Che piccola cosa è piangere, Emily Dickinson

Che piccola cosa è piangere –
che breve cosa è sospirare –
eppure – di venti – così
noi uomini e donne moriamo!

(Traduzione di Massimo Bacigalupo)
Nota del traduttore: (1896, titolo Life’s Trades) C.M. Trades sono gli alisei, oltre che gli affari: le piccole tempeste dell’animo possono avere effetti dirompenti.

Life’s Trades

It’s such a little thing to weep –
So short a thing to sigh –
And yet – by Trades – the size of these
We men and women die!

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Daniil Trifonov plays Fantaisie-Impromptu In C-Sharp Minor, Op. 66 by Chopin on the piano during his Yellow Lounge performance in Berlin

Il volo, da “Gli amorosi incanti” (2010), Sara Teasdale

Due aquile noi siamo,
insieme sopra i cieli
sopra i monti
voliamo.
Le ali tese al vento,
il sole ci rincuora.
La neve il nostro sguardo
offusca lentamente
e un vortice di nuvole
ci segue evanescente.

Due aquile noi siamo,
ma se verrà la Morte
umani e rassegnati
insieme noi vorremmo
andarcene appagati.
Che né l’uno né l’altro resti solo –
questa fine abbia il volo,
così si estingua il fuoco,
così il libro si chiuda.

(Traduzione di Silvio Raffo)

The Flight

We are two eagles
Flying together
Under the heavens,
Over the mountains,
Stretched on the wind.
Sunlight heartens us,
Blind snow baffles us,
Clouds wheel after us
Ravelled and thinned.

We are like eagles,
But when Death harries us,
Human and humbled
When one of us goes,
Let the other follow,
Let the flight be ended,
Let the fire blacken,
Let the book close.

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Maksim’s video “Ballet Moderne”, featuring Yasmine Naghdi and the Girl Band Storm

Saranno parole, da “Dal mare o da altra stella” (2006), Eugénio De Andrade

Diremo prato bosco
primavera,
e tutto quel che diremo
sarà solo per dire
che fummo giovani.

Diremo madre amore
una barca,
e diremo solo
che nulla c’è
da portare al cuore.

Diremo terra mare
o caprifoglio,
ma senza musica nel sangue
saranno parole solo,
e solo parole, quel che diremo.

(Traduzione di Federico Bertolazzi)

Serão palavras

Diremos prado bosque
primavera,
e tudo o que dissermos
é só para dizermos
que fomos jovens.

Diremos mãe amor
um barco,
e só diremos
que nada há
para levar ao coração.

Diremos terra mar
ou madressilva,
mas sem música no sangue
serão palavras só,
e só palavras, o que diremos.

They Will Be Words

We will say meadow woodland
early spring
and all that we may say
is just to say
that we were young.

We will say mother love
a boat,
and we will only say
that there is nothing
to bring the heart in offering.

We will say earth sea
or honeysuckle,
but without music in the blood
mere words is what they’ll be,
and merely words, what we will say.

From: Forbidden Words – selected poetry of Eugénio De Andrade, translated by Alexis Levitin

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Jarrod Radnich’s piano solo arrangement and performance of Don’t Stop Believin’. Dedicated to all those who never stop believing.

L’uomo nella luna, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

Era solito spaventarmi nelle notti d’infanzia,
il volto grande da adulto, enorme, duro, là in alto.
Non riuscivo a immaginare tanta solitudine, tanta freddezza.

Ma stasera tornando a casa in auto su queste strade di collina
lo vedo inabissarsi dietro gruppi di alberi spogli
per poi risorgere di nuovo a mostrare il suo volto familiare.

E quando è in piena vista sopra i campi aperti
sembra un giovane che si è innamorato
della terra scura,

uno scapolo pallido, ben curato e pieno di malinconia,
con la bocca rotonda aperta
come se avesse appena cominciato a cantare.

