Cosa posso dire, Mary Oliver

Cosa posso dire ancora che non abbia già detto prima?
Quindi lo dirò di nuovo.
La foglia ha in sé una canzone.
La pietra ha il volto della pazienza.
Dentro il fiume c’è una storia interminabile
e tu sei lì dentro da qualche parte
e non finirà mai fino a che tutto finirà.

Porta il tuo cuore indaffarato al museo d’arte
e alla camera di commercio
ma portalo anche nella foresta.
Il canto che sentivi cantare tra le foglie
quando eri un bambino
sta ancora cantando.
Ho vissuto, finora, per settantaquattro anni,
e la foglia sta cantando ancora.

What Can I Say

What can I say that I have not said before?
So I’ll say it again.
The leaf has a song in it.
Stone is the face of patience.
Inside the river there is an unfinishable story
and you are somewhere in it
and it will never end until all ends.

Take your busy heart to the art museum and the
chamber of commerce
but take it also to the forest.
The song you heard singing in the leaf when you
were a child
is singing still.
I am of years lived, so far, seventy-four,
and the leaf is singing still.

~“What Can I Say” from Swan by Mary Oliver

La natura usa il giallo più raramente, Emily Dickinson

La Natura usa il Giallo più raramente
Di ogni altra Tinta –
Lo serba tutto per i Tramonti
Prodiga d’Azzurro

Consuma lo Scarlatto, come una Donna
Che il Giallo si permette
Solo di rado e con misura
Come le Parole di un Innamorato –

(Traduzione di Giacomo Ierolli)

Nature rarer uses Yellow

Nature rarer uses Yellow
Than another Hue –
Saves she all of that for Sunsets
Prodigal of Blue

Spending Scarlet, like a Woman
Yellow she affords
Only scantly and selectly
Like a Lover’s Words –

Vai al tuo cuore infranto, Jack Hirschman

Vai al tuo cuore infranto.
Se pensi di non averne uno, procuratelo.
Per procurartelo, sii sincero.
Impara la sincerità di intenti lasciando
entrare la vita, perché non puoi, davvero,
fare altrimenti.
Anche mentre cerchi di scappare, lascia che ti prenda
e ti laceri
come una lettera spedita
come una sentenza all’interno
che hai aspettato per tutta la vita
anche se non hai commesso nulla.
Lascia che ti spedisca.
Lascia che ti infranga, cuore.
L’avere il cuore infranto è l’inizio
di ogni vera accoglienza.
L’orecchio dell’umiltà ascolta oltre i cancelli.
Vedi i cancelli che si aprono.
Senti le tue mani sui tuoi fianchi,
la tua bocca che si apre come un utero
dando alla vita la tua voce per la prima volta.
Vai cantando volteggiando nella gloria
di essere estaticamente semplice.
Scrivi la poesia.

(Traduzione di Raffaella Marzano)


Go to your broken heart.
If you think you don’t have one, get one.
To get one, be sincere.
Learn sincerity of intent by letting
life enter, because you’re helpless, really,
to do otherwise.
Even as you try escaping, let it take you
and tear you open
like a letter sent
like a sentence inside
you’ve waited for all your life
though you’ve committed nothing.
Let it send you up.
Let it break you, heart.
Broken-heartedness is the beginning
of all real reception.
The ear of humility hears beyond the gates.
See the gates opening.
Feel your hands going akimbo on your hips,
your mouth opening like a womb
giving birth to your voice for the first time.
Go singing whirling into the glory
of being ecstatically simple.
Write the poem.

Semplicità, Alda Merini

La semplicità è mettersi nudi davanti agli altri.
E noi abbiamo tanta difficoltà ad essere veri con gli altri.
Abbiamo timore di essere fraintesi, di apparire fragili,
di finire alla mercè di chi ci sta di fronte.
Non ci esponiamo mai.
Perché ci manca la forza di essere uomini,
quella che ci fa accettare i nostri limiti,
che ce li fa comprendere, dandogli senso e trasformandoli in energia, in forza appunto.
Io amo la semplicità che si accompagna con l’umiltà.
Mi piacciono i barboni.
Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle,
sentire gli odori delle cose,
catturarne l’anima.
Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo.
Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è ancora amore.


