Ci sono anime che hanno…, da “Poesie, Libro de Poemas” (1970), Federico Garcia Lorca

Ci sono anime che hanno
stelle azzurre,
mattini sfioriti
tra foglie del tempo,
casti cantucci
che conservano un antico
sussurro di nostalgia
e di sogni.

Altre anime hanno
spettri dolenti
di passioni. Frutta
con vermi. Echi
di una voce arsa
che viene di lontano
come una corrente
d’ombre. Ricordi
vuoti di pianto
e briciole di baci.

La mia anima è matura
da gran tempo,
e si dissolve
confusa di mistero.
Pietre giovanili
consunte di sogno
cadono sulle acque
dei miei pensieri.
Ogni pietra dice:
«Dio è molto lontano!».

8 febbraio 1920

(Traduzione di Claudio Rendina)

Hay almas que tienen…

Hay almas que tienen
azules luceros,
mañanas marchitas
entre hojas del tiempo,
y castos rincones
que guardan un viejo
rumor de nostalgias
y sueños.

Otras almas tienen
dolientes espectros
de pasiones. Frutas
con gusanos. Ecos
de una voz quemada
que viene de lejos
como una corriente
de sombra. Recuerdos
vacíos de llanto
y migajas de besos.

Mi alma está madura
hace mucho tiempo,
y se desmorona
turbia de misterio.
Piedras juveniles
roídas de ensueño
caen sobre las aguas
de mis pensamientos.
Cada piedra dice:
“¡Dios está muy lejos!”

Non so quante anime, da “Il mondo che non vedo” (2009), Fernando Pessoa

Non so quante anime ho.
Ogni momento mutai.
Continuamente mi estranio.
Mai mi vidi né trovai.
Di tanto essere, solo ignoro.
Mi cambiarono sempre il prezzo.
Chi vede è solo quel che vede.
Chi sente non è chi è.

Attento a quel che sono e vedo,
divento loro e non io.
Ogni mio sogno o desiderio,
è di quel che nasce, e non mio.
Sono il mio stesso paesaggio,
assisto al mio passaggio,
diverso, mobile e solo.
Non so sentirmi ove sono.

Per questo, estraneo, leggo
come pagine, la mia vita.
Non prevedendo quel che segue,
dimenticando quel che passò.
Noto a margine di quel che lessi
ciò che pensai aver sentito.
Quel che annotai ero io?
Lo sa Dio, perché scrisse.

(Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbate)

Não sei quantas almas tenho

Não sei quantas almas tenho.
Cada momento mudei.
Continuamente me estranho.
Nunca me vi nem achei.
De tanto ser, só tenho alma.
Quem tem alma não tem calma.
Quem vê é só o que vê.
Quem sente não é quem é.

Atento ao que sou e vejo,
Torno-me eles e não eu.
Cada meu sonho ou desejo,
É do que nasce, e não meu.
Sou minha própria paisagem,
Assisto à minha passagem,
Diverso, móbil e só.
Não sei sentir-me onde estou.

Por isso, alheio, vou lendo
Como páginas, meu ser.
O que segue não prevendo,
O que passou a esquecer.
Noto à margem do que li
O que julguei que senti.
Releio e digo, «Fui eu?»
Deus sabe, porque o escreveu.

I don’t know how many souls I have

I don’t know how many souls I have.
I’ve changed at every moment.
I always feel like a stranger.
I’ve never seen or found myself.
From being so much, I have only soul.
A man who has soul has no calm.
A man who sees is just what he sees.
A man who feels is not who he is.

Attentive to what I am and see,
I become them and stop being I.
Each of my dreams and each desire
Belongs to whoever had it, not me.
I am my own landscape,
I watch myself journey –
Various, mobile, and alone.
Here where I am I can’t feel myself.

That’s why I read, as a stranger,
My being as if it were pages.
Not knowing what will come
And forgetting what has passed,
I note in the margin of my reading
What I thought I felt.
Rereading, I wonder: “Was that me?”
God knows, because he wrote it.

Translation: 1998, Richard Zenith
From: Fernando Pessoa & Co. – Selected Poems

La parola, da “Tu sola nel mio deserto” (2017), Alda Merini

Io sono un roseto di poesia,
su di me camminano molte parole,
su di me gemmano infiniti autori,
io fiorisco e sfiorisco ogni giorno,
io fiorisco e sfiorisco a ogni amore,
su di me evapora la rugiada,
su di me evapora il sogno,
ma ai miei piedi respira anche il viandante
e non m’innamorerò di nessuno
poiché i viandanti
sono mutevoli e molti.
Io sono ubriaca del mio silenzio
(…)
uso la parola
come Diana cacciatrice,
uso la parola
per ferire le anime,
uso le mie parole
come un cilicio d’amore,
sono il dialogo della materia,
sono il dialogo delle praterie,
sono il dialogo della prigione,
sono il tutto
e sono la mostrina di ogni soldato
che cade in battaglia
sul fronte della mia poesia.

