Nostalgia, da “Poesie d’amore” (1963), Nazim Hikmet

Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse come la mia ombra mi stava accanto anche nel buio
non dico che fosse come le mie mani e i miei piedi quando si dorme
si perdono le mani e i piedi io non perdevo la nostalgia nemmeno durante il sonno.
Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse fame o sete o desiderio del fresco nell’afa o del caldo nel gelo
era qualcosa che non può giungere a sazietà
non era gioia o tristezza
non era legata alle città alle nuvole alle canzoni ai ricordi
era in me e fuori di me.
Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
e del viaggio non mi resta nulla se non quella nostalgia.

Nostalgia

Nostalgia never left my side throughout the journey
it was right there by me even in the dark
it wasn’t like my hands and feet
for when one sleeps hands and feet are lost
and I never lost nostalgia even when asleep
Nostalgia never left my side throughout the journey
it wasn’t hunger or thirst or the desire
for something cool in the sultry heat or warmth in the freezing cold
it was something that could never be slaked
it was not joy or sadness it was not connected
to the cities to the clouds to songs to memories
it was in me and outside of me.
Nostalgia never left my side throughout the journey
and of the journey nothing remains with me but that nostalgia.

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Yanni – “Nostalgia”…Live At The Acropolis, 25th Anniversary!

Attenta, da “Why I Wake Early” (2005), Mary Oliver

Ogni giorno
vedo o ascolto
qualcosa
che più o meno

mi uccide
di gioia,
che mi lascia
come un ago

nel pagliaio
della luce.
Era ciò per cui sono nata —
guardare, ascoltare,

perdermi
in questo mondo morbido –
per istruirmi
continuamente

nella gioia
e nell’acclamazione.
Né sto parlando
dell’eccezionale,

lo spaventoso, il terribile,
il molto stravagante –
ma dell’ordinario,
del comune, del monotono,

le rappresentazioni quotidiane.
Oh, brava studiosa,
io mi dico,
come puoi fare a meno

di diventare saggia
con insegnamenti
come questi:
la luce non regolabile

del mondo,
la lucentezza dell’oceano,
le preghiere che sono
fatte di erba?

Mindful

Everyday
I see or hear
something
that more or less

kills me
with delight,
that leaves me
like a needle

in the haystack
of light.
It was what I was born for —
to look, to listen,

to lose myself
inside this soft world —
to instruct myself
over and over

in joy,
and acclamation.
Nor am I talking
about the exceptional,

the fearful, the dreadful,
the very extravagant —
but of the ordinary,
the common, the very drab,

the daily presentations.
Oh, good scholar,
I say to myself,
how can you help

but grow wise
with such teachings
as these —
the untrimmable light

of the world,
the ocean’s shine,
the prayers that are made
out of grass?

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Ray Chen plays Mendelssohn Violin Concerto in E minor, Op. 64 with the Gothenburg Symphony Orchestra and Maestro Kent Nagano (Live concert on 28th February, 2015)

Io sono, da “Custer e altri poemi” (1896), Ella Wheeler Wilcox

Non so da dove vengo,
Non so dove vado;
Ma ciò che è chiaro che sono qui
In questo mondo di piacere e dolore.
E dalla nebbia e dall’oscurità,
Un’altra verità risplende chiara –
È in mio potere ogni giorno e ogni ora
Poter contribuire alla sua gioia o al suo dolore.

So che la terra esiste,
Non sono affari miei perché;
Non riesco a scoprire di cosa si tratta,
Non vorrei perdere tempo per provare.
La mia vita è una breve, breve cosa,
Sono qui per avere un po’ di spazio,
E mentre rimango vorrei, se posso,
Illuminare e migliorare il posto.

Il problema, penso, con tutti noi
È la mancanza di un’alta presunzione.
Se ogni uomo pensasse di essere stato mandato in questo posto
Per renderlo un po’ più dolce,
Quanto presto potremmo rallegrare il mondo,
Con quale facilità rendere giusto ciò che è sbagliato.
Se nessuno si sottraesse, e ognuno lavorasse
Per aiutare i suoi compagni!

Smettila di chiederti perché sei venuto –
Smettila di cercare colpe e difetti.
Alzati oggi con orgoglio e di’,
“Io faccio parte della prima grande causa!
Non importa quanto pieno il mondo,
C’è spazio per un uomo onesto.
Aveva bisogno di me o io non esisterei –
Sono qui per rafforzare il piano.”

