Farfalla azzurra, Hermann Hesse

Piccola, azzurra aleggia
una farfalla, il vento la agita,
un brivido di madreperla
scintilla, tremola, trapassa.
Così nello sfavillio d’un momento,
così nel fugace alitare,
vidi la felicità farmi un cenno
scintillare, tremolare, trapassare.

Blauer Schmetterling

Flügelt ein kleiner blauer
Falter vom Wind geweht,
Ein perlmutterner Schauer,
Glitzert, flimmert, vergeht.
So mit Augenblicksblinken,
So im Vorüberwehn
Sah ich das Glück mir winken,
Glitzern, flimmern, vergehn.

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Gnossiennes No.1, No. 3, Gymnopédies No.1, Eric Satie – Alice Sara Ott piano recital part 2

Hanno un sottile profumo…, Emily Dickinson

Hanno un impercettibile Odore – che per me
È metro – ma non solo – è melodia –
E più pungenti nell’estinguersi – indicano –
Il Temperamento – di un Poeta –

(Traduzione di Giuseppe Ierolli)

N.d.T.: Una copia fu inviata a Gertrude Vanderbilt, probabilmente insieme a dei fiori. Ne conosciamo il testo da una trascrizione di Mabel Todd e rispetto a quella riportata sopra, nei fascicoli, ci sono due differenze: “poesy” (“poesia”) al posto di “melody” al verso 2 e “celebrate” (“celebrano”) al posto di “indicate” al verso 3, peraltro presenti come varianti anche nei fascicoli.
In quei probabili fiori possiamo però anche leggere una metafora della poesia: i versi di una poesia lasciano dietro di sé una scia molto simile a un profumo, a un odore che non tutti riescono a percepire, e che diventa a un tempo metro e ritmo, musica e poesia. E se il profumo di quei versi persiste, e anzi aumenta, dopo la morte del loro creatore, allora siamo di fronte a un vero poeta.

They have a little Odor

They have a little Odor – that to me
Is metre – nay – ‘tis melody –
And spiciest at fading – indicate –
A Habit – of a Laureate –

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Yuja Wang: Liszt Piano Concerto No. 1 in E-flat major, S.124 – NDR Elbphilharmonie Orchestra conducted by Alan Gilbert February 27, 2022

Lascia che tutto ti accada bellezza e terrore, da “Libro d’ore” (2008), Rainer Maria Rilke

Dio parla a ciascuno solamente prima ch’egli sia creato,
e con lui esce poi tacendo dalla notte.
Ma le parole, quelle prima dell’inizio di ciascuno,
le parole come nubi, sono queste:

Sospinto dal tuo intendere,
va’ fino al limite del tuo anelare;
dai a me una veste.

Dietro alle cose come incendio, fatti grande,
sicché le loro ombre, diffuse,
coprano sempre me completamente.

Lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore.
Si deve sempre andare: nessun sentire è mai troppo lontano.
Non lasciare che da me tu sia diviso.
Vicina è la terra,
che vita è chiamata.
La riconoscerai
dalla sua solennità.

A me da’ la tua mano.

(Traduzione di Lorenzo Gobbi)

Laß dir Alles geschehn

Gott spricht zu jedem nur, eh er ihn macht,
dann geht er schweigend mit ihm aus der Nacht.
Aber die Worte, eh jeder beginnt,
diese wolkigen Worte, sind:

Von deinen Sinnen hinausgesandt,
geh bis an deiner Sehnsucht Rand;
gieb mir Gewand.

Hinter den Dingen wachse als Brand,
daß ihre Schatten, ausgespannt,
immer mich ganz bedecken.

Laß dir Alles geschehn: Schönheit und Schrecken.
Man muß nur gehn: Kein Gefühl ist das fernste.
Laß dich von mir nicht trennen.
Nah ist das Land,
das sie das Leben nennen.

Du wirst es erkennen
an seinem Ernste.

Gieb mir die Hand.

Let Everything Happen

God speaks to each of us as he makes us,
then walks with us silently out of the night.

These are the words we dimly hear:

You, sent out beyond your recall,
go to the limits of your longing.
Embody me.

Flare up like flame
and make big shadows I can move in.

Let everything happen to you: beauty and terror.
Just keep going. No feeling is final.
Don’t let yourself lose me.