(Traduzione di Franco Nasi)

The Man In The Moon

He used to frighten me in the nights of childhood,
the wide adult face, enormous, stern, aloft.
I could not imagine such loneliness, such coldness.

But tonight as I drive home over these hilly roads
I see him sinking behind stands of winter trees
And rising again to show his familiar face.

And when he comes into full view over open fields
he looks like a young man who has fallen in love
with the dark earth,

a pale bachelor, well-groomed and full of melancholy,
his round mouth open
as if he had just broken into song.

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Beethoven – Moonlight Sonata Op 27 No 2
Played by Anastasia Huppmann at the Yamaha Concert Hall in Vienna

Luce è linguaggio, da “Le poesie” (Adelphi 1991), Marianne Moore

Della luce del sole si può dire
più di quanto si dica del linguaggio: ma linguaggio
e luce, a vicenda
aiutandosi – francese l’uno e l’altra –
non han disonorato un aggettivo
che rimane ancora radicato.
Sì, luce è linguaggio. Libera franca
imparziale luce di sole, luce di luna,
luce di stelle, luce di faro,
sono linguaggio. E il faro
di Creach’h d’Ouessant,
sulla sua indifesa
scaglia di roccia, è il discendente di Voltaire,
la cui giustizia fiammeggiante andò
a raggiungere un uomo già colpito:
dall’inerme
Montaigne, il cui equilibrio,
conservato malgrado la durezza
del bandito, accese la scintilla
salvatrice del rimorso; di Émile Littré,
mosso dalla passione filologica,
ammaliato dagli otto volumi
d’Ippocrate, il suo
autore. Era
un uomo di fuoco, uno scienziato
della libertà, questo tenace Maximilien
Paul Émile Littré. Se l’Inghilterra
è difesa dal mare,
noi, con la consolidata Libertà
di Bartholdi, che regge alta
la torcia accanto al porto, udiamo
l’ingiunzione della Francia: “Ditemi
la verità, e specialmente quando
sia spiacevole”. E noi,
noi possiamo rispondere soltanto:
“Questa parola Francia vuole dire
affrancamento: vuole dire una
che “rianima chiunque pensi a lei”.

(Trad. Lina Angioletti e Gilberto Forti)

Light is Speech

One can say more of sunlight
than of speech; but speech
and light, each
aiding each – when French –
have not disgraced that still un-
extirpated adjective.
Yes light is speech. Free frank
impartial sunlight, moonlight,
starlight, lighthouse light,
are language. The Creach’d
d’Ouessant light-
house on its defenseless dot of
rock, is the descendant of Voltaire

whose flaming justice reached a
man already harmed;
of unarmed
Montaigne whose balance,
maintained despite the bandit’s
hardness, lit remorse’s saving
spark; of Émile Littré,
philology’s determined,
ardent eight-volume
Hippocrates-charmed
editor. A
man on fire, a scientist of
freedoms, was firm Maximilien

Paul Émile Littré. England
guarded by the sea,
we with re-
enforced Bartholdy’s
Liberty holding up her
torch beside the port, hear France
demand, “Tell me the truth,
especially when it is
unpleasant”. And we
cannot but reply,
“The word France means
enfranchisement; means one who can
animate whoever thinks of her“.

From: New Collected Poems of Marianne Moore
edited by Heather Cass White

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Martynas Levickis & Mikroorkéstra, Antonio Vivaldi The Four Seasons  (Highlights)

Pensieri, da “Gli amorosi incanti” (2010), Sara Teasdale

Do via libera spesso ai miei pensieri,
che come dame vanno in passeggiata;
prima, allo specchio si misuran fieri
il cappello e la gonna più adeguata.

Ma quei pensieri ardenti, timorosi,
che non vogliono vestirsi e stan nascosti…
Ditemi poi, perché sono sempre questi
a sembrarmi di tutti i più preziosi?

(Traduzione di Silvio Raffo)

Thoughts

When I can make my thoughts come forth
To walk like ladies up and down,
Each one puts on before the glass
Her most becoming hat and gown.

