Capodanno, da “Balistica” (2011), Billy Collins

Ognuno ha due compleanni
secondo il saggista inglese Charles Lamb,
il giorno in cui si nasce e il capodanno:

una divertente osservazione su cui rimugino
mentre aspetto che bolla l’acqua in una cucina
che è trasformata dalla luce del mattino
in una di quelle stanze brillanti di Matisse.

“Nessuno ha mai considerato il Primo di gennaio
con indifferenza”, scrive Lamb,
perché diversamente dal giorno della Marmotta o dalla festa dell’Annunciazione
non segna altro che il passare del tempo,
penso, mentre immergo una campanella metallica
di foglie di tè in poca acqua bollente che s’intorbidisce.

Ammetto di considerare il giorno del mio compleanno
come l’anniversario gioioso della mia esistenza
probabilmente perché ero e resto
in questo giorno di fine dicembre, un figlio unico.

E in quanto figlio unico –
figlio unico che sorseggia tè e smangiucchia una fetta di pane
questa mattina, in una stanza piena di colori –
darei il benvenuto a un ulteriore compleanno,
occasione in più per interrompere per un momento
quel che si sta facendo e riflettere sul mio essere qui in terra.

E uno in più potrebbe essere una piccola consolazione
per noi tutti che dobbiamo affrontare anche un giorno della morte,
una X in un quadratino
di qualche calendario da cucina del futuro,

il giorno in cui ciascuno di noi è gettato giù dal treno del tempo
da un corpulento controllore senza cuore
mentre sfreccia ruggendo fra i mesi e gli anni,

con cappellini di carta, candele, coriandoli e oroscopi
che volano in alto nella turbinosa folata della sua scia.

(Traduzione di Franco Nasi)

New Year’s Day

Everyone has two birthdays
according to the English essayist Charles Lamb,
the day you were born and New Year’s Day—

a droll observation to mull over
as I wait for the tea water to boil in a kitchen
that is being transformed by the morning light
into one of those brilliant rooms of Matisse.

“No one ever regarded the First of January
with indifference,” writes Lamb,
for unlike Groundhog Day or the feast of the Annunciation,

this one marks nothing but the passage of time,
I realized, as I lowered a tin diving bell
of tea leaves into a little body of roiling water.

I admit to regarding my own birthday
as the joyous anniversary of my existence
probably because I was, and remain
to this day in late December, an only child.

And as an only child–
a tea-sipping, toast-nibbling only child
in a colorful room this morning–
I would welcome an extra birthday,
one more opportunity to stop what we are doing
for a moment and reflect on my being here on earth.

And one more birthday might be a consolation
to us all for having to face a death-day, too,
an X in a square
on some kitchen calendar of the future,

the day when each of us is thrown off the train of time
by a burly, heartless conductor
as it roars through the months and years,

party hats, candles, confetti, and horoscopes
billowing up in the turbulent storm of its wake.

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David Garrett – LET IT BE (Paul McCartney)

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Dal 1° gennaio 2020 “Nonsolobiancoenero” è inattivo, ma navigabile in tutte le sue pagine. Grazie!

Sonetto americano, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

Non parliamo come Petrarca né portiamo un cappello come Spenser
e non sono quattordici versi
come solchi in un campicello arato con cura,

ma è la cartolina, una poesia sulla vacanza,
che ci costringe a cantare le nostre canzoni in piccole stanze,
o a versare i nostri sentimenti in misurini.

Scriviamo sul retro di laghi o cascate,
e aggiungiamo al paesaggio una didascalia convenzionale
come gli occhi eliocentrici di una donna elisabettiana.

Localizziamo un aggettivo per il tempo.
Annunciamo che ci stiamo divertendo un mondo.
Esprimiamo il desiderio che tu sia qui

e nascondiamo il desiderio di essere dove sei tu,
che vai verso casa dalla cassetta postale, la testa abbassata,
leggendo e rigirando fra le mani il messaggio sottile.

Una fetta di questo posto, un tratto di spiaggia bianca,
una piazza o le guglie scolpite di una cattedrale
si insinueranno nel luogo familiare in cui sei,

e lancerai sulla tavola questo campione a due facce:
qualche centimetro quadrato di dove siamo capitati,
e un condensato di quel che sentiamo.

(Traduzione di Franco Nasi)

American Sonnet

We do not speak like Petrarch or wear a hat like Spenser
and it is not fourteen lines
like furrows in a small, carefully plowed field

bu the picture postcard, a poem on vacation,
that forces us to sing our songs in little rooms
or pour our sentiments into measuring cups.