Nearby is the country they call life.
You will know it by its seriousness.

Give me your hand.

(Translated from German by Anita Barrows and Joanna Macy)

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Maksim – Clocks – Coldplay

Nel silenzio degli occhi, da “José Saramago, Le poesie” (2002), José Saramago

In che lingua si dice, in che nazione,
in che altra umanità s’è mai imparato
la parola che metta ordine nel caos
che in questo turbinio s’è formato?
Che sussurro di vento, che dorato
canto d’uccello su alti rami posato
può dire, con suoni, le cose che, tacendo,
nel silenzio degli occhi confessiamo?

(Traduzione di Fernanda Toriello)

No silêncio dos olhos

Em que língua se diz, em que nação,
Em que outra humanidade se aprendeu
A palavra que ordene a confusão
Que neste remoinho se teceu?
Que murmúrio de vento, que dourados
Cantos de ave pousada em altos ramos
Dirão, em som, as coisas que, calados,
No silêncio dos olhos confessamos?

José Saramago
Os Poemas Possíveis
Lisboa, Caminho, 1999

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Brahms Waltz Op 39 No.15 Beatrice Rana, Yannick Nézet-Séguin (Conductor)

L’acqua è insegnata dalla sete, Emily Dickinson

L’acqua, è insegnata dalla sete.
La terra – dagli oceani traversati.
Il trasporto – dallo spasimo –
La pace – dai suoi racconti di battaglie –
L’amore, dalla memoria di un ritratto –
Gli uccelli, dalla neve.

(Traduzione di Giuseppe Ierolli)

L’acqua è vita, è la risorsa naturale più preziosa e non è inesauribile.
Emily Dickinson ci dice che nulla più dell’esperienza drammatica della mancanza, dell’opposto, insegna il valore delle cose
.

Water, is taught by thirst

Water, is taught by thirst.
Land – by the oceans passed.
Transport – by throe –
Peace – by it’s battles told –
Love, by memorial mold –
Birds, by the snow.

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HAUSER & London Symphony Orchestra : “Alone, Together” from Krka Waterfalls, Croatia
Track list:
00:10 Rachmaninov 2nd Piano Concerto
04:59 Swan Lake
07:53 The Nutcracker Suite
12:12 Song From A Secret Garden
15:43 River Flows In You
18:42 The Lonely Shepherd

Il più bello dei mari, Nazim Hikmet

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.

The Most Beautiful Sea

The most beautiful sea
hasn’t been crossed yet.
The most beautiful child:
hasn’t grown up yet.
Our most beautiful days:
we haven’t seen yet.
And the most beautiful words I wanted to tell you
I haven’t said yet…

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2CELLOS Luka Sulic and Stjepan Hauser playing Chariots of Fire by Vangelis with London Symphony Orchestra

Canada, da “A vela in solitaria intorno alla stanza” (2013), Billy Collins

Scrivo questo su una striscia di corteccia di betulla bianca
che ho tagliato da un albero con un temperino.
Non c’è altro modo per esprimere adeguatamente
l’immensità delle nubi che corrono sulle fattorie
e sui laghi fra i boschi dell’Ontario e l’illimitata visibilità
che ti offre, su un piatto di portata, l’orizzonte.

E scrivo questo in una canoa di legno,
punto di equilibrio in mezzo al lago Couchiching,
appoggiando la corteccia di betulla alle ginocchia.
Sento le mani del sole sulla schiena nuda,
ma penso all’inverno,
la neve ammucchiata in tutte le province
e alla solennità delle lunghe navi che trasportano grano
che passano i freddi mesi ormeggiate a Owen Sound.

O Canada, come dice l’inno,
scenario delle mie estati d’infanzia,
tu sei il pacchetto di Sweet Caporals sul tavolo.
tu sei il morbido fischio di colomba del treno nella notte,
tu sei la sedia vuota in fondo al molo vuoto.
Tu sei gli scaffali di libri in un cottage sul lago:
Dono dal mare di Anne Morrow Lindbergh,
Il giardino dei versi di Robert Louis Stevenson,
Anna dai capelli rossi di L.M. Montgomery,
Allora vai a Parigi! di Clara E. Laughlin,
e Pericolo sull’aeroporto, uno
della serie Vicky Barr, l’assistente di volo,
di Helen Wells che qualcuno ricorderà
come autrice delle storie dell’infermiera Cherry Ames.