I Am

I know not whence I came,
I know not whither I go;
But the fact stands clear that I am here
In this world of pleasure and woe.
And out of the mist and the murk
Another truth shines plain –
It is my power each day and hour
To add to its joy or its pain.

I know that the earth exists,
It is none of my business why;
I cannot find out what it’s all about,
I would but waste time to try.
My life is a brief, brief thing,
I am here for a little space,
And while I stay I would like, if I may,
To brighten and better the place.

The trouble, I think, with us all
Is the lack of a high conceit.
If each man thought he was sent to this spot
To make it a bit more sweet,
How soon we could gladden the world,
How easily right all wrong,
If nobody shirked, and each one worked
To help his fellows along!

Cease wondering why you came –
Stop looking for faults and flaws;
Rise up to-day in your pride and say,
‘I am part of the First Great Cause!
However full the world,
There is room for an earnest man.
It had need of me, or I would not be –
I am here to strengthen the plan.’

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“Adiemus” from “Adiemus – Songs of Sanctuary” (Karl Jenkins).  Live from Bel Canto Choir Vilnius special performance at the “Culture Night!” festival in St. Catharine Church in Vilnius on June 18, 2011

Che cosa sono gli anni, da “Le poesie” (1991), Marianne Moore

Che cos’è la nostra innocenza,
che cosa la nostra colpa? Tutti
sono nudi, nessuno è salvo. E donde
viene il coraggio: la domanda senza risposta,
l’intrepido dubbio, –
che chiama senza voce, ascolta senza udire –
che nell’avversità, perfino nella morte,
ad altri dà coraggio
e nella sua sconfitta sprona

l’anima a farsi forte? Vede
profondo ed è contento chi
accede alla mortalità
e nella sua prigionia si leva
sopra se stesso, come
fa il mare dentro una voragine,
che combatte per essere libero
e benché respinto
trova nella sua resa
la sua sopravvivenza.

Così colui che sente fortemente
si comporta. L’uccello stesso,
che è cresciuto cantando, tempra
la sua forma e la innalza. È prigioniero,
ma il suo cantare vigoroso dice:
misera cosa è la soddisfazione,
e come pura e nobile è la gioia.
Questo è mortalità,
questo è eternità.

(Traduzione di Lina Angioletti e Gilberto Forti)

What Are Years

What is our innocence,
what is our guilt? All are
naked, none is safe. And whence
is courage: the unanswered question,
the resolute doubt, —
dumbly calling, deafly listening—that
in misfortune, even death,
encourage others
and in its defeat, stirs
the soul to be strong? He
sees deep and is glad, who
accedes to mortality
and in his imprisonment rises
upon himself as
the sea in a chasm, struggling to be
free and unable to be,
in its surrendering
finds its continuing.
So he who strongly feels,
behaves. The very bird,
grown taller as he sings, steels
his form straight up. Though he is captive,
his mighty singing
says, satisfaction is a lowly
thing, how pure a thing is joy.
This is mortality,
this is eternity.

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David Garrett – “A Groovy Kind Of Love” based on Sonatina in G Major Op. 36 (Muzio Clementi)
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“What Are Years”, una poesia scritta da Marianne Moore negli anni ’40, tramite una “logica a zigzag” e un rapido movimento da un’immagine all’altra, descrive la connessione tra gli anni che passano e tutte le forme di “prigionia” che si possono verificare nel corso della vita.
“Le poesie di Marianne Moore sono in vetro e piene di porte scorrevoli che apriamo” Kay Ryan, The Yale Review

Luce, Rabindranath Tagore

Luce, mia luce!
Luce che inondi la terra
luce che baci gli occhi
luce che addolcisce il cuore!

Amore mio, la luce danza
al centro della mia vita
la luce tocca le corde del mio amore.

Il cielo si spalanca
il vento soffia selvaggio
il riso passa sopra la terra.
Le farfalle dispiegano le loro ali
sul mare della luce.
Gigli e gelsomini sbocciano
sulla cresta delle sue onde.

Amore mio, la luce s’infrange
nell’oro delle nubi
e sparge gemme in gran copia.
Gioia e serenità si diffondono
di foglia in foglia senza limiti.
Il fiume del cielo
ha superato le sue sponde
e inonda di felicità la terra.

