Io vivrei nel tuo amore, da “Gli amorosi incanti” (2010), Sara Teasdale

Come le alghe nel mare,
così io vivrei nel tuo amore.
Ogni onda che passa le sostiene,
le piega ogni onda che a ritroso viene.
Di tutti i sogni che l’hanno abitata
svuoterei l’anima, a te consacrata.
Due cuori in uno solo battere sentirei,
l’anima tua dovunque seguirei.

(Traduzione di Silvio Raffo)

I Would Live In Your Love

I would live in your love as the sea-grasses live in the sea,
Borne up by each wave as it passes, drawn down by each wave that recedes;
I would empty my soul of the dreams that have gathered in me,
I would beat with your heart as it beats, I would follow your soul as it leads.

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David Garrett – Io Ti Penso Amore (Feat. Nicole Scherzinger)

 

Ah, suona dolcemente, Fernando Pessoa

Ah, suona dolcemente
come a chi sta per piangere
ogni canzone tessuta
d’artificio e di luna –
nulla che ricordi
la vita.

Preludio di cortesie,
o sorriso trascorso…
Giardino remoto e freddo…
E nell’anima di chi l’ha trovato
solo l’eco assurda del volo
inane.

(Da “Poesie Scelte” a cura di Luigi Panarese, Passigli Editori 2006)

Ah, toca suavemente

Ah, toca suavemente
Como a quem vai chorar
Qualquer canção tecida
De artifício e de luar —
Nada que faça lembrar
A vida.

Prelúdio de cortesias,
Ou sorriso que passou…
Jardim longínquo e frio…
E na alma de quem o achou
Só o eco absurdo do voo
Vazio.

8-11-1922
Poesias Inéditas (1919-1930) Fernando Pessoa

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Maksim Mrvica – All of Me (John Legend Cover)

Cerca la tua anima, Emily Dickinson

Cerca la tua anima
come un musicista i tasti
prima di suonare forte –
ti stordisce poco per volta –
prepara la tua natura fragile
per l’eterea botta
con martelli più deboli – uditi lontano –
poi più vicini – poi così lenti
il tuo fiato – ha tempo di riprendersi –
il cervello – di gorgogliare tranquillo –
cala – imperiale – una sola saetta –
che scalpa la tua anima nuda –

Quando i venti prendono le foreste nelle zampe –
l’universo – è fermo –

(Traduzione di Massimo Bacigalupo)

He fumbles at your Soul

He fumbles at your Soul
As Players at the Keys
Before they drop full Music on —
He stuns you by degrees —
Prepares your brittle Nature
For the Ethereal Blow
By fainter Hammers — further heard —
Then nearer — Then so slow
Your Breath has time to straighten —
Your Brain — to bubble Cool —
Deals — One — imperial — Thunderbolt —
That scalps your naked Soul —

When Winds take Forests in their Paws —
The Universe — is still —

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Valentina Babor – Children live aus der Waldbühne Berlin
Children (Robert Miles) – 2015

Rifugio, da “Gli amorosi incanti” (2010), Sara Teasdale

Dalle grigie sconfitte della vita,
dal battito del polso già languente,
dalle speranze, sabbia decrescente
attraverso la coppa delle dita
e dalla schiavitù d’ogni mio errore –
libera sono, se posso cantare.

Col mio canto io posso dare al sole
un rifugio in cui l’anima vivrà –
una casa di limpide parole
per la mia fragile immortalità.

(Traduzione di Silvio Raffo)

Refuge

From my spirit’s gray defeat,
From my pulse’s flagging beat,
From my hopes that turned to sand
Sifting through my close-clenched hand,
From my own fault’s slavery,
If I can sing, I still am free.

For with my singing I can make
A refuge for my spirit’s sake,
A house of shining words, to be
My fragile immortality.

L’inondazione della primavera, Emily Dickinson

L’inondazione della primavera
ingrandisce ogni anima –
travolge le abitazioni
ma lascia intatta l’acqua –
dove l’anima dapprima stranita
cerca debolmente la terra
ma acclimatata – non rimpiange più
quella penisola –

(Traduzione di Massimo Bacigalupo)

The inundation of the Spring

The inundation of the Spring
Enlarges every Soul –
It sweeps the tenements away
But leaves the Water whole –
In which the Soul at first estranged –
Seeks faintly for it’s shore
But acclimated – pines no more
For that Peninsula –

Canzone nuovissima dei gatti, da “I gatti lo sapranno” (2010), Federico Garcia Lorca

