Che non verrà mai di nuovo, Emily Dickinson

Che non verrà mai di nuovo
È ciò che rende la vita così dolce.
Credere a ciò che non crediamo
Non rallegra.

Che se sarà, sarà al più
Un patrimonio estraneo –
Questo istiga un appetito
Precisamente opposto.

(Traduzione di Giuseppe Ierolli)

“L’unicità della vita, la sua impermanenza porta a desiderare ciò che dura, l’assoluto e l’eterno.”
Bianca Tarozzi

That it will never come again

That it will never come again
Is what makes life so sweet.
Believing what we dont believe
Does not exhilarate.

That if it be, it be at best
An ablative estate –
This instigates an appetite
Precisely opposite.

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Sergei Polunin – Merck Russia Project Bolero – Music: “Bolero, M. 81” Composer: Maurice Ravel Performed by Pierre Boulez

Questo video, girato a San Pietroburgo a marzo, è stato presentato in anteprima durante la Giornata Mondiale della Sclerosi Multipla a maggio 2021. Si tratta di una collaborazione con il colosso farmaceutico Merck per sensibilizzare sulla sclerosi multipla attraverso il loro programma “Live a full Life”.
La musica è il Bolero di Ravel, con la coreografia di Ross Freddie Ray e gli straordinari sfondi dell’artista visivo di Hollywood Teun van der Zalm (Star Wars e altri film futuristici)
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Blues in memoria, da “La verità, vi prego, sull’amore” (1994), Wystan Hugh Auden

Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,
fate tacere il cane con un osso succulento,
chiudete il pianoforte, e tra un rullio smorzato
portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.

Incrocino aeroplani lamentosi lassù
e scrivano sul cielo il messaggio Lui È Morto,
allacciate nastri di crespo al collo bianco dei piccioni,
i vigili si mettano guanti di tela nera.

Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed Ovest,
la mia settimana di lavoro e il mio riposo la domenica,
il mio mezzodì, la mezzanotte, la mia lingua, il mio canto;
pensavo che l’amore fosse eterno: e avevo torto.

Non servon più le stelle: spegnetele anche tutte;
imballate la luna, smontate pure il sole;
svuotatemi l’oceano e sradicate il bosco;
perché ormai più nulla può giovare.

(Traduzione di Gilberto Forti)

Funeral Blues

Stop all the clocks, cut off the telephone,
Prevent the dog from barking with a juicy bone,
Silence the pianos and with muffled drum
Bring out the coffin, let the mourners come.

Let aeroplanes circle moaning overhead
Scribbling on the sky the message ‘He is Dead’.
Put crepe bows round the white necks of the public doves,
Let the traffic policemen wear black cotton gloves.

He was my North, my South, my East and West,
My working week and my Sunday rest,
My noon, my midnight, my talk, my song;
I thought that love would last forever: I was wrong.

The stars are not wanted now; put out every one,
Pack up the moon and dismantle the sun,
Pour away the ocean and sweep up the wood;
For nothing now can ever come to any good.

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HAUSER performing Adagio for Strings by Samuel Barber – (Museum of Fine Arts, Budapest)

Labirinto, da “José Saramago, Le poesie” (2002), José Saramago

In me ti perdo, notturna apparizione,
nel bosco degl’inganni, nell’assenza,
nel nebbioso grigiore della distanza,
nel lungo corridoio di porte finte.

Dal tutto si fa il nulla, e questo nulla
di un corpo vivo subito si popola,
come le isole che fluttuano nel sogno,
brumose, nella memoria ritornata.

In me ti perdo, dico, quando la notte
sulla mia bocca colloca il sigillo
dell’enigma che, detto, si rianima
e si avvolge nei fumi del segreto.

Nei giri e nei rigiri che m’adombrano,
nell’andare a tentoni a occhi aperti,
qual è del labirinto il portone,
dove il raggio di sole, i passi certi?

In me ti perdo, insisto, in me ti sfuggo,
in me cristalli fondono e s’infrangono,
ma quando il corpo cede per stanchezza
in te mi vinco e salvo, in te mi trovo.

(Traduzione di Fernanda Toriello)

Labirinto

Em mim te perco, aparição nocturna,
Neste bosque de enganos, nesta ausência,
Na cinza nevoenta da distância,
No longo corredor de portas falsas.

De tudo se faz nada, e esse nada
De um corpo vivo logo se povoa,
Como as ilhas do sonho que flutuam,
Brumosas, na memória regressada.

Em mim te perco, digo, quando a noite
Vem sobre a boca colocar o selo
Do enigma que, dito, ressuscita
E se envolve nos fumos do segredo.

Nas voltas e revoltas que me ensombram,
No cego tactear de olhos abertos,
Qual é do labirinto a porta máxima,
Onde a réstia de sol, os passos certos?

