Aubade, da “Balistica”, Billy Collins

Se vivessi nella casa di fronte a me
e se fossi seduto al buio
sul bordo del letto
alle cinque del mattino,

mi potrei chiedere che cosa ci fa
la luce accesa nel mio studio a quest’ora,
eppure eccomi alla mia scrivania
nel mio studio a chiedermi la stessa identica cosa.

So che non dovevo alzarmi così presto
per aprire con un coltellino
i pacchi di giornali all’edicola
come potrebbe pensare l’uomo della casa di fronte.

È ovvio che non sono un agricoltore o un lattaio.
E non sono l’uomo della casa di fronte
che siede al buio perché sonno
è sua madre e lui è uno dei suoi tanti orfani.

Forse sono sveglio solo per ascoltare
il tenue stridulo tintinnio,
del tungsteno nell’unica lampadina
che ha lo stesso suono del fruscio degli alberi.

O il mio compito è solo quello di stare seduto immobile
come il bicchiere d’acqua sul comodino
dell’uomo della casa di fronte,
immobile con la fotografia di mia moglie in cornice?

Ma ecco il primo uccello che consegna il suo canto,
ed ecco il motivo del mio essere in piedi:
per catturare la canzone di tre note di quell’uccello
e aspettare ora assieme a lui una risposta.

Aubade

If I lived across the street from myself
and I was sitting in the dark
on the edge of the bed
at five o’clock in the morning,

I might be wondering what the light
was doing on in my study at this hour,
yet here I am at my desk
in the study wondering the very same thing.

I know I did not have to rise so early
to cut open with a penknife
the bundles of papers at a newsstand
as the man across the street might be thinking.

Clearly, I am not a farmer or a milkman.
And I am not the man across the street
who sits in the dark because sleep
is his mother and he is one of her many orphans.

Maybe I am awake just to listen
to the faint, high-pitched ringing
of tungsten in the single lightbulb
which sounds like the rustling of trees.

Or is it my job simply to sit as still
as the glass of water on the night table
of the man across the street,
as still as the photograph of my wife in a frame?

But there’s the first bird to deliver his call,
and there’s the reason I am up —
to catch the three-note song of that bird
and now to wait with him for some reply.

Un amore felice, Wislawa Szymborska

Un amore felice. È normale?
È serio? È utile?
Che se ne fa il mondo di due esseri
che non vedono il mondo?

Innalzati l’uno verso l’altro senza alcun merito,
i primi qualunque tra un milione, ma convinti
che doveva andare così – in premio di che? Di nulla;
la luce giunge da nessun luogo –
perché proprio su questi, e non su altri?
Ciò offende la giustizia? Sì.
Ciò infrange i principi accumulati con cura?
Butta giù la morale dal piedistallo? Sì, infrange e butta giù.

Guardate i due felici:
se almeno dissimulassero un po’,
si fingessero depressi, confortando così gli amici!
Sentite come ridono – è un insulto.
In che lingua parlano – comprensibile all’apparenza.
E tutte quelle loro cerimonie, smancerie,
quei bizzarri doveri reciproci che s’inventano −
sembra un complotto contro l’umanità!

È difficile immaginare dove si finirebbe
se il loro esempio fosse imitabile.
Su cosa potrebbero contare religioni, poesie,
di che ci si ricorderebbe, a che si rinuncerebbe,
chi vorrebbe restare più nel cerchio?

Un amore felice. Ma è necessario?
Il tatto e la ragione impongono di tacerne
come d’uno scandalo nelle alte sfere della Vita.
Magnifici pargoli nascono senza il suo aiuto.
Mai e poi mai riuscirebbe a popolare la terra,
capita, in fondo, di rado.
Chi non conosce l’amore felice
dica pure che in nessun luogo esiste l’amore felice.

Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

True Love

True love. Is it normal
is it serious, is it practical?
What does the world get from two people
who exist in a world of their own?

Placed on the same pedestal for no good reason,
drawn randomly from millions but convinced
it had to happen this way – in reward for what?
For nothing.
The light descends from nowhere.
Why on these two and not on others?
Doesn’t this outrage justice? Yes it does.
Doesn’t it disrupt our painstakingly erected principles,
and cast the moral from the peak? Yes on both accounts.

Look at the happy couple.
Couldn’t they at least try to hide it,
fake a little depression for their friends’ sake?
Listen to them laughing – its an insult.
The language they use – deceptively clear.
And their little celebrations, rituals,
the elaborate mutual routines –
it’s obviously a plot behind the human race’s back!

