Ode al presente, da “Nuevas odas elementales” (1955), Pablo Neruda

Questo
presente
liscio
come una tavola,
fresco,
quest’ora,
questo giorno
terso
come una coppa nuova
– del passato
non c’è una sola
ragnatela –
tocchiamo
con le dita
il presente,
ne scolpiamo
il profilo,
ne guidiamo
il germe,
è vivente,
vivo,
non ha nulla
dell’ieri irrimediabile,
del passato perduto,
è nostra
creatura,
sta crescendo
in questo
momento, sta trasportando
sabbia, sta mangiando
nelle nostre mani,
prendilo,
non lasciarlo scivolare,
che non sfumi in sogni
o in parole,
afferralo,
trattienilo
e dagli ordini
finché non ti obbedisca,
fanne strada,
campana,
macchina,
bacio, libro,
carezza,
taglia la sua deliziosa
fragranza di legname
e con essa
fatti una sedia,
intrecciane
lo schienale,
provala,
o anche
una scala!

Sì,
una scala,
sali
nel presente.
gradino
dopo gradino,
fermi
i piedi sopra il legno
del presente,
verso l’alto,
verso l’alto,
non molto in alto,
soltanto
fin dove tu possa
riparare
le grondaie
del tetto,
non molto in alto,
non andartene in cielo,
raggiungi
le mele,
non le nuvole,
quelle
lasciale
andare per il cielo, andare
verso il passato.
Tu
sei
il tuo presente,
la tua mela:
prendila
dal tuo albero,
innalzala
nella tua
mano,
brilla
come una stella,
toccala,
addentala e incamminati
fischiettando per strada.

Oda al presente

ESTE
presente
liso
como una tabla,
fresco,
esta hora,
este día
limpio
como una copa nueva
—del pasado
no hay una
telaraña—,
tocamos
con los dedos
el presente,
cortamos
su medida,
dirigimos
su brote,
está viviente,
vivo,
nada tiene
de ayer irremediable,
de pasado perdido,
es nuestra
criatura,
está creciendo
en este
momento, está llevando
arena, está comiendo
en nuestras manos,
cógelo,
que no resbale,
que no se pierda en sueños
ni palabras,
agárralo,
sujétalo
y ordénalo
hasta que te obedezca,
hazlo camino,
campana,
máquina,
beso, libro,
caricia,
corta su deliciosa
fragancia de madera
y de ella
hazte una silla,
trenza
su respaldo,
pruébala,
o bien
escalera!

Si,
escalera,
sube
en el presente,
peldaño
tras peldaño,
firmes
los pies en la madera
del presente,
hacia arriba,
hacia arriba,
no muy alto,
tan sólo
hasta que puedas
reparar
las goteras
del techo,
no muy alto,
no te vayas al cielo,
alcanza
las manzanas,
no las nubes,
ésas
déjalas
ir por el cielo, irse
hacia el pasado.

eres
tu presente,
tu manzana:
tómala
de tu árbol,
levántala
en tu
mano,
brilla
como una estrella,
tócala,
híncale el diente y ándate
silbando en el camino.

Completamente, da “Viole nere”, Tess Gallagher

A quei tempi il mio spirito un’ape –
il mondo, un gigantesco ronzio che sbavava
dolcezza. Dolce da scoppiare.
Amore davanti. Amore sotto di me.

Ma soprattutto, l’estasi contraria
mi rimbalzava dentro – lo sterile fracasso
che l’amore alla fine fa mentre s’avvia al silenzio.

Completamente – esser distrutta nel regno
dei fiori. Completamente fradicia, trafitta
in un vuoto di pace.
Senza ricordare carezza esterna
o tenera occhiata.

È così che succede scontrandosi con l’essenza
senza volto del cuore. Non ci sono contorni. Solo
un invivibile carminio. Solo l’affollato braille
di un’impavida premonizione
che porge goffa l’altra guancia.

(Traduzione di Francesco Duranti)

Utterly

My spirit was a bee in those days –
the world one gigantic buzz, drooling
sweetness. Sweet unto bursting.
Love ahead. Love under me.