Che ne è stato delle svenevoli ragazze
che trascorrevano le lunghe molli sere estive a leggere
Cherry Ames, studentessa infermiera, Cherry Ames infermiera senior,
Cherry Ames, capoinfermiera, e Cherry Ames, infermiera del cielo?

Dove sono ora, quelle che condividevano le sue avventure
di infermiera dei veterani, infermiera personale, infermiera a domicilio,
infermiera di crociera, infermiera di notte, infermiera di montagna,
infermiera del cittadino in vacanza nel ranch (c’è ben poco che non abbia fatto),
infermiera dell’ospizio, infermiera del grande magazzino,
infermiera del convitto, infermiera della scuola, infermiera del dottore di campagna?

O Canada, non ti ho dimenticato,
e mentre mi inginocchio nella canoa, trattenendo l’immagine
di uno scaffale di libri, prego di restare nella tua sconfinata,
polare, memoria nordamericana.
Tu sei la pagaia, le ciaspole, il cottage fra i pini,
tu sei Giovanni di Brébeuf con la sua collana del martirio fatta di teste di scure.
Tu sei l’alce nella radura e la testa di alce appesa al muro.
Tu sei le rapide, l’elica, la lampada a kerosene.
Tu sei la polvere che ricopre le bacche lungo la strada.
Ma non solo quello.
Tu sei i due ragazzini con i secchi che camminano lungo quella strada
e uno di loro, quello più alto senza il cappello di paglia, sono io.

(Traduzione di Franco Nasi)

Billy Collins una volta disse in un’intervista che pensava alla poesia come a un “mezzo di trasporto”. “Entro la fine della poesia, il lettore dovrebbe trovarsi in un posto diverso da dove ha iniziato. Vorrei che alla fine fosse leggermente disorientato, come se lo portassi fuori città di notte e lo lasciassi in un campo di grano”.
In effetti questa poesia può essere letta come un viaggio fantasioso. Trasporta il lettore in un altro paese e include dettagli sul luogo mentre esplora questioni di memoria e identità.

Canada

I am writing this on a strip of white birch bark
that I cut from a tree with a penknife.
There is no other way to express adequately
the immensity of the clouds that are passing over the farms
and wooded lakes of Ontario and the endless visibility
that hands you the horizon on a platter.

I am also writing this in a wooden canoe,
a point of balance in the middle of Lake Couchiching,
resting the birch bark against my knees.
I can feel the sun’s hands on my bare back,
but I am thinking of winter,
snow piled up in all the provinces
and the solemnity of the long grain-ships
that pass the cold months moored at Owen Sound.

O Canada, as the anthem goes,
scene of my boyhood summers,
you are the pack of Sweet Caporals on the table,
you are the dove-soft train whistle in the night,
you are the empty chair at the end of an empty dock.
You are the shelves of books in a lakeside cottage:
Gift from the Sea by Anne Morrow Lindbergh,
A Child’s Garden of Verses by Robert Louis Stevenson,
Ann of Avonlea by L. M. Montgomery,
So You’re Going to Paris! by Clara E. Laughlin,
and Peril Over the Airport, one
of the Vicky Barr Flight Stewardess series
by Helen Wills whom some will remember
as the author of the Cherry Ames Nurse stories.

What has become of the languorous girls
who would pass the long limp summer evenings reading
Cherry Ames, Student Nurse, Cherry Ames, Senior Nurse,
Cherry Ames, Chief Nurse, and Cherry Ames, Flight Nurse?

Where are they now, the ones who shared her adventures
as a veterans’ nurse, private duty nurse, visiting nurse,
cruise nurse, night supervisor, mountaineer nurse,
dude ranch nurse (there is little she has not done),
rest home nurse, department store nurse,
boarding school nurse, and country doctor’s nurse?

O Canada, I have not forgotten you,
and as I kneel in my canoe, beholding this vision
of a bookcase, I pray that I remain in your vast,
polar, North American memory.
You are the paddle, the snowshoe, the cabin in the pines.
You are Jean de Brébeuf with his martyr’s necklace of hatchet heads.
You are the moose in the clearing and the moosehead on the wall.
You are the rapids, the propeller, the kerosene lamp.
You are the dust that coats the roadside berries.
But not only that.
You are the two boys with pails walking along that road,
and one of them, the taller one minus the straw hat, is me.