Light

Light, my light, the world-filling light,
the eye-kissing light,
heart-sweetening light!

Ah, the light dances, my darling, at the center of my life;
the light strikes, my darling, the chords of my love;
the sky opens, the wind runs wild, laughter passes over the earth.

The butterflies spread their sails on the sea of light.
Lilies and jasmines surge up on the crest of the waves of light.

The light is shattered into gold on every cloud, my darling,
and it scatters gems in profusion.

Mirth spreads from leaf to leaf, my darling,
and gladness without measure.
The heaven’s river has drowned its banks
and the flood of joy is abroad.

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Jarrod Radnich – Virtuosic Piano Solo – I Saw Three Ships

La sola cosa, Czesław Miłosz

La foresta nei colori d’autunno sopra la valle.
Un viandante arriva condotto qui da una mappa
O forse dalla memoria. Una volta, molto tempo fa, col sole,
Quando cadde la prima neve, passando di qua,
Provò gioia forte senza un perché,
La gioia degli occhi. Tutto era un ritmo:
Alberi che sfilavano, un uccello in volo,
Un treno sul viadotto, una festa del movimento.
Torna dopo anni e non chiede nulla.
Desidera la sola cosa preziosa:
Essere soltanto uno sguardo puro senza nome,
Senza aspettative, né paure, né speranze,
Per stare a quella soglia dove non c’è più io e non-io.

This Only

A valley and above it forests in autumn colors.
A voyager arrives, a map leads him there.
Or perhaps memory. Once long ago in the sun,
When snow first fell, riding this way
He felt joy, strong, without reason,
Joy of the eyes. Everything was the rhythm
Of shifting trees, of a bird in flight,
Of a train on the viaduct, a feast in motion.
He returns years later, has no demands.
He wants only one, most precious thing:
To see, purely and simply, without name,
Without expectations, fears, or hopes,
At the edge where there is no I or not-I.

(Translated from Polish by Robert Hass)

La felicità, Jack Hirschman

C’è una felicità, una gioia
nell’anima che è stata
sepolta viva in ciascuno di noi
e dimenticata.

Non si tratta di uno scherzo da bar
né di tenero, intimo umorismo
né di amicizia affettuosa
né un grande, brillante gioco di parole.

Sono i superstiti sopravvissuti
a ciò che accadde quando la felicità
fu sepolta viva, quando essa
non guardò più

dagli occhi di oggi, e non si
manifesta neanche quando
uno di noi muore – semplicemente ci allontaniamo
da tutto, soli

con quello che resta di noi,
continuando ad essere esseri umani
senza essere umani,
senza quella felicità.

(Traduzione di Raffaella Marzano)

The Happiness

There’s a happiness, a joy
in one soul, that’s been
buried alive in everyone
and forgotten.

It isn’t your barroom joke
or tender, intimate humor
or affections of friendliness
or big, bright pun.

They’re the surviving survivors
of what happened when happiness
was buried alive, when
it no longer looked out

of today’s eyes, and doesn’t
even manifest when one
of us dies, we just walk away
from everything, alone

with what’s left of us,
going on being human beings
without being human,
without that happiness.

Ringraziamento, da “La gioia di scrivere” (2009), Wislawa Szymborska

Devo molto
a quelli che non amo.

Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.

La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l’amore non può darlo,
né riesce a toglierlo.

Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come una meridiana,
capisco
ciò che l’amore non capisce,
perdono
ciò che l’amore mai perdonerebbe.

Da un incontro a una lettera
passa non un’eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.

E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che trovi su ogni atlante.

È merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perché mobile.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

“Non devo loro nulla” –
direbbe l’amore
sulla questione aperta.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

“Thank-You Note”

I owe so much
to those I don’t love.

The relief as I agree
that someone else needs them more.

The happiness that I’m not
the wolf to their sheep.

The peace I feel with them,
the freedom –
love can neither give
nor take that.

I don’t wait for them,
as in window-to-door-and-back.
Almost as patient
as a sundial,
I understand
what love can’t,
and forgive
as love never would.

From a rendezvous to a letter
is just a few days or weeks,
not an eternity.

Trips with them always go smoothly,
concerts are heard,
cathedrals visited,
scenery is seen.

