Ringraziamento, da “La gioia di scrivere” (2009), Wislawa Szymborska

Devo molto
a quelli che non amo.

Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.

La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l’amore non può darlo,
né riesce a toglierlo.

Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come una meridiana,
capisco
ciò che l’amore non capisce,
perdono
ciò che l’amore mai perdonerebbe.

Da un incontro a una lettera
passa non un’eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.

E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che trovi su ogni atlante.

È merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perché mobile.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

“Non devo loro nulla” –
direbbe l’amore
sulla questione aperta.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

“Thank-You Note”

I owe so much
to those I don’t love.

The relief as I agree
that someone else needs them more.

The happiness that I’m not
the wolf to their sheep.

The peace I feel with them,
the freedom –
love can neither give
nor take that.

I don’t wait for them,
as in window-to-door-and-back.
Almost as patient
as a sundial,
I understand
what love can’t,
and forgive
as love never would.

From a rendezvous to a letter
is just a few days or weeks,
not an eternity.

Trips with them always go smoothly,
concerts are heard,
cathedrals visited,
scenery is seen.

And when seven hills and rivers
come between us,
the hills and rivers
can be found on any map.

They deserve the credit
if I live in three dimensions,
in nonlyrical and nonrhetorical space
with a genuine, shifting horizon.

They themselves don’t realize
how much they hold in their empty hands.

“I don’t owe them a thing,”
would be love’s answer
to this open question.

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

Il mondo del bambino, da “The Crescent Moon”, Rabindranath Tagore

Vorrei poter avere un angolo tutto per me nel cuore del mio bambino ed osservarlo nel suo vero mondo.
So che le stelle parlano con lui e il cielo si china sul suo viso per divertirlo con le sue frivole nubi, ed arcobaleni.
Ogni cosa che sembra muta e incapace di muoversi s’avvicina lentamente alla sua finestra recando fiabe e cesti pieni di lucenti giocattoli.
Vorrei poter viaggiare lungo la via che attraversa la mente del bambino, oltre tutti i confini; dove i messaggeri vanno errando tra i domìni di re senza storia; dove la Ragione fa aquiloni delle proprie leggi, e li lancia, e la Verità libera le azioni dalle sue catene.

(Traduzione di Maurizio Lipparini)

Baby’s World

I wish I could take a quiet corner in the heart of my baby’s very
own world.
I know it has stars that talk to him, and a sky that stoops
down to his face to amuse him with its silly clouds and rainbows.
Those who make believe to be dumb, and look as if they never
could move, come creeping to his window with their stories and with
trays crowded with bright toys.
I wish I could travel by the road that crosses baby’s mind,
and out beyond all bounds;
Where messengers run errands for no cause between the kingdoms
of kings of no history;
Where Reason makes kites of her laws and flies them, the Truth
sets Fact free from its fetters.

Onda che, avvolta, torni, Fernando Pessoa

Onda che, avvolta, torni,
breve, al mare che ti portò,
e al recedere ti frastorni
come se il mare non fosse,

perché porti con te
solo la tua cessazione,
e, nel tornare al mare antico,
non porti il mio cuore?

E’ tanto tempo che l’ho
che mi pesa di sentirlo.
Portalo nel suono senza misura
con cui ti odo fuggire!

(Da “Poesie scelte” Fernando Pessoa – Passigli Editori – Traduzione Luigi Panarese)

Onda que, enrolada, tornas

Onda que, enrolada, tornas,
Pequena, ao mar que te trouxe
E ao recuar te transtornas
Como se o mar nada fosse,

Por que é que levas contigo
Só a tua cessação,
E, ao voltar ao mar antigo,
Não levas meu coração?

Há tanto tempo que o tenho
Que me pesa de o sentir,
Leva-o no som sem tamanho
Com que te oiço fugir!

