Alberi, da “Histoires” (1946), Jacques Prévert

In gergo la gente chiama “foglie” le orecchie
è come se sentissero, come se gli alberi conoscessero la musica
ma la verde lingua degli alberi è un gergo ben più antico
chi può sapere cosa essi dicono quando parlano degli uomini
gli alberi parlano albero
come i bambini parlano bambino

Quando un figlio di donna e uomo
rivolge le sue parole a un albero
l’albero risponde
il bambino capisce
Più tardi il bambino
parla arboricoltura con maestri e genitori

non può più sentire la voce degli alberi
non può più sentire la loro canzone nel vento
Eppure a volte una fanciulla
scoppia in un grido disperato
presso una piazza di cemento armato
di erba triste e terra sporca

questa è … oh… questa è
la tristezza di essere abbandonati
che mi fa gridare aiuto
o la paura che mi dimentichiate
alberi della mia giovinezza
la mia gioventù per davvero

Nell’oasi del ricordo
una sorgente è appena sgorgata
è per farmi piangere
ero così felice nella folla
la folla verde del bosco
con il timore di perdermi e di ritrovarmi

Non dimenticate la vostra piccola amica
alberi della mia foresta.

Arbres

En argot les hommes appellent les oreilles des feuilles
c’est dire comme ils sentent que les arbres connaissent la musique
mais la langue verte des arbres est un argot bien plus ancien
Qui peut savoir ce qu’ils disent lorsqu’ils parlent des humains
les arbres parlent arbre
comme les enfants parlent enfant

Quand un enfant de femme et d’homme
adresse la parole à un arbre
l’arbre répond
l’enfant entend
Plus tard l’enfant
parle arboriculture
avec ses maitres et ses parents

Il n’entend plus la voix des arbres
il n’entend plus leur chanson dans le vent
pourtant parfois une petite fille
pousse un cri de détresse
dans un square de ciment armé
d’herbe morne et de terre souillée

Est-ce… oh… est-ce
la tristesse d’être abandonnée
qui me fait crier au secours
ou la crainte que vous m’oubliiez
arbre de ma jeunesse
ma jeunesse pour de vrai

Dans l’oasis du souvenir
une source vient de jaillir
est-ce pour me faire pleurer
J’étais si heureuse dans la foule
la foule verte de la forêt
avec la crainte de me perdre
et la crainte de me retrouver

N’oubliez pas votre petite amie
arbres de ma forêt.

Scarpe, da “On Love”, Charles Bukowski

quando sei giovane
due
scarpe da donna
con il tacco alto
sole
solette
nel ripostiglio
possono mandarti a fuoco le
ossa;
quando sei vecchio
è solo un paio di scarpe
con
nessuna
dentro
e il risultato
è lo stesso.

(Traduzione di Simona Viciani)

shoes

when you’re young
a pair of
female
high-heeled shoes
just sitting
alone
in the closet
can fire your
bones;
when you’re old
it’s just a pair of shoes
without
anybody
in them
and just as
well.

_____________________
Manoscritto, fine 1985; pubblicato in “You Get So Alone at Times That It Just Makes Sense”.

Attimo, da “Attimo” (2002), Wislawa Szymborska

Cammino sul pendio d’una collina verde.
Erba, tra l’erba fiori
come in un quadretto per bambini.
Il cielo annebbiato, già tinto d’azzurro.
La vista si distende in silenzio sui colli intorno.

Come se qui mai ci fossero stati cambriano e siluriano,
rocce ringhianti l’una all’altra,
abissi gonfiati,
notti fiammeggianti
e giorni nei turbini dell’oscurità.

Come se di qua non si fossero spostate le pianure
in preda a febbri maligne,
brividi glaciali.

Come se solo altrove fossero ribolliti i mari
e si fossero rotte le sponde degli orizzonti.

Sono le nove e trenta, ora locale.
Tutto è al suo posto e in garbata concordia.
Nella valletta un piccolo torrente in quanto tale.
Un sentiero in forma di sentiero da sempre a sempre.
Un bosco dal sembiante di bosco pei secoli dei secoli, amen,
e in alto uccelli in volo nel ruolo di uccelli in volo.