It’s hard even to guess how far things might go
if people start to follow their example.
What could religion and poetry count on?
What would be remembered? What renounced?
Who’d want to stay within bounds?

True love. Is it really necessary?
Tact and common sense tell us to pass over it in silence,
like a scandal in Life’s highest circles.
Perfectly good children are born without its help.
It couldn’t populate the planet in a million years,
it comes along so rarely.

Let the people who never find true love
keep saying that there’s no such thing.

Their faith will make it easier for them to live and die.

(Translated from the Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

Fine giornata, da “Les Fleurs du Mal”, Charles Baudelaire

Sotto una luce sbiadita
gira, danza, corre a caso,
chiassosa e impura la Vita.
Così, quando, voluttuosa,

sale Notte all’orizzonte
e la fame infine acquieta,
e tutto annulla, anche l’onta,
“Oh!, finalmente! – il Poeta

dice – in me vertebre e mente
gridan pace ardentemente.
Invaso da sogni funebri,

mi sdraierò sulla schiena,
m’avvolgerò nella tela
di refrigeranti tenebre”.

(Trad. Antonio Prete)

La fin de la journée

Sous une lumière blafarde
Court, danse et se tord sans raison
La Vie, impudente et criarde.
Aussi, sitôt qu’à l’horizon

La nuit voluptueuse monte,
Apaisant tout, même la faim,
Effaçant tout, même la honte,
Le Poète se dit : ” Enfin!

“Mon esprit, comme mes vertèbres,
Invoque ardemment le repos;
Le coeur plein de songes funèbres,

Je vais me coucher sur le dos
Et me rouler dans vos rideaux,
Ô rafraîchissantes ténèbres! “

Angelo, James Merrill

Sopra la mia scrivania, ronzante e borioso,
(anche se appena più grande di un colibrì)
in vesti finemente intessute, scuola di Van Eyck,
aleggia un visitatore palesemente angelico.
Punta l’indice alla finestra
verso il vuoto cristallino, le vaporose
esalazioni dalle case e dalla gente che corre a casa
via dal sole freddo che martella il mare,
mentre con l’altra mano
indica il pianoforte
dove la Sarabanda numero 1 è aperta
al passaggio che non saprò mai padroneggiare
ma che ha già, senza alcuno sforzo, padroneggiato me.
Apre la bocca come per dire, o per cantare:
“Tra il mondo che Dio ha creato
e questa musica di Satie,
scorti solo attraverso uno schermo, ma completi,
radiosi e voluti,
che esigono lode, esigono resa,
come fai a startene seduto davanti al tuo taccuino?
Cosa credi di fare?”
Invece non dice niente—saggiamente: potrei elencare
qualche pecca del mondo di Dio, o di quello di Satie; del resto
come ha acquisito la sua predilezione per Satie?
Un po’ per provocarlo, torno a concentrarmi sulla pagina,
le frasi ancora grumose, incoerenti.
Il minuscolo angelo scuote la testa.
Non c’è sorriso sul suo volto tondo, imberbe.
Non vuole che nemmeno questi pochi versi vengano scritti.

(Trad. Damiano Abeni e Moira Egan)

Angel

Above my desk, whirring and self-important
(Though not much larger than a hummingbird)
In finely woven robes, school of Van Eyck,
Hovers an evidently angelic visitor.
He points one index finger out the window
At winter snatching to its heart,
To crystal vacancy, the misty
Exhalations of houses and of people running home
From the cold sun pounding on the sea ;
While with the other hand
He indicates the piano
Where the Sarabande No. 1 lies open
At a passage I shall never master
But which has already, and effortlessly, mastered me.
He drops his jaw as if to say, or sing,
“Between the world God made
And this music of Satie,
Each glimpsed through veils, but whole,
Radiant and willed,
Demanding praise, demanding surrender,
How can you sit there with your notebook ?
What do you think you are doing?”
However he says nothing — wisely : I could mention
Flaws in God’s world, or Satie’s ; and for that matter
How did he come by his taste for Satie ?
Half to tease him, I turn back to my page,
Its phrases thus far clotted, unconnected.
The tiny angel shakes his head.
There is no smile on his round, hairless face.
He does not want even these few lines written.

