Nuovi piedi corrono per il mio giardino, Emily Dickinson

Nuovi piedi corrono per il mio giardino –
nuove dita smuovono la terra –
un trovatore sull’olmo
tradisce la solitudine.

Nuovi bambini giocano sul prato –
nuovi stanchi dormono sotto –
e ancora la primavera pensosa ritorna –
e ancora la neve puntuale!

(Traduzione di Massimo Bacigalupo)
Nota del traduttore:
Il sentimento della primavera evocato da una serie di immagini che si concludono con il presentimento dell’inverno. In realtà ogni distico affianca a un motivo primaverile un’allusione alla morte (quasi ogni verso è costituito da una frase completa).

New Feet Within My Garden Go 

New feet within my garden go –
New fingers stir the sod –
A Troubadour upon the Elm
Betrays the solitude.

New Children play upon the green –
New Weary sleep below –
And still the pensive Spring returns –
And still the punctual snow!
_____________________________

Chopin Minute Waltz / Minutenwalzer Op. 64 No. 1 in D-flat major played by Anastasia Huppmann

Cavalli, da “Estravagario” (1958), Pablo Neruda

Ho visto dalla finestra i cavalli.

Fu a Berlino, d’inverno. La luce
era senza luce, senza cielo il cielo.

L’aria bianca come un pane bagnato.

E dalla mia finestra un circo solitario
morso dai denti d’inverno.

Improvvisamente, condotti da un uomo,
dieci cavalli uscirono dalla nebbia.

Ondeggiarono appena, uscendo, come il fuoco,
ma pei miei occhi empirono il mondo
vuoto fino a quell’ora. Perfetti, accesi,
erano come dieci déi dalle lunghe zampe pure,
dai crini simili al sonno del sale.

Le loro groppe erano mondi e arance.

Il colore era miele, ambra, incendio.

I loro colli erano torri
tagliate nella pietra dell’orgoglio,
e agli occhi furiosi si affacciava
come una prigioniera, l’energia.

E lì in silenzio, in mezzo
al giorno dell’inverno sudicio e disorientato,
i cavalli intensi erano il sangue,
il ritmo, l’incitante tesoro della vita.

Guardai, guardai e allora rivissi: senza saperlo
lì era la fonte, la danza dell’oro, il cielo,
il fuoco che viveva nella bellezza.

Ho dimenticato l’inverno di quella Berlino oscura.

Non dimenticherò la luce dei cavalli.

Caballos

Vi desde la ventana los caballos.

Fue en Berlín, en invierno. La luz
era sin luz, sin cielo el cielo.

El aire blanco como un pan mojado.

Y desde mi ventana un solitario circo
mordido por los dientes del invierno.

De pronto, conducidos por un hombre,
diez caballos salieron a la niebla.

Apenas ondularon al salir, como el fuego,
pero para mis ojos ocuparon el mundo
vacío hasta esa hora. Perfectos, encendidos,
eran como diez dioses de largas patas puras,
de crines parecidas al sueño de la sal.

Sus grupas eran mundos y naranjas.

Su color era miel, ámbar, incendio.

Sus cuellos eran torres
cortadas en la piedra del orgullo,
y a los ojos furiosos se asomaba
como una prisionera, la energía.

Y allí en silencio, en medio
del día, del invierno sucio y desordenado,
los caballos intensos eran la sangre,
el ritmo, el incitante tesoro de la vida.

Miré, miré y entonces reviví: sin saberlo
allí estaba la fuente, la danza de oro, el cielo,
el fuego que vivía en la belleza.

He olvidado el invierno de aquel Berlín oscuro.

No olvidaré la luz de los caballos.

Horses

It was from a window I first saw the horses.

It was winter in Berlin: a light
with no light, a sky without sky.

The air white as a loaf of wet bread.

And there, by the window, bitten off
by the teeth of the winter, a deserted arena.

Then, all of a sudden, ten horses
led by a man, moved into the snow.

Their passing left hardly a ripple, like fire,
but they filled a whole universe
void to my eyes, until then. Ablaze
with perfection, they moved like ten gods, colossal
and grand in the hoof, with dreamy and elegant manes.

Their rumps were like planets or oranges.

Their color was honey and amber and fire.

Their necks were like pillars
carved in the stone of their arrogance,
and out of vehement eyes their energy
glared from within like a prisoner.

There, in the silence of midday
in a soiled and slovenly winter
the horses’ intensity was rhythm
and blood, the importunate treasure of being.

I looked-looked till my whole force reawakened.
This was the innocent fountain, the dance in the gold,
the sky, the fire still alive in the beautiful.

