Invito, Mary Oliver

Oh, hai tempo
per indugiare
solo per un po’
fuori dal tuo impegnato

e molto importante giorno
per i cardellini
che si sono radunati
in un campo di cardi

per una sfida musicale,
per vedere chi può cantare
la nota più alta,
o la più bassa,

o l’allegria più espressiva,
o la più tenera?
I loro forti, smussati becchi
bevono l’aria

mentre si sforzano
melodiosamente
non per il tuo bene
e non per il mio

e non per vincere
ma per pura gioia e gratitudine –
credeteci, dicono,
è una cosa seria

essere vivi
in questa fresca mattina
nel mondo lacerato.
Ti prego,

non passare
senza fermarti
per assistere a questa
performance piuttosto ridicola.

Potrebbe significare qualcosa.
Potrebbe significare tutto.
Potrebbe essere quello che intendeva Rilke, quando scriveva:
Devi cambiare la tua vita.

Invitation

Oh do you have time
to linger
for just a little while
out of your busy

and very important day
for the goldfinches
that have gathered
in a field of thistles

for a musical battle,
to see who can sing
the highest note,
or the lowest,

or the most expressive of mirth,
or the most tender?
Their strong, blunt beaks
drink the air

as they strive
melodiously
not for your sake
and not for mine

and not for the sake of winning
but for sheer delight and gratitude –
believe us, they say,
it is a serious thing

just to be alive
on this fresh morning
in the broken world.
I beg of you,

do not walk by
without pausing
to attend to this
rather ridiculous performance.

It could mean something.
It could mean everything.
It could be what Rilke meant, when he wrote:
You must change your life.

Mary Oliver, “Invitation,” A Thousand Mornings (New York: Penguin Books, 2013)

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David Garrett spielt den 1. Satz: “Allegro moderato” aus dem Violinkonzert Op.35/D Major von Peter Tschaikowski – Conductor: Riccardo Chailly, Filarmonica Della ScalaGeorge Enescu Festival Bukarest 2017

Una storia del tempo atmosferico, da “A vela in solitaria intorno alla stanza” (2013), Billy Collins

E’ una di quelle mattine primaverili – la candida luce del sole
a rischiarare l’aria, una brezza che arruffa i fiori –
che mi fanno venir voglia di cominciare una storia del tempo,
un’elegia in dieci volumi delle atmosfere del passato,
delle buste in movimento attorno al globo in movimento.

Si aprirà con l’analisi dei cirri,
che passano ora su questa casa diretti allo Stato accanto,
e ogni capitolo andrà a ritroso nel tempo,
per descrivere la pioggia che cadde sui campi di battaglia,
e i venti che assistettero a decapitazioni, a incoronazioni.

Si studieranno le raffiche di neve nella Londra vittoriana
assieme ai forti venti che facevano volare i cappelli nel Rinascimento.
Si spiegheranno i tornado del Medioevo
e i lunghi giorni nuvolosi dei Secoli Bui.
Ci sarà una sezione sulle notti ghiacciate dell’antichità
e sulla calura che riluceva nei deserti della Bibbia.

Lo studio sarà lodato perché ambizioso e definitivo,
e parlerà perfino del clima prima del Diluvio
quando la pioggia bagnava l’Eden, e finirà
con i misteri del meteo prima della storia
quando nubi non viste vagavano su un mondo spopolato,
quando non c’era neppure un’anima sdraiata, in una valletta, a guardare in alto
ai visi enormi e alle forme animali che passavano,
con la giacca appallottolata come cuscino, e sul petto un libro aperto.

(Traduzione di Franco Nasi)

A History of Weather

It is the kind of spring morning – candid sunlight
elucidating the air, a flower-ruffling breeze –
that makes me want to begin a history of weather,
a ten-page volume elegy for the atmospheres of the past,
the envelopes that have moved around the moving globe.

It will open by examining the cirrus clouds
that are now sweeping over this house into the next state,
and every chapter will step backwards in time
to illustrate the rain that fell on battlefields
and the winds that attended beheadings, coronations.

The snow flurries of Victorian London will be surveyed
along with the gales that blew off Renaissance caps.
The tornadoes of the Middle Ages will be explicated
and the long, overcast days of the Dark Ages.
There will be a section on the frozen nights of antiquity
and on the heat that shimmered in the deserts of the Bible.

The study will be hailed as ambitious and definitive,
for it will cover even the climate before the Flood
when showers moistened Eden and will conclude
with the mysteries of the weather before history
when unseen clouds drifted over an unpeopled world,
when not a soul lay in any of earth’s meadows gazing up
at the passing of enormous faces and animal shapes,
his jacket bunched into a pillow, an open book on his chest.

