Tattica e strategia, da “Poemas de otros” (1973-74), Mario Benedetti

La mia tattica è
guardarti
imparare come sei
amarti come sei

la mia tattica è
parlarti
e ascoltarti
costruire con le parole
un ponte indistruttibile

la mia tattica è
fermarmi nel tuo ricordo
non so come né so
con quale scusa
ma rimanere in te

la mia tattica è
essere onesto
e sapere che tu sei onesta
e che non ci vendiamo
simulacri
affinché tra noi due
non ci sia un sipario
né abissi

la mia strategia
invece è
più profonda e più
semplice

la mia strategia è
che un giorno qualunque
non so come né so
con quale scusa
avrai bisogno di me.

(Traduzione di Martha L. Canfield)

Táctica y strategia

Mi táctica es
mirarte
aprender como sos
quererte como sos

mi táctica es
hablarte
y escucharte
construir con palabras
un puente indestructible

mi táctica es
quedarme en tu recuerdo
no sé cómo ni sé
con qué pretexto
pero quedarme en vos

mi táctica es
ser franco
y saber que sos franca
y que no nos vendamos
simulacros
para que entre los dos
no haya telón
ni abismos

mi estrategia es
en cambio
más profunda y más
simple

mi estrategia es
que un día cualquiera
no sé cómo ni sé
con qué pretexto
por fin me necesites.

Scarpe, da “On Love”, Charles Bukowski

scarpe nell’armadio come gigli di Pasqua,
le mie scarpe lì da sole adesso,
e le altre scarpe con altre scarpe
come i cani che camminano per le vie,
e il fumo da solo non è abbastanza
e ho ricevuto una lettera da una donna in ospedale,
amore, mi dice lei, amore,
altre poesie,
ma io non scrivo,
non mi riconosco più,
mi manda fotografie dell’ospedale
scattate dall’alto,
ma mi ricordo di lei in altre sere,
non moribonda,
scarpe con tacchi a spillo come pugnali
lì di fianco alle mie,
come possono sere così forti
mentire alle colline,
come possono sere così diventare tranquille sul finire
le mie scarpe nell’armadio
pieno di soprabiti e di strane magliette,
e sbircio dentro la fessura lasciata dall’anta
e fisso i muri, e non
scrivo.

(Traduzione di Simona Viciani)

shoes

shoes in the closet like Easter lilies,
my shoes alone right now,
and other shoes with other shoes
like dogs walking avenues,
and smoke alone is not enough
and I got a letter from a woman in a hospital,
love, she says, love,
more poems,
but I do not write,
I do not understand myself,
she sends me photographs of the hospital
taken from the air,
but I remember her on other nights,
not dying,
shoes with spikes like daggers
sitting next to mine,
how these strong nights
can lie to the hills,
how these nights become quite finally
my shoes in the closet
flown by overcoats and awkward shirts,
and I look into the hole the door leaves
and the walls, and I do not
write.

_____________________
Manoscritto di fine 1960; pubblicato in “The People Look Like Flowers at Last”, 2007.

L’umanità ha bisogno di te, Michel Quoist

Se la nota dicesse:
“Non è una nota che fa una musica …”
Non ci sarebbero le sinfonie!

Se la parola dicesse:
“Non è una parola che può fare una pagina …”
Non ci sarebbero i libri!

Se la pietra dicesse:
“Non è una pietra che può alzare un muro …”
Non ci sarebbero le case!

Se la goccia d’acqua dicesse:
“Non è una goccia d’acqua che può fare il fiume …”
Non ci sarebbe l’oceano!

Se il chicco di grano dicesse:
Non è un chicco di grano che può seminare il campo …”
Non ci sarebbe la messe!

Se l’uomo dicesse:
“Non è un gesto d’amore che può salvare l’umanità … ”
Non ci sarebbero mai né giustizia né pace, né dignità né felicità nella terra degli uomini.

