Fiori bianchi, da “New and Selected Poems, Volume One” (2005), Mary Oliver

La scorsa notte
nei campi
mi sono distesa nell’oscurità
per pensare alla morte,
mi sono invece addormentata,
come se fossi
in una stanza ampia e obliqua
ripiena di quei fiori bianchi
che si aprono per tutta l’estate
nei campi appiccicosi e disordinati.
Quando mi sono svegliata
la luce del mattino stava appena scivolando
davanti alle stelle,
ed io ero coperta
di germogli.
Non so
come sia accaduto –
Non so
se il mio corpo
si sia tuffato giù
sotto le viti zuccherine
in una somiglianza temperata dal sonno
con le profondità,
o se quella energia verde
è risorta come un’onda
e si è arricciata su di me, reclamandomi
nelle sue braccia roche.
Le ho spinte via, ma non mi sono sollevata.
Mai nella mia vita mi sono sentita così vellutata,
o così vischiosa,
o così risplendentemente vuota.
Mai in vita mia
mi sono sentita così vicina
a quella linea porosa
dove il mio stesso corpo veniva formato
e le radici e i fusti e i fiori
hanno il loro inizio.

(Traduzione di Antonio Spadaro)

White Flowers

Last night
in the fields
I lay down in the darkness
to think about death,
but instead I fell asleep,
as if in a vast and sloping room
filled with those white flowers
that open all summer,
sticky and untidy,
in the warm fields.
When I woke
the morning light was just slipping
in front of the stars,
and I was covered
with blossoms.
I don’t know
how it happened –
I don’t know
if my body went diving down,
under the sugary vines
in some sleep-sharpened affinity
with the depths, or whether
that green energy
rose like a wave
and curling over me, claiming me
in its husky arms.
I pushed them away, but I didn’t rise.
Never in my life had I felt so plush,
or so slippery,
or so resplendently empty.
Never in my life
had I felt myself so near
that porous line
where my own body was done with
and the roots and the stems and the flowers
began.

Le parole, da “Antologia breve” (1972), Eugénio De Andrade

Sono come un cristallo,
le parole.
Alcune, un pugnale,
un incendio.
Altre,
rugiada appena.

Segrete vengono, piene di memoria.
Insicure navigano:
barche o baci,
agitano le acque.

Abbandonate, innocenti,
leggere.
Tessute sono di luce
e sono la notte.
E persino pallide
ricordano ancora verdi paradisi.

Chi le ascolta? Chi
le raccoglie, così,
crudeli, disfatte,
nei loro gusci puri?

(Traduzione di Mariangela Semprevivo)

As palavras

São como um cristal,
as palavras.
Algumas, um punhal,
um incêndio.
Outras,
orvalho apenas.

Secretas vêm, cheias de memória.
Inseguras navegam:
barcos ou beijos,
as águas estremecem.

Desamparadas, inocentes,
leves.
Tecidas são de luz
e são a noite.
E mesmo pálidas
verdes paraísos lembram ainda.

Quem as escuta? Quem
as recolhe, assim,
cruéis, desfeitas,
nas suas conchas puras?

Words

They are like a crystal,
words.
Some a dagger,
some a blaze.
Others,
merely dew.

Secret they come, full of memory.
Insecurely they sail:
boats or kisses,
the waters trembling.

Abandoned, innocent,
weightless.
They are woven of light.
They are the night.
And even pallid
they recall green paradise.

Who hears them? Who
gathers them, thus,
cruel, shapeless,
in their pure shells?

Translation: Alexis Levitin
From: Inhabited Heart
Publisher: Perivale Press, Los Angeles, 1985

Bicchieri di sete, da “Adverbios de lugar” (2004), Juan Vicente Piqueras

Se dubiti della tua sete, se non osi
farle domande o darle un nome,
se sai solo che cerchi dell’acqua
che la sazi e non trovi che pozzi,
e in questi echi che ti chiamano, bevi.

Se al bere la sete scompare
era solo sete. Continua a cercare.

Ma se quando la sazi cresce in te,
se non vuoi smettere di avere sete
ma continuare a bere giorno e notte
bicchieri di sete, non c’è dubbio:
puoi chiamarla amore, continuare a soffrire,
e sapere che non esiste chi ti guidi.

(Traduzione di Raffaella Marzano)

Vasos de sed

Sin dudas de tu sed, si no te atreves
a preguntarle o a ponerle un nombre,
si sólo sabes que buscas un agua
que la sacie y no hallas sino pozos,
y en ellos ecos que te llaman, bebe.

Si la sed al beber desaparece
es que era sólo sed. Sigue buscando.

