Dev’esserci…, da “José Saramago, Le poesie” (2002), José Saramago

Ci dev’essere un colore da scoprire,
un’unione nascosta di parole,
ci dev’essere una chiave per aprire
la porta di questo muro smisurato.

Ci dev’essere un’isola più a sud,
una corda più tesa e risonante,
un altro mare che nuoti un altro azzurro,
un altro tono di voce per cantare.

Poesia tardiva che non riesci a dire
neppure la metà di quel che sai:
non taci quando puoi e non rinneghi
questo corpo casuale in cui non trovi posto.

(Traduzione di Fernanda Toriello)

Há-de haver

Há-de haver uma cor por descobrir,
Um juntar de palavras escondido,
Há de haver uma chave para abrir
A porta deste muro desmedido.

Há-de haver uma ilha mais ao sul,
Uma corda mais tensa e ressoante,
Outro mar que nade noutro azul,
Outra altura de voz que melhor cante.

Poesia tardia que não chegas
A dizer nem metade do que saber:
Não calas, quando podes, nem renegas
Este corpo de acaso em que não cabes.

_________________________________

Dimash Kudaibergen – S.O.S d’un terrien en détresse / Live dans Les Années Bonheur

Dimash Kudaibergen è un cantante kazako, cantautore e polistrumentista nato ad Aktobe il 24 Maggio 1994. Ha effettuato studi universitari sia in musica classica sia in musica contemporanea; dotato di orecchio assoluto, si distingue per la precisione nell’attacco delle note, la flessibilità nella dinamica e per il suo registro musicale che si estende per sei ottave e cinque semitoni.
Sebbene gli fosse stata offerta una posizione all’Opera di Astana ha preferito una carriera nel panorama musicale contemporaneo, incorporando elementi di musica classica, musica tradizionale kazaka e musica pop.
La definitiva esplosione a livello internazionale la si deve soprattutto alla fortunata partecipazione come ospite straniero al concorso televisivo cinese The Singer 2017, mostrando al mondo intero le sue immense capacità, che saranno definite in seguito dagli esperti stile Crossover (Alien), fin dalla prima puntata dando una nuova vita alla storica canzone francese di Daniel Balavoine “S.O.S. d’un terrien en détresse” definita dai critici una tra le 5 canzoni più difficili al mondo.

(dal sito Dimash Italia)

Mondo splendido, Hermann Hesse

Sempre e poi sempre,
o vecchio o giovane torno a avvertire:
una montagna notturna e al balcone una donna silenziosa,
bianca una strada al chiaro di luna
in lieve pendio
e ciò mi lacera il cuore nel petto atterrito di struggimento.
O mondo ardente,
o tu chiara donna al balcone,
cane che abbai nella valle,
treno lontano che passi,
come mentite, come atroci ingannate me ancora,
e pur tuttavia voi siete sempre il mio sogno e delirio più dolce.
Spesso ho tentato la strada per la tremenda “realtà”
dove hanno valore mode,
assessori, leggi, e denaro,
ma solitario mi sono involato,
deluso e liberato,
verso là dove sogno e beata follia zampilla.
Afoso vento notturno negli alberi,
scura zigana,
mondo ricolmo di nostalgia pazza e profumo di poesia,
mondo splendente,
di cui sono schiavo eternamente,
dove a me guizzano i tuoi bagliori,
dove riecheggia per me la tua voce.

(Traduzione di Patrizio Sanasi)
Testo tedesco “O brennende Welt”di Hermann Hesse, scritto nel 1917, Archivio LiederNet

______________________________

Rencontre”, Nicoletta Manni – Roberto Bolle

Ricorda, corpo…, Konstantinos Kavafis

Ricorda non solo quando fosti amato, corpo,
non solo i letti sopra cui giacesti
ma anche quei desideri che per te
brillavano negli occhi apertamente,
tremavano nella voce – resi vani
da qualche impedimento casuale.
Ora che tutto è parte del passato,
è come se ti fossi concesso
anche a quei desideri – ricordali brillare
negli occhi volti verso te,
tremare nella voce, per te, ricorda, corpo.