We write on the back of a waterfall or lake,
adding to the view a caption as conventional
as an Elizabethan woman’s heliocentric eyes.

We locate an adjective for the weather.
We announce that we are having a wonderful time.
We express the wish that you were here

and hide the wish that we were where you are,
walking back from the mailbox, your head lowered
as you read and turn the thing message in your hands.

A slice of this place, a length of white beach,
a piazza or carved spires of a cathedral
will pierce the familiar place where you remain,

and you will toss on the table this reversible display:
a few square inches of where we have strayed
and a compression of what we feel.

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Hauser & Caroline Campbell: Torna a Surriento
Gala Concert at Arena Pula 2018

Il dono, da “La luna crescente” (2000), Rabindranath Tagore

Voglio donarti qualcosa, bambino mio, perché stiamo andando alla deriva nella corrente del mondo. Le nostre vite si divideranno, il nostro amore sarà perduto per sempre. Ma io non sono così sciocco da sperare di poter comprare il tuo cuore con i miei doni. Giovane è la tua vita, lungo il tuo cammino, l’amore che ti offriamo lo bevi d’un sorso, poi ti volti e corri lontano da noi. Hai il tuo gioco e i compagni per esso. Che male c’è se non hai tempo e pensiero per noi? Noi, in verità, avremo abbastanza tempo nella vecchiaia per contare i giorni trascorsi, e serbare nei nostri cuori ciò che le nostre mani avranno perduto per sempre. Il fiume corre rapido nel suo canto, travolge tutte le barriere. Ma la montagna resta e ricorda, e veglia col suo amore.

(Traduzione di Maurizio Lipparini)

The Gift

I want to give you something, my child, for we are drifting in the stream of the world.
Our lives will be carried apart, and our love forgotten.
But I am not so foolish as to hope that I could buy your heart with my gifts.
Young is your life, your path long, and you drink the love we bring you at one draught and turn and run away from us.
You have your play and your playmates. What harm is there if you have no time or thought for us!
We, indeed, have leisure enough in old age to count the days that are past, to cherish in our hearts what our hands have lost for ever.
The river runs swift with a song, breaking through all barriers.
But the mountain stays and remembers, and follows her with his love.

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David Garrett, Air by Johann Sebastian Bach

Nel tempo dei narcisi, Edward Estlin Cummings

Nel tempo dei narcisi ( che sanno
che lo scopo di vivere è crescere)
dimenticando il perché, ricorda come

nel tempo dei lillà che proclamano
che il fine della veglia è sognare,
ricordalo (mostra di dimenticare)

nel tempo delle rose (che ci meravigliano
qui ed ora col paradiso)
dimenticando il se, ricorda il sì

nel tempo d’ogni cosa dolce oltre
tutto quanto la mente può comprendere
ricorda cerca (dimenticando trova)

e in un mistero a venire
(quando il tempo dal tempo ci salverà)
tu ricordati di me, dimenticandomi.

In time of Daffodils

in time of daffodils(who know
the goal of living is to grow)
forgetting why,remember how

in time of lilacs who proclaim
the aim of waking is to dream,
remember so(forgetting seem)

in time of roses(who amaze
our now and here with paradise)
forgetting if,remember yes

in time of all sweet things beyond
whatever mind may comprehend,
remember seek(forgetting find)

and in a mystery to be
(when time from time shall set us free)
forgetting me,remember me.

Trippa alla maniera di Oporto, Fernando Pessoa

Un giorno in un ristorante fuori del tempo e dello spazio,
mi servirono l’amore come trippa fredda.
Dissi delicatamente all’inviato della cucina
che la preferivo calda,
che la trippa (ed era alla maniera di Oporto) non si mangia fredda.

Si irritarono con me.
Non si può mai avere ragione, nemmeno al ristorante.
Non mangiai, non chiesi altro, pagai il conto,
e me ne andai a passeggio per l’intera strada.

Chi lo sa cosa vuol dire questo?
Io non lo so, ed è capitato a me…

(So benissimo che nell’infanzia di ognuno c’è stato un giardino,
privato o pubblico, o del vicino.
So benissimo che il fatto di giocarci era il padrone del giardino.
E che la tristezza è di oggi).

So questo molte volte,
ma, se io chiesi amore, perché mi portarono
trippa alla maniera di Oporto fredda?
Non è un piatto che si possa mangiare freddo,
ma me lo portarono freddo,
non si può mai mangiare freddo, ma arrivò freddo.

