Il mio fallimento, da “Horses Don’t Bet on People and Neither Do I”, Charles Bukowski

penso ai diavoli dell’inferno
e fisso un
bel vaso di
fiori
mentre la donna in camera mia
rabbiosa accende e spegne la luce
di continuo.
abbiamo litigato di
brutto
e io me ne sto qui seduto a fumare
sigarette
indiane
e intanto alla radio le
preghiere di un cantante lirico non
sono nella mia
lingua.
fuori, la finestra alla
mia sinistra rivela le luci
notturne della
città e io vorrei solo
avere il coraggio di
spezzare questo semplice orrore
e rimettere le cose
a posto
ma la mia rabbia meschina
me lo
impedisce.

mi rendo conto che l’inferno è solo quello che ci
creiamo noi,
a fumare queste sigarette,
qui ad aspettare,
qui a fantasticare,
mentre nell’altra stanza
lei continua a
starsene lì ad
accendere e spegnere
la luce,
accendere e
spengnere.

(Trad. Damiano Abeni)

My failure

I think of devils in hell
and stare at a
beautiful vase of
flowers
as the woman in my bedroom
angrily switches the light
on and off.
we have had a very bad
argument
and I sit in here smoking
cigarettes from
India
as on the radio an
opera singer’s prayers are
not in my
language.
outside, the window to
my left reveals the night
lights of the
city and I only wish
I had the courage to
break through this simple horror
and make things well
again
but my petty anger
prevents
me.

I realize hell is only what we
create,
smoking these cigarettes,
waiting here,
wondering here,
while in the other room
she continues to
sit and
switch the light
on and off,
on and
off.

Monologo di un cane coinvolto nella storia, Wislawa Szymborska

Ci sono cani e cani. Io ero un cane eletto.
Con un buon pedigree e sangue di lupo nelle vene.
Abitavo su un’altura, inalando profumi di vedute
su prati soleggiati, abeti bagnati dalla pioggia
e zolle di terra tra la neve.

Avevo una bella casa e servitù.
Ero nutrito, lavato, spazzolato,
condotto a fare belle passeggiate.
Ma, con rispetto, senza confidenze.
Tutti sapevano bene chi ero.

Ogni bastardo rognoso è capace di avercelo un padrone.
Attenti però – lungi dai paragoni.
Il mio padrone era unico nel suo genere.
Una muta imponente lo seguiva a ogni passo
fissandolo con ammirazione timorosa.

Per me c’erano sorrisetti
di malcelata invidia.
Perché solo io avevo diritto
di accoglierlo con salti veloci,
solo io – di salutarlo tirandogli i calzoni.
Solo a me era permesso,
con la testa sulle sue ginocchia,
accedere a carezze e a tirate di orecchie.
Solo io con lui potevo far finta di dormire,
e allora si chinava sussurrandomi qualcosa.

Con gli altri si arrabbiava spesso, ad alta voce.
Ringhiava, latrava contro di loro,
correva da una parete all’altra.
Penso che solo a me volesse bene,
e a nessun altro, mai.

Avevo anche doveri: aspettare, fidarmi.
Perché compariva per poco e spariva per molto.
non so cosa lo trattenesse lì, nelle valli.
Intuivo però che si trattava di faccende pressanti,
perlomeno pressanti
quanto per me lottare con i gatti
e tutto ciò che si muove inutilmente.

C’è destino e destino. Il mio mutò di colpo.
Giunse una primavera,
e lui non era accanto a me.
In casa si scatenò uno strano andirivieni.
Bauli, valigie, cofani cacciati nelle auto.
Le ruote sgommando scendevano giù in basso
e si zittivano dietro la curva.

Sulla terrazza bruciavano vecchiumi, stracci,
casacche gialle, fasce con emblemi neri
e molti, moltissimi cartoni fatti a pezzi
da cui cadevano fuori bandierine.

Gironzolavo in quel caos
più stupito che irato.
Sentivo sul pelo sguardi sgradevoli.
Quasi io fossi un cane abbandonato,
un randagio molesto
che già dalle scale si scaccia con la scopa.