But oh, the shy and eager thoughts
That hide and will not get them dressed,
Why is it that they always seem
So much more lovely than the rest?

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Lang Lang & Gina Alice Redlinger Perform “Colorful Clouds Chasing the Moon” on Spirio | r

Manx, da “Sui gatti” (2015), Charles Bukowski

questa è come la scoperta
dell’acqua calda.
non bisogna essere
dei geni
per capire che
stiamo sbagliando ancora.
ridiamo sempre meno,
diventiamo sempre più equilibrati.
tutto ciò che vogliamo è
l’assenza degli altri.
persino la musica classica
è stata ascoltata troppo spesso,
i libri belli sono stati
letti.
sospettiamo ancora
come abbiamo fatto fin dall’inizio
che siamo
strani, deformi e che non andiamo bene
da nessuna parte qui…
mentre scriviamo questo
c’è un terribile ronzio
qualcosa di plana sui
capelli
si conficca lì.
solleviamo una mano
tiriamo freneticamente
mentre ci morde le dita,
che dannata cosa insignificante
è mai questa
nel bel mezzo
della notte?
adesso se ne è andata…

c’è una porta scorrevole
di vetro
e vediamo fuori
un bianco Manx seduto lì
con un occhio strabico.
ha la lingua penzoloni
di lato.
apriamo la porta
e lui scivola dentro
le zampe anteriori corrono
in una direzione, quelle dietro
nell’altra.
riesce ad arrivare verso di noi
con un’angolazione maldestra
salta sulle nostre gambe
sul nostro petto
piazza le sue zampe anteriori
come fossero braccia
vicino alle nostre spalle
pianta il muso
piuttosto vicino al nostro naso
e ci guarda
nel modo migliore che può;
confusi come lui, gli restituiamo lo sguardo.

qualche sera,
vecchio ragazzo,
qualche volta,
in qualche modo.
intrappolati insieme
qui.

sorridiamo ancora
come facevamo un tempo.
di colpo il Manx
salta via
correndo sghembo
sul tappeto
inseguendo qualcosa
che nessuno di noi
può vedere.

Manoscritto del 23 dicembre 1979; pubblicato nella raccolta “Open All Night” – Traduzione di Simona Viciani

Manx

this is just a long call
from a short space.
it doesn’t engender up
any special brilliance
to know that
we are going wrong again.
we laugh less and less,
become more sane.
all we want is
the absence of others.
even the classical music
has been heard too often,
the good books have been
read.
we suspect again
as we did in the beginning
that we are
odd, deformed, fit
nowhere here…
as we write this
there is an ugly buzzing
something lands in our
hair
becomes imbedded there.
we reach up
yank it free
as it bites our finger.
what damned nonentity
is this
in the middle of
the night?
it’s gone…

there is a sliding
glass door
and we see outside
a white Manx sitting there
with one cross-eye.
his tongue sticks out
sidewise.
we pull the door open
and he slides in
front legs running
in one direction,
rear
in the other.

he makes it toward us
in a scurvy angle
runs up our legs
our chest
places front legs
like arms
near our shoulders
sticks his snout
quite near our nose
and looks at us
best he can;
also befuddled,
we look back.

some night,
old boy,
some time,
some way.
stuck together
here.

we smile again
like we used to.
suddenly the Manx
leaps away
scattering across the
rug sideways
chasing something
that none of us
can see.

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CATcerto, original performance. Mindaugas Piečaitis, Nora The Piano Cat

L’estate se ne andava, da “Sarà estate e altre poesie” (2004), Emily Dickinson

L’estate se ne andava
impercettibilmente, come il dolore
troppo lieve alla fine
per sentirlo come un tradimento
una quiete stillò
come vespro inoltrato
o natura che trascorre
tutta sola il pomeriggio appartato.
Il crepuscolo scese in anticipo
il mattino brillò straniero
con la grazia cortese ma dolente
dell’ospite che vorrebbe partire.
Così, senza un’ala
né l’aiuto di una chiglia
la nostra estate fuggì via
leggera verso la bellezza.

