Dormire, da “Blu oltremare” (1986), Raymond Carver

Ha dormito sulle proprie mani.
Su una pietra.
In piedi.
Sui piedi di qualcun altro.
Ha dormito su autobus, treni, aerei.
Ha dormito sul lavoro.
Ha dormito per la strada.
Ha dormito su un sacco pieno di mele.
Ha dormito in una latrina a pagamento.
In un fienile.
Nel Super Dome.
Ha dormito in una Jaguar e sul retro d’un furgoncino.
Ha dormito a teatro.
In galera.
In barca.
Ha dormito in casotti ferroviari e, una volta, in un castello.
Ha dormito sotto la pioggia.
Sotto il sole rovente, ha dormito.
A cavallo.
Ha dormito su sedie, banchi di chiesa e alberghi alla moda.
Ha dormito sotto strani tetti tutta la vita.
E adesso dorme sottoterra.
Dorme, dorme e non si sveglia mai.
Come un vecchio re.

(Traduzione di Riccardo Duranti e Francesco Durante)

Sleeping

He slept on his hands.
On a rock.
On his feet.
On someone else’s feet.
He slept on buses, trains, in airplanes.
Slept on duty.
Slept beside the road.
Slept on a sack of apples.
He slept in a pay toilet.
In a hayloft.
In the Super Dome.
Slept in a Jaguar, and in the back of a pickup.
Slept in theaters.
In jail.
On boats.
He slept in line shacks and, once, in a castle.
Slept in the rain.
In blistering sun he slept.
On horseback.
He slept in chairs, churches, in fancy hotels.
He slept under strange roofs all his life.
Now he sleeps under the earth.
Sleeps on and on.
Like an old king.

Litania, Billy Collins

Tu sei il pane e il coltello,
il calice di cristallo e il vino…
—Jacques Crickillon

Tu sei il pane e il coltello,
il calice di cristallo e il vino.
Tu sei la rugiada sull’erba del mattino,
la ruota di fuoco del sole.
Tu sei il grembiule del fornaio
e gli uccelli delle paludi subito in volo.

Non sei tuttavia il vento nell’orto,
le prugne alla cassa,
o il castello di carte.
E di sicuro neanche il profumo di pino nell’aria.
Non c’è verso tu sia il profumo di pino nell’aria.

E’ possibile invece tu sia il pesce sotto al ponte,
finanche il piccione sul capo del generale,
ma non sei per niente vicino ad essere
il campo di fiordalisi all’imbrunire.

E un’occhiata rapida allo specchio ti dirà
che non sei neanche gli stivali in quell’angolo
né la barca che dorme nella rimessa.

Ti interesserà forse sapere,
a proposito della ricchezza del linguaggio figurato,
che io sono il suono della pioggia sui tetti.

Sono, per caso, anche una stella cadente,
il giornale della sera portato dal vento in una stradina
e la cesta di castagne sul tavolo della cucina.

Sono anche la luna tra gli alberi
e la tazza di tè di una donna cieca.
Ma non ti preoccupare, non sono io il pane e il coltello.

Tu sei il pane e il coltello.
E sempre sarai il pane e il coltello,
per non dire il calice di cristallo e, non so come, il vino.

Traduzione Abele Longo, 2009

Litany

You are the bread and the knife,
The crystal goblet and the wine…
-Jacques Crickillon

You are the bread and the knife,
the crystal goblet and the wine.
You are the dew on the morning grass
and the burning wheel of the sun.
You are the white apron of the baker,
and the marsh birds suddenly in flight.

However, you are not the wind in the orchard,
the plums on the counter,
or the house of cards.
And you are certainly not the pine-scented air.
There is just no way that you are the pine-scented air.

It is possible that you are the fish under the bridge,
maybe even the pigeon on the general’s head,
but you are not even close
to being the field of cornflowers at dusk.

And a quick look in the mirror will show
that you are neither the boots in the corner
nor the boat asleep in its boathouse.

It might interest you to know,
speaking of the plentiful imagery of the world,
that I am the sound of rain on the roof.