Uno mi strappò il collare borchiato d’argento.
Uno mi diede un calcio alla ciotola da giorni vuota.
E poi l’ultimo, prima di partire,
si sporse dalla cabina di guida
e mi sparò due volte.

Neanche capace di colpire nel segno,
così la mia morte fu lenta e dolorosa
nel ronzio di mosche spavalde.
Io, il cane del mio padrone.

Monologue of a Dog Ensnared in History

There are dogs and dogs. I was among the chosen.
I had good papers and wolf’s blood in my veins.
I lived upon the heights inhaling the odors of views:
meadows in sunlight, spruces after rain,
and clumps of earth beneath the snow.

I had a decent home and people on call,
I was fed, washed, groomed,
and taken for lovely strolls.
Respectfully, though, and comme il faut.
They all knew full well whose dog I was.

Any lousy mutt can have a master.
Take care, though — beware comparisons.
My master was a breed apart.
He had a splendid herd that trailed his every step
and fixed its eyes on him in fearful awe.

For me they always had smiles,
with envy poorly hidden.
Since only I had the right
to greet him with nimble leaps,
only I could say good-bye by worrying his trousers with my teeth.
Only I was permitted
to receive scratching and stroking
with my head laid in his lap.
Only I could feign sleep
while he bent over me to whisper something.

He raged at others often, loudly.
He snarled, barked,
raced from wall to wall.
I suspect he liked only me
and nobody else, ever.

I also had responsibilities: waiting, trusting.
Since he would turn up briefly, and then vanish.
What kept him down there in the lowlands, I don’t know.
I guessed, though, it must be pressing business,
at least as pressing
as my battle with the cats
and everything that moves for no good reason.

There’s fate and fate. Mine changed abruptly.
One spring came
and he wasn’t there.
All hell broke loose at home.
Suitcases, chests, trunks crammed into cars.
The wheels squealed tearing downhill
and fell silent round the bend.

On the terrace scraps and tatters flamed,
yellow shirts, armbands with black emblems
and lots and lots of battered cartons
with little banners tumbling out.

I tossed and turned in this whirlwind,
more amazed than peeved.
I felt unfriendly glances on my fur.
As if I were a dog without a master,
some pushy stray
chased downstairs with a broom.

Someone tore my silver-trimmed collar off,
someone kicked my bowl, empty for days.
Then someone else, driving away,
leaned out from the car
and shot me twice.

He couldn’t even shoot straight,
since I died for a long time, in pain,
to the buzz of impertinent flies.
I, the dog of my master.

(From the collection “Monologue of a Dog: New Poems (2005)”, translated into English by Clare Cavanagh and Stanislaw Baranczak, and published by Harcourt Inc, in 2006)

Palme, Juan Vicente Piqueras

Nasciamo dalla sete. Siamo palme
che crescono a forza di perdere
i propri rami. I tronchi son ferite,
cicatrici rimarginate dal vento e dalla luce,
quando il tempo, quello che fa e quello che passa,
occupa il cuore e lo trasforma in nido
di perdite, ne erige
il suo tempio, la sua aspra colonna.

E per questo le palme sono allegre
come quelli che hanno saputo soffrire in solitudine
e ora si cullano nell’aria, spazzano nubi
e dalle loro chiome consegnano
cantici alla luce, fonti di fuoco,
ventagli a Dio, addio a tutto.
Tremano, testimoni di un miracolo
che conoscono soltanto loro.

Siamo come la sete delle palme
e ogni ferita aperta verso la luce
ci fa sempre più alti, più felici.
Perdite sono i nostri tronchi, trono
il nostro dolore. Non è bello
soffrire ma bisogna aver sofferto
per sentire, annidata nel sangue,
la meraviglia dei sopravvissuti
che ringraziano l’aria, e scoppiare
per l’alta gioia in mezzo al deserto.

(Trad. di Raffaella Marzano)

Palmeras

Nacemos de la sed. Somos palmeras
que van creciendo a fuerza de perder
sus ramas. Y sus troncos son heridas,
cicatrices que el viento y la luz cierran,
cuando el tiempo, el que hace y el que pasa,
ocupa el corazón y lo hace nido
de pérdidas, erige
en él su templo, su áspera columna.