Voi sapete e io so e tu sai, da “The Last Night of the Earth Poems”, Charles Bukowski

Voi sapete e io so e tu sai
che quando la tendina gialla si strappa
quando il gatto balza inferocito
quando il vecchio barista si appoggia al bancone
quando il colibrì dorme
voi sapete e io so e tu sai
quando i carri armati si esercitano su finti campi di battaglia
quando lasci correre le gomme in autostrada
quando il nano ubriaco di bourbon a buon mercato la notte
piange solo
quando i tori vengono allevati con cura per i matador
quando l’erba ti guarda e gli alberi ti guardano
quando il mare racchiude creature immense e vere
voi sapete e io so e tu sai
la tristezza e la gloria di due pantofole sotto un letto
la danza del tuo cuore che balla col tuo sangue
le fanciulle amorose che prima o poi odieranno gli specchi
fare gli straordinari all’inferno
pranzare con un’insalata andata a male
voi sapete e io so e tu sai
la fine per come la conosciamo adesso
sembra uno squallido imbroglio dopo una squallida agonia ma
voi sapete e io so e tu sai
la gioia che a volte spunta da non si sa dove
sorgendo come un falco che vaga nell’impossibilità
voi sapete e io so e tu sai
la strabica pazzia dell’euforia assoluta
sappiamo che alla fine non siamo stati truffati
voi sapete e io so e tu sai
quando guardiamo le nostre mani i nostri piedi le nostre vite
-la nostra strada
il colibrì addormentato
la morte assassinata dagli eserciti
il sole che ti mangia mentre lo guardi
voi sapete e io so e tu sai
sconfiggeremo la morte.

You Know and I Know and Thee Know

that as the yellow shade rips
as the cat leaps wild-eyed
as the old bartender leans on the wood
as the hummingbird sleeps

you know and I know and thee know

as the tanks practice on false battlefields
as your tires work the freeway
as the midget drunk on cheap bourbon cries alone at night
as the bulls are carefully bred for the matadors
as the grass watches you
and the trees watch you
as the sea holds creatures vast and true

you know and I know and thee know

the sadness and the glory of two slippers under a bed
the ballet of your heart dancing with your blood
young girls of love who will someday hate their mirrors
overtime in hell
lunch with sick salad

you know and I know and thee know

the end as we know it now it seems such a lousy trick
after the lousy agony but

you know and I know and thee know

the joy that sometimes comes along out of nowhere
rising like a falcon moon across the impossibility

you know and I know and thee know

the cross-eyed craziness of total elation
we know we finally have not been cheated

you know and I know and thee know

as we look at our hands our feet our lives our way
the sleeping hummingbird
the murdered dead of armies
the sun that eats you as you face it

you know and I know and thee know

we will defeat death.

Sullo squallore del mio campo, Emily Dickinson

Sullo Squallore del mio Campo
Frutti ho cercato di far crescere –
Da ultimo – il Mio Giardino di Roccia
Ha dato Uva – e Mais –

Un Suolo di Pietra, se coltivato con costanza
Ripagherà la Mano –
Il Seme di Palma, al Sole Libico
Fruttifica nella Sabbia –

(Traduzione di Giuseppe Ierolli)

On the Bleakness of my Lot

On the Bleakness of my Lot
Bloom I strove to raise –
Late – My Garden of a Rock
Yielded Grape – and Maize –

Soil of Flint, if steady tilled
Will refund the Hand –
Seed of Palm, by Libyan Sun
Fructified in Sand –

Domenica sera, Raymond Carver

Metti a frutto le cose che ti circondano.
Questa pioggerellina
fuori dalla finestra, per esempio.
La sigaretta che tengo tra le dita,
questi piedi sul divano.
Il suono del rock and roll sullo sfondo,
la Ferrari rossa che ho in testa.
La donna che si sbatte qua e là
girando ubriaca per la cucina…
Mettici dentro tutto,
mettilo a frutto.

(Traduzione di Riccardo Duranti e Francesco Durante)

Sunday Night 

Make use of the things around you.
This light rain
outside the window, for one.
This cigarette between my fingers,
these feet on the couch.
The faint sound of rock-and-roll,
the red Ferrari in my head.
The woman bumping
drunkenly around in the kitchen . . .
put it all in,
make use.