Mefistofele da casa
se ne sta sdraiato al sole.
E’ un gatto che ha eleganza e posa da leone,
beneducato e buono,
seppure un po’ burlone.
Sa parecchio di musica; capisce
Debussy, però non
gli piace Beethoven.
Il mio gatto stanotte
ha camminato sopra la tastiera.
Oh, che soddisfazione
per l’anima sua! Debussy
è stato un gatto filarmonico nella sua vita precedente.
Questo geniale francese comprese la bellezza
dell’accordo gattesco sulla tastiera. Sono
accordi moderni di acqua torbida d’ombra
(io gatto lo capisco).
Irritano il borghese: Mirabile missione!
La Francia ammira i gatti. Verlaine fu quasi un gatto
brutto e semicattolico, schivo e giocherellone,
dal miagolio celeste a una luna invisibile,
leccato dalle mosche e bruciato dall’alcol.
La Francia ama i gatti e la Spagna il torero.
La Russia ama la notte e la Cina il dragone.
Il gatto è inquietante, non è di questo mondo. Ha
quell’enorme prestigio d’essere già stato Dio.
Vi siete accorti quando ci guarda sonnecchiando?
Che sembra che ci dica: la vita è un susseguirsi
di ritmi sessuali. Un suo sesso ha la luce,
sesso ha la stella, e sesso ha il fiore.
E guarda disperdendo nell’ombra la sua anima verde.
Noi vediam tutti dietro al grande caprone.
Il suo spirito è androgino di sessi già appassiti,
languore femminile e vibrare di maschio,
uno spirito raro di innocenza e lussuria,
vecchiaia e giovinezza sposate con amore.
Son Filippi Secondi dogmatici ed alteri,
fedele odiano il cane, perché servile il topo,
ammettono carezze con un gesto distinto
guardandoci con aria serena e superiore.
Mi sembrano maestri d’alta malinconia,
potrebbero curare le tristezze dell’essere civili.
Le risorse moderne, carriarmati, biplani,
ravvivano nell’anima il remoto dolore.
La vita ad ogni passo raffina le tristezze,
le anime cristallizzano e il vero volò via,
un chicco di amarezza si interra e dà la spiga.
I gatti sanno questo meglio del contadino.
Han qualcosa dei gufi e di rozzi serpenti,
avranno avuto le ali quando furon creati.
E di certo parlarono con quegli aborti
satanici che Antonio vide dalla sua grotta.
Un gatto imbestialito è quasi Schopenhauer.
Attaccabrighe orrendo con faccia da birbante,
i gatti son però sempre beneducati,
e procurano seri di sdraiarsi nel sole.
L’uomo è disprezzabile (dicon loro), la morte
arriva prima o poi, Godiamo del calore!

Questo mio grande gatto, splendido e vescovile
si addormenta alla nenia sepolcrale dell’orologio.
Che gli importa dei seni dell’oscuro Ecclesiaste,
o dei saggi consigli del vecchio Salomone?
Tu dormi, gatto mio, come un dio sonnacchioso,
mentre qui io sospiro per qualcosa che volò via.
Pecopian si sorride, bello dentro il mio specchio,
di un teschio il suo sorriso ha l’espressione.

Tu dormi santamente mentre io suono il piano
questo mostro con denti di neve e di carbone.

E tu gatto di ricco, vetta della pigrizia,
ricorda che ci sono dei gatti vagabondi
martirizzati dai bambini che li ammazzano a sassate
e muoion come Socrate
dando loro il proprio perdono.

(Traduzione è di Valerio Nardoni)