Por eso las palmeras son alegres
como los que han sabido sufrir en soledad
y se mecen al aire, barren nubes
y entregan en sus copas
salomas a la luz, fuentes de fuego,
abanicos a dios, adiós a todo.
Tiemblan como testigos de un milagro
que sólo ellas conocen.

Somos como la sed de las palmeras,
y cada herida abierta hacia la luz
nos va haciendo más altos, más alegres.
Nuestros troncos son pérdidas. Es trono
nuestro dolor. Es malo
sufrir pero es preciso haber sufrido
para sentir, como un nido en la sangre,
el asombro de los supervivientes
al aire agradecidos, y estallar
de alta alegría en medio del desierto.

L’agnello, da “Songs of Innocence”, William Blake

Piccolo agnello chi ti fece?
Lo sai tu chi ti fece
ti diede vita e ti invitò a nutrirti
accanto al ruscello e sopra il prato;
ti diede abiti deliziosi,
i più morbidi abiti di lana brillante;
ti diede una voce così tenera,
che fa gioire tutte le valli!
Piccolo agnello chi ti fece?
Tu sai chi ti fece?

Piccolo agnello, te lo dirò,
Piccolo agnello, te lo dirò!
Egli viene chiamato col tuo nome,
poiché chiama se stesso Agnello:
è docile e mite;
divenne un piccolo bambino:
io un bambino e tu un agnello,
siamo chiamati col suo nome.
Piccolo agnello, Dio ti benedica!
Piccolo agnello, Dio ti benedica!

The Lamb

Little Lamb who made thee?
Dost thou know who made thee
gave thee life, and bid thee feed
by the stream and o’er the mead;
gave thee clothing of delight,
softest clothing wooly bright;
gave thee such a tender voice,
making all the vales rejoice!
Little Lamb who made thee?
Dost thou know who made thee?

Little Lamb I’ll tell thee,
little Lamb I’ll tell thee!
He is called by thy name,
for he calls himself a Lamb:
he is meek and he is mild,
he became a little child:
I a child and thou a lamb,
we are called by his name.
Little Lamb, God bless thee!
little Lamb, God bless thee!

Viviamo in tempi infami, Paul Verlaine

Viviamo in tempi infami
dove il matrimonio delle anime
deve suggellare l’unione dei cuori;
in quest’ora di orribili tempeste
non è troppo aver coraggio in due
per vivere sotto tali vincitori.

Di fronte a quanto si osa
dovremo innalzarci,
sopra ogni cosa, coppia rapita
nell’estasi austera del giusto,
e proclamare con un gesto augusto
il nostro amore fiero, come una sfida.

Ma che bisogno c’è di dirtelo.
Tu la bontà, tu il sorriso,
non sei tu anche il consiglio,
il buon consiglio leale e fiero,
bambina ridente dal pensiero grave
a cui tutto il mio cuore dice: Grazie!

Nous sommes en des temps infâmes

Nous sommes en des temps infâmes
Où le mariage des âmes
Doit sceller l’union des coeurs;
A cette heure d’affreux orages
Ce n’est pas trop de deux courages
Pour vivre sous de tels vainqueurs.

En face de ce que l’on ose
Il nous siérait, sur toute chose,
De nous dresser, couple ravi
Dans l’extase austère du juste,
Et proclamant d’un geste auguste
Notre amour fier, comme un défi.

Mais quel besoin de te le dire?
Toi la bonté, toi le sourire,
N’es-tu pas le conseil aussi,
Le bon conseil loyal et brave,
Enfant rieuse au penser grave,
A qui, tout mon coeur dit : merci!

La primavera arriva nel mondo, Emily Dickinson

La Primavera arriva nel Mondo –
Avvisto gli Aprili –
Incolori per me, finché non arrivi tu
Come, fino all’Ape
I Fiori restano negativi,
Mossi a Qualità
Da un Ronzio –

(Trad. di Giuseppe Ierolli)

Spring comes on the World

Spring comes on the World –
I sight the Aprils –
Hueless to me, until thou come
As, till the Bee
Blossoms stand negative,
Touched to Conditions
By a Hum –