Dobrada à Moda do Porto

Um dia, num restaurante, fora do espaço e do tempo,
Serviram-me o amor como dobrada fria.
Disse delicadamente ao missionário da cozinha
Que a preferia quente,
Que a dobrada (e era à moda do Porto) nunca se come fria.

Impacientaram-se comigo.
Nunca se pode ter razão, nem num restaurante.
Não comi, não pedi outra coisa, paguei a conta,
E vim passear para toda a rua.

Quem sabe o que isto quer dizer?
Eu não sei, e foi comigo …

(Sei muito bem que na infância de toda a gente houve um jardim,
Particular ou público, ou do vizinho.
Sei muito bem que brincarmos era o dono dele.
E que a tristeza é de hoje).

Sei isso muitas vezes,
Mas, se eu pedi amor, porque é que me trouxeram
Dobrada à moda do Porto fria?
Não é prato que se possa comer frio,
Mas trouxeram-mo frio.
Não me queixei, mas estava frio,
Nunca se pode comer frio, mas veio frio.

Poesias de Álvaro de Campos. Fernando Pessoa, Lisboa: Ática, 1944 

Oporto-style Tripe

On day in a restaurant, outside of space and time,
I was served up love as a dish of cold tripe.
I politely told the missionary of the kitchen
That I preferred it hot,
Because tripe (and it was Oporto-style) is never eaten cold.

They got impatient with me.
You can never be right, even in a restaurant.
I didn’t eat it, I ordered nothing else, I paid the bill,
And I decided to take a walk down the street.

Who knows what this might mean?
I don’t know, and it happened to me . . .

(I know very well that in everyone’s childhood there was a garden,
Private or public, or belonging to the neighbor.
I know very well that our playing was the owner of it
And that sadness belongs to today.)

I know this many times over
But if I asked for love, why did they bring me
Oporto-style tripe that was cold?
It is not a dish that can be eaten cold,
But they served it to me cold.
I didn’t make a fuss, but it was cold.
It can never be eaten cold, but it came cold.

11 April 1928

Translated from Portuguese by Richard Zenith

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If you want to try Oporto-style tripe you can find it here: RECIPE

Le tue mani, da “Poesie d’amore” (1997), Pablo Neruda

Quando le tue mani vengono,
amore, verso le mie,
cosa mi recano volando?
Perché si son fermate
sulla mia bocca, d’improvviso.
Perché le riconosco
come se allora, anzi,
le avessi toccate,
come se prima d’essere
avessero percorso
la mia fronte, il mio fianco?

La loro morbidezza veniva
volando sopra il tempo,
sopra il mare, sopra il fumo,
sopra la primavera,
e quando tu posasti
le tue mani sul mio petto,
riconobbi quelle ali
di colomba dorata,
riconobbi quella creta
e quel colore di frumento.

Gli anni della mia vita
camminai cercandole.
Salii le scale,
attraversai le scogliere,
mi portarono i treni,
le acque mi condussero,
e nella pelle dell’uva
mi sembrò di toccarti.

Il legno d’improvviso
mi recò il tuo contatto,
la mandorla m’annunciava
la tua morbidezza concreta,
finché si chiusero le tue mani sul mio petto
e lì come due ali
terminarono il loro viaggio.

(Traduzione di Giuseppe Bellini)

Tus Manos

Cuando tus manos salen,
y amor, hacia las mías,
qué me traen volando?
Por qué se detuvieron en mi boca,
de pronto,
por qué las reconozco
como si entonces antes,
las hubiera tocado,
como si antes de ser
hubieran recorrido
mi frente, mi cintura?

Su suavidad venía
volando sobre el tiempo,
sobre el mar, sobre el humo,
sobre la primavera,
y cuando tú pusiste
tus manos en mi pecho,
reconocí esas alas
de paloma dorada,
reconocí esa greda
y ese color de trigo.

Los años de mi vida
yo caminé buscándolas.
Subí las escaleras,
crucé los arrecifes,
me llevaron los trenes,
las aguas me trajeron,
y en la piel de las uvas
me pareció tocarte.
La madera de pronto
me trajo tu contacto,
la almendra me anunciaba
tu suavidad secreta,
hasta que se cerraron
tus manos en mi pecho
y allí como dos alas
terminaron su viaje.

