Natura morta con palloncino, da “Appello allo yeti” (1996), Wislawa Szyborska

Invece del ritorno dei ricordi
al momento di morire
mi prenoto il ritorno
degli oggetti smarriti.

Da finestre, porte, ecco ombrelli,
valigia, guanti, cappotto,
perché io possa dire:
Che me ne faccio?

Spille, questo e quel pettine,
una rosa di carta, uno spago,
perché io passa dire:
Non rimpiango nulla.

Ovunque tu sia, o chiave,
cerca di arrivare in tempo,
perché io possa dire:
Ruggine, mia cara, ruggine.

Cadrà una nube di certificati,
permessi, moduli,
perché io possa dire:
Tramonta il sole.

Orologio, emergi dal fiume,
lasciati prendere in mano,
perché io possa dire:
Fingi l’ora.

Salterà fuori anche il palloncino
portato via dal vento,
perché io possa dire:
Qui non ci sono bambini.

Vola via per la finestra aperta,
vola via nel vasto mondo,
che qualcuno gridi: Oh!
perché io possa piangere.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Still Life with a Balloon

Returning memories?
No, at the time of death
I’d like to see lost objects
return instead

Avalanches of gloves,
coats, suitcases, umbrellas –
come, and I’ll say at last:
What good’s all this?

Safety pins, two odd combs,
a paper rose, a knife,
some string-come, and I’ll say
at last: I haven’t missed you.

Please turn up, key, come out,
wherever you’ve been hiding,
in time for me to say:
You’ve gotten rusty, my friend!

Downpours of affidavits,
permits and questionnaires,
rain down and I will say:
I see the sun behind you.

My watch, dropped in a river,
bob up and let me seize you-
then, face to face, I’ll say:
Your so-called time is up.

And lastly, toy balloon
once kidnapped by the wind –
come home, and I will say:
There are no children here.

Fly out the open window
and into the wide world;
let someone else shout “Look!”
and I will cry.

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

Per i 18 mesi di Marina Louise, da “Sull’amore” (2016), Charles Bukowski

sole sole
è la mia piccola
sul tappeto –
sole sole
fuori dalla
raccoglie un
aspetta che
mi alzi

un vecchio
un relitto-umano,
e lei guarda
e vede
amore, nel quale
mi trasforma
attraverso la
e infinita
magia del suo

(Traduzione di Simona Viciani)

for the 18 months of Marina Louise

sun sun
is my little
on the carpet –
sun sun
out the
picking a
waiting for me
to rise

an old man
from his
and she looks
and only
love, which I
through her
and infinite

Manoscritto del 1965; pubblicato con il titolo di “Marina” nella raccolta Mockingbird Wish Me Luck, 1972.

A uno sconosciuto nato in un paese lontano tra centinaia di anni, da “A vela in solitaria intorno alla stanza” (2013), Billy Collins

Scrivo poesie per uno sconosciuto che nascerà in un
paese lontano tra centinaia di anni.


A nessuno qui piace una cagna bagnata.
Nessuno qui vuole avere a che fare con una cagna
che è bagnata per essere stata fuori alla pioggia
o per aver riportato un bastoncino dal lago.
Guardatela mentre gira attorno a un bar pieno di gente stasera
andando da una persona all’altra
sperando in una carezza sul capo, una grattatina dietro le orecchie
qualcosa che si potrebbe dare con una mano
senza neppure increspare la conversazione.

Ma tutti la spingono via,
chi col ginocchio, chi con la suola di uno stivale.
Anche i bambini, che non si accorgono che è bagnata
fin quando si avvicinano per accarezzarla,
la spingono via
poi si puliscono le mani nei vestiti.
E ogni volta che viene verso di me,
io le mostro il palmo della mano, e lei si allontana.

O sconosciuto del futuro!
O essere inconcepibile!
Qualunque sarà la forma della tua casa,
o la velocità con cui sfreccerai da un posto all’altro,
indipendentemente dagli abiti strani e incolori che indosserai,
scommetto che anche là a nessuno piacerà una cagna bagnata.
Scommetto che tutti nel tuo pub,
anche i bambini, la spingeranno via.

(Traduzione di Franco Nasi)

To a Stranger Born in Some Distant Country Hundreds of Years from Now

I write poems for a stranger who will be born in some
distant country hundreds of years from now.

Nobody here likes a wet dog.
No one wants anything to do with a dog
that is wet from being out in the rain
or retrieving a stick from a lake.
Look how she wanders around the crowded pub tonight
going from one person to another
hoping for a pat on the head, a rub behind the ears,
something that could be given with one hand
without even wrinkling the conversation.