Em mim te perco, insisto, em mim te fujo,
Em mim cristais se fundem, se estilhaçam,
Mas quando o corpo quebra de cansado
Em ti me venço e salvo, me encontro em ti.

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Khatia Buniatishvili’s new music video for “La Javanaise” by Serge Gainsbourg from her album “Labyrinth.” – October 9, 2020

Vermont, inizio novembre, da “Balistica” (2011), Billy Collins

Era fra una stagione e l’altra,
dopo il tenue cinguettio dell’autunno
ma prima della gelida potestà dell’inverno,

e ho colto la scena da una veranda,
un quadro con silo e banderuola
e una folla di felci sul bordo del bosco:

nulla di cui valga davvero la pena scrivere,
ma è troppo tardi per fermarsi ora
che le felci e il silo sono stati nominati.

Ho bevuto il mio caffè caldo
e ho preso nota del trattore dismesso
e dell’insegna sbilenca del caseificio.

Non una mattina di quelle
che ti fanno venir voglia di cogliere l’attimo,
neppure una di quelle con abbastanza gloria da indurti

a catturare i giorni alterni,
eppure dopo aver fissato per un po’
i campi arati e il cielo,

sono tornato all’ordine della cucina
deciso a cogliere con fermezza
ogni secondo mercoledì di ogni mese che avevo davanti.

(Traduzione di Franco Nasi)

Vermont, Early November

It was in between seasons,
after the thin twitter of late autumn
but before the icy authority of winter,

and I took in the scene from a porch,
a tableau of silo and weathervane
and a crowd of ferns on the edge of the woods–

nothing worth writing about really,
but it is too late to stop now
that the ferns and the silo have been mentioned.

I drank my warm coffee
and took note of the disused tractor
and the lopsided sign to the cheese factory.

Not one of those mornings
that makes you want to seize the day,
not even enough glory in it to make you want

to grasp every other day,
yet after staring for a while
at the plowed-under fields and the sky,

I turned back to the order of the kitchen
determined to seize firmly
the second Wednesday of every month that lay ahead.

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Mari Samuelsen – Max Richter: November (Live from the Forbidden City, Beijing / 2018)

mentre i cigni girano in cerchio, da “Mentre Buddha sorride” (2015), Charles Bukowski

mentre i cigni girano in cerchio
i veri dannati sono quelli
con vero talento
mentre i cigni girano in cerchio
quelli con vero talento sono i
veri dannati
mentre i cigni girano in cerchio.

(Traduzione di Simona Viciani)

as the swans circle

as the swans circle
the truly damned are the
truly talented
as the swans circle
the truly talented are the
truly damned
as the swans circle.

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Jamie Cullum – The Age of Anxiety (Later… With Jools Holland)

Pensa al tempo passato benevolmente, Emily Dickinson

Pensa al tempo passato benevolmente –
ha senz’altro fatto il suo meglio –
con che dolcezza il sole tremulo affonda
nell’occidente della natura umana –

(Traduzione di Massimo Bacigalupo)

Look back on Time, with kindly eyes –

Look back on Time, with kindly eyes –
He doubtless did his best –
How softly sinks that trembling sun
In Human Nature’s West –

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Maksim performing John Barry’s Somewhere in Time

Vietnam, da “Discorso all’Ufficio oggetti smarriti” (2004), Wislawa Szymborska

Donna, come ti chiami? – Non lo so.
Quando sei nata, da dove vieni? – Non lo so.
Perche’ ti sei scavata una tana sottoterra? – Non lo so.
Da quando ti nascondi qui? – Non lo so.
Perché mi hai morso la mano? – Non lo so.
Sai che non ti faremo del male? – Non lo so.
Da che parte stai? – Non lo so.
Ora c’è la guerra, devi scegliere. – Non lo so.
Il tuo villaggio esiste ancora? – Non lo so.
Questi sono i tuoi figli? – Sì.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Vietnam

“Woman, what’s your name?” “I don’t know.”
“How old are you? Where are you from?” “I don’t know.”
“Why did you dig that burrow?” “I don’t know.”
“How long have you been hiding?” “I don’t know.”
“Why did you bite my finger?” “I don’t know.”
“Don’t you know that we won’t hurt you?” “I don’t know.”
“Whose side are you on?” “I don’t know.”
“This is war, you’ve got to choose.” “I don’t know.”
“Does your village still exist?” “I don’t know.”
“Are those your children?” “Yes.”