And when seven hills and rivers
come between us,
the hills and rivers
can be found on any map.

They deserve the credit
if I live in three dimensions,
in nonlyrical and nonrhetorical space
with a genuine, shifting horizon.

They themselves don’t realize
how much they hold in their empty hands.

“I don’t owe them a thing,”
would be love’s answer
to this open question.

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

Voi sapete e io so e tu sai, da “The Last Night of the Earth Poems”, Charles Bukowski

Voi sapete e io so e tu sai
che quando la tendina gialla si strappa
quando il gatto balza inferocito
quando il vecchio barista si appoggia al bancone
quando il colibrì dorme
voi sapete e io so e tu sai
quando i carri armati si esercitano su finti campi di battaglia
quando lasci correre le gomme in autostrada
quando il nano ubriaco di bourbon a buon mercato la notte
piange solo
quando i tori vengono allevati con cura per i matador
quando l’erba ti guarda e gli alberi ti guardano
quando il mare racchiude creature immense e vere
voi sapete e io so e tu sai
la tristezza e la gloria di due pantofole sotto un letto
la danza del tuo cuore che balla col tuo sangue
le fanciulle amorose che prima o poi odieranno gli specchi
fare gli straordinari all’inferno
pranzare con un’insalata andata a male
voi sapete e io so e tu sai
la fine per come la conosciamo adesso
sembra uno squallido imbroglio dopo una squallida agonia ma
voi sapete e io so e tu sai
la gioia che a volte spunta da non si sa dove
sorgendo come un falco che vaga nell’impossibilità
voi sapete e io so e tu sai
la strabica pazzia dell’euforia assoluta
sappiamo che alla fine non siamo stati truffati
voi sapete e io so e tu sai
quando guardiamo le nostre mani i nostri piedi le nostre vite
-la nostra strada
il colibrì addormentato
la morte assassinata dagli eserciti
il sole che ti mangia mentre lo guardi
voi sapete e io so e tu sai
sconfiggeremo la morte.

You Know and I Know and Thee Know

that as the yellow shade rips
as the cat leaps wild-eyed
as the old bartender leans on the wood
as the hummingbird sleeps

you know and I know and thee know

as the tanks practice on false battlefields
as your tires work the freeway
as the midget drunk on cheap bourbon cries alone at night
as the bulls are carefully bred for the matadors
as the grass watches you
and the trees watch you
as the sea holds creatures vast and true

you know and I know and thee know

the sadness and the glory of two slippers under a bed
the ballet of your heart dancing with your blood
young girls of love who will someday hate their mirrors
overtime in hell
lunch with sick salad

you know and I know and thee know

the end as we know it now it seems such a lousy trick
after the lousy agony but

you know and I know and thee know

the joy that sometimes comes along out of nowhere
rising like a falcon moon across the impossibility

you know and I know and thee know

the cross-eyed craziness of total elation
we know we finally have not been cheated

you know and I know and thee know

as we look at our hands our feet our lives our way
the sleeping hummingbird
the murdered dead of armies
the sun that eats you as you face it

you know and I know and thee know

we will defeat death.

Un inno per l’occhio, Jorge Debravo

Io dico che se l’anima ha un posto,
quel posto è l’occhio.
L’occhio che alimenta il nostro amore
e la nostra gioia.

L’uomo stesso, l’uomo
tutto fuoco e sorpresa,
non potrebbe essere uomo
senza l’occhio.

La vita, il mare, il cielo,
tutto era una vaga maceria,
fino a che un giorno l’occhio riunì tutto ciò ch’era vivo
e lo avvicinò ai volti.

Tutta l’eternità venne giustificata
il giorno che tutte le cose più vive della vita
si fecero pozzo di sorpresa
nell’occhio.

(Traduzione di Alessio Brandolini)

Un himno para el ojo

Yo digo que si el alma tiene un sitio,
ese sitio es el ojo.
El ojo que sustenta nuestro amor
y nuestro gozo.

El hombre mismo, el hombre
todo fuego y asombro,
no podría ser hombre
sin el ojo.

La vida, el mar, el cielo,
todo era un vago escombro,
hasta que un día el ojo reunió todo lo vivo
y lo acercó a los rostros.

Toda la eternidad quedó justificada
el día que lo más vivo de la vida
se hizo pozo de asombros
en el ojo.