Reputo – Se mi metto a contare -, Emily Dickinson

Reputo – Se mi metto a contare –
Primi – i Poeti – Poi il Sole –
Poi l’Estate – Poi il Cielo di Dio –
E poi – la Lista è fatta –
Ma, ripensandoci – i Primi sembrano proprio
Comprendere il Tutto –
Gli Altri appaiono un’inutile Esibizione –
Così scrivo – Poeti – E basta –

La loro Estate – dura un Anno Intero –
Possono permettersi un Sole
Che l’Oriente – riterrebbe esagerato –
E ammesso che il Cielo finale –

Sia Bello come quello che Dischiudono
A Coloro che Li venerano –
Esso è una Grazia troppo ardua –
Per giustificare il Sogno –

(Trad. di Giuseppe Ierolli)

I reckon – When I count at all –

I reckon – When I count at all –
First – Poets – Then the Sun –
Then Summer – Then the Heaven of God –
And then – the List is done –
But, looking back – the First so seems
To Comprehend the Whole –
The Others look a needless Show –
So I write – Poets – All –

Their Summer – lasts a Solid Year –
They can afford a Sun
The East – would deem extravagant –
And if the final Heaven –

Be Beautiful as they Disclose
To Those who worship Them –
It is too difficult a Grace –
For justify the Dream –

Il mio fallimento, da “Horses Don’t Bet on People and Neither Do I”, Charles Bukowski

penso ai diavoli dell’inferno
e fisso un
bel vaso di
fiori
mentre la donna in camera mia
rabbiosa accende e spegne la luce
di continuo.
abbiamo litigato di
brutto
e io me ne sto qui seduto a fumare
sigarette
indiane
e intanto alla radio le
preghiere di un cantante lirico non
sono nella mia
lingua.
fuori, la finestra alla
mia sinistra rivela le luci
notturne della
città e io vorrei solo
avere il coraggio di
spezzare questo semplice orrore
e rimettere le cose
a posto
ma la mia rabbia meschina
me lo
impedisce.

mi rendo conto che l’inferno è solo quello che ci
creiamo noi,
a fumare queste sigarette,
qui ad aspettare,
qui a fantasticare,
mentre nell’altra stanza
lei continua a
starsene lì ad
accendere e spegnere
la luce,
accendere e
spengnere.

(Trad. Damiano Abeni)

My failure

I think of devils in hell
and stare at a
beautiful vase of
flowers
as the woman in my bedroom
angrily switches the light
on and off.
we have had a very bad
argument
and I sit in here smoking
cigarettes from
India
as on the radio an
opera singer’s prayers are
not in my
language.
outside, the window to
my left reveals the night
lights of the
city and I only wish
I had the courage to
break through this simple horror
and make things well
again
but my petty anger
prevents
me.

I realize hell is only what we
create,
smoking these cigarettes,
waiting here,
wondering here,
while in the other room
she continues to
sit and
switch the light
on and off,
on and
off.

Monologo di un cane coinvolto nella storia, Wislawa Szymborska

Ci sono cani e cani. Io ero un cane eletto.
Con un buon pedigree e sangue di lupo nelle vene.
Abitavo su un’altura, inalando profumi di vedute
su prati soleggiati, abeti bagnati dalla pioggia
e zolle di terra tra la neve.

Avevo una bella casa e servitù.
Ero nutrito, lavato, spazzolato,
condotto a fare belle passeggiate.
Ma, con rispetto, senza confidenze.
Tutti sapevano bene chi ero.

Ogni bastardo rognoso è capace di avercelo un padrone.
Attenti però – lungi dai paragoni.
Il mio padrone era unico nel suo genere.
Una muta imponente lo seguiva a ogni passo
fissandolo con ammirazione timorosa.

Per me c’erano sorrisetti
di malcelata invidia.
Perché solo io avevo diritto
di accoglierlo con salti veloci,
solo io – di salutarlo tirandogli i calzoni.
Solo a me era permesso,
con la testa sulle sue ginocchia,
accedere a carezze e a tirate di orecchie.
Solo io con lui potevo far finta di dormire,
e allora si chinava sussurrandomi qualcosa.

Con gli altri si arrabbiava spesso, ad alta voce.
Ringhiava, latrava contro di loro,
correva da una parete all’altra.
Penso che solo a me volesse bene,
e a nessun altro, mai.