Pablo Neruda, Los versos del Capitán

Your Hands

When your hands go out,
love, toward mine,
what do they bring me flying?
Why do they stop
at my mouth, suddenly,
why do I recognize them
as if then, before,
I had touched them,
as if before they existed
they had passed over
my forehead, my waist?

Their softness came
flying over time,
over the sea, over the smoke,
over the spring,
and when you placed
your hands on my chest,
I recognized those golden
dove wings,
I recognized that clay
and that color of wheat.

All the years of my life
I walked around looking for them.
I went up the stairs,
I crossed the roads,
trains carried me,
waters brought me,
and in the skin of the grapes
I thought I touched you.
The wood suddenly
brought me your touch,
the almond announced to me
your secret softness,
until your hands
closed on my chest
and there like two wings
they ended their journey.

Translated by Donald D. Walsh

Studioso di nuvole, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

L’emozione va trovata nelle nuvole,
non nelle masse verdi di colline digradanti
e neppure nelle firme grigie dei fiumi,
secondo Constable, che era uno studioso delle nuvole,
e riempiva scaffali di quaderni con schizzi del loro moto,
del loro nobile aspetto e dei bruschi effetti del tempo.

All’aperto, deve avere guardato in su migliaia di volte,
con la matita che cercava di tenere il passo del loro alto viaggiare
e il silenzioso turbinio del loro fluire e rifluire.
Le nubi muovendosi internamente, facendo capriole nel proprio centro,
ruotando nei margini in fiamme fino a farsi vapore,
uscivano dai contorni disegnati
fino a dissiparsi nell’azzurro universale del cielo.

Ora con le fotografie possiamo fermare questo movimento
abbastanza a lungo per etichettarle con nomi latini.
Cirrus, nimbus, stratocumulus –
vertiginose, romantiche, autoritarie –
esibiscono i loro titoli alle scuole sottostanti
dove le loro forme e i loro significati sono mandati a memoria.

(Traduzione di Franco Nasi)

Student of Clouds

The emotion is to be found in the clouds
not in the green solids of the sloping hills
or even in the gray signatures of rivers,
according to Constable,who was a student of clouds
and filled shelves of notebooks with their motion,
their lofty gesturing and sudden implication of weather.

Outdoor, he must have looked up thousands of times,
his pencil trying to keep pace with their high voyaging
and the silent commotion of the eddying and flow.
Clouds would move beyond the outlines he would draw
as they moved within themselves, tumbling into their centers
and swirling off at the burning edges in vapors
to dissipate into the universal blue of the sky.

In photographs we can stop all this movement now
long enough to tag them with their Latin names.
Cirrus, nimbus, stratocumulus –
dizzying, romantic, authoritarian –
they bear their titles over the schoolhouses below
where their shapes and meanings are memorized.

High on the soft blue canvases of Constable
they are stuck in pigment but his clouds appear
to be moving still in the wind of his brush,
inching out of England and the nineteenth century
and sailing over these meadows where I am walking,
bareheaded beneath the cupola of motion,
my thoughts arranged like paint on a high blue ceiling.

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Ludovico Einaudi, Nuvole bianche

È una gran fortuna, da “La fine e l’inizio” (1993), Wislawa Szymborska

È una gran fortuna
non sapere esattamente
in che mondo si vive.

Bisognerebbe
esistere molto a lungo,
decisamente più a lungo
del mondo stesso.

Conoscere altri mondi,
non fosse che per un confronto.

Elevarsi al di sopra del corpo
che non sa fare nulla così bene
come limitare
e creare difficoltà.

Nell’interesse della ricerca,
chiarezza dell’immagine
e conclusioni definitive
bisognerebbe trascendere il tempo
dove ogni cosa corre e turbina.

Da questa prospettiva,
addio per sempre
particolari ed episodi.

Contare i giorni della settimana
dovrebbe sembrare
un’attività priva di senso,

imbucare una lettera
una stupida ragazzata,

la scritta “non calpestare le aiuole”
una scritta folle.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

It’s Most Fortunate

It’s most fortunate
that we do not know exactly
what kind of world we live on.

It would be necessary
to have existed very long,
decidedly longer
than the world.

If only for comparison
to get acquainted with other worlds.

One must soar out of the body
which cannot do anything
but limit
and create difficulties.

For the sake of research,
clarity of the picture,
and the final results,
one must rise above time,
in which everything drives and whirls.

From this perspective
you must once and for all get rid of
details and episodes.