Da “La memoria e la passione” a cura di Filippomaria Pontani

Body, Remember

Body, remember not only how much you were loved,
not only the beds you lay on,
but also those desires that glowed openly
in eyes that looked at you,
trembled for you in the voices—
only some chance obstacle frustrated them.
Now that it’s all finally in the past,
it seems almost as if you gave yourself
to those desires too—how they glowed,
remember, in eyes that looked at you,
remember, body, how they trembled for you in those voices.

(Translation by Edmund Keeley and Philip Sherrard)

_______________________________________

Sergei Polunin performing Moonlight Sonata in Japan, Otobutai Festival, September 2019

All’amore lontano, da “Gli amorosi incanti” (2010), Sara Teasdale

Un grido sentii nella notte
da me mille miglia lontano,
ma nitido come un baleno
chiamava il mio nome, il mio nome.

Sentii la tua voce chiamarmi:
tu, sveglio, gridavi di amarmi:
ed io a mia volta ti risponderò:
“Lo so, lo so, lo so!”.

(Traduzione di Silvio Raffo)

To One Away

I heard a cry in the night,
A thousand miles it came,
Sharp as a flash of light,
My name, my name!

It was your voice I heard,
You waked and loved me so-
I send you back this word,
I know, I know!

_____________________________________

Helene Grimaud – The Empereor Concerto (Beethoven) – Conductor Vladimir Jurowski – French version

Canzoncina del primo desiderio, da “Tutte le Poesie”, Federico Garcia Lorca

Nella mattina verde,
volevo essere cuore.
Cuore.

Nel pomeriggio maturo
volevo essere usignolo.
Usignolo.

(Anima,
diventa color arancio.
Anima,
diventa color d’amore.)

Nella mattina viva,
io volevo essere io.
Cuore.

E nella sera finita
volevo essere la mia voce.
Usignolo.

Anima,
diventa color arancio!
Anima,
diventa color d’amore!

(Traduzione di L. Blini, R. Bruno, N. von Prellwitz)

Cancioncilla del primer deseo

En la mañana verde,
quería ser corazón.
Corazón.

Y en la tarde madura
quería ser ruiseñor.
Ruiseñor.

(Alma,
ponte color de naranja.
Alma,
ponte color de amor)

En la mañana viva,
yo quería ser yo.
Corazón.
Y en la tarde caída
quería ser mi voz.
Ruiseñor.

¡Alma,
ponte color naranja!
¡Alma,
ponte color de amor!

Ditty Of First Desire

In the green morning
I wanted to be a heart.
A heart.

And in the ripe evening
I wanted to be a nightingale.
A nightingale.

(Soul,
turn orange-colored.
Soul,
turn the color of love.)

In the vivid morning
I wanted to be myself.
A heart.

And at the evening’s end
I wanted to be my voice.
A nightingale.

Soul,
turn orange-colored.
Soul,
turn the color of love.

From Selected Verse, Songs, 1921-1924
translated by Alan S. Trueblood

_____________________________________

David Garrett: Zapateado (Pablo De Sarasate) – Live in Berlin

Le dita del piede, da “Orientarsi con le stelle”, Raymond Carver

Questo piede non mi dà altro
che guai. Il tallone,
l’arco, la caviglia… v’assicuro
che mi fa male quando cammino. Ma
sono soprattutto queste dita
che mi preoccupano. Queste
“articolazioni terminali” come sono
altrimenti note. Com’è vero!
Per loro non c’è più il piacere
di tuffarsi a capofitto
in un bagno caldo o
in un calzino di cashmere. Calzini di cashmere
o niente calzini, pantofole, scarpe o cerotti
Ace, ormai è tutto uguale
per queste stupide dita.
Hanno perfino un aspetto assente
e depresso, come se
qualcuno le avesse imbottite
di torazina. Se ne stanno lì rannicchiate,
mute e attonite… oggetti
scialbi e senza vita. Ma che diavolo succede?
Che razza di dita sono queste
che non gliene frega più niente di niente?
Ma sono ancora le mie
dita? Si sono forse scordate
i vecchi tempi, che cosa voleva dire
esser vive allora? Sempre in prima
fila, sempre le prime a scendere sulla pista da ballo
appena attaccava la musica.
Le prime a saltellare.
E adesso, guardatele. Anzi, no.
Non vorrete certo guardarle,
‘ste lumache. È solo a prezzo di dolore
e con difficoltà che riescono a rievocare
i tempi d’una volta, i tempi d’oro.
Forse, quel che vogliono in realtà
è tagliare tutti i collegamenti
con la vita di una volta, ricominciare,
darsi alla clandestinità, vivere da sole
in una casa di riposo principesca
da qualche parte della valle di Yakima.
Eppure c’era un tempo
che si tendevano
per il desiderio,
che veramente bastava la minima provocazione
per farle inarcare
di piacere.
Sfiorare con la mano
una gonna di seta, per esempio.
Una bella voce, un tocco
sulla nuca, addirittura
uno sguardo di sfuggita. Qualsiasi cosa!
Il rumore di occhielli
sganciati, di corsetti
sbottonati, di vestiti lasciati cadere
sul parquet freddo.