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Teodor Currentzis | Tschaikowsky: Sinfonie Nr. 5 e-Moll | SWR Symphonieorchester – Liederhalle Stuttgart, Dezember 2018

La fiamma, da “Dalla vita degli oggetti” (2012), Adam Zagajewski

Signore Iddio, dacci un lungo inverno,
una musica sommessa, labbra pazienti,
e un po’ d’orgoglio – prima
che finisca il nostro tempo.
Dacci la meraviglia
e una fiamma, alta, chiara.

(Traduzione di Krystyna Jaworska)

A Flame

God, give us a long winter
and quiet music, and patient mouths,
and a little pride — before
our age ends.
Give us astonishment
and a flame, high, bright.

(Translated from Polish by Clare Cavanagh)

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David Garrett with Julien Quentin performing in Mexico City at the Palacio de Bellas Artes. Recital Concert excerpt from Henryk Wieniawski Polonaise D-major op. 4 – February 2017

Lascia che sfumi, da “Gli amorosi incanti” (2010), Sara Teasdale

Lascia che sfumi nell’oblio silente
come un fiore od un fuoco un tempo ardente.
Lo sapremo, vedrai, dimenticare:
il tempo è un caro amico, saprà farci invecchiare.

A chi chiede di lui, digli che è stato
da tanto tempo già dimenticato:
un fuoco, un fiore, foglia inanimata
sepolta in un’antica nevicata.

(Traduzione di Silvio Raffo)

Let It Be Forgotten

Let it be forgotten, as a flower is forgotten,
Forgotten as a fire that once was singing gold,
Let it be forgotten for ever and ever,
Time is a kind friend, he will make us old.

If anyone asks, say it was forgotten
Long and long ago,
As a flower, as a fire, as a hushed footfall
In a long forgotten snow.

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Chopin Nocturne Op 9 No 2 in E flat major by Anastasia Huppmann

Conoscenza della notte, da “Conoscenza della notte e altre poesie” (1988), Robert Frost

Io sono uno che ha conosciuto la notte.
Ho fatto nella pioggia la strada avanti e indietro.
Ho oltrepassato l’ultima luce della città.

Io sono andato in fondo al vicolo più tetro.
Ho incontrato la guardia nel suo giro
ed ho abbassato gli occhi, per non spiegare.

Io ho trattenuto il passo e il mio respiro
quando da molto lontano un grido strozzato
giungeva oltre le case da un’altra strada,

ma non per richiamarmi o dirmi un commiato;
e ancor più lontano, a un’incredibile altezza,
nel cielo un orologio illuminato

proclamava che il tempo non era giusto, né errato.
Io sono uno che ha conosciuto la notte.

(Traduzione di Giovanni Giudici)

Acquainted With the Night

I have been one acquainted with the night.
I have walked out in rain – and back in rain.
I have outwalked the furthest city light.

I have looked down the saddest city lane.
I have passed by the watchman on his beat
And dropped my eyes, unwilling to explain.

I have stood still and stopped the sound of feet
When far away an interrupted cry
Came over houses from another street,

But not to call me back or say good-bye;
And further still at an unearthly height,
One luminary clock against the sky

Proclaimed the time was neither wrong nor right.
I have been one acquainted with the night.

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David Garrett – Bitter Sweet Symphony (Official Video)

Capodanno, da “Balistica” (2011), Billy Collins

Ognuno ha due compleanni
secondo il saggista inglese Charles Lamb,
il giorno in cui si nasce e il capodanno:

una divertente osservazione su cui rimugino
mentre aspetto che bolla l’acqua in una cucina
che è trasformata dalla luce del mattino
in una di quelle stanze brillanti di Matisse.

“Nessuno ha mai considerato il Primo di gennaio
con indifferenza”, scrive Lamb,
perché diversamente dal giorno della Marmotta o dalla festa dell’Annunciazione
non segna altro che il passare del tempo,
penso, mentre immergo una campanella metallica
di foglie di tè in poca acqua bollente che s’intorbidisce.

Ammetto di considerare il giorno del mio compleanno
come l’anniversario gioioso della mia esistenza
probabilmente perché ero e resto
in questo giorno di fine dicembre, un figlio unico.

E in quanto figlio unico –
figlio unico che sorseggia tè e smangiucchia una fetta di pane
questa mattina, in una stanza piena di colori –
darei il benvenuto a un ulteriore compleanno,
occasione in più per interrompere per un momento
quel che si sta facendo e riflettere sul mio essere qui in terra.

E uno in più potrebbe essere una piccola consolazione
per noi tutti che dobbiamo affrontare anche un giorno della morte,
una X in un quadratino
di qualche calendario da cucina del futuro,

il giorno in cui ciascuno di noi è gettato giù dal treno del tempo
da un corpulento controllore senza cuore
mentre sfreccia ruggendo fra i mesi e gli anni,

con cappellini di carta, candele, coriandoli e oroscopi
che volano in alto nella turbinosa folata della sua scia.