Viviamo in tempi infami, Paul Verlaine

Viviamo in tempi infami
dove il matrimonio delle anime
deve suggellare l’unione dei cuori;
in quest’ora di orribili tempeste
non è troppo aver coraggio in due
per vivere sotto tali vincitori.

Di fronte a quanto si osa
dovremo innalzarci,
sopra ogni cosa, coppia rapita
nell’estasi austera del giusto,
e proclamare con un gesto augusto
il nostro amore fiero, come una sfida.

Ma che bisogno c’è di dirtelo.
Tu la bontà, tu il sorriso,
non sei tu anche il consiglio,
il buon consiglio leale e fiero,
bambina ridente dal pensiero grave
a cui tutto il mio cuore dice: Grazie!

Nous sommes en des temps infâmes

Nous sommes en des temps infâmes
Où le mariage des âmes
Doit sceller l’union des coeurs;
A cette heure d’affreux orages
Ce n’est pas trop de deux courages
Pour vivre sous de tels vainqueurs.

En face de ce que l’on ose
Il nous siérait, sur toute chose,
De nous dresser, couple ravi
Dans l’extase austère du juste,
Et proclamant d’un geste auguste
Notre amour fier, comme un défi.

Mais quel besoin de te le dire?
Toi la bonté, toi le sourire,
N’es-tu pas le conseil aussi,
Le bon conseil loyal et brave,
Enfant rieuse au penser grave,
A qui, tout mon coeur dit : merci!

I traduttori, Juan Vicente Piqueras

Sono una tribù strana dispersa per il mondo
perché spostano il mondo.
Portano mondi da una lingua all’altra.
Ecco il loro mestiere.

Fanno nevicare in arabo,
cambiano il nome al mare,
portano cammelli dal Sahara in Svezia,
fanno sì che don Chisciotte cavalchi Ronzinante
dalla Mancha alla Manciuria.
Fanno cose strane, pressappoco impossibili.
Dicono nella propria lingua
cose che mai quella lingua aveva detto prima,
cose che nemmeno sapeva di poter dire.

Sono nati da un crollo, accaduto a Babele,
e da un sogno: che un giorno
le anime oggi agli antipodi,
si conoscano, si capiscano e si amino.

Sono una tribù muta:
danno la loro voce ad altre voci.
Sono diventati invisibili a forza d’umiltà.
Per secoli il loro lavoro fu anonimo.
Loro che vivono di nomi e tra i nomi,
non avevano un nome.

Nella liturgia della letteratura
vengono trattati come chierichetti.
Sono invece pontefici: quelli che tendono i ponti
tra le isole di lingue lontane, quelli che sanno
che tutte le lingue sono straniere,
che tutto tra noi è traduzione.
Sono una tribù strana sparsa per il mondo
perché stanno spostando il mondo,
perché stanno salvando il mondo.

(Traduzione di Raffaella Marzano)

Los traductores

a Borges, y a los traductores que no traicionan

Son una tribu extraña dispersa por el mundo
porque mudan el mundo.
Trasladan mundos de una lengua a otra.
Ése es su oficio.

Hacen nevar en árabe,
cambian el nombre al mar,
llevan camellos del Sahara a Suecia,
hacen que don Quijote cabalgue a Rocinante
de La Mancha a Manchuria.
Hacen cosas extrañas, casi casi imposibles.
Dicen en su lengua cosas
que jamás esa lengua había dicho antes,
cosas que no sabía que pudiera decir.

Nacieron de un derrumbe, ocurrido en Babel,
y de un sueño: que un día
las almas hoy antípodas
se conozcan, se entiendan y se amen.

Son una tribu muda:
dan su voz a otras voces.
Se hicieron invisibles a fuerza de humildad.
Durante siglos su labor fue anónima.
Ellos, que viven de nombres y entre nombres,
no tenían un nombre.

En la liturgia de la literatura
son tratados como los monaguillos.
En cambio son pontífices: los que tienden los puentes
entre las islas de lenguas lejanas, los que saben
que todas las lenguas son extranjeras,
que entre nosotros todo es traducción.
Son una tribu extraña dispersa por el mundo
porque están mudando el mundo,
porque están salvando el mundo.

Translators

to Borges and to the translators who are not traitors

They are a strange tribe found throughout the world
because they move the world.
They transport worlds from one language to another.
That’s their craft.
They make it snow in Arabic,
change the sea’s name,
bring camels
to Sweden,
make Don Quixote ride Rocinante
from La Mancha to Manchuria.
They do strange, nearly impossible things.
They say things in their own language
which that language had never said before,
things it didn’t even know it could say.
They were born out of cataclysm, the Tower of Babel,
and from a dream: that souls
living at the antipodes
might know and understand and love one another.
They are a mute tribe:
they lend their voice to other voices.
They’ve become invisible owing to humility.
For centuries they were also anonymous.
They, who live by names and with names,
did not have a name.
In the liturgy of literature
they are often treated like altar boys.
Instead they are true pontiffs: those who build bridges
between islands of far-flung languages, who know
that all languages are foreign,
that everything between us is translation.
They are a strange tribe found throughout the world
because they are moving the world,
because they are saving the world.

(Translated by Anne Milano Appel)