(Traduzione di Piera Mattei)

As imperceptibly as Grief

As imperceptibly as Grief
The Summer lapsed away –
Too imperceptible at last
To seem like Perfidy –
A Quietness distilled –
As Twilight long begun –
Or Nature – spending with Herself
Sequestered Afternoon –
The Dusk drew earlier in –
The Morning foreign shone –
A courteous – but harrowing Grace
Of Guest who would be gone –
And thus, without a Wing
Or Service of a Keel –
Our Summer made Her light Escape
Into the Beautiful –

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Lang Lang performing Hungarian Rhapsody No. 2 in C sharp minor
Live From Teatro Del Silenzio, Italy / 2007

Impressioni teatrali, da “Ogni caso” (1972), Wislawa Szymborska

Per me l’atto più importante della tragedia è il sesto:
il risorgere dalle battaglie della scena,
l’aggiustare le parrucche, le vesti,
l’estrarre il coltello dal petto,
il togliere il cappio dal collo,
l’allinearsi tra i vivi
con la faccia al pubblico.

Inchini individuali e collettivi:
la mano bianca sulla ferita al cuore,
la riverenza della suicida,
il piegarsi della testa mozzata.

Inchini in coppia:
la rabbia porge il braccio alla mitezza,
la vittima guarda beata gli occhi del carnefice,
il ribelle cammina senza rancore a fianco del tiranno.

Il calpestare l’eternità con la punta della scarpina dorata.
Lo scacciare la morale con la falda del cappello.
L’incorreggibile intento di ricominciare domani da capo.

L’entrare in fila indiana di morti già da un pezzo,
e cioè negli atti terzo, quarto, e tra gli atti.
Il miracoloso ritorno di quelli spariti senza traccia.

Il pensiero che abbiano atteso pazienti dietro le quinte,
senza togliersi il costume,
senza levarsi il trucco,
mi commuove più delle tirate della tragedia.

Ma davvero sublime è il calare del sipario
e quello che si vede ancora nella bassa fessura:
ecco, qui una mano si affretta a prendere un fiore,
là un’altra afferra la spada abbandonata.
Solo allora una terza, invisibile,
fa il suo dovere
e mi stringe alla gola.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Theatre Impressions

For me the tragedy’s most important act is the sixth:
the raising of the dead from the stage’s battlegrounds,
the straightening of wigs and fancy gown,
removing knives from stricken breasts,
taking nooses from lifeless necks,
lining up among the living
to face the audience.

The bows, both solo and ensemble––
the pale hand on the wounded heart,
the curtsies of the hapless suicide,
the bobbing of the chopped-off head.

The bows in pairs––
rage extends its arm to meekness,
the victim’s eyes smile at the torturer,
the rebel indulgently walks beside the tyrant.

Eternity trampled by the golden slipper’s toe.
Redeeming values swept aside with the swish of a wide-brimmed hat
The unrepentant urge to start all over tomorrow.

Now enter, single file, the hosts who died early on,
in Acts 3 and 4, or between scenes.
The miraculous return of all those lost without a trace.

The thought that they’ve been waiting patiently offstage
without taking off their makeup
or their costumes
moves me more than all the tragedy’s tirades.

But the curtain’s fall is the most uplifting part,
the things you see before it hits the floor:
here one hand quickly reaches for a flower,
there another hand picks up a fallen sword.
Only then, one last, unseen, hand
does its duty
and grabs me by the throat.

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

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Jarrod Radnich – Bohemian Rhapsody – Virtuosic Piano Solo

Lezioni di piano, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

1
Il mio insegnante è a terra con un brutto mal di schiena
disteso di fianco al piano.
Io sono seduto dritto sul panchetto.
Inizia dicendomi che ogni chiave
è come una diversa stanza
e io sono un cieco che deve imparare
ad attraversarle tutte e dodici
senza sbattere nei mobili.
Mi sembra di allungare la mano alla prima maniglia.