(Traduzione di Franco Nasi)

New Year’s Day

Everyone has two birthdays
according to the English essayist Charles Lamb,
the day you were born and New Year’s Day—

a droll observation to mull over
as I wait for the tea water to boil in a kitchen
that is being transformed by the morning light
into one of those brilliant rooms of Matisse.

“No one ever regarded the First of January
with indifference,” writes Lamb,
for unlike Groundhog Day or the feast of the Annunciation,

this one marks nothing but the passage of time,
I realized, as I lowered a tin diving bell
of tea leaves into a little body of roiling water.

I admit to regarding my own birthday
as the joyous anniversary of my existence
probably because I was, and remain
to this day in late December, an only child.

And as an only child–
a tea-sipping, toast-nibbling only child
in a colorful room this morning–
I would welcome an extra birthday,
one more opportunity to stop what we are doing
for a moment and reflect on my being here on earth.

And one more birthday might be a consolation
to us all for having to face a death-day, too,
an X in a square
on some kitchen calendar of the future,

the day when each of us is thrown off the train of time
by a burly, heartless conductor
as it roars through the months and years,

party hats, candles, confetti, and horoscopes
billowing up in the turbulent storm of its wake.

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David Garrett – LET IT BE (Paul McCartney)

Sonetto americano, da “A vela in solitaria intorno alla stanza” (2013), Billy Collins

Non parliamo come Petrarca né portiamo un cappello come Spenser
e non sono quattordici versi
come solchi in un campicello arato con cura,

ma è la cartolina, una poesia sulla vacanza,
che ci costringe a cantare le nostre canzoni in piccole stanze,
o a versare i nostri sentimenti in misurini.

Scriviamo sul retro di laghi o cascate,
e aggiungiamo al paesaggio una didascalia convenzionale
come gli occhi eliocentrici di una donna elisabettiana.

Localizziamo un aggettivo per il tempo.
Annunciamo che ci stiamo divertendo un mondo.
Esprimiamo il desiderio che tu sia qui

e nascondiamo il desiderio di essere dove sei tu,
che vai verso casa dalla cassetta postale, la testa abbassata,
leggendo e rigirando fra le mani il messaggio sottile.

Una fetta di questo posto, un tratto di spiaggia bianca,
una piazza o le guglie scolpite di una cattedrale
si insinueranno nel luogo familiare in cui sei,

e lancerai sulla tavola questo campione a due facce:
qualche centimetro quadrato di dove siamo capitati,
e un condensato di quel che sentiamo.

(Traduzione di Franco Nasi)

American Sonnet

We do not speak like Petrarch or wear a hat like Spenser
and it is not fourteen lines
like furrows in a small, carefully plowed field

bu the picture postcard, a poem on vacation,
that forces us to sing our songs in little rooms
or pour our sentiments into measuring cups.

We write on the back of a waterfall or lake,
adding to the view a caption as conventional
as an Elizabethan woman’s heliocentric eyes.

We locate an adjective for the weather.
We announce that we are having a wonderful time.
We express the wish that you were here

and hide the wish that we were where you are,
walking back from the mailbox, your head lowered
as you read and turn the thing message in your hands.

A slice of this place, a length of white beach,
a piazza or carved spires of a cathedral
will pierce the familiar place where you remain,

and you will toss on the table this reversible display:
a few square inches of where we have strayed
and a compression of what we feel.

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Hauser & Caroline Campbell: Torna a Surriento
Gala Concert at Arena Pula 2018

Il dono, da “La luna crescente” (2000), Rabindranath Tagore

Voglio donarti qualcosa, bambino mio, perché stiamo andando alla deriva nella corrente del mondo. Le nostre vite si divideranno, il nostro amore sarà perduto per sempre. Ma io non sono così sciocco da sperare di poter comprare il tuo cuore con i miei doni. Giovane è la tua vita, lungo il tuo cammino, l’amore che ti offriamo lo bevi d’un sorso, poi ti volti e corri lontano da noi. Hai il tuo gioco e i compagni per esso. Che male c’è se non hai tempo e pensiero per noi? Noi, in verità, avremo abbastanza tempo nella vecchiaia per contare i giorni trascorsi, e serbare nei nostri cuori ciò che le nostre mani avranno perduto per sempre. Il fiume corre rapido nel suo canto, travolge tutte le barriere. Ma la montagna resta e ricorda, e veglia col suo amore.