Simplicity is getting naked in front of others.
And we have so much difficulty to be real with others.
We are afraid of being misunderstood, to appear fragile,
ending up at the mercy of those around us in the face.
We will never expose.
Because we lack the strength to be human,
what makes us accept our limits,
that we make them understand, giving it meaning and turning them into energy, by virtue precisely.
I love the simplicity that is accompanied by humility.
I like bums.
I like people who know how to listen to the wind on their skin,
feel the smells of things,
capturing the soul.
Those that have the flesh in contact with the flesh of the world.
Because there is truth, there is sweetness, there is sensitivity, there is still love.

Archeologia, da “Gente sul ponte” (1986), Wislawa Szymborska

E allora, poveruomo,
nel mio campo c’è stato un progresso.
Sono trascorsi millenni
da quando mi chiamasti archeologia.

Non mi servono più
dèi di pietra
e rovine con iscrizioni chiare.

Mostrami di te il tuo non importa che,
e ti dirò chi eri.
Di qualcosa il fondo
e per qualcosa il coperchio.
Un frammento di motore. Il collo d’un cinescopio.
Un pezzetto di cavo. Dita sparse.
Può bastare anche meno, ancora meno.

Con un metodo
che non potevi conoscere allora,
so destare la memoria
in innumerevoli elementi.
Le tracce di sangue restano per sempre.
La menzogna riluce.
Si schiudono i codici segreti.
Si palesano dubbi e intenzioni.

Se solo lo vorrò
(perché non puoi avere la certezza
che lo vorrò davvero),
guarderò in gola al tuo silenzio,
leggerò nella tua occhiaia
quali erano i tuoi panorami,
ti ricorderò in ogni dettaglio
che cosa ti aspettavi dalla vita oltre alla morte.

Mostrami il tuo nulla
che ti sei lasciato dietro,
e ne farò un bosco e un’autostrada,
un aeroporto, bassezza, tenerezza
e la casa perduta.

Mostrami la tua poesiola
e ti dirò perché
non fu scritta né prima né dopo.

Ah, no, mi fraintendi.
Riprenditi quel ridicolo foglio
A me serve soltanto
il tuo strato di terra
e l’odore di bruciato
evaporato dalla notte dei tempi.

(Traduzione di Pietro Marchesani)


Well, my poor man,
seems we’ve made some progress in my field.
Millennia have passed since
you first called me archaeology.

I no longer require
your stone gods,
your ruins with legible inscriptions.

Show me your whatever
and I’ll tell you who you were.
Something’s bottom, something’s top.
A scrap of engine. A picture tube’s neck.
An inch of cable. Fingers turned to dust.
Or even less than that, or even less.

Using a method
that you couldn’t have known then,
I can stir up memory
in countless elements.
Traces of blood are forever.
Lies shine.
Secret codes resound.
Doubts and intentions come to light.

If I want to
(and you can’t be too sure
that I will),
I’ll peer down the throat of your silence,
I’ll read your views
from the sockets of your eyes,
I’ll remind you in infinite detail
of what you expected from life besides death.

Show me your nothing
that you’ve left behind
and I’ll build from it a forest and a highway,
an airport, baseness, tenderness,
a missing home.

Show me your little poem
and I’ll tell you why it wasn’t written
any earlier or later than it was.

Oh no, you’ve got me wrong.
Keep your funny piece of paper
with its scribbles.
All I need for my ends
is your layer of dirt
and the long gone
smell of burning.