Fin dove si stende la vista, qui regna l’attimo.
Uno di quegli attimi terreni
che sono pregati di durare.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Moment

I walk on the slope of a hill gone green.
Grass, little flowers in the grass,
as in a children’s illustration.
The misty sky’s already turning blue.
A view of other hills unfolds in silence.

As if there’d never been any Cambrians, Silurians,
rocks snarling at crags,
upturned abysses,
no nights in flames
and days in clouds of darkness.

As if plains hadn’t pushed their way here
in malignant fevers,
icy shivers.

As if seas had seethed only elsewhere,
shredding the shores of the horizons.

It’s nine-thirty local time.
Everything’s in its place and in polite agreement.
In the valley a little brook cast as a little brook.
A path in the role of a path from always to ever.
Woods disguised as woods alive without end,
and above them birds in flight play birds in flight.

This moment reigns as far as the eye can reach.
One of those earthly moments
invited to linger.

(Translated from Polish by Stanisław Barańczak and Clare Cavanagh)

Cupido, monello testardo!, Johann Wolfgang Goethe

Cupido, monello testardo!
M’hai chiesto un riparo per poche ore,
e quanti giorni e notti sei rimasto!
Adesso il padrone in casa mia sei tu!

Sono scacciato dal mio ampio letto;
sto per terra, e di notte mi tormento;
il tuo capriccio attizza fiamma su fiamma nel fuoco,
brucia le scorte d’inverno
e arde me misero.

Hai spostato e scompigliato gli oggetti miei,
io cerco, e sono come cieco e smarrito.
Strepiti senza ritegno, e io temo che l’animula
fugga via per sfuggire te, e abbandoni questa capanna.

Cupido, loser, eigensinniger Knabe!

Cupido, loser, eigenwilliger Knabe!
Du batst mich um Quartier auf einige Stunden.
Wie viele Tag’ und Nächte bist du geblieben!
Und bist nun herrisch und Meister im Hause geworden!

Von meinem breiten Lager bin ich vertrieben;
Nun sitz ich an der Erde, Nächte gequälet;
Dein Mutwill schüret Flamm auf Flamme des Herdes,
Verbrennet den Vorrat des Winters
und senget mich Armen.

Du hast mir mein Geräte verstellt und verschoben;
Ich such und bin wie blind und irre geworden.
Du lärmst so ungeschickt; ich fürchte das Seelchen
Entflieht, um dir zu entfliehn, und räumet die Hütte.

Johann Wolfgang von Goethe: Italienische Reise – Kapitel 82

_____________________
E’ una delle poche poesie di cui si sa per certo che fu composta in Italia.
Goethe la trascrisse anche nel Viaggio in Italia (resoconto del gennaio 1788).
L’animula: Goethe si riferisce probabilmente alla “animula vagula blandula” di una poesia scritta dall’imperatore Adriano poco prima della morte, di cui riferisce la Vita Hadriani.

La pazienza, da “Tu sola nel mio deserto” (2017), Alda Merini

Questa assurda pazienza che è la vita
dove crepita il foglio dell’attesa
dove bruci le steppe dei tuoi occhi
dove ti incanti per il grande cielo
non può attendere che tu ti incammini
sopra un refuso, vai oltre gli errori
saltando a pari piedi i tuoi gradini
di sentimenti: sono i tuoi figlioli
ad insegnarti che la verga fiorisce
soltanto dentro il cuore di una mamma.
C’è anche santità di poesia
che vive dentro i ghiacci del sapere.

7/12/1991, Sant’Ambrogio
A Elena

Fiore che non dura, Fernando Pessoa

Fiore che non dura
oltre l’ombra di un attimo
la tua freschezza
persiste nel mio pensiero.

Non ti ho perduto
in ciò che sono,
se pure, o fiore, non ti ho visto mai
dove io non sono che la terra e il cielo.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

(Da “Poesie scelte” Fernando Pessoa – Passigli Editori – Traduzione Luigi Panarese)

Flor que não dura

Flor que não dura
Mais do que a sombra dum momento
Tua frescura
Persiste no meu pensamento.