But most of all, that contrary ecstasy
ricocheting inside – the barren racket
love finally makes on its way to silence.

Utterly – to be destroyed in the kingdom
of flowers. Utterly sodden, sundered
into a blank of peace.
Not to remember outside caress
or tender look.

It’s like that against the facelessness
of the heart. No contours. Only
unlivable crimson. Only the clustered braille
of a fearless premonition
fumbling the turned cheek.

E’ un posto nel sud, da “Bianco nel bianco” (1984), Eugénio De Andrade

È un posto nel sud, un posto dove
la calce
si solleva a sfidare lo sguardo.

Dove hai vissuto. Dove a volte nei sogni
ancora vivi. Il nome impregnato d’acqua
trasuda nella tua bocca.

Sui sentieri delle capre scendevi
alla spiaggia, il mare sferzava
quelle scogliere, quelle sillabe.

Gli occhi si perdevano annegando
nel chiarore
del tramonto o dell’alba.

Era la perfezione.

É um lugar ao sul

É um lugar ao sul, um lugar onde
a cal
amotinada desafia o olhar.

Onde viveste. Onde às vezes no sono
vives ainda. O nome prenhe de água
escorre-te da boca.

Por caminhos de cabras descias
à praia, o mar batia
naquelas pedras, naquelas sílabas.

Os olhos perdiam-se afogados
no clarão
do último ou do primeiro dia.

Era a perfeição.

De: “Branco no Branco” – 1984

Il giorno in cui, Rabindranath Tagore

Il giorno in cui fiorì il loto,
ahimè, la mia mente era persa
e io non me ne accorsi.
Il mio cestino rimase vuoto
e il fiore inosservato.

Ogni tanto però
una tristezza mi prendeva
mi svegliavo dal mio sogno
e sentivo nel vento del sud
la presenza dolce di una strana fragranza.

Quella vaga dolcezza
come desiderio tormentava il mio cuore
sembrava l’alito ardente dell’estate
in cerca di soddisfazione.

Non sapevo allora
che era così vicina
che era già mia
che questa dolcezza perfetta
era fiorita
nel profondo del mio cuore.

The Lotus

On the day when the lotus bloomed, alas, my mind was straying,
and I knew it not. My basket was empty and the flower remained unheeded.

Only now and again a sadness fell upon me, and I started up from my
dream and felt a sweet trace of a strange fragrance in the south wind.

That vague sweetness made my heart ache with longing and it seemed to
me that is was the eager breath of the summer seeking for its completion.

I knew not then that it was so near, that it was mine, and that this
perfect sweetness had blossomed in the depth of my own heart.

Dharma, da “A vela in solitaria intorno alla stanza” (2013), Billy Collins

Il modo in cui la mia cagnetta
trotta fuori dalla porta ogni mattina
senza un cappello o un ombrello,
senza neanche un soldo
né le chiavi della cuccia
non manca mai di riempirmi la ciotola del cuore
di lattea ammirazione.

Chi può offrire miglior esempio
di una vita priva di orpelli –
Thoreau nella sua capanna senza tende
con un solo piatto, un solo cucchiaio?
Gandhi col bastone e gli occhialini?

Ecco che lei se ne va nel mondo reale
con nient’altro che il mantello marrone
e un modesto collare azzurro,
seguendo solo il suo naso bagnato,
portali gemelli del suo costante respiro,
seguita solo dal pennacchio della sua coda.

Se solo non cacciasse via il gatto
ogni mattina
e mangiasse tutto il suo cibo
quale modello di autocontrollo sarebbe,
quale esempio di distacco mondano.
Se solo non desiderasse così tanto
un massaggio dietro le orecchie,
non fosse così acrobatica nel dare il benvenuto,
se solo io non fossi il suo dio.

(Traduzione di Franco Nasi)

Dharma

The way the dog trots out the front door
every morning
without a hat or an umbrella,
without any money
or the keys to her dog house
never fails to fill the saucer of my heart
with milky admiration.