(Traduzione di Maurizio Lipparini)

The Gift

I want to give you something, my child, for we are drifting in the stream of the world.
Our lives will be carried apart, and our love forgotten.
But I am not so foolish as to hope that I could buy your heart with my gifts.
Young is your life, your path long, and you drink the love we bring you at one draught and turn and run away from us.
You have your play and your playmates. What harm is there if you have no time or thought for us!
We, indeed, have leisure enough in old age to count the days that are past, to cherish in our hearts what our hands have lost for ever.
The river runs swift with a song, breaking through all barriers.
But the mountain stays and remembers, and follows her with his love.

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David Garrett, Air by Johann Sebastian Bach

Nel tempo dei narcisi, Edward Estlin Cummings

Nel tempo dei narcisi ( che sanno
che lo scopo di vivere è crescere)
dimenticando il perché, ricorda come

nel tempo dei lillà che proclamano
che il fine della veglia è sognare,
ricordalo (mostra di dimenticare)

nel tempo delle rose (che ci meravigliano
qui ed ora col paradiso)
dimenticando il se, ricorda il sì

nel tempo d’ogni cosa dolce oltre
tutto quanto la mente può comprendere
ricorda cerca (dimenticando trova)

e in un mistero a venire
(quando il tempo dal tempo ci salverà)
tu ricordati di me, dimenticandomi.

In time of Daffodils

in time of daffodils(who know
the goal of living is to grow)
forgetting why,remember how

in time of lilacs who proclaim
the aim of waking is to dream,
remember so(forgetting seem)

in time of roses(who amaze
our now and here with paradise)
forgetting if,remember yes

in time of all sweet things beyond
whatever mind may comprehend,
remember seek(forgetting find)

and in a mystery to be
(when time from time shall set us free)
forgetting me,remember me.

Trippa alla maniera di Oporto, Fernando Pessoa

Un giorno in un ristorante fuori del tempo e dello spazio,
mi servirono l’amore come trippa fredda.
Dissi delicatamente all’inviato della cucina
che la preferivo calda,
che la trippa (ed era alla maniera di Oporto) non si mangia fredda.

Si irritarono con me.
Non si può mai avere ragione, nemmeno al ristorante.
Non mangiai, non chiesi altro, pagai il conto,
e me ne andai a passeggio per l’intera strada.

Chi lo sa cosa vuol dire questo?
Io non lo so, ed è capitato a me…

(So benissimo che nell’infanzia di ognuno c’è stato un giardino,
privato o pubblico, o del vicino.
So benissimo che il fatto di giocarci era il padrone del giardino.
E che la tristezza è di oggi).

So questo molte volte,
ma, se io chiesi amore, perché mi portarono
trippa alla maniera di Oporto fredda?
Non è un piatto che si possa mangiare freddo,
ma me lo portarono freddo,
non si può mai mangiare freddo, ma arrivò freddo.

Dobrada à Moda do Porto

Um dia, num restaurante, fora do espaço e do tempo,
Serviram-me o amor como dobrada fria.
Disse delicadamente ao missionário da cozinha
Que a preferia quente,
Que a dobrada (e era à moda do Porto) nunca se come fria.

Impacientaram-se comigo.
Nunca se pode ter razão, nem num restaurante.
Não comi, não pedi outra coisa, paguei a conta,
E vim passear para toda a rua.

Quem sabe o que isto quer dizer?
Eu não sei, e foi comigo …

(Sei muito bem que na infância de toda a gente houve um jardim,
Particular ou público, ou do vizinho.
Sei muito bem que brincarmos era o dono dele.
E que a tristeza é de hoje).

Sei isso muitas vezes,
Mas, se eu pedi amor, porque é que me trouxeram
Dobrada à moda do Porto fria?
Não é prato que se possa comer frio,
Mas trouxeram-mo frio.
Não me queixei, mas estava frio,
Nunca se pode comer frio, mas veio frio.

Poesias de Álvaro de Campos. Fernando Pessoa, Lisboa: Ática, 1944 

Oporto-style Tripe

On day in a restaurant, outside of space and time,
I was served up love as a dish of cold tripe.
I politely told the missionary of the kitchen
That I preferred it hot,
Because tripe (and it was Oporto-style) is never eaten cold.

They got impatient with me.
You can never be right, even in a restaurant.
I didn’t eat it, I ordered nothing else, I paid the bill,
And I decided to take a walk down the street.

Who knows what this might mean?
I don’t know, and it happened to me . . .

(I know very well that in everyone’s childhood there was a garden,
Private or public, or belonging to the neighbor.
I know very well that our playing was the owner of it
And that sadness belongs to today.)

I know this many times over
But if I asked for love, why did they bring me
Oporto-style tripe that was cold?
It is not a dish that can be eaten cold,
But they served it to me cold.
I didn’t make a fuss, but it was cold.
It can never be eaten cold, but it came cold.

11 April 1928

Translated from Portuguese by Richard Zenith

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If you want to try Oporto-style tripe you can find it here: RECIPE