Giappone, da “A vela, in solitaria, intorno alla stanza” (2013), Billy Collins

Oggi passo il tempo a leggere
uno dei miei haiku preferiti,
a ripeterne e ripeterne le parole.

Sembra di mangiare
e tornare a mangiare
lo stesso piccolo, perfetto chicco d’uva.

Cammino per la casa recitandolo
e lascio che le sue lettere cadano
nell’aria di ogni stanza.

Sto accanto al grande silenzio del pianoforte e lo dico.
Lo dico davanti a un quadro del mare.
Batto il suo ritmo su uno scaffale vuoto.

Mi ascolto mentre lo dico,
poi lo dico senza ascoltarmi,
poi lo ascolto senza dirlo.

E quando il cane guarda in su verso di me,
mi inginocchio sul pavimento
e lo sussurro in ciascuna delle sue lunghe orecchie bianche.

È quello sulla campana del tempio
di una tonnellata
con la falena che dorme sulla sua superficie,

e ogni volta che lo dico, sento l’atroce
pressione della falena
sulla superficie della campana di ferro.

Quando lo dico alla finestra,
la campana è il mondo
e io sono la falena che lì si riposa.

Quando lo dico allo specchio,
io sono la campana pesante
e la falena è la vita con le sue ali di carta.

E più tardi, quando te lo dico al buio,
tu sei la campana,
e io sono il batacchio della campana, che ti fa suonare,

e la falena è volata via
dal suo verso
e si muove sul nostro letto come un cardine nell’aria.

(Traduzione di Franco Nasi)

Japan

Today I pass the time reading
a favorite haiku,
saying the few words over and over.

It feels like eating
the same small, perfect grape
again and again.

I walk through the house reciting it
and leave its letters falling
through the air of every room.

I stand by the big silence of the piano and say it.
I say it in front of a painting of the sea.
I tap out its rhythm on an empty shelf.

I listen to myself saying it,
then I say it without listening,
then I hear it without saying it.

And when the dog looks up at me,
I kneel down on the floor
and whisper it into each of his long white ears.

It’s the one about the one-ton temple bell
with the moth sleeping on its surface,

and every time I say it, I feel the excruciating
pressure of the moth
on the surface of the iron bell.

When I say it at the window,
the bell is the world
and I am the moth resting there.

When I say it at the mirror,
I am the heavy bell
and the moth is life with its papery wings.

And later, when I say it to you in the dark,
you are the bell,
and I am the tongue of the bell, ringing you,

and the moth has flown
from its line
and moves like a hinge in the air above our bed.

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By the Japanese poet and painter Buson (1715 – 1783):
“On the one-ton temple bell
A moon-moth, folded into sleep,
sits still.”
(Translated by XJ Kennedy)
From: “The Norton Anthology of Poetry”, page 1190

Ho visto un randagio ieri sera, da “Mentre Buddha sorride” (2015), Charles Bukowski

il modo in cui il vecchio cane camminava
con pelo consunto, a macchie
lungo il vicolo di nessuno
essendo il cane di nessuno…
oltre le bottiglie vuote di vodka
oltre i barattoli di burro d’arachidi,
con cavi pieni di elettricità
e gli uccelli addormentati da qualche parte,
lungo il vicolo se ne andava –
il cane di nessuno
in mezzo a tutto quello,
coraggioso quanto un esercito.

(Traduzione di Simona Viciani)

I saw a tramp last night

the way the old dog walked
with dotted, tired fur
down nobody’s alley
being nobody’s dog…
past the empty vodka bottles
past the peanut butter jars,
with wires full of electricity
and the birds asleep somewhere,
down the alley he went –
nobody’s dog
moving through it all,
brave as any army.

Dharma, da “A vela in solitaria intorno alla stanza” (2013), Billy Collins

Il modo in cui la mia cagnetta
trotta fuori dalla porta ogni mattina
senza un cappello o un ombrello,
senza neanche un soldo
né le chiavi della cuccia
non manca mai di riempirmi la ciotola del cuore
di lattea ammirazione.