But everyone pushes her away,
some with a knee, others with the sole of a boot.
Even the children, who don’t realize she is wet
until they go to pet her,
push her away,
then wipe their hands on their clothes.
And whenever she heads toward me,
I show her my palm, and she turns aside.

O stranger of the future!
O inconceivable being!
whatever the shape of your house,
however you scoot from place to place,
no matter how strange and colorless the clothes you
may wear,
I bet nobody there likes a wet dog either.
I bet everybody in your pub,
even the children, pushes her away.

Non so quante anime, da “Il mondo che non vedo” (2009), Fernando Pessoa

Non so quante anime ho.
Ogni momento mutai.
Continuamente mi estranio.
Mai mi vidi né trovai.
Di tanto essere, solo ignoro.
Mi cambiarono sempre il prezzo.
Chi vede è solo quel che vede.
Chi sente non è chi è.

Attento a quel che sono e vedo,
divento loro e non io.
Ogni mio sogno o desiderio,
è di quel che nasce, e non mio.
Sono il mio stesso paesaggio,
assisto al mio passaggio,
diverso, mobile e solo.
Non so sentirmi ove sono.

Per questo, estraneo, leggo
come pagine, la mia vita.
Non prevedendo quel che segue,
dimenticando quel che passò.
Noto a margine di quel che lessi
ciò che pensai aver sentito.
Quel che annotai ero io?
Lo sa Dio, perché scrisse.

(Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbate)

Não sei quantas almas tenho

Não sei quantas almas tenho.
Cada momento mudei.
Continuamente me estranho.
Nunca me vi nem achei.
De tanto ser, só tenho alma.
Quem tem alma não tem calma.
Quem vê é só o que vê.
Quem sente não é quem é.

Atento ao que sou e vejo,
Torno-me eles e não eu.
Cada meu sonho ou desejo,
É do que nasce, e não meu.
Sou minha própria paisagem,
Assisto à minha passagem,
Diverso, móbil e só.
Não sei sentir-me onde estou.

Por isso, alheio, vou lendo
Como páginas, meu ser.
O que segue não prevendo,
O que passou a esquecer.
Noto à margem do que li
O que julguei que senti.
Releio e digo, «Fui eu?»
Deus sabe, porque o escreveu.

I don’t know how many souls I have

I don’t know how many souls I have.
I’ve changed at every moment.
I always feel like a stranger.
I’ve never seen or found myself.
From being so much, I have only soul.
A man who has soul has no calm.
A man who sees is just what he sees.
A man who feels is not who he is.

Attentive to what I am and see,
I become them and stop being I.
Each of my dreams and each desire
Belongs to whoever had it, not me.
I am my own landscape,
I watch myself journey –
Various, mobile, and alone.
Here where I am I can’t feel myself.

That’s why I read, as a stranger,
My being as if it were pages.
Not knowing what will come
And forgetting what has passed,
I note in the margin of my reading
What I thought I felt.
Rereading, I wonder: “Was that me?”
God knows, because he wrote it.

Translation: 1998, Richard Zenith
From: Fernando Pessoa & Co. – Selected Poems

Disattenzione, da “Due punti” (2006), Wislawa Szymborska

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare domande,
senza stupirmi di niente.

Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.

Inspirazione, espirazione, un passo dopo
l’altro, incombenze,
ma senza un pensiero che andasse più in là
dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.

Il mondo avrebbe potuto essere preso per
un mondo folle,
e io l’ho preso solo per uso ordinario.

Nessun come e perché –
e da dove è saltato fuori uno così –
e a che gli servono tanti dettagli in movimento.

Ero come un chiodo piantato troppo in
superficie nel muro
(e qui un paragone che mi è mancato).

Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti
perfino nell’ambito ristretto d’un batter

Su un tavolo più giovane da una mano d’un
giorno più giovane
il pane di ieri era tagliato diversamente.

Le nuvole erano come non mai e la pioggia
era come non mai,
poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.

La terra girava intorno al proprio asse,
ma già in uno spazio lasciato per sempre.

E’ durato 24 ore buone.
1440 minuti di occasioni.
86.400 secondi in visione.

Il savoir-vivre cosmico,
benché taccia sul nostro conto,
tuttavia esige qualcosa da noi:
un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal
e una partecipazione stupita a questo gioco
con regole ignote.

(Traduzione di Pietro Marchesani)


I misbehaved in the cosmos yesterday.
I lived around the clock without questions, without surprise.

I performed daily tasks
as if only that were required.

Inhale, exhale, right foot, left, obligations,
not a thought beyond
getting there and getting back.

The world might have been taken for bedlam,
but I took it just for daily use.

No whats — no what fors —
and why on earth it is —
and how come it needs so many moving parts.

I was like a nail stuck only halfway in the wall
(comparison I couldn’t find).