Billy Collins, “Canada” from The Art of Drowning (1995)

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This performance, by the Chamber Orchestra of Europe and the director Yannick Nézet-Séguin, was recorded the 07/02/2017 in the Grande Salle Pierre Boulez to the Philharmonie de Paris – 26 feb 2017

Stupore, da “Ogni caso” (1972), Wislawa Szymborska

Perché mai a tal punto singolare?
Questa e non quella? E qui che ci sto a fare?
Di martedì? In una casa e non nel nido?
Pelle e non squame? Non foglia, ma viso?
Perché di persona una volta soltanto?
E sulla terra? Con una stella accanto?
Dopo tante ere di non presenza?
Per tutti i tempi e tutti gli ioni?
Per i vibrioni e le costellazioni?
E proprio adesso? Fino all’essenza?
Sola da me e con me? Perché mi chiedo,
non a lato, né a miglia di distanza,
non ieri, né cent’anni addietro, siedo
e guardo un angolo buio della stanza
come, rizzato il capo, sta a guardare
la cosa ringhiante che chiamano cane?

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Lo “stupore” di Wislawa Szymborska tradotto anche come “meraviglia”, è una semplice poesia di sedici versi in cui la poetessa pone una serie di domande sul motivo per cui esiste in questo mondo nella forma in cui esiste. Il poema profondamente filosofico pone dieci domande sul sé umano, sul posto di una persona nel mondo e sulla natura dell’esistenza, ma non offre risposte a questi enigmi. Piuttosto, c’è qualche suggerimento sul fatto che a queste domande metafisiche non si possa rispondere affatto e che la migliore risposta al mondo complesso e imperscrutabile sia quella dello stupore perché l’atto di porre domande non si avvicina allo svelare i misteri dell’esistenza.

Astonishment

Why after all this one and not the rest?
Why this specific self, not in a nest,
but a house? Sewn up not in scales, but skin?
Not topped off by a leaf, but by a face?
Why on earth now, on Tuesday of all days,
and why on earth, pinned down by this star’s pin?
In spite of years of my not being here?
In spite of seas of all these dates and fates,
these cells, celestials and coelenterates?
What is it really that made me appear
neither an inch nor half a globe too far,
neither a minute nor aeons too early?
What made me fill myself with me so squarely?
Why am I staring now into the dark
and muttering this unending monologue
just like the growling thing we call a dog?

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

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Igor Stravinsky: Le Sacre du printemps (revised version from 1947) / Sir Simon Rattle, conductor · Berliner Philharmoniker / Recorded at the Berlin Philharmonie, 9 November 2012

La libertà, Langston Hughes

La libertà non verrà
oggi, quest’anno
o mai
tramite il compromesso e la paura.

Io ho gli stessi diritti
di chiunque altro
di camminare
con le mie gambe
e possedere la terra.

Sono stufo di sentirmi ripetere
Lascia correre
Domani è un altro giorno

Non mi serve la libertà da morto.
Non posso vivere del pane di domani.
La libertà
è un seme robusto
seminato
nella grande necessità.
Io pure vivo qui.
E voglio la libertà
esattamente come te.

Freedom

Freedom will not come
Today, this year
Nor ever
Through compromise and fear.

I have as much right
As the other fellow has
To stand
On my two feet
And own the land.

I tire so of hearing people say,
Let things take their course.

Tomorrow is another day.
I do not need my freedom when I’m dead.
I cannot live on tomorrow’s bread.
Freedom
Is a strong seed
Planted
In a great need.
I live here, too.
I want my freedom
Just as you.

Langston Hughes, “Freedom [1]” from The Collected Works of Langston Hughes (2002)

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Beethoven: Why people all over the world love Beethoven’s 9th Symphony | Music Documentary

Un veloce giro del mondo sulle tracce della Nona Sinfonia di Beethoven. Sei musicisti provenienti da diversi paesi – tra cui il direttore d’orchestra Teodor Currentzis e il compositore Tan Dun – raccontano le loro idee e sentimenti quando interpretano la famosa sinfonia. Nonostante la varietà delle voci, c’è una nota chiave unificante: la Nona di Beethoven è un simbolo di libertà, gioia e umanità. Rappresenta la visione di un mondo migliore.