Canción novísima de los gatos

Mefistófeles casero está tumbado al sol.
Es un gato elegante con gesto de león,
bien educado y bueno, si bien algo burlón.
Es muy músico; entiende a Debussy,
mas no le gusta Beethoven.
Mi gato paseó de noche en el teclado,
¡Oh, que satisfacción de su alma! Debussy
fue un gato filarmónico en su vida anterior.
Este genial francés comprendió la belleza
del acorde gatuno sobre el teclado. Son
acordes modernos de agua turbia de sombra
(yo gato lo entiendo).
Irritan al burgués: ¡Admirable misión!
Francia admira a los gatos. Verlaine fue casi un gato
feo y semicatólico, huraño y juguetón,
que mayaba celeste a una luna invisible,
lamido por las moscas y quemado de alcohol.
Francia quiere a los gatos como España al torero.
Como Rusia a la noche, como China al dragón.
El gato es inquietante, no es de este mundo. Tiene
el enorme prestigio de haber sido ya Dios.
¿Habéis notado cuando nos mira soñoliento?
Parece que nos dice: la vida es sucesión
de ritmos sexuales. Sexo tiene la luz,
sexo tiene la estrella, sexo tiene la flor.
Y mira derramando su alma verde en la sombra.
Nosotros vemos todos detrás al gran cabrón.
Su espíritu es andrógino de sexos ya marchitos,
languidez femenina y vibrar de varón,
un espíritu raro de inocencia y lujuria,
vejez y juventud casadas con amor.
Son Felipes segundos dogmáticos y altivos,
odian por fiel al perro, por servil al ratón,
admiten las caricias con gesto distinguido
y nos miran con aire sereno y superior.
Me parecen maestros de alta melancolía,
podrían curar tristezas de civilización.
La energía moderna, el tanque y el biplano
avivan en las almas el antiguo dolor.
La vida a cada paso refina las tristezas,
las almas cristalizan y la verdad voló,
un grano de amargura se entierra y da su espiga.
Saben esto los gatos más bien que el sembrador.
Tienen algo de búhos y de toscas serpientes,
debieron tener alas cuando su creación.
Y hablarán de seguro con aquellos engendros
satánicos que Antonio desde su cueva vio.
Un gato enfurecido es casi Schopenhauer.
Cascarrabias horrible con cara de bribón,
pero siempre los gatos están bien educados
y se dedican graves a tumbarse en el sol.
El hombre es despreciable (dicen ellos), la muerte
llega tarde o temprano ¡Gocemos del calor!

Este gran gato mío arzobispal y bello
se duerme con la nana sepulcral del reloj.
¡Qué le importan los senos del negro Eclesiastés,
ni los sabios consejos del viejo Salomón?
Duerme tú, gato mío, como un dios perezoso,
mientras que yo suspiro por algo que voló.
El bello Pecopian se sonríe en mi espejo,
de calavera tiene su sonrisa expresión.

Duerme tú santamente mientras toco el piano,
este monstruo con dientes de nieve y de carbón.

Y tú gato de rico, cumbre de la pereza,
entérate de que hay gatos vagabundos que son
mártires de los niños que a pedradas los matan
y mueren como Sócrates
dándoles su perdón.

“Canción novísima de los gatos” permaneció inédito hasta 1986
www.poetasandaluces.com

La prima notte, da “Balistica”, Billy Collins

La cosa peggiore della morte deve essere
la prima notte.
— Juan Ramón Jiménez

Prima di averti aperto, Jiménez,
non avevo mai pensato che il giorno e la notte
avrebbero continuato a circondarsi a vicenda nel cerchio della morte,

ma ora mi spingi a chiedermi
se ci saranno anche un sole e una luna
e se i morti si riuniranno per vederli sorgere e tramontare

per poi riparare, ogni anima da sola,
in uno spettrale analogo di un letto.
O la prima notte sarà la sola notte,

un’oscurità per la quale non abbiamo altro nome?
Com’è fragile il nostro vocabolario di fronte alla morte
e com’è impossibile scriverla.

E’ qui che si ferma la lingua,
il cavallo che abbiamo cavalcato per tutta la vita
si impenna sul bordo di un dirupo da capogiro.

La parola che era all’inizio
e la parola che fu fatta carne:
quelle e ogni altra parola finiranno.

Anche ora, leggendoti sotto questo pergolato,
come posso descrivere un sole che brillerà dopo la morte?
Ma è abbastanza per spaventarmi

e farmi prestare più attenzione alla luna del mondo di giorno,
al brillio della luce del sole sull’acqua
o frammentata in una macchia di alberi,

e di guardare più da vicino qui, queste piccole foglie,
queste spine sentinella
che hanno il compito di fare la guardia alla rosa.

(Traduzione di Franco Nasi)

The First Night

The worst thing about death must be
the first night.
— Juan Ramón Jiménez

Before I opened you, Jiménez,
it never occurred to me that day and night
would continue to circle each other in the ring of death,

but now you have me wondering
if there will also be a sun and a moon
and will the dead gather to watch them rise and set

then repair, each soul alone,
to some ghastly equivalent of a bed.
Or will the first night be the only night,

a darkness for which we have no other name?
How feeble our vocabulary in the face of death,
How impossible to write it down.

This is where language will stop,
the horse we have ridden all our lives
rearing up at the edge of a dizzying cliff.

The word that was in the beginning
and the word that was made flesh—
those and all the other words will cease.

Even now, reading you on this trellised porch,
how can I describe a sun that will shine after death?
But it is enough to frighten me

into paying more attention to the world’s day-moon,
to sunlight bright on water
or fragmented in a grove of trees,

and to look more closely here at these small leaves,
these sentinel thorns,
whose employment it is to guard the rose.