Dinosauria, noi, da “The Last Night of the Earth Poems”, Charles Bukowski

Nati così
in mezzo a tutto questo
tra facce di gesso che ghignano
e la signora Morte che se la ride
mentre gli ascensori si rompono
mentre gli orizzonti politici si dissolvono
mentre il ragazzo della spesa del supermercato ha una laurea
mentre i pesci sporchi di petrolio sputano la loro preda oleosa
e il sole è mascherato

siamo nati così
in mezzo a tutto questo
tra queste guerre attentamente matte
tra la vista di finestre di fabbrica rotte di vuoto
in mezzo a bar dove le persone non non si parlano più
nelle risse che finiscono tra sparatorie e coltellate
siamo nati così
in mezzo a tutto questo
tra ospedali così costosi che conviene lasciarsi morire
tra avvocati talmente esosi che è meglio dichiararsi colpevoli
in un Paese dove le galere sono piene e i manicomi chiusi
in un posto dove le masse trasformano i cretini in eroi di successo
nati in mezzo a tutto questo
ci muoviamo e viviamo in tutto ciò
a causa di tutto questo moriamo
castrati
corrotti
diseredati
per tutto questo
ingannati da questo
usati da questo
pisciati addosso da questo
resi pazzi e malati da questo
resi violenti
resi inumani
da questo
il cuore è annerito
le dita cercano la gola
la pistola
il coltello
la bomba
le dita vanno in cerca di un dio insensibile
le dita cercano la bottiglia
le pillole
qualcosa da sniffare
siamo nati in questo essere letale triste
siamo nati in un governo in debito di 60 anni
che presto non potrà nemmeno pagare gli interessi su quel debito
e le banche bruceranno
il denaro sarà inutile
ammazzarsi per strada in pieno giorno non sarà più un crimine
resteranno solo pistole e folle di sbandati
la terra sarà inutile
il cibo diventerà un rendimento decrescente
l’energia nucleare finirà in mano alle masse
il pianeta sarà scosso da un’esplosione dopo l’altra
uomini robot radioattivi si inseguiranno l’un l’altro
il ricco e lo scelto staranno a guardare da piattaforme spaziali
l’inferno di Dante sarà fatto per somigliare a un parco giochi per bambini
il sole sarà invisibile e sarà la notte eterna
gli alberi moriranno
e tutta la vegetazione morirà
uomini radioattivi si nutriranno della carne di uomini radioattivi
il mare sarà avvelenato
laghi e fiumi spariranno
la pioggia sarà il nuovo oro
la puzza delle carcasse di uomini e animali si propagherà nel vento oscuro
gli ultimi pochi superstiti saranno oppressi da malattie nuove ed orrende
e le piattaforme spaziali saranno distrutte dalla collisione
il progressivo esaurimento di provviste
l’effetto naturale della decadenza generale
e il più bel silenzio mai ascoltato
nascerà da tutto questo.
il sole nascosto
attenderà il capitolo successivo.

Dinosauria, we

born like this
into this
as the chalk faces smile
as Mrs. Death laughs
as the elevators break
as political landscapes dissolve
as the supermarket bag boy holds a college degree
as the oily fish spit out their oily prey
as the sun is masked

we are
born like this
into this
into these carefully mad wars
into the sight of broken factory windows of emptiness
into bars where people no longer speak to each other
into fist fights that end as shootings and knifings
born into this
into hospitals which are so expensive that it’s cheaper to die
into lawyers who charge so much it’s cheaper to plead guilty
into a country where the jails are full and the madhouses closed
into a place where the masses elevate fools into rich heroes
born into this
walking and living through this
dying because of this
muted because of this
castrated
debauched
disinherited

because of this
fooled by this
used by this
pissed on by this
made crazy and sick by this
made violent
made inhuman
by this

the heart is blackened
the fingers reach for the throat
the gun
the knife
the bomb
the fingers reach toward an unresponsive god

the fingers reach for the bottle
the pill
the powder

we are born into this sorrowful deadliness
we are born into a government 60 years in debt
that soon will be unable to even pay the interest on that debt
and the banks will burn
money will be useless
there will be open and unpunished murder in the streets
it will be guns and roving mobs
land will be useless
food will become a diminishing return
nuclear power will be taken over by the many
explosions will continually shake the earth
radiated robot men will stalk each other
the rich and the chosen will watch from space platforms
Dante’s Inferno will be made to look like a children’s playground

the sun will not be seen and it will always be night
trees will die
all vegetation will die
radiated men will eat the flesh of radiated men
the sea will be poisoned
the lakes and rivers will vanish
rain will be the new gold

the rotting bodies of men and animals will stink in the dark wind

the last few survivors will be overtaken by new and hideous diseases
and the space platforms will be destroyed by attrition
the petering out of supplies
the natural effect of general decay

and there will be the most beautiful silence never heard

born out of that.

the sun still hidden there

awaiting the next chapter.