Come la sinfonia ha bisogno di ogni nota,
Come il libro ha bisogno di ogni parola,
Come la casa ha bisogno di ogni pietra,
Come l’oceano ha bisogno di ogni goccia d’acqua,
Come la messe ha bisogno di ogni chicco di grano,
L’umanità intera ha bisogno di te, là, dove sei, unico, e dunque insostituibile!

(Trad. di G. Carro)

L’humanité toute entière a besoin de toi 

Si la note disait :
ce n’est pas une note qui fait la musique
… il n’y aurait pas de symphonie.

Si le mot disait :
ce n’est pas un mot qui peut faire une page
… il n’y aurait pas de livre.

Si la pierre disait :
ce n’est pas une pierre qui peut monter un mur
… il n’y aurait pas de maison.

Si la goutte d’eau disait :
ce n’est pas une goutte d’eau qui peut faire une rivière… il n’y aurait pas d’océan.

Si le grain de blé disait :
ce n’est pas un grain de blé qui peut faire un champ… il n’y aurait pas de moisson.

Si l’homme disait :
ce n’est pas un geste d’amour qui peut sauver l’humanité… il n’y aurait jamais de justice, de paix, de dignité et de bonheur sur la terre des hommes.

Comme la symphonie a besoin de chaque note
Comme le livre a besoin de chaque mot

Comme la maison a besoin de chaque pierre
Comme l’océan a besoin de chaque goutte d’eau

Comme la moisson a besoin de chaque grain de blé l’humanité toute entière a besoin de toi,
là où tu es
Unique et donc irremplaçable.

If each note said…

If each note of music were to say:
one note does not make a symphony,
there would be no symphony.
If each word were to say: one word does not make a book,
there would be no book.
If each brick were to say: one brick does not make a wall,
there would be no house.
If each drop of water were to say: one drop does not make an ocean,
there would be no ocean.
If each seed were to say: one grain does not make a field of corn,
there would be no harvest.
If each one of us were to say: one act of love cannot save mankind,
there would never be justice and peace on earth.

The symphony needs each note.
The book needs each word.
The house needs each brick.
The ocean needs each drop of water.
The harvest needs each grain of wheat.
The whole of humanity needs you
as and where you are.
You are unique.
No one can take your place.

(Michel Quoist: Keeping Hope – Favourite Prayers for Modern Living)

La parola, da “Tu sola nel mio deserto” (2017), Alda Merini

Io sono un roseto di poesia,
su di me camminano molte parole,
su di me gemmano infiniti autori,
io fiorisco e sfiorisco ogni giorno,
io fiorisco e sfiorisco a ogni amore,
su di me evapora la rugiada,
su di me evapora il sogno,
ma ai miei piedi respira anche il viandante
e non m’innamorerò di nessuno
poiché i viandanti
sono mutevoli e molti.
Io sono ubriaca del mio silenzio
(…)
uso la parola
come Diana cacciatrice,
uso la parola
per ferire le anime,
uso le mie parole
come un cilicio d’amore,
sono il dialogo della materia,
sono il dialogo delle praterie,
sono il dialogo della prigione,
sono il tutto
e sono la mostrina di ogni soldato
che cade in battaglia
sul fronte della mia poesia.

Un inno per l’occhio, Jorge Debravo

Io dico che se l’anima ha un posto,
quel posto è l’occhio.
L’occhio che alimenta il nostro amore
e la nostra gioia.

L’uomo stesso, l’uomo
tutto fuoco e sorpresa,
non potrebbe essere uomo
senza l’occhio.

La vita, il mare, il cielo,
tutto era una vaga maceria,
fino a che un giorno l’occhio riunì tutto ciò ch’era vivo
e lo avvicinò ai volti.

Tutta l’eternità venne giustificata
il giorno che tutte le cose più vive della vita
si fecero pozzo di sorpresa
nell’occhio.

(Traduzione di Alessio Brandolini)

Un himno para el ojo

Yo digo que si el alma tiene un sitio,
ese sitio es el ojo.
El ojo que sustenta nuestro amor
y nuestro gozo.

