Cosa ha detto il dottore, Raymond Carver

Ha detto che la situazione non è buona
ha detto che anzi è brutta, molto brutta
ha detto ne ho contati trentadue su un solo polmone prima
di smettere di contarli
allora io ho detto meno male non vorrei sapere
quanti altri ce ne stanno oltre a quelli
e lui ha detto lei è religioso s’inginocchia
nelle radure del bosco si lascia andare a invocare aiuto
quando arriva a una cascata
con gli spruzzi che le colpiscono il viso e le braccia
si ferma a chiedere comprensione in momenti del genere
e io ho detto non ancora ma intendo cominciare subito
lui ha detto mi dispiace veramente ha detto
vorrei tanto darle notizie di tutto un altro genere
e io ho detto Amen e lui ha detto qualche altra cosa
che non ho capito e non sapendo cos’altro fare
siccome non volevo che lui dovesse ripeterla
e io digerire pure quella
me lo sono guardato
per un po’ e lui ha guardato me e a quel punto
sono saltato su e ho stretto la mano di quest’uomo che mi aveva appena dato
qualcosa che nessuno al mondo mi ha mai dato prima
mi sa che l’ho pure ringraziato tanta è la forza dell’abitudine

(Traduzione di Riccardo Duranti e Francesco Durante)

What The Doctor Said

He said it doesn’t look good
he said it looks bad in fact real bad
he said I counted thirty-two of them on one lung before
I quit counting them
I said I’m glad I wouldn’t want to know
about any more being there than that
he said are you a religious man do you kneel down
in forest groves and let yourself ask for help
when you come to a waterfall
mist blowing against your face and arms
do you stop and ask for understanding at those moments
I said not yet but I intend to start today
he said I’m real sorry he said
I wish I had some other kind of news to give you
I said Amen and he said something else
I didn’t catch and not knowing what else to do
and not wanting him to have to repeat it
and me to have to fully digest it
I just looked at him
for a minute and he looked back it was then
I jumped up and shook hands with this man who’d just given me
something no one else on earth had ever given me
I may have even thanked him habit being so strong

Urgentemente, Eugénio De Andrade

È urgente l’amore.
È urgente una barca in mare.

È urgente distruggere certe parole,
odio, solitudine e crudeltà,
alcuni lamenti,
molte spade.

È urgente inventare allegria,
moltiplicare i baci, i raccolti,
è urgente scoprire rose e fiumi
e mattine limpide.

Cade il silenzio sulle spalle e la luce
impura, fino a dolere.
È urgente l’amore, è urgente
restare.

Urgentemente

É urgente o amor.
É urgente um barco no mar.

É urgente destruir certas palavras,
ódio, solidão e crueldade,
alguns lamentos,
muitas espadas.

É urgente inventar alegria,
multiplicar os beijos, as searas,
é urgente descobrir rosas e rios
e manhãs claras.

Cai o silêncio nos ombros e a luz
impura, até doer.
É urgente o amor, é urgente
permanecer.

Urgently

It’s urgent — love.
It’s urgent — a boat upon the sea.

It’s urgent to destroy certain words,
hate, solitude, and cruelty,
some moanings,
many swords.

It’s urgent to invent a joyfulness,
multiply kisses and cornfields,
discover roses and rivers
and glistening mornings — it’s urgent.

Silence and an impure light fall upon
our shoulders till they ache.
It’s urgent — love, it’s urgent
to endure.

(Translated by Alexis Levitin)

Respiro, da “Più buio” (1970), Mark Strand

Quando li vedi
di’ loro che io ci sono ancora,
che mi reggo su una gamba mentre l’altra sogna,
che solo così si può fare,

che le bugie che dico loro sono diverse
da quelle che dico a me stesso,
che con lo stare sia qui che oltre
mi sto facendo orizzonte,

che come il sole si leva e cala io conosco il mio posto,
che è il respiro a salvarmi,
che persino le sillabe forzate del declino sono respiro,
che se il corpo è bara è anche madia di respiro,

che il respiro è uno specchio offuscato da parole,
che solo il respiro sopravvive al grido d’aiuto
quando penetra l’orecchio dell’estraneo
e permane ben oltre la scomparsa della parola,

che il respiro è di nuovo l’inizio, che da esso
si stacca ogni resistenza, come il significato si stacca
dalla vita, o il buio si stacca dalla luce,
che il respiro è ciò che do a loro quando mando saluti affettuosi.

