Il cunicolo, da “L’uomo che cammina un passo avanti al buio” (2007), Mark Strand

Un uomo sta fermo
davanti a casa mia
da giorni. Lo spio
dalla finestra del
salotto e la sera,
non riuscendo a prendere sonno,
con la torcia elettrica
illumino il prato.
È sempre lì.

Dopo un po’
socchiudo appena
la porta e gli ingiungo
di andarsene dal giardino.
Strizza gli occhi
e geme. Sbatto
la porta e mi precipito
in cucina, poi su
in camera, poi di nuovo giù.

Piango come una scolaretta
e faccio gesti osceni
alla finestra. Scrivo
messaggi enormi sul proposito
di suicidarmi e li espongo
in modo che li legga facilmente.
Distruggo gli arredi
del salotto per dimostrare
che non posseggo nulla di valore.

Lui resta impassibile
e allora decido di scavare un cunicolo
che sbocchi nel giardino del vicino.
Separo lo scantinato
dai piani superiori
con un muro di mattoni. Scavo
come un matto e il cunicolo
è subito finito. Lascio sotto
il piccone e la pala,

sbuco davanti a una casa
e resto lì troppo stanco
per muovermi o parlare, sperando
che qualcuno mi aiuti.
So di essere osservato
e a tratti sento
la voce di un uomo,
ma non succede niente
e sono giorni che aspetto.

(Traduzione di Damiano Abeni)

The Tunnel

A man has been standing
in front of my house
for days. I peek at him
from the living room
window and at night,
unable to sleep,
I shine my flashlight
down on the lawn.
He is always there.

After a while
I open the front door
just a crack and order
him out of my yard.
He narrows his eyes
and moans. I slam
the door and dash back
to the kitchen, then up
to the bedroom, then down.

I weep like a schoolgirl
and make obscene gestures
through the window. I
write large suicide notes
and place them so he
can read them easily.
I destroy the living
room furniture to prove
I own nothing of value.

When he seems unmoved
I decide to dig a tunnel
to a neighboring yard.
I seal the basement off
from the upstairs with
a brick wall. I dig hard
and in no time the tunnel
is done. Leaving my pick
and shovel below,

I come out in front of a house
and stand there too tired to
move or even speak, hoping
someone will help me.
I feel I’m being watched
and sometimes I hear
a man’s voice,
but nothing is done
and I have been waiting for days.

Domande sugli angeli, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

Di tutte le domande che vorresti fare
sugli angeli, la sola che senti sempre
è quanti di loro possono danzare sulla capocchia di uno spillo.

Nessuna curiosità su come passano il tempo eterno
oltre a girare intorno al Trono cantando in latino
o a consegnare una crosta di pane a un eremita in terra
o a condurre un ragazzo o una ragazza su un ponte di legno malmesso.

Passano in volo attraverso il corpo di Dio e ne escono cantando?
Dondolano come bambini sui cardini
del mondo dello spirito mentre dicono i propri nomi in un verso e nell’altro?
Stanno seduti da soli in giardinetti e cambiano colore?

Che dire del modo in cui dormono, della stoffa delle tuniche,
della dieta di luce divina non filtrata?
Che cosa succede dentro le loro teste luminose? C’è un muro oltre il quale queste alte presenze possono guardare e vedere l’inferno?

Se un angelo cade da una nuvola, lascerà un buco
in un fiume e il buco continuerà a fluttuare all’infinito
colmo delle lettere silenziose di ogni parola angelica?

Se un angelo consegna la posta, arriverà
in un accecante turbinio di ali o avrà
l’aspetto di un normale postino
che fischietta lungo il viottolo mentre legge le cartoline?

No, i teologi medievali controllano il tribunale.
La sola domanda che senti sempre riguarda
la piccola pista da ballo sulla capocchia di uno spillo
dove le aureole convergono per poi allontanarsi invisibili.

E’ fatta per farci pensare a milioni,
a miliardi, per farci esaurire i numeri e piombare
nell’infinito, ma forse la risposta è semplicemente una:
una donna angelo che danza da sola, scalza,
con un’orchestrina jazz che suona in sottofondo.

Volteggia come un ramo al vento, i begli occhi
chiusi, mentre l’alto, magro bassista si allunga
per dare uno sguardo all’orologio perché lei balla
da sempre, ed è molto tardi, anche per i musicisti.

(Traduzione di Franco Nasi)

Questions About Angels

Of all the questions you might want to ask
about angels, the only one you ever hear
is how many can dance on the head of a pin.

No curiosity about how they pass the eternal time
besides circling the Throne chanting in Latin
or delivering a crust of bread to a hermit on earth
or guiding a boy and girl across a rickety wooden bridge.

Do they fly through God’s body and come out singing?
Do they swing like children from the hinges
of the spirit world saying their names backwards and forwards?
Do they sit alone in little gardens changing colors?

What about their sleeping habits, the fabric of their robes,
their diet of unfiltered divine light?
What goes on inside their luminous heads? Is there a wall
these tall presences can look over and see hell?

If an angel fell off a cloud, would he leave a hole
in a river and would the hole float along endlessly
filled with the silent letters of every angelic word?

