Quando spunta la luna, da “Canciones 1921-1924”, Federico Garcia Lorca

Quando spunta la luna
tacciono le campane
e i sentieri sembrano
impenetrabili.

Quando spunta la luna,
il mare copre la terra
e il cuore diventa
isola nell’infinito.

Nessuno mangia arance
sotto la luna piena.
Bisogna mangiare
frutta verde e gelata.

Quando spunta la luna
dai cento volti uguali,
la moneta d’argento
singhiozza nel taschino.

La luna asoma

Cuando sale la luna
se pierden las campanas
y aparecen las sendas
impenetrables.

Cuando sale la luna,
el mar cubre la tierra
y el corazón se siente
isla en el infinito.

Nadie come naranjas
bajo la luna llena.
Es preciso comer
fruta verde y helada.

Cuando sale la luna
de cien rostros iguales,
la moneda de plata
solloza en el bolsillo.

The Moon Comes Forth

When the moon is out
The bells die away
And impenetrable
Paths come to the fore.

When the moon is out
Water covers land
And the heart feels itself
An island in infinity.

No one eats oranges
Under the full moon.
It is right to eat
Green, chilled fruit.

When the moon is out
With a hundred faces all the same,
Coins of silver
Start sobbing in the pocket.

(Translated by A.Z. Foreman)

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David Garrett Performance 2015 – Chopin Nocturne

Nessun uomo è un’isola, John Donne

Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità.
E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te.

Da Meditazione XVII
in “Devozioni per occasioni d’emergenza”  Editori Riuniti, Roma, 1994

No Man is an Island

“No man is an island, entire of itself; every man is a piece of the continent, a part of the main. If a clod be washed away by the sea, Europe is the less, as well as if a promontory were, as well as if a manor of thy friend’s or of thine own were; any man’s death diminishes me, because I am involved in mankind; and therefore never send to know for whom the bells tolls; it tolls for thee.”

Mela di mare, Juan Vicente Piqueras

Io sarei il maschio e tu la femmina
vestita di tormenta.
Dormiresti
nel palmo del mare più impensato,
diadema di altra luce nei tuoi capelli,
e nelle mani remote
la sabbia fuggitiva
di noi due, deserti e felici.
Vivremmo lontano, dimentichi
del tempo, ora, in cui fummo schiavi
della nostra paura e di questo mondo
sicario assurdo al soldo della morte.
L’isola è in noi
in attesa
che la rabbia maturi e ci porti via.
Io sarei il maschio e tu la femmina.
La memoria sarebbe una mela.

(Traduzione di Raffaella Marzano)

Manzana de mar

Yo sería un varon e tú una hembra
vestida de tormenta.
Dormirías
en la palma del mar menos pensado,
diadema de otra luz en tus cabellos,
y en las manos remotas
la arena fugitiva
de nosotros, desiertos y felices.
Viviríamos lejos, olvidados
Del tempo, ahora, en que éramos esclavos,
de nuestro proprio miedo y de este absurdo
mundo, sicario a sueldo de la muerte.
La isla está en nosotros
Guardando
Que la rabia madure y se nos lleve.
Yo sería el varón y tú la hembra.
La memoria sería una manzana.

Utopia, da “Grande numero” (1976), Wislawa Szymborska

Isola dove tutto si chiarisce.

Qui ci si può fondare su prove.

L’unica strada è quella d’accesso.

Gli arbusti si piegano sotto le risposte.

Qui cresce l’albero della Giusta Ipotesi
Con rami da sempre districati.

Di abbagliante linearità è l’albero del Senno
presso la fonte detta Ah Dunque E’ Così.

Più ti addentri nel bosco, più si allarga
la Valle dell’Evidenza.

Se sorge un dubbio, il vento lo disperde.

L’Eco prende la parola senza farsi chiamare
e chiarisce volenterosa i misteri dei mondi.

A destra una grotta in cui giace il Senso.

A sinistra il lago della Profonda Convinzione.
Dal fondo si stacca la Verità e viene lieve a galla.

Domina sulla valle la Certezza Incrollabile.
Dalla sua cima si spazia sull’Essenza delle Cose.

Malgrado le sue attrattive l’isola è deserta,
e le tenui orme visibili sulle rive
sono tutte dirette verso il mare.

Come se da qui si andasse soltanto via,
immergendosi irrevocabilmente nell’abisso.

Nella vita inconcepibile.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Utopia

Island where all becomes clear.
Solid ground beneath your feet.

The only roads are those that offer access.

Bushes bend beneath the weight of proofs.

The Tree of Valid Supposition grows here
with branches disentangled since time immermorial.

The Tree of Understanding, dazzling straight and simple.
sprouts by the spring called Now I Get It.

The thicker the woods, the vaster the vista:
the Valley of Obviously.

If any doubts arise, the wind dispels them instantly.

Echoes stir unsummoned
and eagerly explain all the secrets of the worlds.

On the right a cave where Meaning lies.

On the left the Lake of Deep Conviction.
Truth breaks from the bottom and bobs to the surface.

Unshakable Confidence towers over the valley.
Its peak offers an excellent view of the Essence of Things.

For all its charms, the island is uninhabited,
and the faint footprints scattered on its beaches
turn without exception to the sea.

As if all you can do here is leave
and plunge, never to return, into the depths.

Into unfathomable life.

From “A large number”, 1976
Translated by S. Baranczak & C. Cavanagh

La mia vita è un battello abbandonato, Fernando Pessoa

La mia vita è un battello abbandonato
non ligio, in ermo porto, al suo destino.
Perché non salpa e non segue l’istinto
di navigare, sposato al suo fato?

Ah, manca chi lo lanci in mare e alato
renda il suo scafo in vele; peregrino
fresco d’allontanamento, nel divino
amplesso del mattino, puro e amaro.

Morto corpo d’azione senza voglia
che lo viva, ombra sterile di vivere,
fluttuando al fiore vano del rimpianto.

Le alghe tingono verde la tua chiglia,
ti culla il vento senza che ti muova,
ed è oltremare l’Isola agognata.

(Da “Poesie Scelte” a cura di Luigi Panarese, Passigli Editori 2006)

A Minha Vida é um Barco Abandonado

A minha vida é um barco abandonado
Infiel, no ermo porto, ao seu destino.
Por que não ergue ferro e segue o atino
De navegar, casado com o seu fado?

Ah! falta quem o lance ao mar, e alado
Torne seu vulto em velas; peregrino
Frescor de afastamento, no divino
Amplexo da manhã, puro e salgado.

Morto corpo da ação sem vontade
Que o viva, vulto estéril de viver,
Boiando à tona inútil da saudade.

Os limos esverdeiam tua quilha,
O vento embala-te sem te mover,
E é para além do mar a ansiada Ilha.