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

Tre volte – ci separammo – il respiro – e io, Emily Dickinson

Tre volte – ci separammo – il Respiro – ed io –
Tre volte – non volle andarsene –
Ma si sforzava per smuovere il soffio fluttuante
Che le Acque – si sforzavano di arrestare.

Tre volte – Le Ondate mi scagliarono in alto –
Poi mi afferrarono – come una Palla –
Poi fecero Azzurre smorfie sulla mia faccia –
E spinsero via una vela

Che procedeva a Leghe di distanza – mi piaceva vederla –
Perché pensavo – Mentre muoio –
Com’è piacevole guardare una Cosa
In cui – ci sono volti Umani –

Le Onde si fecero sonnolente – il Respiro – no –
I Venti – come Bambini – si quietarono –
Poi l’Aurora baciò la mia Crisalide –
Ed io mi drizzai – e vissi –

(Traduzione di Giuseppe Ierolli)

Three times – we parted – Breath – and I –

Three times – we parted – Breath – and I –
Three times – He would not go –
But strove to stir the lifeless fan
The Waters – strove to stay.

Three Times – the Billows tossed me up –
Then caught me – like a Ball –
Then made Blue faces in my face –
And pushed away a sail

That crawled Leagues off – I liked to see –
For thinking – while I die –
How pleasant to behold a Thing
Where Human faces – be –

The Waves grew sleepy – Breath – did not –
The Winds – like Children – lulled –
Then Sunrise kissed my Chrysalis –
And I stood up – and lived –

Cosa ha detto il dottore, Raymond Carver

Ha detto che la situazione non è buona
ha detto che anzi è brutta, molto brutta
ha detto ne ho contati trentadue su un solo polmone prima
di smettere di contarli
allora io ho detto meno male non vorrei sapere
quanti altri ce ne stanno oltre a quelli
e lui ha detto lei è religioso s’inginocchia
nelle radure del bosco si lascia andare a invocare aiuto
quando arriva a una cascata
con gli spruzzi che le colpiscono il viso e le braccia
si ferma a chiedere comprensione in momenti del genere
e io ho detto non ancora ma intendo cominciare subito
lui ha detto mi dispiace veramente ha detto
vorrei tanto darle notizie di tutto un altro genere
e io ho detto Amen e lui ha detto qualche altra cosa
che non ho capito e non sapendo cos’altro fare
siccome non volevo che lui dovesse ripeterla
e io digerire pure quella
me lo sono guardato
per un po’ e lui ha guardato me e a quel punto
sono saltato su e ho stretto la mano di quest’uomo che mi aveva appena dato
qualcosa che nessuno al mondo mi ha mai dato prima
mi sa che l’ho pure ringraziato tanta è la forza dell’abitudine

(Traduzione di Riccardo Duranti e Francesco Durante)

What The Doctor Said

He said it doesn’t look good
he said it looks bad in fact real bad
he said I counted thirty-two of them on one lung before
I quit counting them
I said I’m glad I wouldn’t want to know
about any more being there than that
he said are you a religious man do you kneel down
in forest groves and let yourself ask for help
when you come to a waterfall
mist blowing against your face and arms
do you stop and ask for understanding at those moments
I said not yet but I intend to start today
he said I’m real sorry he said
I wish I had some other kind of news to give you
I said Amen and he said something else
I didn’t catch and not knowing what else to do
and not wanting him to have to repeat it
and me to have to fully digest it
I just looked at him
for a minute and he looked back it was then
I jumped up and shook hands with this man who’d just given me
something no one else on earth had ever given me
I may have even thanked him habit being so strong

Urgentemente, Eugénio De Andrade

È urgente l’amore.
È urgente una barca in mare.

È urgente distruggere certe parole,
odio, solitudine e crudeltà,
alcuni lamenti,
molte spade.

È urgente inventare allegria,
moltiplicare i baci, i raccolti,
è urgente scoprire rose e fiumi
e mattine limpide.

Cade il silenzio sulle spalle e la luce
impura, fino a dolere.
È urgente l’amore, è urgente


É urgente o amor.
É urgente um barco no mar.