Counting the days of the week
must seem
a meaningless activity,

throwing letters into a mail box
is a whim of foolish youth,

the plaque “Don’t trample the grass” is
a senseless one.

(Translated from Polish by Walter Whipple)

Quando la morte viene, Mary Oliver

Quando la morte viene
come l’orso affamato in autunno;
quando la morte viene e tira fuori dal suo borsellino
tutte le monete scintillanti
per comprarmi, e chiude il borsellino di scatto;
quando la morte viene
come una pestilenza di morbillo;
quando la morte viene
come un iceberg fra le scapole,
io voglio affacciarmi alla porta piena di curiosità, domandandomi:
come sarà mai, quel cottage d’oscurità?

E perciò guardo ogni cosa
come una fratellanza e una sorellanza,
e vedo il tempo come nient’altro che un’idea,
e considero l’eternità un’altra possibilità,
e penso ad ogni vita come a un fiore, comune
come una margherita dei campi, e altrettanto singolare,
e ad ogni nome come a una piacevole musica in bocca,
che tende, perché tutta la musica lo fa, verso il silenzio,
e ad ogni corpo come a un leone di coraggio, e a qualcosa
di prezioso per la terra.
Quando sarà finita, voglio dire: per tutta la vita
sono stata una sposa maritata alla meraviglia.
Sono stata lo sposo, e ho preso il mondo fra le mie braccia.
Quando sarà finita, non voglio chiedermi
se ho fatto della mia vita qualcosa di particolare e di vero.
Non voglio trovarmi a sospirare, e spaventata,
e piena di recriminazioni.
Non voglio finire avendo semplicemente visitato questo mondo.

(Traduzione di Maria G. Di Rienzo)

When Death Comes

When death comes
like the hungry bear in autumn;
when death comes and takes all the bright coins from his purse

to buy me, and snaps the purse shut;
when death comes
like the measle-pox

when death comes
like an iceberg between the shoulder blades,

I want to step through the door full of curiosity, wondering:
what is it going to be like, that cottage of darkness?

And therefore I look upon everything
as a brotherhood and a sisterhood,
and I look upon time as no more than an idea,
and I consider eternity as another possibility,

and I think of each life as a flower, as common
as a field daisy, and as singular,

and each name a comfortable music in the mouth,
tending, as all music does, toward silence,

and each body a lion of courage, and something
precious to the earth.

When it’s over, I want to say all my life
I was a bride married to amazement.
I was the bridegroom, taking the world into my arms.

When it’s over, I don’t want to wonder
if I have made of my life something particular, and real.

I don’t want to find myself sighing and frightened,
or full of argument.

I don’t want to end up simply having visited this world.

Siamo il tempo, da “Los conjurados” (1985), Jorge Luis Borges

Siamo il tempo. Siamo la famosa
parabola di Eraclito l’Oscuro.
Siamo l’acqua, non il diamante duro,
che si perde, non quella che riposa.

Siamo il fiume e siamo anche quel greco
che si guarda nel fiume. Il suo riflesso
muta nell’acqua del cangiante specchio,
nel cristallo che muta come il fuoco.

Noi siamo il vano fiume prefissato,
dritto al suo mare. L’ombra l’ha accerchiato.
Tutto ci disse addio, tutto svanisce.

La memoria non conia più monete.
E tuttavia qualcosa c’è che resta
E tuttavia qualcosa c’è che geme.

Son los ríos

Somos el tiempo. Somos la famosa
parábola de Heráclito el Oscuro.
Somos el agua, no el diamante duro,
la que se pierde, no la que reposa.

Somos el río y somos aquel griego
que se mira en el río. Su reflejo
cambia en el agua del cambiante espejo,
en el cristal que cambia como el fuego.

Somos el vano río prefijado,
rumbo a su mar. La sombra lo ha cercado.
Todo nos dijo adiós, todo se aleja.

La memoria no acuña su moneda.
Y sin embargo hay algo que se queda
y sin embargo hay algo que se queja.

We are the time

We are the time. We are the famous
metaphor from Heraclitus the Obscure.
We are the water, not the hard diamond,
the one that is lost, not the one that stands still.

We are the river and we are that greek
that looks himself into the river. His reflection
changes into the waters of the changing mirror,
into the crystal that changes like the fire.

We are the vain predetermined river,
in his travel to his sea.
The shadows have surrounded him.
Everything said goodbye to us, everything goes away.

Memory does not stamp his own coin.
However, there is something that stays
however, there is something that bemoans.