Tarsio, da “Poems New and Collected”, Wislawa Szymborska

Io, tarsio, figlio di tarsio
nipote e pronipote di tarsio,
piccola bestiola, fatta di due pupille
e d’un resto di stretta necessità;
scampato per miracolo ad altre trasformazioni,
perché come leccornia non valgo niente,
per i colli di pelliccia ce n’è di più grandi,
le mie ghiandole non portano fortuna,
i concerti si tengono senza le mie budella;
io, tarsio,
siedo vivo sul dito di un uomo.

Buongiorno, mio signore,
che cosa mi darai
per non dovermi togliere nulla?
Per la tua magnanimità con che mi premierai?
Che prezzo darai a me, che non ho prezzo,
per le pose che assumo per farti sorridere?

Il mio signore è buono –
il mio signore è benigno –
chi ne darebbe testimonianza, se non ci fossero
animali immeritevoli di morte?
Voi stessi, forse?
Ma ciò che già sapete di voi
basterà per una notte insonne da stella a stella.

E solo noi, pochi, non spogliati della pelliccia,
non staccati dalle ossa, non privati delle piume,
rispettati in aculei, scaglie, corna, zanne,
e in ogni altra cosa che ci venga
dall’ingegnosa proteina,
siamo – mio signore – il tuo sogno
che ti assolve per un breve istante.

Io, tarsio, padre e nonno di tarsio,
piccola bestiola, quasi metà di qualcosa,
il che comunque è un tutto non peggiore di altri;
così lieve che i rametti si sollevano sotto di me
e da tempo avrebbero potuto portarmi in cielo,
se non dovessi ancora e ancora
cadere come una pietra dai cuori
ah, inteneriti;
io, tarsio,
so bene quanto occorra essere un tarsio.

Tarsier

I am a tarsier and a tarsier’s son,
the grandson and great-grandson of tarsiers,
a tiny creature, made up of two pupils
and whatever simply could not be left out;
miraculously saved from further alterations—
since I’m no one’s idea of a treat,
my coat’s too small for a fur collar,
my glands provide no bliss,
and concerts go on without my gut—
I, a tarsier,
sit living on a human fingertip.

Good morning, lord and master,
what will you give me
for not taking anything from me?
How will you reward me for your own magnanimity?
What price will you set on my priceless head
for the poses I strike to make you smile?

My good lord is gracious,
my good lord is kind.
Who else could bear such witness if there were
no creatures unworthy of death?
You yourselves, perhaps?
But what you’ve come to know about yourselves
will serve for a sleepless night from star to star.

And only we few who remain unstripped of fur,
untorn from bone, unplucked of soaring feathers,
esteemed in all our quills, scales, tusks, and horns,
and in whatever else that ingenious protein
has seen fit to clothe us with,
we, my lord, are your dream,
which finds you innocent for now.

I am a tarsier—the father and grandfather of tarsiers
a tiny creature, nearly half of something,
yet nonetheless a whole no less than others,
so light that twigs spring up beneath my weight
and might have lifted me to heaven long ago
if I hadn’t had to fall
time and again
like a stone lifted from hearts
grown oh so sentimental:
I, a tarsier,
know well how essential it is to be a tarsier.

(Trans. by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

I giusti, da “La Cifra, 1981”, Jorge Luis Borges

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere un’etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina, che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

Los Justos

Un hombre que cultiva un jardín, como quería Voltaire.
El que agradece que en la tierra haya música.
El que descubre con placer una etimología.
Dos empleados que en un café del Sur juegan un silencioso ajedrez.
El ceramista que premedita un color y una forma.
Un tipógrafo que compone bien esta página, que tal vez no le agrada
Una mujer y un hombre que leen los tercetos finales de cierto canto.
El que acaricia a un animal dormido.
El que justifica o quiere justificar un mal que le han hecho.
El que agradece que en la tierra haya Stevenson.
El que prefiere que los otros tengan razón.
Esas personas, que se ignoran, están salvando el mundo.