Breath

When you see them
tell them I am still here,
that I stand on one leg while the other one dreams,
that this is the only way,

that the lies I tell them are different
from the lies I tell myself,
that by being both here and beyond
I am becoming a horizon,

that as the sun rises and sets I know my place,
that breath is what saves me,
that even the forced syllables of decline are breath,
that if the body is a coffin it is also a closet of breath,

that breath is a mirror clouded by words,
that breath is all that survives the cry for help
as it enters the stranger’s ear
and stays long after the world is gone,

that breath is the beginning again, that from it
all resistance falls away, as meaning falls
away from life, or darkness fall from light,
that breath is what I give them when I send my love.

“Breath” by Mark Strand from New Selected Poems

I nomi, Billy Collins

Questa poesia è dedicata alle vittime dell’11 settembre e a quanti sono loro sopravvissuti

Ieri, ero disteso, sveglio, nel palmo della notte.
Una pioggia leggera è entrata furtiva, senza aiuto di vento;
E quando ho visto il luccichio d’argento alle finestre,
Ho iniziato dalla A, da Ackerman per la precisione,
Poi Baxter e Calabro,
Davis e Eberling, nomi che cadevano a proposito
Come le gocce cadevano nel buio.
Nomi stampati sul soffitto della notte.
Nomi che scivolavano attorno a una piega colma d’acqua.
Ventisei salici sulle rive di un fosso.
Al mattino, sono uscito a piedi scalzi
Tra migliaia di fiori
Gonfi di rugiada come gli occhi di lacrime,
E ognuno aveva un nome –
Fiori inciso su un petalo giallo
Poi Gonzalez e Han, Ishikawa e Jenkins.
Nomi scritti nell’aria
E cuciti al vestito del giorno.
Un nome dietro una foto attaccata a una cassetta della posta.
Monogramma su una maglia strappata,
Ti ho visto sillabato nella vetrina di un negozio
E sulle luminose tende aperte di questa città.
Recito le sillabe mentre svolto un angolo –
Kelly e Lee,
Medina, Nardella e O’Connor.
Quando scruto nel verde,
Vedo un fitto groviglio dove le lettere sono nascoste
Come in un rompicapo per bambini.
Parker e Quigley nei ramoscelli di un frassino,
Rizzo, Schubert, Torres e Upton,
Nascosti nei rami di un vecchio acero.
Nomi scritti nel pallido cielo.
Nomi che salgono con la corrente che si forma tra i palazzi.
Nomi silenziosi nella pietra
O urlati dietro una porta.
Nomi esplosi sulla terra e nel mare.
Nella sera – luce calante, le ultime rondini.
Un ragazzo sul lago alza i remi dall’acqua.
Una donna alla finestra accende una candela,
e il profilo dei nomi si vede nelle nuvole rosa –
Vanacore e Wallace,
(e la X, se può, stia per i nomi di tutti i dispersi)
Poi Young e Ziminsky, l’ultima scossa della zeta.
Nomi incisi sulla punta di uno spillo.
Un nome disteso su un ponte, un altro infilato in un tunnel.
Un nome azzurro iniettato sotto pelle.
Nomi di cittadini, lavoratori, madri e padri,
La figlia dagli occhi luminosi, il figlio intraprendente.
Alfabeti di nomi in un campo verde.
Nomi nelle piccole impronte degli uccelli.
Nomi cavati da un cappello
O in bilico sulla punta della lingua.
Nomi rotolati nell’oscuro magazzino della memoria.
Così tanti nomi, manca quasi lo spazio sui muri del cuore.