Avevo anche doveri: aspettare, fidarmi.
Perché compariva per poco e spariva per molto.
non so cosa lo trattenesse lì, nelle valli.
Intuivo però che si trattava di faccende pressanti,
perlomeno pressanti
quanto per me lottare con i gatti
e tutto ciò che si muove inutilmente.

C’è destino e destino. Il mio mutò di colpo.
Giunse una primavera,
e lui non era accanto a me.
In casa si scatenò uno strano andirivieni.
Bauli, valigie, cofani cacciati nelle auto.
Le ruote sgommando scendevano giù in basso
e si zittivano dietro la curva.

Sulla terrazza bruciavano vecchiumi, stracci,
casacche gialle, fasce con emblemi neri
e molti, moltissimi cartoni fatti a pezzi
da cui cadevano fuori bandierine.

Gironzolavo in quel caos
più stupito che irato.
Sentivo sul pelo sguardi sgradevoli.
Quasi io fossi un cane abbandonato,
un randagio molesto
che già dalle scale si scaccia con la scopa.

Uno mi strappò il collare borchiato d’argento.
Uno mi diede un calcio alla ciotola da giorni vuota.
E poi l’ultimo, prima di partire,
si sporse dalla cabina di guida
e mi sparò due volte.

Neanche capace di colpire nel segno,
così la mia morte fu lenta e dolorosa
nel ronzio di mosche spavalde.
Io, il cane del mio padrone.

Monologue of a Dog Ensnared in History

There are dogs and dogs. I was among the chosen.
I had good papers and wolf’s blood in my veins.
I lived upon the heights inhaling the odors of views:
meadows in sunlight, spruces after rain,
and clumps of earth beneath the snow.

I had a decent home and people on call,
I was fed, washed, groomed,
and taken for lovely strolls.
Respectfully, though, and comme il faut.
They all knew full well whose dog I was.

Any lousy mutt can have a master.
Take care, though — beware comparisons.
My master was a breed apart.
He had a splendid herd that trailed his every step
and fixed its eyes on him in fearful awe.

For me they always had smiles,
with envy poorly hidden.
Since only I had the right
to greet him with nimble leaps,
only I could say good-bye by worrying his trousers with my teeth.
Only I was permitted
to receive scratching and stroking
with my head laid in his lap.
Only I could feign sleep
while he bent over me to whisper something.

He raged at others often, loudly.
He snarled, barked,
raced from wall to wall.
I suspect he liked only me
and nobody else, ever.

I also had responsibilities: waiting, trusting.
Since he would turn up briefly, and then vanish.
What kept him down there in the lowlands, I don’t know.
I guessed, though, it must be pressing business,
at least as pressing
as my battle with the cats
and everything that moves for no good reason.

There’s fate and fate. Mine changed abruptly.
One spring came
and he wasn’t there.
All hell broke loose at home.
Suitcases, chests, trunks crammed into cars.
The wheels squealed tearing downhill
and fell silent round the bend.

On the terrace scraps and tatters flamed,
yellow shirts, armbands with black emblems
and lots and lots of battered cartons
with little banners tumbling out.

I tossed and turned in this whirlwind,
more amazed than peeved.
I felt unfriendly glances on my fur.
As if I were a dog without a master,
some pushy stray
chased downstairs with a broom.

Someone tore my silver-trimmed collar off,
someone kicked my bowl, empty for days.
Then someone else, driving away,
leaned out from the car
and shot me twice.

He couldn’t even shoot straight,
since I died for a long time, in pain,
to the buzz of impertinent flies.
I, the dog of my master.

(From the collection “Monologue of a Dog: New Poems (2005)”, translated into English by Clare Cavanagh and Stanislaw Baranczak, and published by Harcourt Inc, in 2006)

Palme, Juan Vicente Piqueras

Nasciamo dalla sete. Siamo palme
che crescono a forza di perdere
i propri rami. I tronchi son ferite,
cicatrici rimarginate dal vento e dalla luce,
quando il tempo, quello che fa e quello che passa,
occupa il cuore e lo trasforma in nido
di perdite, ne erige
il suo tempio, la sua aspra colonna.

E per questo le palme sono allegre
come quelli che hanno saputo soffrire in solitudine
e ora si cullano nell’aria, spazzano nubi
e dalle loro chiome consegnano
cantici alla luce, fonti di fuoco,
ventagli a Dio, addio a tutto.
Tremano, testimoni di un miracolo
che conoscono soltanto loro.