Pero si crece cuando te sacias,
si quieres no dejar de tener sed
sino seguir bebiendo día y noche
vasos de sed, no hay duda:
puedes llamarla amor, seguir sufriendo,
y saber que no existe quien te guía.

 

La mano, da “Basta così” (1992), Wislawa Szymborska

Ventisette ossa,
trentacinque muscoli,
circa duemila cellule nervose
in ogni polpastrello delle nostre cinque dita.
E’ più che sufficiente
per scriver Mein Kampf
o Winnie the Pooh.

(Traduzione di Silvano De Fanti)

Hand

Twenty seven bones,
thirty five muscles,
around two thousand nerve cells
in every tip of all five fingers.
It’s more than enough
to write “Mein Kampf”
or “Pooh Corner.”

(Translated from Polish by Clare Cavanagh)

Asia, da “Orientarsi con le stelle”, Raymond Carver

E’ bello abitare vicino all’acqua.
Le navi passano così vicine alla terra
che un marinaio potrebbe allungare una mano
e spezzare un ramo da uno dei salici
che crescono qui. I cavalli crescono bradi
sul bordo dell’acqua, lungo la spiaggia.
Volendo, i marinai potrebbero
preparare un lazo e lanciarlo
per tirare a bordo uno dei cavalli.
Qualcosa che tenga loro compagnia
nel lungo viaggio verso l’Oriente.

Dal balcone riesco a vedere l’espressione
dei marinai mentre fissano i cavalli,
gli alberi e le case a due piani.
So quello che pensano quando vedono
un tizio che li saluta dal balcone,
con la sua macchina rossa parcheggiata nel vialetto.
Lo guardano e si ritengono
fortunati. Che misteriosa botta
di fortuna hanno avuto, pensano, che li ha portati
fin qui, tutti insieme sul ponte di una nave
diretta in Asia. Tutti quegli anni passati ad arrangiarsi,
a lavorare nei magazzini o a fare gli scaricatori,
oppure semplicemente a oziare sui moli
sono ormai dimenticati. Son cose capitate
ad altri, gente più giovane,
seppure son capitate veramente.

I marinai dalla nave
alzano le braccia e ricambiano i saluti.
Poi restano fermi, aggrappati alla ringhiera,
mentre la nave scivola via veloce. I cavalli
escono al sole da sotto gli alberi.
Sembrano immobili statue di cavalli.
Osservano la nave che passa.
Le onde che s’infrangono sulla chiglia.
E sulla spiaggia. E anche nella mente
dei cavalli, dove
è sempre Asia.

(Traduzione di Riccardo Duranti e Francesco Durante)

Asia

It’s good to live near the water.
Ships pass so close to land
a man could reach out
and break a branch from one of the willow trees
that grow here. Horses run wild
down by the water, along the beach.
If the men on board wanted, they could
fashion a lariat and throw it
and bring one of the horses on deck.
Something to keep them company
for the long journey East.

From my balcony I can read the faces
of the men as they stare at the horses,
the trees, and two-story houses.
I know what they’re thinking
when they see a man waving from a balcony,
his red car in the drive below.
They look at him and consider themselves
lucky. What a mysterious piece
of good fortune, they think, that’s brought
them all this way to the deck of a ship
bound for Asia. Those years of doing odd jobs,
or working in warehouses, or longshoring,
or simply hanging out on the docks,
are forgotten about. Those things happened
to other, younger men,
if they happened at all.

The men on board
raise their arms and wave back.
Then stand still, gripping the rail,
as the ship glides past. The horses
move from under the trees and into the sun.
They stand like statues of horses.
Watching the ship as it passes.
Waves breaking against the ship.
Against the beach. And in the mind
of the horses, where
it is always Asia.

Canzone nuovissima dei gatti, da “I gatti lo sapranno” (2010), Federico Garcia Lorca