I’ve forgotten the wintry gloom of Berlin.

I will never forget the light of the horses.

(Translated from Spanish by Ben Belitt)

___________________________

Hans Zimmer – Now we are free – The Horse Whisperer

Crepuscolo, da “Love Songs” (1917), Sara Teasdale

Sognante sopra i tetti
La fredda pioggia primaverile sta cadendo;
Fuori nell’albero solitario,
Un uccello sta chiamando, chiamando.

Lentamente sopra la terra
Le ali della notte stanno calando;
Il mio cuore come l’uccello nell’albero
Sta chiamando, chiamando, chiamando.

Twilight

Dreamily over the roofs
⁠The cold spring rain is falling;
Out in the lonely tree
⁠A bird is calling, calling.

Slowly over the earth
⁠The wings of night are falling;
My heart like the bird in the tree
⁠Is calling, calling, calling.

______________________

 

David Garrett – Lacrimosa, W.A. Mozart – Verona 05.09.2015

Io sono, da “Custer e altri poemi” (1896), Ella Wheeler Wilcox

Non so da dove vengo,
Non so dove vado;
Ma ciò che è chiaro che sono qui
In questo mondo di piacere e dolore.
E dalla nebbia e dall’oscurità,
Un’altra verità risplende chiara –
È in mio potere ogni giorno e ogni ora
Poter contribuire alla sua gioia o al suo dolore.

So che la terra esiste,
Non sono affari miei perché;
Non riesco a scoprire di cosa si tratta,
Non vorrei perdere tempo per provare.
La mia vita è una breve, breve cosa,
Sono qui per avere un po’ di spazio,
E mentre rimango vorrei, se posso,
Illuminare e migliorare il posto.

Il problema, penso, con tutti noi
È la mancanza di un’alta presunzione.
Se ogni uomo pensasse di essere stato mandato in questo posto
Per renderlo un po’ più dolce,
Quanto presto potremmo rallegrare il mondo,
Con quale facilità rendere giusto ciò che è sbagliato.
Se nessuno si sottraesse, e ognuno lavorasse
Per aiutare i suoi compagni!

Smettila di chiederti perché sei venuto –
Smettila di cercare colpe e difetti.
Alzati oggi con orgoglio e di’,
“Io faccio parte della prima grande causa!
Non importa quanto pieno il mondo,
C’è spazio per un uomo onesto.
Aveva bisogno di me o io non esisterei –
Sono qui per rafforzare il piano.”

I Am

I know not whence I came,
I know not whither I go;
But the fact stands clear that I am here
In this world of pleasure and woe.
And out of the mist and the murk
Another truth shines plain –
It is my power each day and hour
To add to its joy or its pain.

I know that the earth exists,
It is none of my business why;
I cannot find out what it’s all about,
I would but waste time to try.
My life is a brief, brief thing,
I am here for a little space,
And while I stay I would like, if I may,
To brighten and better the place.

The trouble, I think, with us all
Is the lack of a high conceit.
If each man thought he was sent to this spot
To make it a bit more sweet,
How soon we could gladden the world,
How easily right all wrong,
If nobody shirked, and each one worked
To help his fellows along!

Cease wondering why you came –
Stop looking for faults and flaws;
Rise up to-day in your pride and say,
‘I am part of the First Great Cause!
However full the world,
There is room for an earnest man.
It had need of me, or I would not be –
I am here to strengthen the plan.’

___________________

“Adiemus” from “Adiemus – Songs of Sanctuary” (Karl Jenkins).  Live from Bel Canto Choir Vilnius special performance at the “Culture Night!” festival in St. Catharine Church in Vilnius on June 18, 2011

Che cosa sono gli anni, da “Le poesie” (1991), Marianne Moore

Che cos’è la nostra innocenza,
che cosa la nostra colpa? Tutti
sono nudi, nessuno è salvo. E donde
viene il coraggio: la domanda senza risposta,
l’intrepido dubbio, –
che chiama senza voce, ascolta senza udire –
che nell’avversità, perfino nella morte,
ad altri dà coraggio
e nella sua sconfitta sprona

l’anima a farsi forte? Vede
profondo ed è contento chi
accede alla mortalità
e nella sua prigionia si leva
sopra se stesso, come
fa il mare dentro una voragine,
che combatte per essere libero
e benché respinto
trova nella sua resa
la sua sopravvivenza.

Così colui che sente fortemente
si comporta. L’uccello stesso,
che è cresciuto cantando, tempra
la sua forma e la innalza. È prigioniero,
ma il suo cantare vigoroso dice:
misera cosa è la soddisfazione,
e come pura e nobile è la gioia.
Questo è mortalità,
questo è eternità.