Il classico, da “Ogni caso” (1972), Wislawa Szymborska

Qualche zolla di terra, e la vita sarà dimenticata.
La musica si libererà dalle circostanze.
Si calmerà la tosse del maestro sui minuetti.
E saranno tolti i cataplasmi.
Il fuoco divorerà la parrucca piena di polvere e pidocchi.
Spariranno le macchie d’inchiostro dal polsino di pizzo.
Finiranno tra i rifiuti le scarpe, scomode testimoni.
Il violino verrà preso dall’allievo meno dotato.
Saranno tolti dagli spartiti i conti del macellaio.
Le lettere della povera madre finiranno in pancia ai topi.
L’amore sfortunato svanirà nel nulla.
Gli occhi smetteranno di lacrimare.
Il nastro rosa servirà alla figlia dei vicini.
I tempi, grazie a Dio, non sono ancora romantici.
Tutto ciò che non è quartetto
come quinto sarà scartato.
Tutto ciò che non è quintetto
come sesto sarà soffiato via.
Tutto ciò che non è un coro di quaranta angeli
tacerà come guaito di cane e singulto di gendarme.
Verrà tolto dalla finestra il vaso con l’aloe,
il piatto con il moschicida e il vasetto di pomata,
e apparirà – ma sì – la vista sul giardino,
il giardino che lì non c’era mai stato.
E ora ascoltate, ascoltate, o mortali,
stupefatti tendete attenti l’orecchio,
o assorti, o stupiti, o rapiti mortali,
ascoltate – ascoltatori – mutati in udito.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Klasyk

Kil­ka grud zie­mi a bę­dzie za­po­mnia­ne ży­cie.
Mu­zy­ka wy­swo­bo­dzi się z oko­licz­no­ści.
Ucich­nie ka­szel mi­strza nad me­nu­eta­mi.
I ode­rwa­ne będą ka­ta­pla­zmy.
Ogień stra­wi pe­ru­kę peł­ną ku­rzu i wszy.
Znik­ną pla­my in­kau­stu z ko­ron­ko­we­go man­kie­tu.
Pój­dą na śmiet­nik trze­wi­ki, nie­wy­god­ni świad­ko­wie.
Skrzyp­ce za­bie­rze so­bie uczeń naj­mniej zdol­ny.
Po­wyj­mo­wa­ne będą z nut ra­chun­ki od rzeź­ni­ka.
Do my­sich brzu­chów tra­fią li­sty bied­nej mat­ki.
Uni­ce­stwio­na zga­śnie nie­for­tun­na mi­łość.
Oczy prze­sta­ną łza­wić.
Ró­żo­wa wstąż­ka przy­da się cór­ce są­sia­dów.
Cza­sy, chwa­lić Boga, nie są jesz­cze ro­man­tycz­ne.
Wszyst­ko, co nie jest kwar­te­tem,
bę­dzie jako pią­te od­rzu­co­ne.
Wszyst­ko, co nie jest kwin­te­tem,
bę­dzie jako szó­ste zdmuch­nię­te.
Wszyst­ko, co nie jest chó­rem czter­dzie­stu anio­łów,
zmilk­nie jako psi sko­wyt i czkaw­ka żan­dar­ma.
Za­bra­ny bę­dzie z okna wa­zon z alo­esem,
ta­lerz z trut­ką na mu­chy i sło­ik z po­ma­dą,
i od­sło­ni się wi­dok – ależ tak! – na ogród,
ogród, któ­re­go ni­g­dy tu nie było.
No i te­raz słu­chaj­cie, słu­chaj­cie, śmier­tel­ni,
w zdu­mie­niu pil­nie nad­sta­wiaj­cie ucha,
o pil­ni, o zdu­mie­ni, o za­słu­cha­ni śmier­tel­ni,
słu­chaj­cie – słu­cha­ją­cy – za­mie­nie­ni w słuch.

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Tchaikovsky: Symphony No.5 In E Minor, Op.64, TH.29 – 4. Finale (Andante maestoso – Allegro vivace) · Wiener Philharmoniker · Valery Gergiev (Released on: 1999-01-01)