I also happen to be the shooting star,
the evening paper blowing down an alley
and the basket of chestnuts on the kitchen table.

I am also the moon in the trees
and the blind woman’s tea cup.
But don’t worry, I’m not the bread and the knife.
You are still the bread and the knife.
You will always be the bread and the knife,
not to mention the crystal goblet and–somehow–the wine.

_____________________________________
“Litany” recitata da un bambino di 3 anni (2010)

La natura – è la madre più gentile, Emily Dickinson

La natura – è la madre più gentile,
impaziente con nessun bambino –
il più debole – o il più indocile –
la sua ammonizione pacata –

nella foresta – e sulla collina –
è udita – dal viandante –
mentre richiama uno scoiattolo spericolato –
o un uccello troppo impetuoso –

Com’è soave la sua conversazione –
nei pomeriggi d’estate –
la sua casa – la sua famiglia –
e quando il sole va giù –

la sua voce fra le navate
incita la preghiera timida
del grillo più minuto –
il più indegno fiore –

Quando tutti i bambini dormono –
si allontana quanto basta
per accendere le sue lampade –
poi affacciandosi dal cielo –

con infinito affetto –
e cura più infinita –
portando un dito d’oro alle labbra
impone silenzio – dappertutto –

(Traduzione di Massimo Bacigalupo)

Nature – the Gentlest Mother is

Nature – the Gentlest Mother is,
Impatient of no Child –
The feeblest – or the waywardest –
Her Admonition mild –

In Forest – and the Hill –
By Traveller – be heard –
Restraining Rampant Squirrel –
Or too impetuous Bird –

How fair Her Conversation –
A Summer Afternoon –
Her Household – Her Assembly –
And when the Sun go down –

Her Voice among the Aisles
Incite the timid prayer
Of the minutest Cricket –
The most unworthy Flower –

When all the Children sleep –
She turns as long away
As will suffice to light Her lamps –
Then bending from the Sky –

With infinite Affection –
And infiniter Care –
Her Golden finger on Her lip –
Wills Silence – Everywhere –

Deposi la maschera e mi vidi allo specchio…, Fernando Pessoa

Deposi la maschera e mi vidi allo specchio…
Ero il bimbo di tanti anni fa.
Non ero affatto cambiato…
E’ questo il vantaggio di sapersi togliere la maschera.
Si è sempre il bimbo,
il passato che fu,
il bimbo.
Deposi la maschera, e tornai a metterla.
Così è meglio,
così senza la maschera.
E torno alla persona come a un capolinea.

(Da “Poesie scelte” Fernando Pessoa – Passigli Editori – Traduzione Luigi Panarese)

Depus a máscara e vi-me ao espelho…

Depus a máscara e vi-me ao espelho…
Era a criança de há quantos anos.
Não tinha mudado nada…
É essa a vantagem de saber tirar a máscara.
É-se sempre a criança,
O passado que foi
A criança.
Depus a máscara e tornei a pô-la.
Assim é melhor,
Assim sou a máscara.
E volto à personalidade como a um terminus de linha.

18-8-1934
(Poesias de Álvaro de Campos. Fernando Pessoa. Lisboa: Ática, 1944)

La strada non presa, da “Mountain Interval” (1916), Robert Frost

Due strade a un bivio in un bosco ingiallito,
Peccato non percorrerle entrambe,
Ma un solo viaggiatore non può farlo,
Guardai dunque una di esse indeciso,
Finché non si nascose al mio sguardo;

E presi l’altra, era buona anch’essa,
Anzi forse con qualche ragione in più,
Perché era erbosa e quindi più verde,
Benché il passaggio suppergiù
Le avesse segnate ugualmente,

E ambedue quella mattina eran distese
Nelle foglie che nessun passo aveva marcato.
Oh, prenderò la prima un’altra volta!
Ma pur sapendo che strada porta a strada,
Non credevo che sarei mai ritornato.

Dirò questo con un lungo sospiro
Chissà dove e fra tanti anni a venire:
Due strade a un bivio in un bosco, ed io –
Presi quella meno frequentata,
E da ciò tutta la differenza è nata.

