori,
scelta non limitata a uno dei due,
scrupoli antiquati,
tempo per riflettere,
e tu, fede che tutto ciò
un giorno potrà ancora servire.

Per riguardo ai bambini
che continuiamo ad essere,
le favole sono a lieto fine.

Anche qui non c’è altro finale che si addica.
Smetterà di piovere,
caleranno le onde,
nel cielo rischiarato
si apriranno le nuvole
e saranno di nuovo
come si addiceva alle nuvole sugli uomini:
elevate e leggere
nel loro somigliare
a isole felici,
pecorelle,
cavolfiori
e pannolini
– che si asciugano al sole.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Into the Ark

An endless rain is just beginning.
Into the ark, for where else can you go,
you poems for a single voice,
private exultations,
unnecessary talents,
surplus curiosity,
short-range sorrows and fears,
eagerness to see things from all six sides.

Rivers are swelling and bursting their banks.
Into the ark, all you chiaroscuros and half-tones,
you details, ornaments, and whims,
silly exceptions,
forgotten signs,
countless shades of the color gray,
play for play’s sake,
and tears of mirth.

As far as the eye can see, there’s water and hazy horizon.
Into the ark, plans for the distant future,
joy in difference,
admiration for the better man,
choice not narrowed down to one of two,
outworn scruples,
time to think it over,
and belief that all this
will come in handy someday.

For the sake of the children
that we still are,
fairy tales have happy endings.
That’s the only finale that will do here, too.
The rain will stop,
the waves will subside,
the clouds will part
in the cleared up sky,
and they’ll be once more
what clouds ought to be:
lofty and rather lighthearted
in their likeness to things
drying in the sun—
isles of bliss,
lambs,
cauliflowers,
diapers.

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

Vietnam, da “Discorso all’Ufficio oggetti smarriti” (2004), Wislawa Szymborska

Donna, come ti chiami? – Non lo so.
Quando sei nata, da dove vieni? – Non lo so.
Perche’ ti sei scavata una tana sottoterra? – Non lo so.
Da quando ti nascondi qui? – Non lo so.
Perché mi hai morso la mano? – Non lo so.
Sai che non ti faremo del male? – Non lo so.
Da che parte stai? – Non lo so.
Ora c’è la guerra, devi scegliere. – Non lo so.
Il tuo villaggio esiste ancora? – Non lo so.
Questi sono i tuoi figli? – Sì.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Vietnam

“Woman, what’s your name?” “I don’t know.”
“How old are you? Where are you from?” “I don’t know.”
“Why did you dig that burrow?” “I don’t know.”
“How long have you been hiding?” “I don’t know.”
“Why did you bite my finger?” “I don’t know.”
“Don’t you know that we won’t hurt you?” “I don’t know.”
“Whose side are you on?” “I don’t know.”
“This is war, you’ve got to choose.” “I don’t know.”
“Does your village still exist?” “I don’t know.”
“Are those your children?” “Yes.”

E’ un’intensa poesia sulla guerra in Vietnam e sul potere dell’amore materno.
Un dialogo tra soldati e una donna traumatizzata che gli shock della guerra hanno gettato in “modalità sopravvivenza”. Il suo senso di sé è crollato insieme alla sua società: non sa come si chiama, chi sono questi uomini, da quanto tempo si è rifugiata in una tana o da che parte sta la guerra.
Tutto quello che sa è che ha i suoi figli
.

Grande numero, da “Grande numero” (1976), Wislawa Szymborska

Quattro miliardi di uomini su questa terra,
ma la mia immaginazione è uguale a prima.
Se la cava male con i grandi numeri.
Continua a commuoverla la singolarità.
Svolazza nel buio come la luce d’una pila,
illumina solo i primi visi che capitano,
mentre il resto se ne va nel non visto,
nel non pensato, nel non rimpianto.
Ma questo neanche Dante potrebbe impedirlo.
E figuriamoci quando non lo si è.
Anche se tutte le Muse venissero a me.