Chi può offrire miglior esempio
di una vita priva di orpelli –
Thoreau nella sua capanna senza tende
con un solo piatto, un solo cucchiaio?
Gandhi col bastone e gli occhialini?

Ecco che lei se ne va nel mondo reale
con nient’altro che il mantello marrone
e un modesto collare azzurro,
seguendo solo il suo naso bagnato,
portali gemelli del suo costante respiro,
seguita solo dal pennacchio della sua coda.

Se solo non cacciasse via il gatto
ogni mattina
e mangiasse tutto il suo cibo
quale modello di autocontrollo sarebbe,
quale esempio di distacco mondano.
Se solo non desiderasse così tanto
un massaggio dietro le orecchie,
non fosse così acrobatica nel dare il benvenuto,
se solo io non fossi il suo dio.

(Traduzione di Franco Nasi)

Dharma

The way the dog trots out the front door
every morning
without a hat or an umbrella,
without any money
or the keys to her dog house
never fails to fill the saucer of my heart
with milky admiration.

Who provides a finer example
of a life without encumbrance—
Thoreau in his curtainless hut
with a single plate, a single spoon?
Ghandi with his staff and his holy diapers?

Off she goes into the material world
with nothing but her brown coat
and her modest blue collar,
following only her wet nose,
the twin portals of her steady breathing,
followed only by the plume of her tail.

If only she did not shove the cat aside
every morning
and eat all his food
what a model of self-containment she would be,
what a paragon of earthly detachment.
If only she were not so eager
for a rub behind the ears,
so acrobatic in her welcomes,
if only I were not her god.

from “Sailing Alone Around the Room”

A uno sconosciuto nato in un paese lontano tra centinaia di anni, da “A vela in solitaria intorno alla stanza” (2013), Billy Collins

Scrivo poesie per uno sconosciuto che nascerà in un
paese lontano tra centinaia di anni.

MARY OLIVER

A nessuno qui piace una cagna bagnata.
Nessuno qui vuole avere a che fare con una cagna
che è bagnata per essere stata fuori alla pioggia
o per aver riportato un bastoncino dal lago.
Guardatela mentre gira attorno a un bar pieno di gente stasera
andando da una persona all’altra
sperando in una carezza sul capo, una grattatina dietro le orecchie
qualcosa che si potrebbe dare con una mano
senza neppure increspare la conversazione.

Ma tutti la spingono via,
chi col ginocchio, chi con la suola di uno stivale.
Anche i bambini, che non si accorgono che è bagnata
fin quando si avvicinano per accarezzarla,
la spingono via
poi si puliscono le mani nei vestiti.
E ogni volta che viene verso di me,
io le mostro il palmo della mano, e lei si allontana.

O sconosciuto del futuro!
O essere inconcepibile!
Qualunque sarà la forma della tua casa,
o la velocità con cui sfreccerai da un posto all’altro,
indipendentemente dagli abiti strani e incolori che indosserai,
scommetto che anche là a nessuno piacerà una cagna bagnata.
Scommetto che tutti nel tuo pub,
anche i bambini, la spingeranno via.

(Traduzione di Franco Nasi)

To a Stranger Born in Some Distant Country Hundreds of Years from Now

I write poems for a stranger who will be born in some
distant country hundreds of years from now.
MARY OLIVER

Nobody here likes a wet dog.
No one wants anything to do with a dog
that is wet from being out in the rain
or retrieving a stick from a lake.
Look how she wanders around the crowded pub tonight
going from one person to another
hoping for a pat on the head, a rub behind the ears,
something that could be given with one hand
without even wrinkling the conversation.

But everyone pushes her away,
some with a knee, others with the sole of a boot.
Even the children, who don’t realize she is wet
until they go to pet her,
push her away,
then wipe their hands on their clothes.
And whenever she heads toward me,
I show her my palm, and she turns aside.