Mefistofele da casa
se ne sta sdraiato al sole.
E’ un gatto che ha eleganza e posa da leone,
beneducato e buono,
seppure un po’ burlone.
Sa parecchio di musica; capisce
Debussy, però non
gli piace Beethoven.
Il mio gatto stanotte
ha camminato sopra la tastiera.
Oh, che soddisfazione
per l’anima sua! Debussy
è stato un gatto filarmonico nella sua vita precedente.
Questo geniale francese comprese la bellezza
dell’accordo gattesco sulla tastiera. Sono
accordi moderni di acqua torbida d’ombra
(io gatto lo capisco).
Irritano il borghese: Mirabile missione!
La Francia ammira i gatti. Verlaine fu quasi un gatto
brutto e semicattolico, schivo e giocherellone,
dal miagolio celeste a una luna invisibile,
leccato dalle mosche e bruciato dall’alcol.
La Francia ama i gatti e la Spagna il torero.
La Russia ama la notte e la Cina il dragone.
Il gatto è inquietante, non è di questo mondo. Ha
quell’enorme prestigio d’essere già stato Dio.
Vi siete accorti quando ci guarda sonnecchiando?
Che sembra che ci dica: la vita è un susseguirsi
di ritmi sessuali. Un suo sesso ha la luce,
sesso ha la stella, e sesso ha il fiore.
E guarda disperdendo nell’ombra la sua anima verde.
Noi vediam tutti dietro al grande caprone.
Il suo spirito è androgino di sessi già appassiti,
languore femminile e vibrare di maschio,
uno spirito raro di innocenza e lussuria,
vecchiaia e giovinezza sposate con amore.
Son Filippi Secondi dogmatici ed alteri,
fedele odiano il cane, perché servile il topo,
ammettono carezze con un gesto distinto
guardandoci con aria serena e superiore.
Mi sembrano maestri d’alta malinconia,
potrebbero curare le tristezze dell’essere civili.
Le risorse moderne, carriarmati, biplani,
ravvivano nell’anima il remoto dolore.
La vita ad ogni passo raffina le tristezze,
le anime cristallizzano e il vero volò via,
un chicco di amarezza si interra e dà la spiga.
I gatti sanno questo meglio del contadino.
Han qualcosa dei gufi e di rozzi serpenti,
avranno avuto le ali quando furon creati.
E di certo parlarono con quegli aborti
satanici che Antonio vide dalla sua grotta.
Un gatto imbestialito è quasi Schopenhauer.
Attaccabrighe orrendo con faccia da birbante,
i gatti son però sempre beneducati,
e procurano seri di sdraiarsi nel sole.
L’uomo è disprezzabile (dicon loro), la morte
arriva prima o poi, Godiamo del calore!

Questo mio grande gatto, splendido e vescovile
si addormenta alla nenia sepolcrale dell’orologio.
Che gli importa dei seni dell’oscuro Ecclesiaste,
o dei saggi consigli del vecchio Salomone?
Tu dormi, gatto mio, come un dio sonnacchioso,
mentre qui io sospiro per qualcosa che volò via.
Pecopian si sorride, bello dentro il mio specchio,
di un teschio il suo sorriso ha l’espressione.

Tu dormi santamente mentre io suono il piano
questo mostro con denti di neve e di carbone.

E tu gatto di ricco, vetta della pigrizia,
ricorda che ci sono dei gatti vagabondi
martirizzati dai bambini che li ammazzano a sassate
e muoion come Socrate
dando loro il proprio perdono.

(Traduzione è di Valerio Nardoni)

Canción novísima de los gatos

Mefistófeles casero está tumbado al sol.
Es un gato elegante con gesto de león,
bien educado y bueno, si bien algo burlón.
Es muy músico; entiende a Debussy,
mas no le gusta Beethoven.
Mi gato paseó de noche en el teclado,
¡Oh, que satisfacción de su alma! Debussy
fue un gato filarmónico en su vida anterior.
Este genial francés comprendió la belleza
del acorde gatuno sobre el teclado. Son
acordes modernos de agua turbia de sombra
(yo gato lo entiendo).
Irritan al burgués: ¡Admirable misión!
Francia admira a los gatos. Verlaine fue casi un gato
feo y semicatólico, huraño y juguetón,
que mayaba celeste a una luna invisible,
lamido por las moscas y quemado de alcohol.
Francia quiere a los gatos como España al torero.
Como Rusia a la noche, como China al dragón.
El gato es inquietante, no es de este mundo. Tiene
el enorme prestigio de haber sido ya Dios.
¿Habéis notado cuando nos mira soñoliento?
Parece que nos dice: la vida es sucesión
de ritmos sexuales. Sexo tiene la luz,
sexo tiene la estrella, sexo tiene la flor.
Y mira derramando su alma verde en la sombra.
Nosotros vemos todos detrás al gran cabrón.
Su espíritu es andrógino de sexos ya marchitos,
languidez femenina y vibrar de varón,
un espíritu raro de inocencia y lujuria,
vejez y juventud casadas con amor.
Son Felipes segundos dogmáticos y altivos,
odian por fiel al perro, por servil al ratón,
admiten las caricias con gesto distinguido
y nos miran con aire sereno y superior.
Me parecen maestros de alta melancolía,
podrían curar tristezas de civilización.
La energía moderna, el tanque y el biplano
avivan en las almas el antiguo dolor.
La vida a cada paso refina las tristezas,
las almas cristalizan y la verdad voló,
un grano de amargura se entierra y da su espiga.
Saben esto los gatos más bien que el sembrador.
Tienen algo de búhos y de toscas serpientes,
debieron tener alas cuando su creación.
Y hablarán de seguro con aquellos engendros
satánicos que Antonio desde su cueva vio.
Un gato enfurecido es casi Schopenhauer.
Cascarrabias horrible con cara de bribón,
pero siempre los gatos están bien educados
y se dedican graves a tumbarse en el sol.
El hombre es despreciable (dicen ellos), la muerte
llega tarde o temprano ¡Gocemos del calor!