Who provides a finer example
of a life without encumbrance—
Thoreau in his curtainless hut
with a single plate, a single spoon?
Ghandi with his staff and his holy diapers?

Off she goes into the material world
with nothing but her brown coat
and her modest blue collar,
following only her wet nose,
the twin portals of her steady breathing,
followed only by the plume of her tail.

If only she did not shove the cat aside
every morning
and eat all his food
what a model of self-containment she would be,
what a paragon of earthly detachment.
If only she were not so eager
for a rub behind the ears,
so acrobatic in her welcomes,
if only I were not her god.

from “Sailing Alone Around the Room”

Dono, da “New and Collected Poems: 1931-2001”, Czesław Miłosz

Un giorno così felice.
La nebbia si alzò presto, lavoravo in giardino.
I colibrì si posavano sui fiori del quadrifoglio.
Non c’era cosa sulla terra che desiderassi avere.
Non conoscevo nessuno che valesse la pena d’invidiare.
Il male accadutomi, l’avevo dimenticato.
Non mi vergognavo al pensiero di essere stato chi sono.
Nessun dolore nel mio corpo.
Raddrizzandomi, vedevo il mare azzurro e vele.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Gift

A day so happy.
Fog lifted early, I worked in the garden.
Hummingbirds were stopping over honeysuckle flowers.
There was no thing on earth I wanted to possess.
I knew no one worth my envying him.
Whatever evil I had suffered, I forgot.
To think that once I was the same man did not embarrass me.
In my body I felt no pain.
When straightening up, I saw the blue sea and sails.

(Translated from the original Polish by Czesław Miłosz)

Pioggia, Federico Garcia Lorca

La pioggia ha un vago segreto di tenerezza
una sonnolenza rassegnata e amabile,
una musica umile si sveglia con lei
e fa vibrare l’anima addormentata del paesaggio.

È un bacio azzurro che riceve la Terra,
il mito primitivo che si rinnova.
Il freddo contatto di cielo e terra vecchi
con una pace da lunghe sere.

È l’aurora del frutto. Quella che ci porta i fiori
e ci unge con lo spirito santo dei mari.
Quella che sparge la vita sui seminati
e nell’anima tristezza di ciò che non sappiamo.

La nostalgia terribile di una vita perduta,
il fatale sentimento di esser nati tardi,
o l’illusione inquieta di un domani impossibile
con l’inquietudine vicina del color della carne.

L’amore si sveglia nel grigio del suo ritmo,
il nostro cielo interiore ha un trionfo di sangue,
ma il nostro ottimismo si muta in tristezza
nel contemplare le gocce morte sui vetri.

E son le gocce: occhi d’infinito che guardano
il bianco infinito che le generò.

Ogni goccia di pioggia trema sul vetro sporco
e vi lascia divine ferite di diamante.
Sono poeti dell’acqua che hanno visto e meditano
ciò che la folla dei fiumi ignora.

O pioggia silenziosa; senza burrasca, senza vento,
pioggia tranquilla e serena di campani e di dolce luce,
pioggia buona e pacifica, vera pioggia,
quando amorosa e triste cadi sopra le cose!

O pioggia francescana che porti in ogni goccia
anime di fonti chiare e di umili sorgenti!
Quando scendi sui campi lentamente
le rose del mio petto apri con i tuoi suoni.

Il canto primitivo che dici al silenzio
e la storia sonora che racconti ai rami
il mio cuore deserto li commenta
in un nero e profondo pentagramma senza chiave.

La mia anima ha la tristezza della pioggia serena,
tristezza rassegnata di cosa irrealizzabile,
ho all’orizzonte una stella accesa
e il cuore mi impedisce di contemplarla.

O pioggia silenziosa che gli alberi amano
e sei al piano dolcezza emozionante:
da’ all’anima le stesse nebbie e risonanze
che lasci nell’anima addormentata del paesaggio!

(Traduzione di Claudio Rendina)

Lluvia

La lluvia tiene un vago secreto de ternura,
algo de soñolencia resignada y amable,
una música humilde se despierta con ella
que hace vibrar el alma dormida del paisaje.