É urgente destruir certas palavras,
ódio, solidão e crueldade,
alguns lamentos,
muitas espadas.

É urgente inventar alegria,
multiplicar os beijos, as searas,
é urgente descobrir rosas e rios
e manhãs claras.

Cai o silêncio nos ombros e a luz
impura, até doer.
É urgente o amor, é urgente


It’s urgent — love.
It’s urgent — a boat upon the sea.

It’s urgent to destroy certain words,
hate, solitude, and cruelty,
some moanings,
many swords.

It’s urgent to invent a joyfulness,
multiply kisses and cornfields,
discover roses and rivers
and glistening mornings — it’s urgent.

Silence and an impure light fall upon
our shoulders till they ache.
It’s urgent — love, it’s urgent
to endure.

(Translated by Alexis Levitin)

Respiro, da “Più buio” (1970), Mark Strand

Quando li vedi
di’ loro che io ci sono ancora,
che mi reggo su una gamba mentre l’altra sogna,
che solo così si può fare,

che le bugie che dico loro sono diverse
da quelle che dico a me stesso,
che con lo stare sia qui che oltre
mi sto facendo orizzonte,

che come il sole si leva e cala io conosco il mio posto,
che è il respiro a salvarmi,
che persino le sillabe forzate del declino sono respiro,
che se il corpo è bara è anche madia di respiro,

che il respiro è uno specchio offuscato da parole,
che solo il respiro sopravvive al grido d’aiuto
quando penetra l’orecchio dell’estraneo
e permane ben oltre la scomparsa della parola,

che il respiro è di nuovo l’inizio, che da esso
si stacca ogni resistenza, come il significato si stacca
dalla vita, o il buio si stacca dalla luce,
che il respiro è ciò che do a loro quando mando saluti affettuosi.


When you see them
tell them I am still here,
that I stand on one leg while the other one dreams,
that this is the only way,

that the lies I tell them are different
from the lies I tell myself,
that by being both here and beyond
I am becoming a horizon,

that as the sun rises and sets I know my place,
that breath is what saves me,
that even the forced syllables of decline are breath,
that if the body is a coffin it is also a closet of breath,

that breath is a mirror clouded by words,
that breath is all that survives the cry for help
as it enters the stranger’s ear
and stays long after the world is gone,

that breath is the beginning again, that from it
all resistance falls away, as meaning falls
away from life, or darkness fall from light,
that breath is what I give them when I send my love.

“Breath” by Mark Strand from New Selected Poems

I nomi, Billy Collins

Questa poesia è dedicata alle vittime dell’11 settembre e a quanti sono loro sopravvissuti