(Traduzione di Piero Vereni) 

The Names

Yesterday, I lay awake in the palm of the night.
A soft rain stole in, unhelped by any breeze,
And when I saw the silver glaze on the windows,
I started with A, with Ackerman, as it happened,
Then Baxter and Calabro,
Davis and Eberling, names falling into place
As droplets fell through the dark.
Names printed on the ceiling of the night.
Names slipping around a watery bend.
Twenty-six willows on the banks of a stream.
In the morning, I walked out barefoot
Among thousands of flowers
Heavy with dew like the eyes of tears,
And each had a name —
Fiori inscribed on a yellow petal
Then Gonzalez and Han, Ishikawa and Jenkins.
Names written in the air
And stiched into the cloth of the day.
A name under a photograph taped to a mailbox.
Monogram on a torn shirt,
I see you spelled out on storefront windows
And on the bright unfurled awning of this city.
I say the syllables as I turn a corner —
Kelly and Lee,
Medina, Nardella, and O’Connor.
When I peer into the woods,
I see a thick tangle where letters are hidden
As in a puzzle concocted for children.
Parker and Quigley in the twigs of an ash,
Rizzo, Schubert, Torres, and Upton,
Secrets in the boughs of an ancient maple.
Names written in the pale sky.
Names rising in the updraft amid buildings.
Names silent in stone
Or cried out behind a door.
Names blown over the earth and out to sea.
In the evening — weakening light, the last swallows.
A boy on a lake lifts his oars.
A woman by a window puts a match to a candle,
And the names are outlined on the rose clouds —
Vanacore and Wallace,
(let X stand, if it can, for the ones unfound)
Then Young and Ziminsky, the final jolt of Z.
Names etched on the head of a pin.
One name spanning a bridge, another undergoing a tunnel.
A blue name needled into the skin.
Names of citizens, workers, mothers and fathers,
The bright-eyed daughter, the quick son.
Alphabet of names in a green field.
Names in the small tracks of birds.
Names lifted from a hat
Or balanced on the tip of the tongue.
Names wheeled into the dim warehouse of memory.
So many names, there is barely room on the walls of the heart.

Billy Collins – This poem is dedicated to the victims of September 11 and to their survivors
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Flowers float in the reflecting pool after family members of victims placed them as they gathered at Ground Zero during a 9/11 memorial ceremony on September 11, 2009 in New York City. (Chang W. Lee/Getty Images)

Il blues, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

Gran parte di quel che si dice qui
va detto due volte,
un modo per ricordare che nessuno
ha un interesse immediato per il dolore degli altri.

Nessuno ti starà ad ascoltare, pare,
se ammetti semplicemente
che la tua donna ti ha lasciato questa mattina,
che non si è neppure fermata per dirti addio.

Ma se lo canti due volte
con l’aiuto della band,
che ti porta su, a una chiave
più alta, più ardente, più implorante,

la gente non solo ascolterà:
si sposterà verso i bordi
simpatetici delle sedie,
spinta a una tale acuta attesa

da quell’accordo e dal ritardo che segue,
che non potrà più dormire
fino a quando non avrai liberato col dito
un urlo dalla gola della tua chitarra

e ti sarai girato di nuovo al microfono
per far sapere loro
che sei un uomo dal cuore duro
ma che quella donna, di certo, ti farà piangere.

(Traduzione di Franco Nasi)

The Blues

Much of what is said here
must be said twice,
a reminder that no one
takes an immediate interest in the pain of others.

Nobody will listen, it would seem,
if you simply admit
your baby left you early this morning
she didn’t even stop to say good-bye.

But if you sing it again
with the help of the band
which will now lift you to a higher,
more ardent, and beseeching key,

people will not only listen,
they will shift to the sympathetic
edges of their chairs,
moved to such acute anticipation

by that chord and the delay that follows,
they will not be able to sleep
unless you release with one finger
a scream from the throat of your guitar

and turn your head back to the microphone
to let them know
you’re a hard-hearted man
but that woman’s sure going to make you cry.