La felicità, Jack Hirschman

C’è una felicità, una gioia
nell’anima che è stata
sepolta viva in ciascuno di noi
e dimenticata.

Non si tratta di uno scherzo da bar
né di tenero, intimo umorismo
né di amicizia affettuosa
né un grande, brillante gioco di parole.

Sono i superstiti sopravvissuti
a ciò che accadde quando la felicità
fu sepolta viva, quando essa
non guardò più

dagli occhi di oggi, e non si
manifesta neanche quando
uno di noi muore – semplicemente ci allontaniamo
da tutto, soli

con quello che resta di noi,
continuando ad essere esseri umani
senza essere umani,
senza quella felicità.

(Traduzione di Raffaella Marzano)

The Happiness

There’s a happiness, a joy
in one soul, that’s been
buried alive in everyone
and forgotten.

It isn’t your barroom joke
or tender, intimate humor
or affections of friendliness
or big, bright pun.

They’re the surviving survivors
of what happened when happiness
was buried alive, when
it no longer looked out

of today’s eyes, and doesn’t
even manifest when one
of us dies, we just walk away
from everything, alone

with what’s left of us,
going on being human beings
without being human,
without that happiness.

A volte, da “Il mondo che non vedo” (2009), Fernando Pessoa

A volte fra il temporale,
quando ha già bagnato,
spunta un lembo di cielo,
di cui l’anima s’alimenta.

E a volte fra il torpore
che non è tormenta dell’anima,
spunta una specie di calma
che non conosce il languore.

E, sia nell’uno che nell’altro caso,
siccome il male fatto è fatto,
restano i versi che verso,
vino nella coppa del caso.

Perché veramente
sentire è così complicato
che solo ingannandosi
si crede che si sente.

Soffriamo? I versi peccano.
Mentiamo? I versi sbagliano.
E tutto è piogge che irrorano
foglie cadute che seccano.

(Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati)

Às vezes entre a tormenta

Às vezes entre a tormenta,
quando já umedeceu,
raia uma nesga no céu,
com que a alma se alimenta.

E às vezes entre o torpor
que não é tormenta da alma,
raia uma espécie de calma
que não conhece o langor.

E, quer num quer noutro caso,
como o mal feito está feito,
restam os versos que deito,
vinho no copo do acaso.

Porque verdadeiramente
sentir é tão complicado
que só andando enganado
é que se crê que se sente.

Sofremos? Os versos pecam.
Mentimos? Os versos falham.
E tudo é chuvas que orvalham
folhas caídas que secam.

Fernando Pessoa, in ‘Cancioneiro’

Pioggia, Federico Garcia Lorca

La pioggia ha un vago segreto di tenerezza
una sonnolenza rassegnata e amabile,
una musica umile si sveglia con lei
e fa vibrare l’anima addormentata del paesaggio.

È un bacio azzurro che riceve la Terra,
il mito primitivo che si rinnova.
Il freddo contatto di cielo e terra vecchi
con una pace da lunghe sere.

È l’aurora del frutto. Quella che ci porta i fiori
e ci unge con lo spirito santo dei mari.
Quella che sparge la vita sui seminati
e nell’anima tristezza di ciò che non sappiamo.

La nostalgia terribile di una vita perduta,
il fatale sentimento di esser nati tardi,
o l’illusione inquieta di un domani impossibile
con l’inquietudine vicina del color della carne.

L’amore si sveglia nel grigio del suo ritmo,
il nostro cielo interiore ha un trionfo di sangue,
ma il nostro ottimismo si muta in tristezza
nel contemplare le gocce morte sui vetri.

E son le gocce: occhi d’infinito che guardano
il bianco infinito che le generò.

Ogni goccia di pioggia trema sul vetro sporco
e vi lascia divine ferite di diamante.
Sono poeti dell’acqua che hanno visto e meditano
ciò che la folla dei fiumi ignora.

O pioggia silenziosa; senza burrasca, senza vento,
pioggia tranquilla e serena di campani e di dolce luce,
pioggia buona e pacifica, vera pioggia,
quando amorosa e triste cadi sopra le cose!

O pioggia francescana che porti in ogni goccia
anime di fonti chiare e di umili sorgenti!
Quando scendi sui campi lentamente
le rose del mio petto apri con i tuoi suoni.

Il canto primitivo che dici al silenzio
e la storia sonora che racconti ai rami
il mio cuore deserto li commenta
in un nero e profondo pentagramma senza chiave.