El hombre mismo, el hombre
todo fuego y asombro,
no podría ser hombre
sin el ojo.

La vida, el mar, el cielo,
todo era un vago escombro,
hasta que un día el ojo reunió todo lo vivo
y lo acercó a los rostros.

Toda la eternidad quedó justificada
el día que lo más vivo de la vida
se hizo pozo de asombros
en el ojo.

Carpe diem, da “Ballistics”, Billy Collins

Forse erano le nuvole che si spostavano in fretta
o i fiori di primavera che fremevano fra le foglie secche
ma ero certo di essere nato proprio per cogliere questo giorno –

non solo un’altra carta nel mazzo dell’anno,
ma proprio il 19 marzo,
che appare chiaro e fresco come il dieci di quadri.

Vivere la vita appieno è l’unico modo,
pensavo mentre sedevo accanto a un finestrone
e picchiettavo con la matita la cupola di un fermacarte di vetro.

Bere fino all’ultima goccia dal calice della vita
era un consiglio irresistibile,
dicevo a me stesso mentre guardavo le date di qualcuno

nel Dizionario Biografico Nazionale
e poco dopo, mentre scrivevo alcune parole
sul retro di una cartolna.

Passare sfondando i cancelli di ferro della vita,
si tratta solo di questo,
avevo concluso mentre mi sdraiavo sulla moquette

con le mani intrecciate dietro la testa,
e riflettevo su quanto fosse unico questo giorno
e quanto io fossi diverso dagli uomini

del hara-kiri per i quali è un disonore
finire sdraiati sulla schiena.
Meglio, pensano, essere trovati a faccia in giù

con una camicia intrisa di sangue,
che essere scoperti con lo sguardo senza vita
fisso in alto sull’elegante soffitto di teak,

e ora posso quasi udire il silenzio
delle campane del tempio e il silenzio più leggero
degli uccelli che si nascondono nel buio di una siepe.

(Traduzione di Franco Nasi)

Carpe Diem

Maybe it was the fast-moving clouds
or the spring flowers quivering among the dead leaves,
but I knew this was one day I was born to seize –

not just another card in the deck of a year,
but March 19th itself,
looking as clear and fresh as the ten of diamonds.

Living life to the fullest is the only way,
I thought as I sat by a tall window
and tapped my pencil on the dome of a glass paperweight.

To drain the cup of life to the dregs
was a piece of irresistible advice,
I averred as I checked someone’s dates

in the Dictionary of National Biography
and later, as I scribbled a few words
on the back of a picture postcard.

Crashing through the iron gates of life
is what it is all about,
I decided as I lay down on the carpet,

locked my hands behind my head,
and considered how unique this day was
and how different I was from the men

of hari-kari for whom it is disgraceful
to end up lying on your back.
Better, they think, to be found facedown

in a blood-soaked shirt
than to be discovered with lifeless eyes
fixed on the elegant teak ceiling above you,

and now I can almost hear the silence
of the temple bells and the lighter silence
of the birds hiding in the darkness of a hedge.

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«E il corollario del carpe diem è la gratitudine, la gratitudine per essere semplicemente vivi, per avere un giorno da cogliere.
La presa del respiro, il battito del cuore. Gratitudine per il mondo naturale che ci circonda – le nuvole che si ammassano, l’ibis bianco vicino alla riva.
A Barcellona si tiene ogni anno un concorso di poesia. Ci sono tre premi: il terzo premio è una rosa d’argento, il secondo premio è una rosa d’oro e il primo premio: una rosa. Una vera rosa. Il fiore stesso.
Pensate a ciò la prossima volta che sentite il termine “priorità”.»

Dalla cerimonia di apertura a cui è intervenuto Billy Collins (Poeta Laureato 2001-2003) presso il Colorado College, 19 maggio 2008.