Non omnis moriar – un cruccio precoce.
Ma vivo intera? E questo può bastare?
Non è mai bastato, e tanto meno adesso.
Scelgo scartando, perché non c’è altro modo,
ma quello che scarto è più numeroso,
è più denso, più esigente che mai.
A costo di perdite indicibili – una poesiola, un sospiro.
Alla chiamata tonante rispondo con un sussurro.
Non dirò di quante cose taccio.
Un topo ai piedi della montagna materna.
La vita dura qualche segno d’artiglio sulla sabbia.

Neppure i miei sogni sono popolati come dovrebbero.
C’è più solitudine che folle e schiamazzo.
Vi capita a volte qualcuno morto da tempo.
Una singola mano scuote la maniglia.
La casa vuota si amplia di annessi dell’eco.
Dalla soglia corro giù nella valle
silenziosa, come di nessuno, già anacronistica.

Da dove venga ancora questo spazio in me –
non so.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

A Great Number

Four billion people on this earth,
while my imagination remains as it was.
It clumsily copes with great numbers.
Still it is sensitive to the particular.
It flutters in the dark like a flashlight,
and reveals the first random faces
while all the rest stay unheeded,
unthought of, unlamented.
Yet even Dante could not retain all that.
And what of us?
Even all the Muses could not help.

Non omnis moriar–a premature worry.
Yet do I live entire and does it suffice?
It never sufficed, and especially now.
I choose by discarding, for there is no other means
but what I discard is more numerous,
more dense, more insistent that it ever was.
A little poem, a sigh, cost indescribable losses.
A thunderous call is answered by my whisper.
I cannot express how much I pass over in silence.
A mouse at the foot of a mountain in labor.
Life lasts a few marks of a claw on the sand.
My dreams–even they are not, as they ought to be, populous.

There is more of loneliness in them than of crowds and noise.
Sometimes a person who died long ago drops in for a moment.
A door handle moves touched by a single hand.
An empty house is overgrown with annexes of an echo.
I run from the threshold down into the valley
that is silent, as if nobody’s, anachronic.

How that open space is in me still–
I don’t know.

(Translated from Polish by Czeslaw Milosz)

Funerale, da “Gente sul ponte” (1986), Wislawa Szymborska

“così all’improvviso chi poteva pensarlo”
“lo stress e le sigarette, io glie lo dicevo”
“così così, grazie”
“scarta quei fiori”
“anche per il fratello fu il cuore, dev’essere di famiglia”
“con questa barba non l’avrei mai riconosciuto”
“se l’è voluto, era un impiccione”
“doveva parlare quello nuovo, ma non lo vedo”
“Kazek è a Varsavia, Tadek all’estero”
“tu sola hai avuto la buona idea di prendere l’ombrello”
“era il più in gamba di tutti, e a che gli è servito?”
“è una stanza di passaggio, Baska non la vorrà”
“certo, aveva ragione, ma non è un buon motivo”
“con la verniciatura delle portiere, indovina quanto”
“due tuorli, un cucchiaio di zucchero”
“non erano affari suoi che bisogno aveva”
“soltanto azzurre e solo numeri piccoli”
“cinque volte, mai una risposta”
“d’accordo, avrei potuto, ma anche tu potevi”
“meno male che almeno lei aveva quel piccolo impiego”
“bè, non so, probabilmente parenti”
“il prete è un vero Belmondo”
“non ero mai stata in questa parte del cimitero”
“l’ho sognato la settimana scorsa, un presentimento”
“niente male la figliola”
“ci aspetta tutti la stessa fine”
“le mie condoglianze alla vedova, devo fare in tempo a”
“però in latino era più solenne”
“è la vita”
“arrivederla, signora”
“e se ci bevessimo una birra da qualche parte”
“telefonami, ne parleremo”
“con il quattro o con il dodici”
“io vado per di là”
“noi per di qua”

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Una giocosità linguistica elegante in questa poesia che consiste semplicemente in una serie di frasi strappate dalla conversazione tra le persone durante un funerale.
Lo stato d’animo del lutto, la rinnovata consapevolezza della mortalità, le parole di commiserazione attese in un funerale ci sono, ma sono mescolate a banali frammenti di conversazione. Anche in un’occasione così dolorosa e cupa la vita va avanti.