La mia anima ha la tristezza della pioggia serena,
tristezza rassegnata di cosa irrealizzabile,
ho all’orizzonte una stella accesa
e il cuore mi impedisce di contemplarla.

O pioggia silenziosa che gli alberi amano
e sei al piano dolcezza emozionante:
da’ all’anima le stesse nebbie e risonanze
che lasci nell’anima addormentata del paesaggio!

(Traduzione di Claudio Rendina)

Lluvia

La lluvia tiene un vago secreto de ternura,
algo de soñolencia resignada y amable,
una música humilde se despierta con ella
que hace vibrar el alma dormida del paisaje.

Es un besar azul que recibe la Tierra,
el mito primitivo que vuelve a realizarse.
El contacto ya frío de cielo y tierra viejos
con una mansedumbre de atardecer constante.

Es la aurora del fruto. La que nos trae las flores
y nos unge de espíritu santo de los mares.
La que derrama vida sobre las sementeras
y en el alma tristeza de lo que no se sabe.

La nostalgia terrible de una vida perdida,
el fatal sentimiento de haber nacido tarde,
o la ilusión inquieta de un mañana imposible
con la inquietud cercana del color de la carne.

El amor se despierta en el gris de su ritmo,
nuestro cielo interior tiene un triunfo de sangre,
pero nuestro optimismo se convierte en tristeza
al contemplar las gotas muertas en los cristales.

Y son las gotas: ojos de infinito que miran
al infinito blanco que les sirvió de madre.

Cada gota de lluvia tiembla en el cristal turbio
y le dejan divinas heridas de diamante.
Son poetas del agua que han visto y que meditan
lo que la muchedumbre de los ríos no sabe.

¡Oh lluvia silenciosa, sin tormentas ni vientos,
lluvia mansa y serena de esquila y luz suave,
lluvia buena y pacifica que eres la verdadera,
la que llorosa y triste sobre las cosas caes!

¡Oh lluvia franciscana que llevas a tus gotas
almas de fuentes claras y humildes manantiales!
Cuando sobre los campos desciendes lentamente
las rosas de mi pecho con tus sonidos abres.

El canto primitivo que dices al silencio
y la historia sonora que cuentas al ramaje
los comenta llorando mi corazón desierto
en un negro y profundo pentágrama sin clave.

Mi alma tiene tristeza de la lluvia serena,
tristeza resignada de cosa irrealizable,
tengo en el horizonte un lucero encendido
y el corazón me impide que corra a contemplarte.

¡Oh lluvia silenciosa que los árboles aman
y eres sobre el piano dulzura emocionante;
das al alma las mismas nieblas y resonancias
que pones en el alma dormida del paisaje!

Enero de 1919 – Granada

Rain

The rain has a vague secret of tenderness,
something resignedly and amiably somnolent.
With it there awakes a humble music
that makes the sleeping soul of the landscape vibrate.

It is a blue kiss that the Earth receives,
the primal myth that once again comes true.
The already cold contact of the old sky and earth
with a gentleness like that of a perpetual coming of evening.

It is the dawn of the fruit. The dawn brought to us by the flowers,
anointing us with the holy spirit of the seas.
The dawn that sheds life upon the sown fields
and, in our soul, the sadness of the unknown.

The dreadful nostalgia for a wasted life,
the fatal feeling that you were born too late,
or the restless hope for an impossible morning
with the nearby restlessness of the flesh’s ache.

Love awakens in the gray of its rhythm,
our inner sky enjoys a triumph of blood,
but our optimism is changed to sadness
when we observe the dead drops on the panes.

And the drops are eyes of infinity which gaze
at the white infinity which served them as mother.

Each raindrop trembles on the clouded glass,
leaving behind on it divine diamond-scratches.
They are watery poets who have seen, and meditate on,
that which the multitude of rivers doesn’t know.

O silent rain without tempests or winds,
gentle, calm rain, like sheep bells and soft light,
good, peaceful rain – the real kind –
which falls on every object lovingly and sadly!

O Franciscan rain, carryig in your drops
the souls of bright fountains and humble springs!
When you descend slowly onto the fields
you open the roses of my breast with your sounds.

The primal song you sing to the silence
and the sonorous story you narrate to the boughs
are commented on tearfully by my barren heart
in a black, deep stave of music without a key.

My soul has the sadness of the calm rain,
a resigned sadness for something unattainable;
on my horizon I have a blazing star
but my heart keeps me from running to gaze at it.

O silent rain which the trees love,
you that are sweet execitement on the piano,
you lend my soul the same mist and resonances
which you give to the sleeping soul of the landscape!

(Translated by Stanley Appelbaum)