La vita di Borodin, Charles Bukowski

La prossima volta che ascolti Borodin
ricorda che era solo un farmacista
che scriveva musica per distrarsi;
la sua casa era piena di gente;
studenti, artisti, barboni, ubriaconi,
e lui non sapeva mai dire di no.
La prossima volta che ascolti Borodin
ricorda che sua moglie usava le sue composizioni
per foderare la cuccia del gatto
o coprire vasi di latte acido;
aveva l’asma e l’insonnia
e gli dava da mangiare uova à la coque
e quando lui voleva coprirsi la testa
per non sentire i rumore della casa
gli lasciava usare soltanto il lenzuolo;
per giunta c’era sempre qualcuno
nel suo letto
(dormivano separati quando proprio
dormivano)
e siccome tutte le sedie
erano sempre occupate
spesso lui dormiva sulle scale
avvolto in un vecchio scialle;
era lei a dirgli di tagliarsi le unghie,
di non cantare o fischiare
di non mettere troppo limone nel tè
di non schiacciarlo col cucchiaino;
Sinfonia n. 2, in si minore
Il principe Igor
Nelle steppe dell’Asia centrale
riusciva a dormire solo mettendosi
un pezzo di stoffa scura sopra gli occhi;
nel 1887 partecipò a un ballo
all’Accademia di medicina
indossando un allegro costume nazionale;
sembrava finalmente di un’insolita gaiezza
e quando cadde sul pavimento,
pensarono che volesse fare il pagliaccio.
La prossima volta che ascolti Borodin,
ricorda…

the life of Borodin

the next time you listen to Borodin
remember he was just a chemist
who wrote music to relax;
his house was jammed with people:
students, artists, drunkards, bums,
and he never knew how to say: no.
the next time you listen to Borodin
remember his wife used his compositions
to line the cat boxes with
or to cover jars of sour milk;
she had asthma and insomnia
and fed him soft-boiled eggs
and when he wanted to cover his head
to shut out the sounds of the house
she only allowed him to use the sheet;
besides there was usually somebody
in his bed
(they slept separately when they slept
at all)
and since all the chairs
were usually taken
he often slept on the stairway
wrapped in an old shawl;
she told him when to cut his nails,
not to sing or whistle
or put too much lemon in his tea
or press it with a spoon;
Symphony #2, in B Minor
Prince Igor
On the Steppes of Central Asia
he could sleep only by putting a piece
of dark cloth over his eyes
in 1887 he attended a dance
at the Medical Academy
dressed in a merrymaking national costume;
at last he seemed exceptionally gay
and when he fell to the floor,
they thought he was clowning.
the next time you listen to Borodin,
remember…

Dmitry Polyakov conducts A. Borodin: Symphony No. 2 in B minor

Una luce c’è in primavera, Emily Dickinson

Una luce c’è in primavera
non presente nel resto dell’anno
in qualsiasi altra stagione –
Quando marzo è appena arrivato

un colore appare fuori
sui campi solitari
che la scienza non può sorpassare
ma la natura umana sente.

Indugia sopra il prato,
delinea l’albero più lontano
sul più lontano pendio che tu sappia
quasi sembra parlarti.

Poi come orizzonti arretrano
o il mezzogiorno trascorre,
senza formula di suono
esso passa e noi restiamo –

e una qualità di perdita
tocca il nostro sentimento
come se a un tratto il guadagno
profanasse un sacramento.

(Traduzione di Massimo Bacigalupo)

A Light exists in Spring

A Light exists in Spring
Not present on the Year
At any other period —
When March is scarcely here

A Color stands abroad
On Solitary Fields
That Science cannot overtake
But Human Nature feels.

It waits upon the Lawn,
It shows the furthest Tree
Upon the furthest Slope you know
It almost speaks to you.

Then as Horizons step
Or Noons report away
Without the Formula of sound
It passes and we stay —

A quality of loss
Affecting our Content
As Trade had suddenly encroached
Upon a Sacrament.

L’acqua, da “Vista con granello di sabbia”, Wislawa Szymborska

Sulla mano mi è caduta una goccia di pioggia,
attinta dal Gange e dal Nilo,

dalla brina ascesa in cielo sui baffi d’una foca,
dalle brocche rotte nelle città di Ys e Tiro.