Siamo come la sete delle palme
e ogni ferita aperta verso la luce
ci fa sempre più alti, più felici.
Perdite sono i nostri tronchi, trono
il nostro dolore. Non è bello
soffrire ma bisogna aver sofferto
per sentire, annidata nel sangue,
la meraviglia dei sopravvissuti
che ringraziano l’aria, e scoppiare
per l’alta gioia in mezzo al deserto.

(Trad. di Raffaella Marzano)

Palmeras

Nacemos de la sed. Somos palmeras
que van creciendo a fuerza de perder
sus ramas. Y sus troncos son heridas,
cicatrices que el viento y la luz cierran,
cuando el tiempo, el que hace y el que pasa,
ocupa el corazón y lo hace nido
de pérdidas, erige
en él su templo, su áspera columna.

Por eso las palmeras son alegres
como los que han sabido sufrir en soledad
y se mecen al aire, barren nubes
y entregan en sus copas
salomas a la luz, fuentes de fuego,
abanicos a dios, adiós a todo.
Tiemblan como testigos de un milagro
que sólo ellas conocen.

Somos como la sed de las palmeras,
y cada herida abierta hacia la luz
nos va haciendo más altos, más alegres.
Nuestros troncos son pérdidas. Es trono
nuestro dolor. Es malo
sufrir pero es preciso haber sufrido
para sentir, como un nido en la sangre,
el asombro de los supervivientes
al aire agradecidos, y estallar
de alta alegría en medio del desierto.

L’agnello, da “Songs of Innocence”, William Blake

Piccolo agnello chi ti fece?
Lo sai tu chi ti fece
ti diede vita e ti invitò a nutrirti
accanto al ruscello e sopra il prato;
ti diede abiti deliziosi,
i più morbidi abiti di lana brillante;
ti diede una voce così tenera,
che fa gioire tutte le valli!
Piccolo agnello chi ti fece?
Tu sai chi ti fece?

Piccolo agnello, te lo dirò,
Piccolo agnello, te lo dirò!
Egli viene chiamato col tuo nome,
poiché chiama se stesso Agnello:
è docile e mite;
divenne un piccolo bambino:
io un bambino e tu un agnello,
siamo chiamati col suo nome.
Piccolo agnello, Dio ti benedica!
Piccolo agnello, Dio ti benedica!

The Lamb

Little Lamb who made thee?
Dost thou know who made thee
gave thee life, and bid thee feed
by the stream and o’er the mead;
gave thee clothing of delight,
softest clothing wooly bright;
gave thee such a tender voice,
making all the vales rejoice!
Little Lamb who made thee?
Dost thou know who made thee?

Little Lamb I’ll tell thee,
little Lamb I’ll tell thee!
He is called by thy name,
for he calls himself a Lamb:
he is meek and he is mild,
he became a little child:
I a child and thou a lamb,
we are called by his name.
Little Lamb, God bless thee!
little Lamb, God bless thee!

Viviamo in tempi infami, Paul Verlaine

Viviamo in tempi infami
dove il matrimonio delle anime
deve suggellare l’unione dei cuori;
in quest’ora di orribili tempeste
non è troppo aver coraggio in due
per vivere sotto tali vincitori.

Di fronte a quanto si osa
dovremo innalzarci,
sopra ogni cosa, coppia rapita
nell’estasi austera del giusto,
e proclamare con un gesto augusto
il nostro amore fiero, come una sfida.

Ma che bisogno c’è di dirtelo.
Tu la bontà, tu il sorriso,
non sei tu anche il consiglio,
il buon consiglio leale e fiero,
bambina ridente dal pensiero grave
a cui tutto il mio cuore dice: Grazie!

Nous sommes en des temps infâmes

Nous sommes en des temps infâmes
Où le mariage des âmes
Doit sceller l’union des coeurs;
A cette heure d’affreux orages
Ce n’est pas trop de deux courages
Pour vivre sous de tels vainqueurs.

En face de ce que l’on ose
Il nous siérait, sur toute chose,
De nous dresser, couple ravi
Dans l’extase austère du juste,
Et proclamant d’un geste auguste
Notre amour fier, comme un défi.

Mais quel besoin de te le dire?
Toi la bonté, toi le sourire,
N’es-tu pas le conseil aussi,
Le bon conseil loyal et brave,
Enfant rieuse au penser grave,
A qui, tout mon coeur dit : merci!