Este gran gato mío arzobispal y bello
se duerme con la nana sepulcral del reloj.
¡Qué le importan los senos del negro Eclesiastés,
ni los sabios consejos del viejo Salomón?
Duerme tú, gato mío, como un dios perezoso,
mientras que yo suspiro por algo que voló.
El bello Pecopian se sonríe en mi espejo,
de calavera tiene su sonrisa expresión.

Duerme tú santamente mientras toco el piano,
este monstruo con dientes de nieve y de carbón.

Y tú gato de rico, cumbre de la pereza,
entérate de que hay gatos vagabundos que son
mártires de los niños que a pedradas los matan
y mueren como Sócrates
dándoles su perdón.

“Canción novísima de los gatos” permaneció inédito hasta 1986
www.poetasandaluces.com

Bonsai, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

Ne occorre solo uno per scombinare
completamente una stanza.

Laggiù, accanto alla finestra
sembra lontano centinaia di metri,

un gesto di legno solitario e inflessibile
sulla distante scogliera di un tavolo.

Da vicino ti tira dentro,
riduce tutto alla sua dimensione.

Guardalo dall’ingresso,
e il mondo si dilata e si gonfia.

Il bottone che gli sta accanto
è ora una ruota di perla,

i fiammiferi Minerva sono una zattera,
e la tazza del caffè una cisterna

che raccoglie la stessa pioggia
che bagna le sue piccole zolle di terra scura e muscosa.

E porta con sé perfino il suo clima,
si piega per fuggire a un vento furioso

che, chissà come, soffia
nei calmi tropici di questa stanza.

Il modo in cui si piega verso l’entroterra,
m’invoglia a farmi strada

fino alla cima del suo fogliame spinoso,
a restare attaccato con tutta la forza

e guardare la furia della tempesta marina,
nella speranza che appaia una piccola balena.

Voglio vederla tuffarsi e avanzare
nel ventre delle onde,

e aprirsi un varco fra la schiuma e gli spruzzi
del suo viaggio annuale lungo mille miglia.

(Traduzione di Franco Nasi)

Bonsai

All it takes is one to throw a room
completely out of whack.

Over by the window
it looks hundreds of yards away,

a lone stark gesture of wood
on the distant cliff of a table.

Up close, it draws you in,
cuts everything down to size.

Look at it from the doorway,
and the world dilates and bloats.

The button lying next to it
is now a pearl wheel,

the book of matches is a raft,
and the coffee cup a cistern

to catch the same rain
that moistens its small plot of dark, mossy earth.

For it even carries its own weather,
leaning away from a fierce wind

that somehow blows
through the calm tropics of this room.

The way it bends inland at the elbow
makes me want to inch my way

to the very top of its spiky greenery,
hold on for dear life

and watch the sea storm rage,
hoping for a tiny whale to appear.

I want to see her plunging forward
through the troughs,

tunneling under the foam and spindrift
on her annual, thousand mile journey.

Siamo il tempo, da “Los conjurados” (1985), Jorge Luis Borges

Siamo il tempo. Siamo la famosa
parabola di Eraclito l’Oscuro.
Siamo l’acqua, non il diamante duro,
che si perde, non quella che riposa.

Siamo il fiume e siamo anche quel greco
che si guarda nel fiume. Il suo riflesso
muta nell’acqua del cangiante specchio,
nel cristallo che muta come il fuoco.

Noi siamo il vano fiume prefissato,
dritto al suo mare. L’ombra l’ha accerchiato.
Tutto ci disse addio, tutto svanisce.

La memoria non conia più monete.
E tuttavia qualcosa c’è che resta
E tuttavia qualcosa c’è che geme.

Son los ríos

Somos el tiempo. Somos la famosa
parábola de Heráclito el Oscuro.
Somos el agua, no el diamante duro,
la que se pierde, no la que reposa.

Somos el río y somos aquel griego
que se mira en el río. Su reflejo
cambia en el agua del cambiante espejo,
en el cristal que cambia como el fuego.