(Traduzione di Riccardo Duranti e Francesco Durante)

The Toes

This foot’s giving me nothing
but trouble. The ball,
the arch, the ankle–I’m saying
it hurts to walk. But
mainly it’s these toes
I worry about. Those
“terminal digits” as they’re
otherwise called. How true!
For them no more delight
in going headfirst
into a hot bath, or
a cashmere sock. Cashmere socks,
no socks, slippers, shoes, Ace
bandage–it’s all one and the same
to these dumb toes.
They even looked zonked out
and depressed, as if
somebody’d pumped them full
of Thorazine. They hunch there
stunned and mute–drab, lifeless
things. What in hell is going on?
What kind of toes are these
that nothing matters any longer?
Are these really *my* toes?
Have they forgotten
the old days, what it was like
being alive then? Always first
on line, first onto the dance floor
when the music started.
First to kick up their heels.
Look at them. No, don’t.
You don’t want to see them,
those slugs. It’s only with pain
and difficulty they can recall
the other times, the good times.
Maybe what they really want
is to sever all connection
with the old life, start over,
go underground, live alone
in a retirement manor
somewhere in the Yakima Valley.
But there was a time
they used to strain
with anticipation
simply
curl with pleasure
at the least provocation,
the smallest thing.
The feel of a silk dress
against the fingers, say.
A becoming voice, a touch
behind the neck, even
a passing glance. Any of it!
The sound of hooks being
unfastened, stays coming
undone, garments letting go
onto a cool, hardwood floor.

Le isole fortunate, Fernando Pessoa

Quale voce giunge sul suono delle onde
che non è la voce del mare?
E’ la voce di qualcuno che ci parla,
ma che, se ascoltiamo, tace,
perché si è ascoltato.

E solo se, mezzo addormentati,
senza sapere di udire, udiamo,
essa ci dice la speranza
cui, come un bambino
dormiente, dormendo sorridiamo.

Sono isole fortunate,
sono terre che non hanno sito,
ove il Re dimora aspettando.
Ma, se ci andiamo svegliando,
tace la voce, e c’è solo il mare.

(Da “Poesie scelte” Fernando Pessoa – Passigli Editori – Traduzione Luigi Panarese)

As Ilhas Afortunadas

Que voz vem no som das ondas
Que não é a voz do mar?
É a voz de alguém que nos fala,
Mas que, se escutarmos, cala,
Por ter havido escutar.

E só se, meio dormindo,
Sem saber de ouvir, ouvimos,
Que ela nos diz a esperança
A que, como uma criança
Dormente, a dormir sorrimos.

São ilhas afortunadas
São terras sem ter lugar,
Onde o Rei mora esperando.
Mas, se vamos despertando,
Cala a voz, e há só o mar.

Il viaggio, Mary Oliver

Un giorno, finalmente, hai capito
quel che dovevi fare, e hai cominciato,
anche se le voci intorno a te
continuavano a gridare
i loro cattivi consigli –
anche se la casa intera
si era messa a tremare
e sentissi le vecchie catene
tirarti le caviglie.
“Sistema la mia vita!”,
gridava ogni voce.
Ma non ti fermasti.
Sapevi quel che andava fatto,
anche se il vento frugava
con le sue dita rigide
giù fino alle fondamenta,
anche se la loro malinconia
era terribile.
Era già piuttosto tardi,
una notte tempestosa,
la strada era piena di sassi e rami spezzati.
Ma poco a poco,
mentre ti lasciavi alle spalle le loro voci,
le stelle si sono messe a brillare
attraverso gli strati di nubi
e poi c’era una nuova voce
che pian piano
hai riconosciuto come la tua,
che ti teneva compagnia
mentre procedevi a grandi passi,
sempre più nel mondo,
determinata a fare
l’unica cosa che potevi fare –
determinata a salvare
l’unica vita che potevi salvare.