One change happened after another
even in a twinkling’s narrow span.

Yesterday’s bread was sliced otherwise
by a hand a day younger at a younger table.

Clouds like never before and rain like never,
since it fell after all in different drops.

The world rotated on its axis,
but in a space abandoned forever.

This took a good 24 hours.
1,440 minutes of opportunity.
86,400 seconds for inspection.

The cosmic savoir vivre
may keep silent on our subject,
still it makes a few demands:
occasional attention, one or two of Pascal’s thoughts,
and amazed participation in a game
with rules unknown

(Translated from Polish by Clare Cavanagh)

Lo spirito ama vestirsi così, da “Dream Work” (1998), Mary Oliver

Lo spirito ama vestirsi così:
dieci dita delle mani, dieci dita dei piedi,
le spalle e tutto il resto.
Di notte tra i rami bui,
di giorno tra i rami blu del mondo.
Potrebbe fluttuare, naturalmente,
ma ha preferito piombare nella materia grezza.
Eterea e informe cosa,
ha bisogno della metafora del corpo,
calce e appetito,
i fluidi oceanici;
ha bisogno del mondo della materia,
l’istinto e l’immaginazione,
e dell’oscuro abbraccio del tempo,
della dolcezza e della concretezza
per essere capita,
per essere di più
di luce pura
che brucia dove nessuno è.
Così ci penetra,
la mattina
risplendendo nel riposo del corpo

come punta di fulmine;
e di notte
quando illumina il misterioso e profondo
inabissarsi del corpo,
come una stella.

Poem (the spirit likes to dress up)

The spirit
likes to dress up like this:
ten fingers,
ten toes,

shoulders, and all the rest
at night
in the black branches,
in the morning

in the blue branches
of the world.
It could float, of course,
but would rather

plumb rough matter.
Airy and shapeless thing,
it needs
the metaphor of the body,

lime and appetite,
the oceanic fluids;
it needs the body’s world,

and imagination
and the dark hug of time,
and tangibility,

to be understood,
to be more than pure light
that burns
where no one is –

so it enters us –
in the morning
shines from brute comfort
like a stitch of lightning;

and at night
lights up the deep and wondrous
drownings of the body
like a star.

La pace, Alda Merini

A Enrico Baj

La pace che sgorga dal cuore
e a volte diventa sangue,
il tuo amore
che a volte mi tocca
e poi diventa tragedia,
la morte qui sulle mie spalle,
come un bambino pieno di fame
che chiede luce e cammina.
Far camminare un bimbo è cosa semplice,
tremendo è portare gli uomini
verso la pace,
essi accontentano la morte
per ogni dove,
come fosse una bocca da sfamare.
Ma tu maestro che ascolti
i palpiti di tanti soldati,
sai che le bocche della morte
sono di cartapesta,
più sinuosi dei dolci
le labbra intoccabili
della donna che t’ama.

Agosto a Parigi, da “Balistica” (2011), Billy Collins

Mi sono fermato qui, in rue des Écoles
a due passi dal boulevard St-Germain
per guardare da dietro le spalle un uomo
con una camicia di flanella e un cappello di paglia
che ha disposto un cavalletto e una sedia di tela
sul marciapiede per dipingere da una buffa angolatura
una vista laterale della Chiesa di San Tommaso d’Aquino.

Ma dove sei lettore,
che non ti sei fermato nella tua passeggiata
a guardami da dietro le spalle
per vedere che cosa sto appuntando su questo quadernetto.

Da solo in questa città,
mi chiedo a volte come sei,
se uomo con addosso una camicia di flanella
o donna avvolta in una gonna azzurra fermata da una spilla.

Ma ogni volta che mi giro, lettore,
sei volato via, attraverso una piega dell’aria,
in una quieta stanza dove le imposte sono chiuse
a contrastare la calura del pomeriggio,
dove c’è solo il suono del tuo respiro
e, ogni tanto, del girarsi di una pagina.

(Traduzione di Franco Nasi)

August in Paris

I have stopped here on the rue des Écoles
just off the boulevard St-Germain
to look over the shoulder of a man
in a flannel shirt and a straw hat
who has set up an easel and a canvas chair
on the sidewalk in order to paint from a droll angle
a side-view of the Church of Saint Thomas Aquinas.

But where are you, reader,
who have not paused in your walk
to look over my shoulder
to see what I am jotting in this notebook?

Alone in this city,
I sometimes wonder what you look like,
if you are wearing a flannel shirt
or a wraparound blue skirt held together by a pin.

But every time I turn around
you have fled through a crease in the air
to a quiet room where the shutters are closed
against the heat of the afternoon,
where there is only the sound of your breathing
and every so often, the turning of a page.