Funeral

“so suddenly, who would’ve expected it”
“stress and cigarettes, I told him”
“not bad, thank you”
“unwrap these flowers”
“his brother’s heart did him in too, must run in the family”
“I wouldn’t have recognized you with that beard”
“it’s his own fault, he was always getting himself into something”
“that new guy was supposed to speak. I don’t see him anywhere”
“Kazek is in Warsaw, Tadek went abroad”
“you were the only one with enough sense to bring an umbrella”
“so what that he was the most talented of them all”
“it’s a walk-through room, Baska won’t go for it”
“sure he was right, but that still isn’t really the reason”
“and a paint job on both doors, guess how much”
“two egg yolks, one tablespoon sugars”
“it was none of his business, why did he mess with it”
“only in blue, and in small sizes”
“five times with no answer”
“all right, I could have done it, but so could you have”
“good thing she had that part-time job”
“I don’t know, maybe the relatives”
“the priest is a veritable Belmondo”
“I’ve never been to this part of the cemetery”
“I dreamed about him last week, something struck me”
“the daughter’s not bad-looking”
“it happens to all of us”
“give my best to the widow, I have to make it to”
“it sounded much more solemn in Latin”
“it came and went”
“good-bye Ma’am”
“let’s go grab a beer somewhere”
“call me, we’ll talk”
“either No. 4 or 12”
“I’m going this way”
“we’re not”

(Translated from Polish by Joanna Maria Trzeciak)

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Teodor Currentzis | Patricia Kopatchinskaja | Dowland: Weep you no more, sad fountains | SWR Symphonieorchester

La moglie di Lot, da “Grande numero” (1976), Wislawa Szymborska

Guardai indietro, dicono, per curiosità,
ma potevo avere, curiosità a parte, altri motivi.
Guardai indietro rimpiangendo la mia coppa d’argento.
Per distrazione – mentre allacciavo il sandalo.
Per non dover più guardare la nuca proba
di mio marito, Lot.
Per l’improvvisa certezza che se fossi morta
non si sarebbe neppure fermato.
Per la disobbedienza degli umili.
Per tendere l’orecchio agli inseguitori.
Colpita dal silenzio, sperando che Dio ci avesse ripensato.
Le nostre due figlie stavano già sparendo oltre la cima del colle.
Sentii in me la vecchiaia. Il distacco.
La futilità del vagare. Il torpore.
Guardai indietro posando per terra il fagotto.
guardai indietro non sapendo dove mettere il piede.
Sul mio sentiero erano apparsi serpenti,
ragni, topi di campo, piccoli di avvoltoio.
Non più buoni né cattivi – ogni cosa vivente
strisciava e saltava in un panico collettivo, semplicemente.
Guardai indietro per solitudine.
Per la vergogna di fuggire di nascosto.
Per la voglia di gridare, di tornare.
O forse solo quando si alzò il vento
che mi sciolse i capelli e sollevò la veste.
Mi parve che dalle mura di Sodoma lo vedessero
e scoppiassero in risa fragorose più e più volte.
Guardai indietro per l’ira.
Per saziarmi della loro grande rovina.
Guardai indietro per queste ragioni.
Guardai indietro non per mia volontà.
Fu solo una roccia a girarsi, ringhiando sotto di me.
Fu un crepaccio a tagliarmi d’improvviso la strada.
Sul bordo trotterellava un criceto ritto su due zampette.
E fu allora che entrambi ci voltammo a guardare.
No, no. Io continuavo a correre,
mi trascinavo e sollevavo,
finché il buio non piombò dal cielo,
e con esso ghiaia ardente ed uccelli morti.
Mancandomi l’aria, mi rigirai più volte.
Chi mi avesse visto poteva pensare che danzassi.
Non escludo che i miei occhi fossero aperti.
È possibile che sia caduta con il viso rivolto verso la città.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Lot’s Wife