O stranger of the future!
O inconceivable being!
whatever the shape of your house,
however you scoot from place to place,
no matter how strange and colorless the clothes you
may wear,
I bet nobody there likes a wet dog either.
I bet everybody in your pub,
even the children, pushes her away.

C’era, da “Segunda antolojía poética”, Juan Ramon Jiménez

L’agnello belava dolcemente.
L’asino, tenero, si rallegrava
in un caldo richiamo.
Il cane latrava,
quasi parlando alle stelle…

Mi destai. Uscii. Vidi orme
celesti nel suolo
fiorito
come un cielo
capovolto.

Un alito tiepido e dolce
velava il bosco;
la luna andava declinando
in un tramonto d’oro e di seta,
che sembrava un ambito divino…

Il mio petto palpitava,
come se il cuore avesse avuto vino…

Aprii la stalla per vedere se
era li.
C’era!

Aldea

El cordero balaba dulcemente.
El asno, tierno, se alegraba
en un llamar caliente.
El perro ladreaba,
hablando casi a las estrellas…

Me desvelé, Salí. Vi huellas
celestes por el suelo
florecido
como un cielo
invertido.

Un vaho tibio y blando
velaba la arboleda;
la luna iba declinando
en un ocaso de oro y seda,
que parecía un ámbito divino…

Mi pecho palpitaba,
como si el corazón tuviese vino…

Abrí el establo a ver si estaba
El allí.
¡Estaba!

Partii presto – presi il mio cane, Emily Dickinson

Partii presto – presi il mio cane –
e visitai il mare –
le sirene in cantina
vennero su a guardare –

e vascelli – al piano di sopra
stesero mani di canapa –
pensando fossi un topino –
incagliato – nella sabbia –

ma nessuno si spostò – finché la marea
passò la mia scarpetta –
e il grembiule – e la cintura
e passò il corpetto – anche –

e fece come per mangiarmi –
tutta – come una rugiada
sulla manica di una bocca di leone –
e allora – anch’io – mi mossi –

E lui – lui mi seguì – dappresso –
sentii il suo tallone d’argento
sulla mia caviglia – poi le mie scarpe
traboccarono di perla –

finché incontrammo la città solida –
lui sembrava non conoscere nessuno –
e inchinatosi – dandomi un’occhiata
grandiosa – il mare si ritirò –

(Trad. di Massimo Bacigalupo)

I started Early – Took my Dog –

I started Early – Took my Dog –
And visited the Sea –
The Mermaids in the Basement
Came out to look at me –
And Frigates – in the Upper Floor
Extended Hempen Hands –
Presuming Me to be a Mouse –
Aground – upon the Sands –

But no Man moved Me – till the Tide
Went past my simple Shoe –
And past my Apron – and my Belt
And past my Boddice – too –

And made as He would eat me up –
As wholly as a Dew
Upon a Dandelion’s Sleeve –
And then – I started – too –

And He – He followed – close behind –
I felt his Silver Heel
Upon my Ancle – Then My Shoes
Would overflow with Pearl –

Until We met the Solid Town –
No One He seemed to know –
And bowing – with a Mighty look –
At me – The Sea withdrew –

Monologo di un cane coinvolto nella storia, Wislawa Szymborska

Ci sono cani e cani. Io ero un cane eletto.
Con un buon pedigree e sangue di lupo nelle vene.
Abitavo su un’altura, inalando profumi di vedute
su prati soleggiati, abeti bagnati dalla pioggia
e zolle di terra tra la neve.

Avevo una bella casa e servitù.
Ero nutrito, lavato, spazzolato,
condotto a fare belle passeggiate.
Ma, con rispetto, senza confidenze.
Tutti sapevano bene chi ero.

Ogni bastardo rognoso è capace di avercelo un padrone.
Attenti però – lungi dai paragoni.
Il mio padrone era unico nel suo genere.
Una muta imponente lo seguiva a ogni passo
fissandolo con ammirazione timorosa.