Sul mio dito indice
il mar Caspio è un mare aperto,

e il Pacifico affluisce docile nella Rudawa,
la stessa che svolazzava come nuvoletta su Parigi

nell’anno settecentosettantaquattro
il sette maggio alle tre del mattino.

Non bastano le bocche per pronunciare
tutti i tuoi fuggevoli nomi, acqua.

Dovrei darti un nome in tutte le lingue
pronunciando tutte le vocali insieme

e al tempo stesso tacere – per il lago
che non è riuscito ad avere un nome

e non esiste in terra – come in cielo
non esiste la stella che si rifletta in esso.

Qualcuno annegava, qualcuno ti invocava morendo.
E’ accaduto tanto tempo fa, ed è accaduto ieri.

Spegnevi case in fiamme, trascinavi via case
con alberi, foreste come città.

Eri in battisteri e in vasche di cortigiane.
Nei baci, nei sudari.

A scavar pietre, a nutrire arcobaleni.
Nel sudore e nella rugiada di piramidi e lillà.

Quanto è leggero tutto questo in una goccia di
pioggia.

Con che delicatezza il mondo mi tocca.

Qualunque cosa ogniqualvolta ovunque sia
accaduta,

è scritta sull’acqua di babele.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Water

A raindrop fell on my hand,
crafted from the Ganges and the Nile,

from the ascended frost of a seal’s whiskers,
from water in broken pots in the cities of Ys and Tyre.

On my index finger
the Caspian Sea isn’t landlocked,

and the Pacific flows meekly into the Rudava,
the one that flew in a cloud over Paris

in seventeen sixty four
on the seventh of May at three in the morning.

There are not enough lips to pronounce
your transient names, O water.

I would have to say them in every language
pronouncing all the vowels at once,

at the same time keeping silent—for the sake of a lake
that waited in vain for a name,

and is no longer on earth—as it is in the heavens,
whose stars are no longer reflected in it.

Someone was drowning; someone dying
called out for you. That was long ago and yesterday.

You extinguished houses; you carried them off
like trees, forests like cities.

You were in baptismal fonts and in the bathtubs of courtesans,
in kisses, in shrouds.

Eating away at stones, fueling rainbows.
In the sweat and dew of pyramids and lilacs.

How light all this is in the raindrop.
How delicately the world touches me.

Whenever wherever whatever has happened
is written on the water of Babel.

(Translated by Joanna Trzeciak)

Buddha Chinaski dice, da “New Poems Book Two”, Charles Bukowski

A volte
devi
indietreggiare
di uno o
due passi,
ri-
considerare

staccare
per un
mese

non
fare niente
non
volere
fare niente

la pace è
fondamentale
il ritmo è
fondamentale

qualsiasi cosa
tu voglia
non
l’avrai
provandoci
con troppa
insistenza.

Stacca
per
dieci anni

sarai
più
forte

stacca
per
venti anni

sarai
ancora più
forte.

Non c’è niente in
palio
comunque

e
ricorda che
la seconda cosa più bella
del mondo
è
una notte di sonno
tranquillo

e
la più bella:
una morte
serena.

Nel frattempo
paga la bolletta del
gas
se riesci
e
cerca di non
litigare con tua
moglie.

Buddha Chinaski Says

sometimes
you have to take
a step or
two
back,
re-
treat

take
a month
off

don’t
do anything
don’t
want to
do anything

peace is
paramount
pace is
paramount

whatever
you want
you aren’t going to
get
it by
trying too
hard.

take
ten years
off

you’ll
be
stronger

take
twenty years
off

you’ll
be much
stronger.

there’s nothing to
win
anyhow

and
remember the second best thing in
the world
is
a good night’s
sleep

and
the best:
a gentle
death.

meanwhile
pay your gas
bill
if you can
and
stay out of
arguements with the
wife.