The Road Not Taken

Two roads diverged in a yellow wood,
And sorry I could not travel both
And be one traveler, long I stood
And looked down one as far as I could
To where it bent in the undergrowth;

Then took the other, as just as fair,
And having perhaps the better claim
Because it was grassy and wanted wear,
Though as for that the passing there
Had worn them really about the same,

And both that morning equally lay
In leaves no step had trodden black.
Oh, I kept the first for another day!
Yet knowing how way leads on to way
I doubted if I should ever come back.

I shall be telling this with a sigh
Somewhere ages and ages hence:
Two roads diverged in a wood, and I,
I took the one less traveled by,
And that has made all the difference.

_____________________
Nella vita ci sono tante strade da percorrere e spesso ci troviamo nella condizione di fare una scelta che determinerà un aspetto della nostra esistenza.
Di questo tratta la poesia di Robert Frost (bellissima in lingua originale!) che è divenuta tuttavia celebre principalmente per la parte finale, interpretata come esortazione a seguire la via meno percorsa per condurre la nostra vita lungo i sentieri non battuti dell’autoaffermazione.

Alberi, da “Histoires” (1946), Jacques Prévert

In gergo la gente chiama “foglie” le orecchie
è come se sentissero, come se gli alberi conoscessero la musica
ma la verde lingua degli alberi è un gergo ben più antico
chi può sapere cosa essi dicono quando parlano degli uomini
gli alberi parlano albero
come i bambini parlano bambino

Quando un figlio di donna e uomo
rivolge le sue parole a un albero
l’albero risponde
il bambino capisce
Più tardi il bambino
parla arboricoltura con maestri e genitori

non può più sentire la voce degli alberi
non può più sentire la loro canzone nel vento
Eppure a volte una fanciulla
scoppia in un grido disperato
presso una piazza di cemento armato
di erba triste e terra sporca

questa è … oh… questa è
la tristezza di essere abbandonati
che mi fa gridare aiuto
o la paura che mi dimentichiate
alberi della mia giovinezza
la mia gioventù per davvero

Nell’oasi del ricordo
una sorgente è appena sgorgata
è per farmi piangere
ero così felice nella folla
la folla verde del bosco
con il timore di perdermi e di ritrovarmi

Non dimenticate la vostra piccola amica
alberi della mia foresta.

Arbres

En argot les hommes appellent les oreilles des feuilles
c’est dire comme ils sentent que les arbres connaissent la musique
mais la langue verte des arbres est un argot bien plus ancien
Qui peut savoir ce qu’ils disent lorsqu’ils parlent des humains
les arbres parlent arbre
comme les enfants parlent enfant

Quand un enfant de femme et d’homme
adresse la parole à un arbre
l’arbre répond
l’enfant entend
Plus tard l’enfant
parle arboriculture
avec ses maitres et ses parents

Il n’entend plus la voix des arbres
il n’entend plus leur chanson dans le vent
pourtant parfois une petite fille
pousse un cri de détresse
dans un square de ciment armé
d’herbe morne et de terre souillée

Est-ce… oh… est-ce
la tristesse d’être abandonnée
qui me fait crier au secours
ou la crainte que vous m’oubliiez
arbre de ma jeunesse
ma jeunesse pour de vrai

Dans l’oasis du souvenir
une source vient de jaillir
est-ce pour me faire pleurer
J’étais si heureuse dans la foule
la foule verte de la forêt
avec la crainte de me perdre
et la crainte de me retrouver

N’oubliez pas votre petite amie
arbres de ma forêt.

Scarpe, da “On Love”, Charles Bukowski

quando sei giovane
due
scarpe da donna
con il tacco alto
sole
solette
nel ripostiglio
possono mandarti a fuoco le
ossa;
quando sei vecchio
è solo un paio di scarpe
con
nessuna
dentro
e il risultato
è lo stesso.

(Traduzione di Simona Viciani)

shoes

when you’re young
a pair of
female
high-heeled shoes
just sitting
alone
in the closet
can fire your
bones;
when you’re old
it’s just a pair of shoes
without
anybody
in them
and just as
well.