They say I looked back out of curiosity.
But I could have had other reasons.
I looked back mourning my silver bowl.
Carelessly, while tying my sandal strap.
So I wouldn’t have to keep staring at the righteous nape
of my husband Lot’s neck.
From the sudden conviction that if I dropped dead
he wouldn’t so much as hesitate.
From the disobedience of the meek.
Checking for pursuers.
Struck by the silence, hoping God had changed his mind.
Our two daughters were already vanishing over the hilltop.
I felt age within me. Distance.
The futility of wandering. Torpor.
I looked back setting my bundle down.
I looked back not knowing where to set my foot.
Serpents appeared on my path,
spiders, field mice, baby vultures.
They were neither good nor evil now–every living thing
was simply creeping or hopping along in the mass panic.
I looked back in desolation.
In shame because we had stolen away.
Wanting to cry out, to go home.
Or only when a sudden gust of wind
unbound my hair and lifted up my robe.
It seemed to me that they were watching from the walls of Sodom
and bursting into thunderous laughter again and again.
I looked back in anger.
To savor their terrible fate.
I looked back for all the reasons given above.
I looked back involuntarily.
It was only a rock that turned underfoot, growling at me.
It was a sudden crack that stopped me in my tracks.
A hamster on its hind paws tottered on the edge.
It was then we both glanced back.
No, no. I ran on,
I crept, I flew upward
until darkness fell from the heavens
and with it scorching gravel and dead birds.
I couldn’t breathe and spun around and around.
Anyone who saw me must have thought I was dancing.
It’s not inconceivable that my eyes were open.
It’s possible I fell facing the city.

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

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Zurcaroh & Helene Fischer @ Helene Fischer Show 2018 – Song: “Ninkou Latora” from “Cirque Du Soleil”

L’acrobata, da “Uno spasso” (1967), Wislawa Szymborska

Da trapezio a
trapezio, nel silenzio dopo
dopo un rullo di tamburo di colpo muto, attraverso
attraverso l’aria stupefatta, più veloce del
del peso del suo corpo che di nuovo
di nuovo non ha fatto in tempo a cadere.

Solo. O anche meno che solo,
meno, perché imperfetto, perché manca di
manca di ali, gli mancano molto,
una mancanza che lo costringe
a voli imbarazzati su una attenzione
senza piume ormai soltanto nuda.

Con faticosa leggerezza,
con paziente agilità,
con calcolata ispirazione. Vedi
come si acquatta per il volo? Sai
come congiura dalla testa ai piedi
contro quello che è? Lo sai, lo vedi

con quanta astuzia passa attraverso la sua vecchia forma e
per agguantare il mondo dondolante
protende le braccia di nuovo generate?

Belle più di ogni cosa proprio in questo
proprio in questo momento, del resto già passato.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

In senso figurato questa poesia parla della nostra mortalità, ricordandoci la brevità della vita, e rafforzando così la necessità di sfruttare il poco tempo che abbiamo e la necessità di usare questo tempo con saggezza. Attraverso l’esempio di un acrobata, un artista, Szymborska ci mostra che non tutto dura e che le aspettative spesso portano alla delusione poiché le cose inevitabilmente non sono come avremmo pensato.

The Acrobat

From trapeze to
to trapeze, in the hush that
that follows the drum roll’s sudden pause, through,
through the startled air, more swiftly than
than his body’s weight, which once again
again is late for its own fall.

Solo. Or even less than solo,
less, because he’s crippled, missing
missing wings, missing them so much
that he can’t miss the chance
to soar on shamefully unfeathered
naked vigilance alone.

Arduous ease,
watchful agility,
and calculated inspiration. Do you see
how he waits to pounce in flight; do you know
how he plots from head to toe
against his very being; do you know, do you see

how cunningly he weaves himself through his own former shape
and works to seize this swaying world
by stretching out the arms he has conceived–

beautiful beyond belief at this passing
at this very passing moment that’s just passed.