E’ un’intensa poesia sulla guerra in Vietnam e sul potere dell’amore materno.
Un dialogo tra soldati e una donna traumatizzata che gli shock della guerra hanno gettato in “modalità sopravvivenza”. Il suo senso di sé è crollato insieme alla sua società: non sa come si chiama, chi sono questi uomini, da quanto tempo si è rifugiata in una tana o da che parte sta la guerra.
Tutto quello che sa è che ha i suoi figli
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Grande numero, da “Grande numero” (1976), Wislawa Szymborska

Quattro miliardi di uomini su questa terra,
ma la mia immaginazione è uguale a prima.
Se la cava male con i grandi numeri.
Continua a commuoverla la singolarità.
Svolazza nel buio come la luce d’una pila,
illumina solo i primi visi che capitano,
mentre il resto se ne va nel non visto,
nel non pensato, nel non rimpianto.
Ma questo neanche Dante potrebbe impedirlo.
E figuriamoci quando non lo si è.
Anche se tutte le Muse venissero a me.

Non omnis moriar – un cruccio precoce.
Ma vivo intera? E questo può bastare?
Non è mai bastato, e tanto meno adesso.
Scelgo scartando, perché non c’è altro modo,
ma quello che scarto è più numeroso,
è più denso, più esigente che mai.
A costo di perdite indicibili – una poesiola, un sospiro.
Alla chiamata tonante rispondo con un sussurro.
Non dirò di quante cose taccio.
Un topo ai piedi della montagna materna.
La vita dura qualche segno d’artiglio sulla sabbia.

Neppure i miei sogni sono popolati come dovrebbero.
C’è più solitudine che folle e schiamazzo.
Vi capita a volte qualcuno morto da tempo.
Una singola mano scuote la maniglia.
La casa vuota si amplia di annessi dell’eco.
Dalla soglia corro giù nella valle
silenziosa, come di nessuno, già anacronistica.

Da dove venga ancora questo spazio in me –
non so.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

A Great Number

Four billion people on this earth,
while my imagination remains as it was.
It clumsily copes with great numbers.
Still it is sensitive to the particular.
It flutters in the dark like a flashlight,
and reveals the first random faces
while all the rest stay unheeded,
unthought of, unlamented.
Yet even Dante could not retain all that.
And what of us?
Even all the Muses could not help.

Non omnis moriar–a premature worry.
Yet do I live entire and does it suffice?
It never sufficed, and especially now.
I choose by discarding, for there is no other means
but what I discard is more numerous,
more dense, more insistent that it ever was.
A little poem, a sigh, cost indescribable losses.
A thunderous call is answered by my whisper.
I cannot express how much I pass over in silence.
A mouse at the foot of a mountain in labor.
Life lasts a few marks of a claw on the sand.
My dreams–even they are not, as they ought to be, populous.

There is more of loneliness in them than of crowds and noise.
Sometimes a person who died long ago drops in for a moment.
A door handle moves touched by a single hand.
An empty house is overgrown with annexes of an echo.
I run from the threshold down into the valley
that is silent, as if nobody’s, anachronic.

How that open space is in me still–
I don’t know.

(Translated from Polish by Czeslaw Milosz)

Debiti, da “Gli amorosi incanti” (2010), Sara Teasdale

Poiché la mia anima ancora
s’appaga del puro respiro
e oppone i suoi frutti superbi
alla morte tenebrosa –
finché sono ancora curiosa
di successo, e d’amore,
finché so innalzare il mio cuore
ben oltre le insidie degli anni –
maledire il destino
non avrebbe un perché:
son io che devo qualcosa alla vita,
non certo lei a me.

(Traduzione di Silvio Raffo)

Debtor

So long as my spirit still
Is glad of breath
And lifts its plumes of pride
In the dark face of death;
While I am curious still
Of love and fame,
Keeping my heart too high
For the years to tame,
How can I quarrel with fate
Since I can see
I am a debtor to life,
Not life to me?

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Alice Sara Ott – Grieg: To Spring (Lyric Pieces Book III), Wonderland

Per venerare i semplici giorni…, Emily Dickinson

Per venerare i semplici giorni
Che portano via le stagioni –
Bisogna solo ricordare
Che da te o da me,
Possono prendere quell’inezia
Detta mortalità!

Per ammantare l’esistenza di un’aria solenne –
Bisogna solo ricordare
Che la Ghianda là
È l’uovo della foresta
Per l’Aria più in alto!

(Traduzione di Giuseppe Ierolli)

NdT: L’intreccio fra l’esistenza umana e la natura è descritto in due strofe parallele: nella prima è la natura che assume connotati mortali, in quanto segue il suo corso insieme a noi; nella seconda, la nostra esistenza viene ammantata di solennità dal nostro essere parte del ciclo naturale, come se fossimo la ghianda che, nella sua minuta semplicità, è comunque capace di essere il germoglio iniziale di una foresta, che troverà il suo rigoglio finale in un cielo per ora troppo alto per essere raggiunto dai nostri occhi.

To venerate the simple days

To venerate the simple days
Which lead the seasons by –
Needs but to remember
That from you or I,
They may take the trifle
Termed mortality!

To invest existence with a stately air –
Needs but to remember
That the Acorn there
Is the egg of forest
For the upper Air!

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Lindsey Stirling – Guardian