Somos el vano río prefijado,
rumbo a su mar. La sombra lo ha cercado.
Todo nos dijo adiós, todo se aleja.

La memoria no acuña su moneda.
Y sin embargo hay algo que se queda
y sin embargo hay algo que se queja.

We are the time

We are the time. We are the famous
metaphor from Heraclitus the Obscure.
We are the water, not the hard diamond,
the one that is lost, not the one that stands still.

We are the river and we are that greek
that looks himself into the river. His reflection
changes into the waters of the changing mirror,
into the crystal that changes like the fire.

We are the vain predetermined river,
in his travel to his sea.
The shadows have surrounded him.
Everything said goodbye to us, everything goes away.

Memory does not stamp his own coin.
However, there is something that stays
however, there is something that bemoans.

La vita che legata troppo stretta evade, Emily Dickinson

La Vita che legata troppo stretta evade
Correrà sempre poi
Con un prudente sguardo indietro
E spettri di Redini –
Il Cavallo che fiuta l’Erba viva
E vede i Pascoli sorridere
Sarà ripreso con uno sparo
Se si riuscirà a prenderlo –

(Traduzione di Giuseppe Ierolli)

The Life that tied too tight escapes

The Life that tied too tight escapes
Will ever after run
With a prudential look behind
And spectres of the Rein –
The Horse that scents the living Grass
And sees the Pastures smile
Will be retaken with a shot
If he is caught at all –

sorrideva, raggiante, cantava, da “Sull’amore” (2016), Charles Bukowski

mia figlia assomigliava a una giovane Katharine Hepburn
alla recita di Natale delle elementari.
era lì in piedi insieme a tutti gli altri
sorrideva, raggiante, cantava
nel vestitino lungo che le avevo comperato.

sembra Katharine Hepburn, ho detto alla madre
che sedeva alla mia sinistra.
sembra Katharine Hepburn, ho detto alla mia ragazza
che sedeva alla mia destra.
la nonna di mia figlia era seduta un posto più in là;
non le ho detto niente.

non mi è mai piaciuto come recita Katharine Hepburn,
ma mi piaceva il suo aspetto,
classe, sai cosa intendo,
una con la quale potevi parlare a letto
quell’ora e mezzo prima di
addormentarti.

immagino che mia figlia diventerà una
donna bellissima.
un giorno quando sarò abbastanza vecchio
probabilmente mi porterà la padella con un sorriso
davvero gentile.
e forse si sposerà con un camionista dal passo
molto pesante
che gioca a bowling tutti i giovedì sera
con gli amici.
be’, tutto questo non ha importanza.
quello che importa è il presente.
sua nonna è un falco non le sfugge niente.
sua madre è una liberale psicotica e amante della vita.
suo padre è un ubriacone.

mia figlia assomigliava a una giovane Katharine Hepburn.
dopo la recita di Natale
siamo andati da McDonald’s a mangiare, e abbiamo dato da mangiare ai passerotti.
a Natale mancava una settimana.
questo ci interessava molto meno che agli altri nove decimi della città.
e questa è classe, tutti e due abbiamo classe.
per ignorare la vita al momento giusto ci vuole una speciale saggezza:
quindi Buon Anno a
tutti quanti voi.

(Traduzione di Simona Viciani)

smiling, shining, singing

my daughter looked like a young Katharine Hepburn,
at the grammar school Christmas presentation.
she stood there with them
smiling, shining, singing
in the long dress I had bought for her.

She looks like Katharine Hepburn, I told her mother
who sat on my left.
she looks like Katharine Hepburn, I told my girlfriend
who sat on my right.
my daughter’s grandmother was another seat away,
I didn’t tell her anything.

I never did like Katharine Hepburn’s acting,
but I liked the way she looked,
class, you know,
somebody you could talk to in bed
with an hour and a half before going to
sleep.

I can see that my daughter is going to be a most
beautiful woman.
someday when I get old enough
she’ll probably bring me the bedpan with a most
kindly smile.
and she’ll probably marry a truckdriver with a very
heavy walk
who bowls every Thursday night
with the boys.
well, all that doesn’t matter.
what matters is now.
her grandmother is a hawk of a woman.
her mother is a psychotic liberal and lover of life.
her father is a drunk.

my daughter looked like a very young Katharine Hepburn.
after the Christmas presentation
we went to McDonald’s and ate, and fed the sparrows.
Christmas was a week away.
we were less worried about that than nine-tenths of the town.
that’s class, we both have class.
to ignore life at the proper time takes a special wisdom:
like a Happy New Year to
you all.

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Manoscritto, 22 dicembre 1972; pubblicato in What Matters Most Is How Well You Walk Through the Fire, 1999.