(Traduzione di Lina Angioletti e Gilberto Forti)

What Are Years

What is our innocence,
what is our guilt? All are
naked, none is safe. And whence
is courage: the unanswered question,
the resolute doubt, —
dumbly calling, deafly listening—that
in misfortune, even death,
encourage others
and in its defeat, stirs
the soul to be strong? He
sees deep and is glad, who
accedes to mortality
and in his imprisonment rises
upon himself as
the sea in a chasm, struggling to be
free and unable to be,
in its surrendering
finds its continuing.
So he who strongly feels,
behaves. The very bird,
grown taller as he sings, steels
his form straight up. Though he is captive,
his mighty singing
says, satisfaction is a lowly
thing, how pure a thing is joy.
This is mortality,
this is eternity.

______________________

David Garrett – “A Groovy Kind Of Love” based on Sonatina in G Major Op. 36 (Muzio Clementi)
______________________

“What Are Years”, una poesia scritta da Marianne Moore negli anni ’40, tramite una “logica a zigzag” e un rapido movimento da un’immagine all’altra, descrive la connessione tra gli anni che passano e tutte le forme di “prigionia” che si possono verificare nel corso della vita.
“Le poesie di Marianne Moore sono in vetro e piene di porte scorrevoli che apriamo” Kay Ryan, The Yale Review

Capodanno, da “Balistica” (2011), Billy Collins

Ognuno ha due compleanni
secondo il saggista inglese Charles Lamb,
il giorno in cui si nasce e il capodanno:

una divertente osservazione su cui rimugino
mentre aspetto che bolla l’acqua in una cucina
che è trasformata dalla luce del mattino
in una di quelle stanze brillanti di Matisse.

“Nessuno ha mai considerato il Primo di gennaio
con indifferenza”, scrive Lamb,
perché diversamente dal giorno della Marmotta o dalla festa dell’Annunciazione
non segna altro che il passare del tempo,
penso, mentre immergo una campanella metallica
di foglie di tè in poca acqua bollente che s’intorbidisce.

Ammetto di considerare il giorno del mio compleanno
come l’anniversario gioioso della mia esistenza
probabilmente perché ero e resto
in questo giorno di fine dicembre, un figlio unico.

E in quanto figlio unico –
figlio unico che sorseggia tè e smangiucchia una fetta di pane
questa mattina, in una stanza piena di colori –
darei il benvenuto a un ulteriore compleanno,
occasione in più per interrompere per un momento
quel che si sta facendo e riflettere sul mio essere qui in terra.

E uno in più potrebbe essere una piccola consolazione
per noi tutti che dobbiamo affrontare anche un giorno della morte,
una X in un quadratino
di qualche calendario da cucina del futuro,

il giorno in cui ciascuno di noi è gettato giù dal treno del tempo
da un corpulento controllore senza cuore
mentre sfreccia ruggendo fra i mesi e gli anni,

con cappellini di carta, candele, coriandoli e oroscopi
che volano in alto nella turbinosa folata della sua scia.

(Traduzione di Franco Nasi)

New Year’s Day

Everyone has two birthdays
according to the English essayist Charles Lamb,
the day you were born and New Year’s Day—

a droll observation to mull over
as I wait for the tea water to boil in a kitchen
that is being transformed by the morning light
into one of those brilliant rooms of Matisse.

“No one ever regarded the First of January
with indifference,” writes Lamb,
for unlike Groundhog Day or the feast of the Annunciation,

this one marks nothing but the passage of time,
I realized, as I lowered a tin diving bell
of tea leaves into a little body of roiling water.

I admit to regarding my own birthday
as the joyous anniversary of my existence
probably because I was, and remain
to this day in late December, an only child.

And as an only child–
a tea-sipping, toast-nibbling only child
in a colorful room this morning–
I would welcome an extra birthday,
one more opportunity to stop what we are doing
for a moment and reflect on my being here on earth.

And one more birthday might be a consolation
to us all for having to face a death-day, too,
an X in a square
on some kitchen calendar of the future,

the day when each of us is thrown off the train of time
by a burly, heartless conductor
as it roars through the months and years,

party hats, candles, confetti, and horoscopes
billowing up in the turbulent storm of its wake.

___________________________________

David Garrett – LET IT BE (Paul McCartney)

Canto di Natale, Sara Teasdale

I re magi arrivarono da sud,
Tutti vestiti con rifiniture d’ermellino;
Gli portarono oro e crisoprasio,
E regali di vino prezioso.