Es un besar azul que recibe la Tierra,
el mito primitivo que vuelve a realizarse.
El contacto ya frío de cielo y tierra viejos
con una mansedumbre de atardecer constante.

Es la aurora del fruto. La que nos trae las flores
y nos unge de espíritu santo de los mares.
La que derrama vida sobre las sementeras
y en el alma tristeza de lo que no se sabe.

La nostalgia terrible de una vida perdida,
el fatal sentimiento de haber nacido tarde,
o la ilusión inquieta de un mañana imposible
con la inquietud cercana del color de la carne.

El amor se despierta en el gris de su ritmo,
nuestro cielo interior tiene un triunfo de sangre,
pero nuestro optimismo se convierte en tristeza
al contemplar las gotas muertas en los cristales.

Y son las gotas: ojos de infinito que miran
al infinito blanco que les sirvió de madre.

Cada gota de lluvia tiembla en el cristal turbio
y le dejan divinas heridas de diamante.
Son poetas del agua que han visto y que meditan
lo que la muchedumbre de los ríos no sabe.

¡Oh lluvia silenciosa, sin tormentas ni vientos,
lluvia mansa y serena de esquila y luz suave,
lluvia buena y pacifica que eres la verdadera,
la que llorosa y triste sobre las cosas caes!

¡Oh lluvia franciscana que llevas a tus gotas
almas de fuentes claras y humildes manantiales!
Cuando sobre los campos desciendes lentamente
las rosas de mi pecho con tus sonidos abres.

El canto primitivo que dices al silencio
y la historia sonora que cuentas al ramaje
los comenta llorando mi corazón desierto
en un negro y profundo pentágrama sin clave.

Mi alma tiene tristeza de la lluvia serena,
tristeza resignada de cosa irrealizable,
tengo en el horizonte un lucero encendido
y el corazón me impide que corra a contemplarte.

¡Oh lluvia silenciosa que los árboles aman
y eres sobre el piano dulzura emocionante;
das al alma las mismas nieblas y resonancias
que pones en el alma dormida del paisaje!

Enero de 1919 – Granada

Rain

The rain has a vague secret of tenderness,
something resignedly and amiably somnolent.
With it there awakes a humble music
that makes the sleeping soul of the landscape vibrate.

It is a blue kiss that the Earth receives,
the primal myth that once again comes true.
The already cold contact of the old sky and earth
with a gentleness like that of a perpetual coming of evening.

It is the dawn of the fruit. The dawn brought to us by the flowers,
anointing us with the holy spirit of the seas.
The dawn that sheds life upon the sown fields
and, in our soul, the sadness of the unknown.

The dreadful nostalgia for a wasted life,
the fatal feeling that you were born too late,
or the restless hope for an impossible morning
with the nearby restlessness of the flesh’s ache.

Love awakens in the gray of its rhythm,
our inner sky enjoys a triumph of blood,
but our optimism is changed to sadness
when we observe the dead drops on the panes.

And the drops are eyes of infinity which gaze
at the white infinity which served them as mother.

Each raindrop trembles on the clouded glass,
leaving behind on it divine diamond-scratches.
They are watery poets who have seen, and meditate on,
that which the multitude of rivers doesn’t know.

O silent rain without tempests or winds,
gentle, calm rain, like sheep bells and soft light,
good, peaceful rain – the real kind –
which falls on every object lovingly and sadly!

O Franciscan rain, carryig in your drops
the souls of bright fountains and humble springs!
When you descend slowly onto the fields
you open the roses of my breast with your sounds.

The primal song you sing to the silence
and the sonorous story you narrate to the boughs
are commented on tearfully by my barren heart
in a black, deep stave of music without a key.

My soul has the sadness of the calm rain,
a resigned sadness for something unattainable;
on my horizon I have a blazing star
but my heart keeps me from running to gaze at it.

O silent rain which the trees love,
you that are sweet execitement on the piano,
you lend my soul the same mist and resonances
which you give to the sleeping soul of the landscape!

(Translated by Stanley Appelbaum)