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

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2019 Helene Fischer Show: Julio Batista De Souza & Helene Fischer Pole Act

ABC, da “Due punti” (2006), Wislawa Szymborska

Ormai non saprò più
cosa di me pensasse A.
Se B. fino all’ultimo non mi abbia perdonato.
Perché C. fingesse che fosse tutto a posto.
Che parte D. avesse nel silenzio di E.
Cosa si aspettasse F., sempre che si aspettasse qualcosa.
Perché G. facesse finta, benché sapesse bene.
Cosa avesse da nascondere H.
Cosa volesse aggiungere I.
Se il fatto che io c’ero, lì accanto
avesse un qualche significato
per J., per K. e per il restante alfabeto.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

ABC

Nigdy już się nie dowiem,
co myślał o mnie A.
Czy B. do końca mi to wybaczyła.
Dlaczego C. udawał, że wszystko w porządku.
Jaki był udział D. w milczeniu E.
Czego F. oczekiwał, jeśli oczekiwał.
Czemu G. udawała, choć dobrze wiedziała.
Co H. miał do ukrycia.
Co I. chciała dodać.
Czy fakt, że byłam obok,
miał jakiekolwiek znaczenie
dla J. dla K. i reszty alfabetu.

ABC

I’ll never find out now
What A. thought of me.
If B. ever forgave me in the end.
Why C. pretended everything was fine.
What part D. played in E.’s silence.
What F. had been expecting, if anything.
Why G. forgot when she knew perfectly well.
What H. had to hide.
What I. wanted to add.
If my being around
meant anything
to J. and K. and the rest of the alphabet.

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

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HAUSER performing 2nd movement from Piano Concerto No. 2 by Sergei Rachmaninov with London Symphony Orchestra

Commediole, da “La fine e l’inizio” (1993), Wislawa Szymborska

Se esistono gli angeli,
probabilmente non leggono
i nostri romanzi
sulle speranze deluse.

E neppure – temo –
le nostre poesie
risentite con il mondo.

Gli strilli e gli strazi
delle nostre pièces teatrali
devono – sospetto –
spazientirli.

Liberi da occupazioni
angeliche, cioè non umane,
guardano piuttosto
le nostre commediole
dell’epoca del cinema muto.

Ai lamentatori funebri,
a chi si strappa le vesti
e a chi digrigna i denti
preferiscono – suppongo –
quel poveraccio
che afferra per la parrucca uno che annega
o affamato divora
i propri lacci.

Dalla cintola in su le ambizioni e lo sparato,
e sotto, nella gamba dei pantaloni,
un topo impaurito.
Oh, questo sì
deve divertirli parecchio.

L’inseguimento in circolo
si trasforma in una fuga davanti al fuggitivo.
La luce nel tunnel
si rivela l’occhio d’una tigre.
Cento catastrofi
sono cento divertenti capriole
su cento abissi.

Se esistono gli angeli,
dovrebbe convincerli
– spero –
questa allegria sull’altalena dell’orrore,
che non grida neppure aiuto, aiuto,
perché tutto avviene in silenzio.

Oso supporre
che applaudano con le ali
e che dai loro occhi colino lacrime
almeno di riso.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

The Silent Movies

If there are angels
they probably don’t read
our novels
about disappointed hopes.

I’m afraid — unfortunately —
that they don’t read our poems, either,
which are full of grudges toward the world.

The shrieks and twitches
of our plays
must — I suspect —
bore them.

In their breaks from angel-work,
or rather non-human work
they prefer to watch
our comedians
from the age of the silent movies.

More than the lamenters
who tear their clothes
and gnash their teeth
they appreciate, I think,
the poor wretch
who grabs the drowning man by his toupé
or who eats his own shoelace out of starvation.

From the waist up: breasts and aspirations
and below a frightened mouse
in his pant leg.
Oh, yes
this must heartily amuse them.

Ring-around-the-rosies
transforms into running from the pursued.
The light in the tunnel
turns out to be the eye of a tiger.
A hundred catastrophies
are a hundred amusing sommersaults
above a hundred abysses.

If there are angels,
they should be convinced, I hope,
by merriment
swinging above terror,
not even calling “help, help”
because all this happens in silence.

I dare suppose
that they are clapping their wings
and that tears are flooding their eyes,
especially tears of laughter.