If an angel delivered the mail, would he arrive
in a blinding rush of wings or would he just assume
the appearance of the regular mailman and
whistle up the driveway reading the postcards?

No, the medieval theologians control the court.
The only question you ever hear is about
the little dance floor on the head of a pin
where halos are meant to converge and drift invisibly.

It is designed to make us think in millions,
billions, to make us run out of numbers and collapse
into infinity, but perhaps the answer is simply one:
one female angel dancing alone in her stocking feet,
a small jazz combo working in the background.

She sways like a branch in the wind, her beautiful
eyes closed, and the tall thin bassist leans over
to glance at his watch because she has been dancing
forever, and now it is very late, even for musicians.

La poesia non va, da “Dal mare o da altra stella” (2006), Eugénio De Andrade

La poesia non va a messa,
non obbedisce alla campana della parrocchia,
preferisce aizzare i suoi cani
alle gambe di dio e degli esattori
delle tasse.
Lingua di fuoco del no,
cammino stretto
e sordo della rinuncia, la poesia
è una specie di animale
al buio che rifiuta la mano
che lo chiama.
Animale solitario, a volte
ironico, a volte amabile,
quasi sempre paziente e senza pietà.
La poesia adora
camminare scalza sulle sabbie dell’estate.

(Traduzione di Federico Bertolazzi)

A poesia não vai

A poesia não vai à missa,
não obedece ao sino da paróquia,
prefere atiçar os seus cães
às pernas de deus e dos cobradores
de impostos.
Língua de fogo do não,
caminho estreito
e surdo da abdicação, a poesia
é uma espécie de animal
no escuro recusando a mão
que o chama.
Animal solitário, às vezes
irónico, às vezes amável,
quase sempre paciente e sem piedade.
A poesia adora
andar descalça nas areias do Verão.

Il gatto codamozza, strabico…, Charles Bukowski

Il gatto codamozza, strabico, un giorno è venuto alla porta e l’abbiamo fatto entrare. Vecchi occhi rosa. Che fenomeno quel ragazzo. Gli animali sono davvero illuminanti. Non sono capaci di dire bugie. Sono forze della natura. La televisione può farmi stare male in cinque minuti, ma posso restare a guardare un animale per ore e ritrovo solamente grazie e gloria. La vita come dovrebbe essere.

Da “Sui gatti”, traduzione di Simona Viciani

The tailless, cross-eyed cat came to the door one day, and we let him in. Old pink eyes. Quite a guy. Animals are inspirational. They don’t know how to lie. They are natural forces. TV can make me ill in five minutes, but I can look at an animal for hours and find nothing but grace and glory, life as it should be.

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Breve nota pubblicata dopo la ristampa di “La storia di un bastardo figlio di puttana”, in Arete 2.1, luglio/agosto 1989; mai inserita prima in una raccolta.

Nel tempo dei narcisi, Edward Estlin Cummings

Nel tempo dei narcisi ( che sanno
che lo scopo di vivere è crescere)
dimenticando il perché, ricorda come

nel tempo dei lillà che proclamano
che il fine della veglia è sognare,
ricordalo (mostra di dimenticare)

nel tempo delle rose (che ci meravigliano
qui ed ora col paradiso)
dimenticando il se, ricorda il sì

nel tempo d’ogni cosa dolce oltre
tutto quanto la mente può comprendere
ricorda cerca (dimenticando trova)

e in un mistero a venire
(quando il tempo dal tempo ci salverà)
tu ricordati di me, dimenticandomi.

In time of Daffodils

in time of daffodils(who know
the goal of living is to grow)
forgetting why,remember how

in time of lilacs who proclaim
the aim of waking is to dream,
remember so(forgetting seem)

in time of roses(who amaze
our now and here with paradise)
forgetting if,remember yes

in time of all sweet things beyond
whatever mind may comprehend,
remember seek(forgetting find)

and in a mystery to be
(when time from time shall set us free)
forgetting me,remember me.

A una lumaca, da “Le poesie” (1991), Marianne Moore

Se “la concentrazione è il primo dono dello stile”,
tu la possiedi. La contrattilità è una virtù,
così come modestia è una virtù.
Non già l’acquisizione di una cosa qualsiasi
capace di adornare,
o la qualità incidentale che per avventura
si accompagni a qualcosa di ben detto,
non questo apprezziamo nello stile,
ma il principio nascosto:
nell’assenza di piedi, “un metodo di conclusioni”;
“una conoscenza di princìpi”,
nel curioso fenomeno della tua antenna occipitale.

(Traduzione di G. Forti e L. Angioletti)

To a Snail

If “compression is the first grace of style,”
you have it. Contractility is a virtue
as modesty is a virtue.
It is not the acquisition of any one thing
that is able to adorn,
or the incidental quality that occurs
as a concomitant of something well said,
that we value in style,
but the principle that is hid:
in the absence of feet, “a method of conclusions”;
“a knowledge of principles,”
in the curious phenomenon of your occipital horn.