I pastori provennero da nord,
I loro cappotti erano marroni e vecchi;
Gli portarono piccoli agnellini appena nati—
Non avevano oro.

I saggi vennero da est,
Ed erano avvolti nel bianco;
La stella che li ha guidati tutto il tempo
Ha glorificato la notte.

Gli angeli arrivarono dall’alto dei cieli,
Ed erano vestiti di ali;
Ed ecco, portarono una canzone gioiosa
che le creature celesti cantano.

I re bussarono alla porta,
I saggi entrarono,
I pastori li seguirono
Per ascoltare l’inizio della canzone.

Gli angeli cantarono tutta la notte
Fino al sorgere del sole,
Ma il piccolo Gesù si addormentò
Prima che la canzone fosse finita.

Christmas Carol

The kings they came from out the south,
All dressed in ermine fine;
They bore Him gold and chrysoprase,
And gifts of precious wine.

The shepherds came from out the north,
Their coats were brown and old;
They brought Him little new-born lambs—
They had not any gold.

The wise men came from out the east,
And they were wrapped in white;
The star that led them all the way
Did glorify the night.

The angels came from heaven high,
And they were clad with wings;
And lo, they brought a joyful song
The host of heaven sings.

The kings they knocked upon the door,
The wise men entered in,
The shepherds followed after them
To hear the song begin.

The angels sang through all the night
Until the rising sun,
But little Jesus fell asleep
Before the song was done.

_____________________________________

David Garrett attends ‘Die Schoensten Weihnachtshits mit Carmen Nebel’ Show (ZDF) on December 6, 2012 in Munich, Germany and plays “Ode To Joy” with the Neue Philharmonie Frankfurt

Luce, Rabindranath Tagore

Luce, mia luce!
Luce che inondi la terra
luce che baci gli occhi
luce che addolcisce il cuore!

Amore mio, la luce danza
al centro della mia vita
la luce tocca le corde del mio amore.

Il cielo si spalanca
il vento soffia selvaggio
il riso passa sopra la terra.
Le farfalle dispiegano le loro ali
sul mare della luce.
Gigli e gelsomini sbocciano
sulla cresta delle sue onde.

Amore mio, la luce s’infrange
nell’oro delle nubi
e sparge gemme in gran copia.
Gioia e serenità si diffondono
di foglia in foglia senza limiti.
Il fiume del cielo
ha superato le sue sponde
e inonda di felicità la terra.

Light

Light, my light, the world-filling light,
the eye-kissing light,
heart-sweetening light!

Ah, the light dances, my darling, at the center of my life;
the light strikes, my darling, the chords of my love;
the sky opens, the wind runs wild, laughter passes over the earth.

The butterflies spread their sails on the sea of light.
Lilies and jasmines surge up on the crest of the waves of light.

The light is shattered into gold on every cloud, my darling,
and it scatters gems in profusion.

Mirth spreads from leaf to leaf, my darling,
and gladness without measure.
The heaven’s river has drowned its banks
and the flood of joy is abroad.

______________________________

Jarrod Radnich – Virtuosic Piano Solo – I Saw Three Ships

L’ultima luna, da “Gli amorosi incanti” (2010), Sara Teasdale

Luna che s’assottiglia come piuma,
nuvola che all’alba lieve sfuma –
luce che nella luce ama svanire
e dona ancora luce sul morire.

(Traduzione di Silvio Raffo)

Moon’s Ending

Moon, worn thin to the width of a quill,
In the dawn clouds flying,
How good to go, light into light, and still
Giving light, dying.

_______________________________

Kathia Buniatishvili – Claude Debussy: Clair de lune

Natale… Sulla provincia nevica, Fernando Pessoa

Natale… Sulla provincia nevica.
Tra i lari confortevoli,
un sentimento conserva
i sentimenti passati.

Cuore contrapposto al mondo,
come la famiglia è verità!
Il mio pensiero è profondo,
sto solo e sogno rimpianto.

E com’è bianco di grazia
il paesaggio che non so,
visto per la vetrata
della casa che mai avrò!

(Da “Poesie Scelte” a cura di Luigi Panarese, Passigli Editori 2006)

Natal… Na província neva

Natal… Na província neva.
Nos lares aconchegados,
Um sentimento conserva
Os sentimentos passados.

Coração oposto ao mundo,
Como a família é verdade!
Meu pensamento é profundo,
Stou só e sonho saudade.

E como é branca de graça
A paisagem que não sei,
Vista de trás da vidraça
Do lar que nunca terei!

_________________________________

Snow Falling in Forest – Slow Motion