2
Mi dice che ogni scala ha una forma
e che devo imparare come tenere
ciascuna mano.
A casa mi esercito ad occhi chiusi.
Do è un libro aperto.
Re è un vaso con due manici.
Sol diesis è uno stivale nero.
Mi ha le zampe di un uccello.

3
Dice che la scala è la madre degli accordi.
Riesco a vederla mentre va su e giù per la camera da letto
aspettando che i figli tornino a casa.
Sono fuori nei nightclub a sfumare e marcare
le canzoni mentre le coppie danzano lente
o si osservano dai tavoli.
Ed è così che deve essere. Dopo tutto,
l’accordo giusto può farci piangere
ma nessuno ascolta le scale,
nessuno ascolta la loro madre.

4
Sto facendo le mie scale,
gl’inni familiari dell’infanzia.
Le dita salgono la scala delle note
e scendono senza girarsi.
Chi cammina sotto questa finestra aperta
s’immagina una bambina di circa dieci anni
seduta alla tastiera con la giusta postura,
non me, scomposto, nel mio accappatoio, spettinato,
come un Horace Silver bianco.

5
Sto imparando a suonare
It Might As Well Be Spring
ma la mano sinistra preferirebbe far tintinnare
gli spiccioli nel buio della tasca
o fare un sonnellino sul bracciolo.
Devo trascinarla nella musica
come un figlio difficile e trascurato.
Questa è la vendetta di chi non può mai
tenere la penna o salutare,
e ora, di chi non può mai suonare la melodia.

6
Anche quando non suono, penso al piano.
E’ l’oggetto più grande, pesante,
e bello di questa casa.
Mi fermo sulla soglia solo per abbracciarlo con lo sguardo.
E tardi di notte me lo figuro di sotto,
questa allucinazione, ritta su tre gambe,
questo curioso animale col suo enorme sorriso alla luce della luna.

(Traduzione di Franco Nasi)

Piano Lessons

1
My teacher lies on the floor with a bad back
off to the side of the piano.
I sit up straight on the stool.
He begins by telling me that every key
is like a different room
and I am a blind man who must learn
to walk through all twelve of them
without hitting the furniture.
I feel myself reach for the first doorknob.

2
He tells me that every scale has a shape
and I have to learn how to hold
each one in my hands.
At home I practice with my eyes closed.
C is an open book.
D is a vase with two handles.
G flat is a black boot.
E has the legs of a bird.

3
He says the scale is the mother of the chords.
I can see her pacing the bedroom floor
waiting for her children to come home.
They are out at nightclubs shading and lighting
all the songs while couples dance slowly
or stare at one another across tables.
This is the way it must be. After all,
just the right chord can bring you to tears
but no one listens to the scales,
no one listens to their mother.

4
I am doing my scales,
the familiar anthems of childhood.
My fingers climb the ladder of notes
and come back down without turning around.
Anyone walking under this open window
would picture a girl of about ten
sitting at the keyboard with perfect posture,
not me slumped over in my bathrobe, disheveled,
like a white Horace Silver.

5
I am learning to play
“It Might As Well Be Spring”
but my left hand would rather be jingling
the change in the darkness of my pocket
or taking a nap on an armrest.
I have to drag him in to the music
like a difficult and neglected child.
This is the revenge of the one who never gets
to hold the pen or wave good-bye,
and now, who never gets to play the melody.

6
Even when I am not playing, I think about the piano.
It is the largest, heaviest,
and most beautiful object in this house.
I pause in the doorway just to take it all in.
And late at night I picture it downstairs,
this hallucination standing on three legs,
this curious beast with its enormous moonlit smile.

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Maksim Mrvica plays Pirates of the Caribbean — Live at Mercedes-Benz Arena, Shanghai