(Translated by Walter Whipple)

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Khatia Buniatishvili and the Israel Philharmonic Orchestra (conducted by Zubin Mehta) – Beethoven: Concerto No. 1 in C Major, Op. 15: III. Rondo

Vestiario, da “Gente sul ponte” (1986), Wislawa Szymborska

Ti togli, ci togliamo, vi togliete
cappotti, giacche, gilè, camicette
di lana, di cotone, misto lana,
gonne, calzoni, calze, biancheria,
posando, appendendo, gettando su
schienali di sedie, ante di paraventi;
per adesso, dice il medico, nulla di serio,
si rivesta, riposi, faccia un viaggio,
prenda nel caso, dopo pranzo, la sera,
torni fra tre mesi, sei, un anno;
vedi, e tu pensavi, e noi temevamo,
e voi supponevate, e lui sospettava;
è già ora di allacciare con mani ancora tremanti
stringhe, automatici, cerniere, fibbie,
cinture, bottoni, cravatte, colletti
e da maniche, borsette, tasche, tirar fuori
– sgualcita, a pois, a righe, a fiori, a scacchi – la sciarpa
riutilizzabile per protratta scadenza.

(Traduzione di Piero Marchesani)

Clothes

You take off, we take off, they take off
coats, jackets, blouses, double-breasted suits,
made of wool, cotton, cotton-polyester,
skirts, shirts, underwear, slacks, slips, socks,
putting, hanging, tossing them across
the back of chairs, the wings of metal screens;
for now, the doctor says, it’s not too bad,
you may get dressed, get rested up, get out of town,
take one in case, at bedtime, after lunch,
show up in a couple of months, next spring, next year;
you see, and you thought, and we were afraid that,
and he imagined, and you all believed;
it’s time to tie, to fasten with shaking hands
shoelaces, buckles, velcro, zippers, snaps,
belts, buttons, cuff links, collars, neckties, clasps
and to pull out of handbags, pockets, sleeves
a crumpled, dotted, flowered, checkered scarf
whose usefulness has suddenly been prolonged.

(Translated by Stanislaw Barańczak and Clare Cavanagh)

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Martynas and SinChronic String Quartet performing a flashmob Vivaldi (Summer, Presto) in Vilnius Railway Station

Un appunto, da “Attimo” (2004), Wislawa Szymborska

La vita – è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;

essere un cane,
o carezzarlo sul suo pelo caldo;

distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;

stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.

Un’occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;

e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l’erba;
e seguire con gli occhi una scintilla nel vento;

e persistere nel non sapere
qualcosa d’importante.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

A Note

Life is the only way
to get covered in leaves,
catch your breath on sand,
rise on wings;

to be a dog,
or stroke its warm fur;

to tell pain
from everything it’s not;

to squeeze inside events,
dawdle in views,
to seek the least of all possible mistakes;

An extraordinary chance
to remember for a moment
a conversation held with the lamp switched off;

and if only once
to stumble on a stone,
end up soaked in one downpour or another,

mislay your keys in the grass;
and to follow a spark on the wind with your eyes;
and to keep on not knowing
something important.

(Translated by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

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YUJA WANG, “Toccata” Prokofiev, Piano Concerto No. 3 – Lucerne Festival 2018


Yuja Wang, una delle artiste più affermate del panorama musicale internazionale, dotata di una padronanza della tastiera più volte definita come “sbalorditiva” e “sovrumana”, nelle sue interpretazioni unisce l’abilità tecnica a una lettura profonda e fresca delle opere che esegue.
Formatasi musicalmente in America, sotto la guida di Gary Graffman, dopo un paio di importantissimi premi internazionali, ha ottenuto la consacrazione a Boston, dove nel 2007 ha sostituito Martha Argerich in un trionfale concerto diretto da Charles Dutoit.
Da quel momento, grazie al suo impressionante virtuosismo e a una personalità moderna e carismatica, ha collezionato trionfi ovunque firmando poco più che ventenne un contratto in esclusiva con la prestigiosa etichetta Deutsche Grammophon.