Não te perdi
No que sou eu,
Só nunca mais, ó flor, te vi
Onde não sou senão a terra e o céu.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Potessi solo correre infinitamente, Emily Dickinson

Potessi solo correre infinitamente
come l’ape del campo
e visitare solo chi volessi
senza che nessuno visitasse me

e corteggiare tutto il giorno i ranuncoli
e sposare chi mi va
e abitare un po’ ovunque
o meglio, darmela a gambe

senza polizia alle calcagna
o inseguire lei se lo fa
finché saltasse penisole
per sfuggire alla mia caccia –

Dico “Fossi solo un’ape”
su una zattera d’aria
e remassi nel nulla tutto il giorno
e ancorassi “oltre la barra”

Che libertà! Così pensa il prigioniero
stretto nella cella sotterranea.

(Traduzione di Massimo Bacigalupo)

Could I but ride indefinite

Could I but ride indefinite
As doth the Meadow Bee
And visit only where I liked
And No one visit me
And flirt all Day with Buttercups
And marry whom I may
And dwell a little everywhere
Or better, run away

With no Police to follow
Or chase Him if He do
Till He should jump Peninsulas
To get away from me –

I said “But just to be a Bee”
Upon a Raft of Air
And row in Nowhere all Day long
And anchor “off the Bar”

What Liberty! So Captives deem
Who tight in Dungeons are.

Lo scoubidou, da “The Trouble with Poetry” (2005), Billy Collins

L’altro giorno mentre rimbalzavo lentamente
tra le pareti azzurre di questa stanza,
saltando dalla macchina da scrivere al piano,
dalla libreria a una busta caduta sul pavimento,
mi sono trovato nella sezione S del dizionario
dove i miei occhi sono caduti sulla parola Scoubidou.

Nessun biscotto sgranocchiato da un romanziere francese
avrebbe spedito qualcuno più in fretta nel passato –
un passato dove io stavo seduto a un tavolo in un campeggio
accanto a un lago profondo dell’Adirondack
e imparavo a intrecciare con strisce sottili di plastica
uno scoubidou, un regalo per mia madre.

Non avevo mai visto nessuno usare uno scoubidou
né indossarne uno, se è così che si usano,
ma questo non mi trattenne dall’incrociare
filo con filo, e poi di nuovo,
fino a farne uno scoubidou
quadrato, bianco e rosso, per mia madre.

Lei mi diede la vita e il latte dal seno,
io le diedi uno scoubidou.
Si prendeva cura di me, quand’ero a letto ammalato:
mi avvicinava alle labbra cucchiai di medicine,
mi appoggiava alla fronte freddi panni bagnati,
poi mi portava fuori alla luce delicata;

e mi insegnò a camminare e nuotare,
io in cambio le regalai uno scoubidou.
Ecco qui migliaia di pasti, disse,
ed ecco i vestiti e una buona scuola.
Ed ecco il tuo scoubidou, le risposi,
che ho fatto con l’aiuto dell’istruttore.

Ecco un corpo che respira e un cuore che batte,
gambe, ossa, denti forti,
e due occhi chiari per leggere il mondo, sussurrò.
Ed ecco, dissi, lo scoubidou, che ho fatto in campeggio.
Ed ecco, vorrei dirle ora,
un dono più piccolo: non l’antica verità

che non si può mai ripagare una madre,
ma la triste confessione che quando lei prese
lo scoubidou a due colori dalle mie mani,
ero certo come certo può essere un bambino
che quell’oggetto inutile e senza valore, che avevo intrecciato
per pura noia, bastava per pareggiare i conti.

(Traduzione di Franco Nasi)

The Lanyard

The other day as I was ricocheting slowly
off the pale blue walls of this room,
bouncing from typewriter to piano,
from bookshelf to an envelope lying on the floor,
I found myself in the L section of the dictionary
where my eyes fell upon the word lanyard.

No cookie nibbled by a French novelist
could send one more suddenly into the past —
a past where I sat at a workbench at a camp
by a deep Adirondack lake
learning how to braid thin plastic strips
into a lanyard, a gift for my mother.

I had never seen anyone use a lanyard
or wear one, if that’s what you did with them,
but that did not keep me from crossing
strand over strand again and again
until I had made a boxy
red and white lanyard for my mother.