Ode alla cipolla, da “Ode al vino e altre odi elementari”, Pablo Neruda

Cipolla
luminosa ampolla,
petalo su petalo
s’è formata la tua bellezza
squame di cristallo t’hanno accresciuta
e nel segreto della terra buia
s’è arrotondato il tuo ventre di rugiada.
Sotto la terra
è avvenuto il miracolo
e quando è apparso
il tuo lento germoglio verde,
e sono nate
le tue foglie come spade nell’orto,
la terra ha accumulato i suoi beni
mostrando la tua nuda trasparenza,
e come con Afrodite il mare remoto
copiò la magnolia
per formare i seni,
la terra così ti ha fatto,
cipolla,
chiara come un pianeta,
e destinata a splendere
costellazione fissa,
rotonda rosa d’ acqua,
sulla
mensa
della povera gente.
Generosa
sciogli
il tuo globo di freschezza
nella consumazione
bruciante nella pentola,
e la balza di cristallo
al calore acceso dell’ olio
si trasforma in arricciata piuma d’oro.

Ricorderò anche come feconda
la tua influenza l’ amore dell’ insalata
e sembra che il cielo contribuisca
dandoti forma fine di grandine
a celebrare la tua luminosità tritata
sugli emisferi di un pomodoro
Ma alla portata
delle mani del popolo,
innaffiata con olio,
spolverata
con un po’ di sale,
ammazzi la fame
del bracciante nel duro cammino.

fata madrina
avvolta
in delicata
carta, esci dal suolo,
eterna, intatta, pura,
come semenza d’astro,
e quando ti taglia
il coltello in cucina
sgorga l’ unica lacrima
senza pena.
Ci hai fatto piangere senza affliggerci.

Tutto quel che esiste ho celebrato, cipolla,
ma per me tu sei
più bella di un uccello
dalle piume accecanti,
ai miei occhi sei
globo celeste, coppa di platino,
danza immobile
di anemone innevato

e vive la fragranza della terra
nella tua natura cristallina.

Oda a la cebolla

Cebolla,
luminosa redoma,
pétalo a pétalo
se formó tu hermosura,
escamas de cristal te acrecentaron
y en el secreto de la tierra oscura
se redondeó tu vientre de rocío.
Bajo la tierra
fue el milagro
y cuando apareció
tu torpe tallo verde,
y nacieron
tus hojas como espadas en el huerto,
la tierra acumuló su poderío
mostrando tu desnuda transparencia,
y como en Afrodita el mar remoto
duplicó la magnolia
levantando sus senos,
la tierra
así te hizo,
cebolla,
clara como un planeta,
y destinada
a relucir,
constelación constante,
redonda rosa de agua,
sobre
la mesa
de las pobres gentes.

Generosa
deshaces
tu globo de frescura
en la consumación
ferviente de la olla,
y el jirón de cristal
al calor encendido del aceite
se transforma en rizada pluma de oro.

También recordaré cómo fecunda
tu influencia el amor de la ensalada,
y parece que el cielo contribuye
dándole fina forma de granizo
a celebrar tu claridad picada
sobre los hemisferios del tomate.
Pero al alcance
de las manos del pueblo,
regada con aceite,
espolvoreada
con un poco de sal,
matas el hambre
del jornalero en el duro camino.
Estrella de los pobres,
hada madrina
envuelta
en delicado
papel, sales del suelo,
eterna, intacta, pura
como semilla de astro,
y al cortarte
el cuchillo en la cocina
sube la única lágrima
sin pena.
Nos hiciste llorar sin afligirnos.
Yo cuanto existe celebré, cebolla,
pero para mí eres
más hermosa que un ave
de plumas cegadoras,
eres para mis ojos
globo celeste, copa de platino,
baile inmóvil
de anémona nevada
y vive la fragancia de la tierra
en tu naturaleza cristalina.