Ieri, ero disteso, sveglio, nel palmo della notte.
Una pioggia leggera è entrata furtiva, senza aiuto di vento;
E quando ho visto il luccichio d’argento alle finestre,
Ho iniziato dalla A, da Ackerman per la precisione,
Poi Baxter e Calabro,
Davis e Eberling, nomi che cadevano a proposito
Come le gocce cadevano nel buio.
Nomi stampati sul soffitto della notte.
Nomi che scivolavano attorno a una piega colma d’acqua.
Ventisei salici sulle rive di un fosso.
Al mattino, sono uscito a piedi scalzi
Tra migliaia di fiori
Gonfi di rugiada come gli occhi di lacrime,
E ognuno aveva un nome –
Fiori inciso su un petalo giallo
Poi Gonzalez e Han, Ishikawa e Jenkins.
Nomi scritti nell’aria
E cuciti al vestito del giorno.
Un nome dietro una foto attaccata a una cassetta della posta.
Monogramma su una maglia strappata,
Ti ho visto sillabato nella vetrina di un negozio
E sulle luminose tende aperte di questa città.
Recito le sillabe mentre svolto un angolo –
Kelly e Lee,
Medina, Nardella e O’Connor.
Quando scruto nel verde,
Vedo un fitto groviglio dove le lettere sono nascoste
Come in un rompicapo per bambini.
Parker e Quigley nei ramoscelli di un frassino,
Rizzo, Schubert, Torres e Upton,
Nascosti nei rami di un vecchio acero.
Nomi scritti nel pallido cielo.
Nomi che salgono con la corrente che si forma tra i palazzi.
Nomi silenziosi nella pietra
O urlati dietro una porta.
Nomi esplosi sulla terra e nel mare.
Nella sera – luce calante, le ultime rondini.
Un ragazzo sul lago alza i remi dall’acqua.
Una donna alla finestra accende una candela,
e il profilo dei nomi si vede nelle nuvole rosa –
Vanacore e Wallace,
(e la X, se può, stia per i nomi di tutti i dispersi)
Poi Young e Ziminsky, l’ultima scossa della zeta.
Nomi incisi sulla punta di uno spillo.
Un nome disteso su un ponte, un altro infilato in un tunnel.
Un nome azzurro iniettato sotto pelle.
Nomi di cittadini, lavoratori, madri e padri,
La figlia dagli occhi luminosi, il figlio intraprendente.
Alfabeti di nomi in un campo verde.
Nomi nelle piccole impronte degli uccelli.
Nomi cavati da un cappello
O in bilico sulla punta della lingua.
Nomi rotolati nell’oscuro magazzino della memoria.
Così tanti nomi, manca quasi lo spazio sui muri del cuore.

(Traduzione di Piero Vereni) 

The Names

Yesterday, I lay awake in the palm of the night.
A soft rain stole in, unhelped by any breeze,
And when I saw the silver glaze on the windows,
I started with A, with Ackerman, as it happened,
Then Baxter and Calabro,
Davis and Eberling, names falling into place
As droplets fell through the dark.
Names printed on the ceiling of the night.
Names slipping around a watery bend.
Twenty-six willows on the banks of a stream.
In the morning, I walked out barefoot
Among thousands of flowers
Heavy with dew like the eyes of tears,
And each had a name —
Fiori inscribed on a yellow petal
Then Gonzalez and Han, Ishikawa and Jenkins.
Names written in the air
And stiched into the cloth of the day.
A name under a photograph taped to a mailbox.
Monogram on a torn shirt,
I see you spelled out on storefront windows
And on the bright unfurled awning of this city.
I say the syllables as I turn a corner —
Kelly and Lee,
Medina, Nardella, and O’Connor.
When I peer into the woods,
I see a thick tangle where letters are hidden
As in a puzzle concocted for children.
Parker and Quigley in the twigs of an ash,
Rizzo, Schubert, Torres, and Upton,
Secrets in the boughs of an ancient maple.
Names written in the pale sky.
Names rising in the updraft amid buildings.
Names silent in stone
Or cried out behind a door.
Names blown over the earth and out to sea.
In the evening — weakening light, the last swallows.
A boy on a lake lifts his oars.
A woman by a window puts a match to a candle,
And the names are outlined on the rose clouds —
Vanacore and Wallace,
(let X stand, if it can, for the ones unfound)
Then Young and Ziminsky, the final jolt of Z.
Names etched on the head of a pin.
One name spanning a bridge, another undergoing a tunnel.
A blue name needled into the skin.
Names of citizens, workers, mothers and fathers,
The bright-eyed daughter, the quick son.
Alphabet of names in a green field.
Names in the small tracks of birds.
Names lifted from a hat
Or balanced on the tip of the tongue.
Names wheeled into the dim warehouse of memory.
So many names, there is barely room on the walls of the heart.

Billy Collins – This poem is dedicated to the victims of September 11 and to their survivors

Flowers float in the reflecting pool after family members of victims placed them as they gathered at Ground Zero during a 9/11 memorial ceremony on September 11, 2009 in New York City. (Chang W. Lee/Getty Images)