She gave me life and milk from her breasts,
and I gave her a lanyard.
She nursed me in many a sickroom,
lifted teaspoons of medicine to my lips,
set cold face-cloths on my forehead,
and then led me out into the airy light

and taught me to walk and swim,
and I, in turn, presented her with a lanyard.
Here are thousands of meals, she said,
and here is clothing and a good education.
And here is your lanyard, I replied,
which I made with a little help from a counselor.

Here is a breathing body and a beating heart,
strong legs, bones and teeth,
and two clear eyes to read the world, she whispered,
and here, I said, is the lanyard I made at camp.
And here, I wish to say to her now,
is a smaller gift-not the archaic truth

that you can never repay your mother,
but the rueful admission that when she took
the two-tone lanyard from my hands,
I was as sure as a boy could be
that this useless, worthless thing I wove
out of boredom would be enough to make us even.

Luce, da “Poesie sparse” (1917/1936), Federico Garcia Lorca

È la magica ora intensa del tramonto.
Il monte si dissangua. La luce è bionda. Io
cammino sul sentiero con aria distrutta,
la fronte bassa e il cuore rosso.

Il poeta è l’ombra luminosa che cammina
con la pretesa di collegare gli uomini a Dio,
senza considerare che l’azzurro è un Sogno che vive
e la Terra un altro sogno che da tempo è morto.

L’azzurro che ammiriamo possiede la gran tristezza
di non prevedere mai dov’è la propria fine,
e Dio è la tristezza suprema ed impossibile
dal momento che il suo perché profondo neanche può parlare.

Il segreto di tutto non esiste. Le stelle
sono anime che vollero dare la scalata al mistero.
L’essenza del mistero le rese luce di pietra,
ma non riuscirono a introdursi nella sua Pace.

(Traduzione di Claudio Rendina)

Luz

Es la mágica hora sentida del ocaso.
El monte se desangra. La luz es rubia. Yo
marcho por el sendero con aire de fracaso,
apagada la frente y rojo el corazón.

El poeta es la sombra luminosa que marcha
pretendiendo enlazar a los hombres con Dios,
sin notar que el azul es un Sueño que vive
y la Tierra otro sueño que hace tiempo murió.

El azul que miramos tiene la gran tristeza
de no presentir nunca donde su fin está,
y Dios es la tristeza suprema e imposible
pues su porqué profundo tampoco puede hablar.

El secreto de todo no existe. Las estrellas
son almas que al misterio quisieron escalar.
La esencia del misterio las hizo luz de piedra,
pero no consiguieron internarse en su Paz.

Epilogo, da “On Cats”, Charles Bukowski

scendo le scale e lei chiede:
“hai scritto qualche
poesiola?”
“sì” rispondo.
mi siedo accanto a lei sul divano e
fissiamo tutti e due lo schermo
della tv.
c’è David Letterman.
“sono rientrati tutti i gatti tranne Beeker”
dice lei.
“vado a cercarlo” dico.
mi alzo, esco e batto le
mani e chiamo:
“Beeker! Beeker!
vieni, Beeker!”
4 o 5 persone di questo quartiere
operaio mi maledicono da sotto
le coperte.
Beeker arriva lentamente da un altro
cortile.
si arrampica a fatica sulla staccionata.
è grasso.
si lascia cadere, grugnisce e andiamo
insieme verso la porta,
entriamo,
chiudo a chiave e mi volto proprio mentre Letterman
svanisce in
pubblicità.

(Traduzione di Simona Viciani)

consummation

I come down the stairway and she asks,
“did you write some little
poems?”
“yes!”, I answer.
I sit next to her on the couch and we
both look at the t.v.
screen.
it’s David Letterman.
“all the cats are in except Beeker,”
she says.
“I’ll look for him,” I say.
I get up and go outside and clap my
hands and yell,
“Beeker! Beeker!
come on, Beeker!”
4 or 5 people in this working-class
neighborhood curse me from under
their sheets.
Beeker comes slowly from another
yard.
he clambers the fence.
he’s fat.
he drops, grunts and we walk
toward the door together,
enter.
I lock the door, turn as Letterman
vanishes into a
commercial.

_____________________
Inizio 1990, manoscritto; incluso in The Continual Condition. Pubblicato in Italia nella raccolta “Mentre Buddha Sorride”, Guanda, 2015.