Giorno d’estate, Mary Oliver

Chi ha fatto il mondo?
Chi ha fatto il cigno e l’orso bruno?
Chi ha fatto la cavalletta?
Questa cavalletta, intendo, quella che è saltata fuori
dall’erba,
che sta mangiandomi lo zucchero in mano,
che muove le mandibole avanti e indietro invece che in su e in giù
e si guarda attorno con i suoi occhi enormi e complicati.
Ora solleva le zampine chiare e si pulisce il muso, con cura.
Ora apre le ali di scatto e vola via.
Non so esattamente che cosa sia una preghiera;
so prestare attenzione, so cadere nell’erba,
inginocchiarmi nell’erba,
so starmene beatamente in ozio, so andare a zonzo nei prati,
è quel che oggi ho fatto tutto il giorno.
Dimmi, che altro avrei dovuto fare?
Non è vero che tutto muore prima o poi, fin troppo presto?
Dimmi, che cosa pensi di fare
della tua unica vita, selvaggia e preziosa?

The Summer Day

Who made the world?
Who made the swan, and the black bear?
Who made the grasshopper?
This grasshopper, I mean– the one who has flung herself out of the grass,
the one who is eating sugar out of my hand,
who is moving her jaws back and forth instead of up and down–
who is gazing around with her enormous and complicated eyes.
Now she lifts her pale forearms and thoroughly washes her face.
Now she snaps her wings open, and floats away.
I don’t know exactly what a prayer is.
I do know how to pay attention, how to fall down
into the grass, how to kneel down in the grass,
how to be idle and blessed, how to stroll through the fields,
which is what I have been doing all day.
Tell me, what else should I have done?
Doesn’t everything die at last, and too soon?
Tell me, what is it you plan to do
with your one wild and precious life?

Mary Oliver, The House Light, Beacon Press, Boston, 1990

Fuoco e ghiaccio, da “Conoscenza della notte e altre poesie” (1965), Robert Frost

Dicono alcuni che finirà nel fuoco
Il mondo; altri, nel ghiaccio.
Del desiderio ho gustato quel poco
Che mi fa scegliere il fuoco.
Ma se dovesse due volte finire,
So pure che cosa è odiare,
E per la distruzione posso dire
Che anche il ghiaccio è terribile
E può bastare.

(Traduzione di Giovanni Giudici)

Fire and Ice

Some say the world will end in fire,
Some say in ice.
From what I’ve tasted of desire
I hold with those who favor fire.
But if it had to perish twice,
I think I know enough of hate
To know that for destruction ice
Is also great
And would suffice.

Mattino, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

Perché darsi pena per il resto della giornata,
la valle del pomeriggio,
il precipizio improvviso nella sera,

poi la notte con i soliti profumi,
e le stelle a più punte?

Questo è il massimo:
togliersi di dosso le coperte leggere,
i piedi sul pavimento freddo,
e sfrecciare per casa ebbri di caffè –

magari una sciacquata alla faccia,
una manciata di vitamine –
ma soprattutto sfrecciare per la casa ebbri di caffè,

dizionario e atlante aperti sul tappeto,
la macchina da scrivere in attesa della chiave per la testa,
un violoncello alla radio,

e, se necessario, le finestre:
con gli alberi di cinquanta, cent’anni
là fuori,
nubi cariche in arrivo
e il prato che trasuda vapore come un cavallo
di prima mattina.

(Traduzione di Franco Nasi)

Morning

Why do we bother with the rest of the day,
the swale of the afternoon,
the sudden dip into evening,

then night with his notorious perfumes,
his many-pointed stars?

This is the best—
throwing off the light covers,
feet on the cold floor,
and buzzing around the house on espresso—

maybe a splash of water on the face,
a palmful of vitamins—
but mostly buzzing around the house on espresso,

dictionary and atlas open on the rug,
the typewriter waiting for the key of the head,
a cello on the radio,

and, if necessary, the windows—
trees fifty, a hundred years old
out there,
heavy clouds on the way
and the lawn steaming like a horse
in the early morning.

Billy Collins, “Morning” from Picnic, Lightning (1998)