The Journey

One day you finally knew
what you had to do, and began,
though the voices around you
kept shouting
their bad advice —
though the whole house
began to tremble
and you felt the old tug
at your ankles.
“Mend my life!”
each voice cried.
But you didn’t stop.
You knew what you had to do,
though the wind pried
with its stiff fingers
at the very foundations,
though their melancholy
was terrible.
It was already late
enough, and a wild night,
and the road full of fallen
branches and stones.
But little by little,
as you left their voices behind,
the stars began to burn
through the sheets of clouds,
and there was a new voice
which you slowly
recognized as your own,
that kept you company
as you strode deeper and deeper
into the world,
determined to do
the only thing you could do —
determined to save
the only life you could save.

Mura, Konstantinos Kavafis

Senza riguardo senza pudore né pietà,
m’hanno fabbricato intorno erte, solide mura.

E ora mi dispero, inerte, qua.
Altro non penso: tutto mi rode questa dura sorte.

Avevo da fare tante cose là fuori.
Ma quando fabbricavano fui così assente!

Non ho sentito mai né voci né rumori.
M’hanno escluso dal mondo inavvertitamente.

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

Walls

Without reflection, without mercy, without shame,
they built strong walls and high, and compassed me about.

And now I sit here and consider and despair.

My brain is worn with meditating on my fate:
I had outside so many things to terminate.

Oh! why when they were building did I not beware!

But never a sound of building, never an echo came.
Out of the world, insensibly, they shut me out.

(Translated by John Cavafy)

Là dove non sono mai stato, piacevolmente oltre, da “Complete Poems: 1904-1962”, Edward Estlin Cummings

là dove non sono mai stato, piacevolmente oltre
ogni esperienza, i tuoi occhi hanno il loro silenzio:
nel tuo gesto più delicato ci sono cose che m’imprigionano,
o che non posso toccare perché mi sono troppo vicine

il tuo sguardo più insignificante facilmente mi schiude
sebbene io mi sia chiuso come le dita di una mano,
tu mi apri sempre facilmente petalo per petalo come la Primavera apre
(sfiorando abilmente, misteriosamente) la sua prima rosa

o se il tuo desiderio sia chiudermi, io e
la mia vita ci chiuderemo di scatto meravigliosamente, improvvisamente,
come quando il cuore di questo fiore s’immagina
la neve scendere con cautela ovunque;
niente di tutto ciò che sperimenteremo in questo mondo è pari
alla forza della tua intensa delicatezza: la cui trama
mi costringe nel colore delle sue terre,
rendendo omaggio alla morte e al per sempre ad ogni fiato

(non so cosa sia di te che chiude
e apre; solo qualcosa mi dice
che la voce dei tuoi occhi è più profonda di tutte le rose)
nessuno, nemmeno la pioggia, ha mani tanto piccole

(Trad. L. D’Incà)   

somewhere i have never travelled, gladly beyond

somewhere i have never travelled,gladly beyond
any experience,your eyes have their silence:
in your most frail gesture are things which enclose me,
or which i cannot touch because they are too near

your slightest look easily will unclose me
though i have closed myself as fingers,
you open always petal by petal myself as Spring opens
(touching skilfully,mysteriously)her first rose

or if your wish be to close me,i and
my life will shut very beautifully,suddenly,
as when the heart of this flower imagines
the snow carefully everywhere descending;

nothing which we are to perceive in this world equals
the power of your intense fragility:whose texture
compels me with the colour of its countries,
rendering death and forever with each breathing

(i do not know what it is about you that closes
and opens;only something in me understands
the voice of your eyes is deeper than all roses)
nobody,not even the rain,has such small hands