Per me c’erano sorrisetti
di malcelata invidia.
Perché solo io avevo diritto
di accoglierlo con salti veloci,
solo io – di salutarlo tirandogli i calzoni.
Solo a me era permesso,
con la testa sulle sue ginocchia,
accedere a carezze e a tirate di orecchie.
Solo io con lui potevo far finta di dormire,
e allora si chinava sussurrandomi qualcosa.

Con gli altri si arrabbiava spesso, ad alta voce.
Ringhiava, latrava contro di loro,
correva da una parete all’altra.
Penso che solo a me volesse bene,
e a nessun altro, mai.

Avevo anche doveri: aspettare, fidarmi.
Perché compariva per poco e spariva per molto.
non so cosa lo trattenesse lì, nelle valli.
Intuivo però che si trattava di faccende pressanti,
perlomeno pressanti
quanto per me lottare con i gatti
e tutto ciò che si muove inutilmente.

C’è destino e destino. Il mio mutò di colpo.
Giunse una primavera,
e lui non era accanto a me.
In casa si scatenò uno strano andirivieni.
Bauli, valigie, cofani cacciati nelle auto.
Le ruote sgommando scendevano giù in basso
e si zittivano dietro la curva.

Sulla terrazza bruciavano vecchiumi, stracci,
casacche gialle, fasce con emblemi neri
e molti, moltissimi cartoni fatti a pezzi
da cui cadevano fuori bandierine.

Gironzolavo in quel caos
più stupito che irato.
Sentivo sul pelo sguardi sgradevoli.
Quasi io fossi un cane abbandonato,
un randagio molesto
che già dalle scale si scaccia con la scopa.

Uno mi strappò il collare borchiato d’argento.
Uno mi diede un calcio alla ciotola da giorni vuota.
E poi l’ultimo, prima di partire,
si sporse dalla cabina di guida
e mi sparò due volte.

Neanche capace di colpire nel segno,
così la mia morte fu lenta e dolorosa
nel ronzio di mosche spavalde.
Io, il cane del mio padrone.

Monologue of a Dog Ensnared in History

There are dogs and dogs. I was among the chosen.
I had good papers and wolf’s blood in my veins.
I lived upon the heights inhaling the odors of views:
meadows in sunlight, spruces after rain,
and clumps of earth beneath the snow.

I had a decent home and people on call,
I was fed, washed, groomed,
and taken for lovely strolls.
Respectfully, though, and comme il faut.
They all knew full well whose dog I was.

Any lousy mutt can have a master.
Take care, though — beware comparisons.
My master was a breed apart.
He had a splendid herd that trailed his every step
and fixed its eyes on him in fearful awe.

For me they always had smiles,
with envy poorly hidden.
Since only I had the right
to greet him with nimble leaps,
only I could say good-bye by worrying his trousers with my teeth.
Only I was permitted
to receive scratching and stroking
with my head laid in his lap.
Only I could feign sleep
while he bent over me to whisper something.

He raged at others often, loudly.
He snarled, barked,
raced from wall to wall.
I suspect he liked only me
and nobody else, ever.

I also had responsibilities: waiting, trusting.
Since he would turn up briefly, and then vanish.
What kept him down there in the lowlands, I don’t know.
I guessed, though, it must be pressing business,
at least as pressing
as my battle with the cats
and everything that moves for no good reason.

There’s fate and fate. Mine changed abruptly.
One spring came
and he wasn’t there.
All hell broke loose at home.
Suitcases, chests, trunks crammed into cars.
The wheels squealed tearing downhill
and fell silent round the bend.

On the terrace scraps and tatters flamed,
yellow shirts, armbands with black emblems
and lots and lots of battered cartons
with little banners tumbling out.

I tossed and turned in this whirlwind,
more amazed than peeved.
I felt unfriendly glances on my fur.
As if I were a dog without a master,
some pushy stray
chased downstairs with a broom.

Someone tore my silver-trimmed collar off,
someone kicked my bowl, empty for days.
Then someone else, driving away,
leaned out from the car
and shot me twice.