Ballata della nostalgia inseparabile, Rafael Alberti

Sempre questa nostalgia, quest’inseparabile
nostalgia che ogni cosa allontana e muta.
Dimmelo tu, albero.

Ti guardo. Mi guardi. E non sei più lo stesso.
E non è lo stesso il vento che ti sferza.
Dimmelo tu, acqua.

Ti bevo. Mi bevi. E non sei più la stessa.
Non è la stessa terra della tua gola.
Dimmelo tu, sogno.

Ti prendo. Mi prendi: E non sei più lo stesso.
Non è lo stesso astro che culla il tuo sonno.
Dimmelo tu, stella.

Ti chiamo. Mi chiami. E non sei più la stessa.
Non è la stessa la chiara notte che ti brucia.
Dimmelo tu, notte.

(da Ballate e canzoni del Maggiore Pazzo)

Balada de la nostalgia inseparable

Siempre esta nostalgia, esta inseparable
nostalgia que todo lo aleja y lo cambia.
Dímelo tú, árbol.

Te miro. Me miras. Y no eres ya el mismo.
ni el mismo viento quien te está azotando.
Dímelo tú, agua.

Te bebo. Me bebes. Y no eres la misma.
Ni es la misma tierra la de tu garganta.
Dímelo tú, tierra.

Te tengo. Me tienes. Y no eres la misma.
Ni es el mismo sueño de amor quien te llena.
Dímelo tú, sueño.

Te tomo. Me tomas. Y no eres ya el mismo.
Ni es la misma estrella quien te está durmiendo.
Dímelo tú, estrella.

Te llamo. Me llamas. Y no eres la misma.
Ni es la misma la noche clara quien te quema.
Dímelo tú, noche.

“Ecco, questo sì che è un gatto bellissimo…”, da “Sui gatti”, Charles Bukowski

Ecco, questo sì che è un gatto bellissimo. Ha la lingua penzoloni, è strabico. Ha la coda mozzata. E’ bellissimo, ha cervello. L’abbiamo portato dal veterinario per fargli fare la radiografia – è stato messo sotto da una macchina. Il dottore dice: “Questo gatto è stato investito due volte, gli hanno sparato, gli hanno tagliato la coda”. Gli ho detto: “Questo gatto sono io”. E’ arrivato alla mia porta che stava morendo di fame. Sapeva benissimo dove venire. Tutti e due siamo barboni sopravvissuti alla strada.

(Traduzione di Simona Viciani)

Now here’s a beautiful cat. Its tongue hangs out, it’s cross-eyed. Its tail is chopped off. He’s beautiful, he’s got sense. We took him to the vet to have him x-rayed – he got hit by a car. The doctor says, “This cat’s been run over twice, he’s been shot, his tail’s been cut off”. I said, “This cat is me”. He came to the door starving to death. He knew right were to come. We’re both bums off the street.

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Brano tratto dall’intervista “Charles Bukowski”, a cura di Penny Grenoble, South Bay, novembre 1981; mai pubblicato in una raccolta.

Bollettino meteorologico, da “Viole nere” (2014), Tess Gallagher

I poeti romeni
ai tempi di Ceausescu, diceva
Liliana, codificavano

la loro opposizione ai despoti
in questo modo: siccome
mancava il gas e avevano freddo, come
tutti, non dovevano fare altro che scrivere

che freddo che fa… tanto freddo e i loro
lettori capivano esattamente cosa volevano dire.
Nessuno finì in galera
per una cosa del genere.

Liliana, nel cuore della notte
scriveva le poesie
indossando i guanti.

Io mi sa che me li tolgo.
Qui si gela.
Un ghiacciaio mi schiaccia il cuore.