Trippa alla maniera di Oporto, Fernando Pessoa

Un giorno in un ristorante fuori del tempo e dello spazio,
mi servirono l’amore come trippa fredda.
Dissi delicatamente all’inviato della cucina
che la preferivo calda,
che la trippa (ed era alla maniera di Oporto) non si mangia fredda.

Si irritarono con me.
Non si può mai avere ragione, nemmeno al ristorante.
Non mangiai, non chiesi altro, pagai il conto,
e me ne andai a passeggio per l’intera strada.

Chi lo sa cosa vuol dire questo?
Io non lo so, ed è capitato a me…

(So benissimo che nell’infanzia di ognuno c’è stato un giardino,
privato o pubblico, o del vicino.
So benissimo che il fatto di giocarci era il padrone del giardino.
E che la tristezza è di oggi).

So questo molte volte,
ma, se io chiesi amore, perché mi portarono
trippa alla maniera di Oporto fredda?
Non è un piatto che si possa mangiare freddo,
ma me lo portarono freddo,
non si può mai mangiare freddo, ma arrivò freddo.

Dobrada à Moda do Porto

Um dia, num restaurante, fora do espaço e do tempo,
Serviram-me o amor como dobrada fria.
Disse delicadamente ao missionário da cozinha
Que a preferia quente,
Que a dobrada (e era à moda do Porto) nunca se come fria.

Impacientaram-se comigo.
Nunca se pode ter razão, nem num restaurante.
Não comi, não pedi outra coisa, paguei a conta,
E vim passear para toda a rua.

Quem sabe o que isto quer dizer?
Eu não sei, e foi comigo …

(Sei muito bem que na infância de toda a gente houve um jardim,
Particular ou público, ou do vizinho.
Sei muito bem que brincarmos era o dono dele.
E que a tristeza é de hoje).

Sei isso muitas vezes,
Mas, se eu pedi amor, porque é que me trouxeram
Dobrada à moda do Porto fria?
Não é prato que se possa comer frio,
Mas trouxeram-mo frio.
Não me queixei, mas estava frio,
Nunca se pode comer frio, mas veio frio.

Poesias de Álvaro de Campos. Fernando Pessoa, Lisboa: Ática, 1944 

Oporto-style Tripe

On day in a restaurant, outside of space and time,
I was served up love as a dish of cold tripe.
I politely told the missionary of the kitchen
That I preferred it hot,
Because tripe (and it was Oporto-style) is never eaten cold.

They got impatient with me.
You can never be right, even in a restaurant.
I didn’t eat it, I ordered nothing else, I paid the bill,
And I decided to take a walk down the street.

Who knows what this might mean?
I don’t know, and it happened to me . . .

(I know very well that in everyone’s childhood there was a garden,
Private or public, or belonging to the neighbor.
I know very well that our playing was the owner of it
And that sadness belongs to today.)

I know this many times over
But if I asked for love, why did they bring me
Oporto-style tripe that was cold?
It is not a dish that can be eaten cold,
But they served it to me cold.
I didn’t make a fuss, but it was cold.
It can never be eaten cold, but it came cold.

11 April 1928

Translated from Portuguese by Richard Zenith

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If you want to try Oporto-style tripe you can find it here: RECIPE

Lascia che la pioggia ti baci, Langston Hughes

Lascia che la pioggia ti baci
Lascia che la pioggia batta sopra la tua testa
con liquide gocce d’argento
Lascia che la pioggia ti canti una ninna nanna

La pioggia crea quiete pozzanghere sul marciapiede
La pioggia crea pozzanghere che scorrono nella grondaia
La pioggia canta una piccola canzone per dormire
sul nostro tetto di notte

E io amo la pioggia.

April Rain Song

Let the rain kiss you.
Let the rain beat upon your head with silver liquid drops.
Let the rain sing you a lullaby.

The rain makes still pools on the sidewalk.
The rain makes running pools in the gutter.
The rain plays a little sleep-song on our roof at night—

And I love the rain.

Langston Hughes from Collected Poems, 1994

Se la mia voce morisse sulla terra, Rafael Alberti

Se la mia voce morisse sulla terra
portatela al livello del mare
e lasciatela sulla spiaggia.

Portatela al livello del mare
e nominatela capitana
di un bianco vascello da guerra.

Oh! La mia voce decorata
con le insegne marinaresche:
sopra il cuore un’ancora
sopra l’ancora una stella
e sopra la stella il vento
e sopra il vento una vela!

Si mi voz muriera en tierra

Si mi voz muriera en tierra,
llevadla al nivel del mar
y dejadla en la ribera.

Llevadla al nivel del mar
y nombradla capitana
de un blanco bajel de guerra.

¡Oh mi voz condecorada
con la insignia marinera:
sobre el corazon un ancla
y sobre el ancla una estrella
y sobre la estrella el viento
y sobre el viento una vela!

Rafael Alberti, Marinero en tierra (1924)

If my voice dies on land

If my voice dies on land,
take it down to the sea
and leave it on the shore.

Take it down to the sea
and make it captain
of a white man-of-war.

Honor it with
a sailor’s medal:
over its heart an anchor,
and on the anchor a star,
and on the star the wind,
and on the wind a sail!

Translated by Mark Strand