He couldn’t even shoot straight,
since I died for a long time, in pain,
to the buzz of impertinent flies.
I, the dog of my master.

(From the collection “Monologue of a Dog: New Poems (2005)”, translated into English by Clare Cavanagh and Stanislaw Baranczak, and published by Harcourt Inc, in 2006)

Chi porta il collare in casa, Charles Bukowski

vivo con una signora e quattro gatti
e certi giorni andiamo tutti
d’accordo.

certi giorni ho qualche problema con
uno dei
gatti.

altri giorni ho qualche problema con
due dei
gatti.

altri giorni,
con tre.

certi giorni ho problemi con
tutti e quattro i
gatti

e con la
signora:

dieci occhi che mi guardano
come fossi un cane.

wearing the collar

I live with a lady and four cats
and some days we all get
along.

some days I have trouble with
one of the
cats.

other days I have trouble with
two of the
cats.

other days,
three.

some days I have trouble with
all four of the
cats

and the
lady:

ten eyes looking at me
as if I were a dog.

Il fantasma, Billy Collins

Io sono il cane che hai fatto addormentare,
(come preferisci definire l’ago dell’oblio),
tornato a dirti solamente questo:
Non mi sei mai piaciuto: neanche un poco.
Quando ti leccavo la faccia,
mi veniva voglia di morderti il naso.
Quando ti guardavo mentre ti asciugavi con l’accappatoio,
Avrei volentieri fatto un balzo per evirarti con un morso.
Mi irritava il tuo modo di muoverti,
la tua mancanza di grazia animale,
il modo in cui ti mettevi su una sedia per mangiare,
il tovagliolo in grembo, un coltello in mano.
Avrei voluto andarmene,
ma ero troppo debole, un trucco che mi hai insegnato
quando stavo imparando a stare a cuccia e camminare al piede,
e – il peggiore degli insulti – dare la zampetta come fosse una mano.
Ammetto che la vista del guinzaglio
mi eccitava
ma solo perché voleva dire che di lì a poco
avrei annusato cose che tu non hai mai toccato.
Non ci vuoi credere,
ma non ho ragione di mentire.
Odiavo la macchina, i giochini di gomma,
mi stavano antipatici i tuoi amici e, peggio, i tuoi parenti.
Il tintinnio delle mie targhette mi dava ai nervi.
Mi hai sempre grattato nel posto sbagliato.
Tutto quel che volevo da te
era cibo e acqua fresca nelle mie ciotole di metallo.
Mentre dormivi, ti guardavo respirare
quando la luna saliva nel cielo.
Ci voleva tutta la mia forza
per non sollevare la testa e ululare.
Ora sono libero dal collare,
dall’impermeabile giallo, dal maglioncino con le iniziali,
dall’assurdità del tuo prato,
e questo è tutto quel che devi sapere di questo posto
tranne quel che già ti immagini
e sei felice non sia successo prima:
che qui tutti sanno leggere e scrivere,
i cani in versi, i gatti e tutti gli altri in prosa.

[Traduzione  di Piero Vereni]

The Revenant

I am the dog you put to sleep,
as you like to call the needle of oblivion,
come back to tell you this simple thing:
I never liked you—not one bit.Continua a leggere…

Un cane al suo padrone, Billy Collins

Per quanto possa sembrare più giovane,
invecchio più in fretta di lui,
sette a uno
dicono sia il rapporto.

Qualunque sia il numero,
lo supererò un giorno
e gli starò davanti
come faccio nelle nostre passeggiate nel bosco.

E se questo riuscirà mai
anche solo a sfiorargli la mente,
sarà l’ombra più dolce
che io abbia mai lasciato impressa sulla neve o sull’erba.

A Dog on his Master

As young as I look,
I am growing older faster than he,
seven to one
is the ratio they tend to say.

Whatever the number,
I will pass him one day
and take the lead
the way I do on our walks in the woods.

And if this ever manages
to cross his mind,
it would be the sweetest
shadow I have ever cast on snow or grass.

(from Ballistics: Poems, Random House, 2010)