(Traduzione di Riccardo Duranti)

Weather Report

The Romanian poets
under Ceausescu, Liliana
said, would codify opposition

to the despots in this manner: because
there was no gas and they were cold, everyone
was cold, all they had to do was write

how cold it is . . . so cold . . . and their
readers knew exactly what was meant.
No one had to go to jail
for that.

Liliana, in the dead of night
writing her poems
with gloves on.

I think I’ll take off my gloves.
It’s freezing in here.
There’s a glacier pressing on my heart.

Valzer, da “Dalla vita degli oggetti” (2012), Adam Zagajewski

Sono così sgargianti i giorni, così chiari,
che la polvere bianca della disattenzione
copre persino le rare esili palme.
Le serpi scivolano silenziose nelle vigne,
ma alla sera il mare si fa cupo e i gabbiani
sospesi nell’aria si muovono appena,
punteggiatura di un più alto scritto.
Sulle tue labbra una goccia di vino.
Le montagne calcaree all’orizzonte si dissolvono
lente mentre una stella appare.
La notte, in piazza, un’orchestra di marinai
in uniformi bianche immacolate
suona un valzer di Šostakovič; piangono
i bimbi, come se intuissero
di cosa parla quella musica allegra.
Siamo stati rinchiusi nella scatola del mondo.
L’amore ci renderà liberi, il tempo ci ucciderà.

(Traduzione di Krystyna Jaworska)

Little Waltz

The days are so vivid, so bright
that even the slim, sparse palms
are covered in the white dust of neglect.
Serpents in the vineyards slither softly,
but the evening sea grows dark and,
suspended overhead like punctuation
in the highest script, the seagulls barely stir.
A drop of wine’s inscribed upon your lips.
The limestone hills slowly melt
on the horizon and a star appears.
At night on the square an orchestra of sailors
dressed in spotless white
plays a little waltz by Shostakovich; small children
cry as if they’d guessed
what the merry music’s really saying.
We’ve been locked in the world’s box,
love sets us free, time kills us.

(Translated by Clare Cavanagh)

Natura morta con palloncino, da “Appello allo yeti” (1996), Wislawa Szyborska

Invece del ritorno dei ricordi
al momento di morire
mi prenoto il ritorno
degli oggetti smarriti.

Da finestre, porte, ecco ombrelli,
valigia, guanti, cappotto,
perché io possa dire:
Che me ne faccio?

Spille, questo e quel pettine,
una rosa di carta, uno spago,
perché io passa dire:
Non rimpiango nulla.

Ovunque tu sia, o chiave,
cerca di arrivare in tempo,
perché io possa dire:
Ruggine, mia cara, ruggine.

Cadrà una nube di certificati,
permessi, moduli,
perché io possa dire:
Tramonta il sole.

Orologio, emergi dal fiume,
lasciati prendere in mano,
perché io possa dire:
Fingi l’ora.

Salterà fuori anche il palloncino
portato via dal vento,
perché io possa dire:
Qui non ci sono bambini.

Vola via per la finestra aperta,
vola via nel vasto mondo,
che qualcuno gridi: Oh!
perché io possa piangere.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Still Life with a Balloon

Returning memories?
No, at the time of death
I’d like to see lost objects
return instead

Avalanches of gloves,
coats, suitcases, umbrellas –
come, and I’ll say at last:
What good’s all this?

Safety pins, two odd combs,
a paper rose, a knife,
some string-come, and I’ll say
at last: I haven’t missed you.

Please turn up, key, come out,
wherever you’ve been hiding,
in time for me to say:
You’ve gotten rusty, my friend!

Downpours of affidavits,
permits and questionnaires,
rain down and I will say:
I see the sun behind you.

My watch, dropped in a river,
bob up and let me seize you-
then, face to face, I’ll say:
Your so-called time is up.

And lastly, toy balloon
once kidnapped by the wind –
come home, and I will say:
There are no children here.

Fly out the open window
and into the wide world;
let someone else shout “Look!”
and I will cry.

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)