_____________________
Manoscritto, fine 1985; pubblicato in “You Get So Alone at Times That It Just Makes Sense”.

Attimo, da “Attimo” (2002), Wislawa Szymborska

Cammino sul pendio d’una collina verde.
Erba, tra l’erba fiori
come in un quadretto per bambini.
Il cielo annebbiato, già tinto d’azzurro.
La vista si distende in silenzio sui colli intorno.

Come se qui mai ci fossero stati cambriano e siluriano,
rocce ringhianti l’una all’altra,
abissi gonfiati,
notti fiammeggianti
e giorni nei turbini dell’oscurità.

Come se di qua non si fossero spostate le pianure
in preda a febbri maligne,
brividi glaciali.

Come se solo altrove fossero ribolliti i mari
e si fossero rotte le sponde degli orizzonti.

Sono le nove e trenta, ora locale.
Tutto è al suo posto e in garbata concordia.
Nella valletta un piccolo torrente in quanto tale.
Un sentiero in forma di sentiero da sempre a sempre.
Un bosco dal sembiante di bosco pei secoli dei secoli, amen,
e in alto uccelli in volo nel ruolo di uccelli in volo.

Fin dove si stende la vista, qui regna l’attimo.
Uno di quegli attimi terreni
che sono pregati di durare.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Moment

I walk on the slope of a hill gone green.
Grass, little flowers in the grass,
as in a children’s illustration.
The misty sky’s already turning blue.
A view of other hills unfolds in silence.

As if there’d never been any Cambrians, Silurians,
rocks snarling at crags,
upturned abysses,
no nights in flames
and days in clouds of darkness.

As if plains hadn’t pushed their way here
in malignant fevers,
icy shivers.

As if seas had seethed only elsewhere,
shredding the shores of the horizons.

It’s nine-thirty local time.
Everything’s in its place and in polite agreement.
In the valley a little brook cast as a little brook.
A path in the role of a path from always to ever.
Woods disguised as woods alive without end,
and above them birds in flight play birds in flight.

This moment reigns as far as the eye can reach.
One of those earthly moments
invited to linger.

(Translated from the Polish by Stanisław Barańczak and Clare Cavanagh)

Cupido, monello testardo!, Johann Wolfgang Goethe

Cupido, monello testardo!
M’hai chiesto un riparo per poche ore,
e quanti giorni e notti sei rimasto!
Adesso il padrone in casa mia sei tu!

Sono scacciato dal mio ampio letto;
sto per terra, e di notte mi tormento;
il tuo capriccio attizza fiamma su fiamma nel fuoco,
brucia le scorte d’inverno
e arde me misero.

Hai spostato e scompigliato gli oggetti miei,
io cerco, e sono come cieco e smarrito.
Strepiti senza ritegno, e io temo che l’animula
fugga via per sfuggire te, e abbandoni questa capanna.

Cupido, loser, eigensinniger Knabe!

Cupido, loser, eigenwilliger Knabe!
Du batst mich um Quartier auf einige Stunden.
Wie viele Tag’ und Nächte bist du geblieben!
Und bist nun herrisch und Meister im Hause geworden!

Von meinem breiten Lager bin ich vertrieben;
Nun sitz ich an der Erde, Nächte gequälet;
Dein Mutwill schüret Flamm auf Flamme des Herdes,
Verbrennet den Vorrat des Winters
und senget mich Armen.

Du hast mir mein Geräte verstellt und verschoben;
Ich such und bin wie blind und irre geworden.
Du lärmst so ungeschickt; ich fürchte das Seelchen
Entflieht, um dir zu entfliehn, und räumet die Hütte.

Johann Wolfgang von Goethe: Italienische Reise – Kapitel 82

_____________________
E’ una delle poche poesie di cui si sa per certo che fu composta in Italia.
Goethe la trascrisse anche nel Viaggio in Italia (resoconto del gennaio 1788).
L’animula: Goethe si riferisce probabilmente alla “animula vagula blandula” di una poesia scritta dall’imperatore Adriano poco prima della morte, di cui riferisce la Vita Hadriani.