Il tuo sorriso, da “I versi del Capitano” (1952), Pablo Neruda

Toglimi il pane, se vuoi,
toglimi l’aria, ma
non togliermi il tuo sorriso.

Non togliermi la rosa,
la lancia che sgrani,
l’acqua che d’improvviso
scoppia nella tua gioia,
la repentina onda
d’argento che ti nasce.

Dura è la mia lotta e torno
con gli occhi stanchi,
a volte, d’aver visto
la terra che non cambia,
ma entrando il tuo sorriso
sale al cielo cercandomi
ed apre per me tutte
le porte della vita.

Amore mio, nell’ora
più oscura sgrana
il tuo sorriso, e se d’improvviso
vedi che il mio sangue macchia
le pietre della strada,
ridi, perché il tuo riso
sarà per le mie mani
come una spada fresca.

Vicino al mare, d’autunno,
il tuo riso deve innalzare
la sua cascata di spuma,
e in primavera, amore,
voglio il tuo riso come
il fiore che attendevo,
il fiore azzurro, la rosa
della mia patria sonora.

Riditela della notte,
del giorno, della luna,
riditela delle strade
contorte dell’isola,
riditela di questo rozzo
ragazzo che ti ama,
ma quando apro gli occhi
e quando li richiudo,
quando i miei passi vanno,
quando tornano i miei passi,
negami il pane, l’aria,
la luce, la primavera,
ma il tuo sorriso mai,
perché io ne morrei.

(Traduzione di Giuseppe Bellini)

Tu risa

Quítame el pan si quieres
quítame el aire, pero
no me quites tu risa.

No me quites la rosa,
la lanza que desgranas,
el agua que de pronto
estalla en tu alegría,
la repentina ola
de planta que te nace.

Mi lucha es dura y vuelvo
con los ojos cansados
a veces de haber visto
la tierra que no cambia,
pero al entrar tu risa
sube al cielo buscándome
y abre para mí todas
las puertas de la vida.

Amor mío, en la hora
más oscura desgrana
tu risa, y si de pronto
ves que mi sangre mancha
las piedras de la calle,
ríe, porque tu risa
será para mis manos
como una espada fresca.

Junto al mar en otoño,
tu risa debe alzar
su cascada de espuma,
y en primavera, amor,
quiero tu risa como
la flor que yo esperaba,
la flor azul, la rosa
de mi patria sonora.

Ríete de la noche,
del día, de la luna,
ríete de las calles
torcidas de la isla,
ríete de este torpe
muchacho que te quiere,
pero cuando yo abro
los ojos y los cierro,
cuando mis pasos van,
cuando vuelven mis pasos,
niégame el pan, el aire,
la luz, la primavera,
pero tu risa nunca
porque me moriría.

Your Laughter

Take bread away from me, if you wish,
take air away, but
do not take from me your laughter.

Do not take away the rose,
the lance flower that you pluck,
the water that suddenly
bursts forth in joy,
the sudden wave
of silver born in you.

My struggle is harsh and I come back
with eyes tired
at times from having seen
the unchanging earth,
but when your laughter enters
it rises to the sky seeking me
and it opens for me all
the doors of life.

My love, in the darkest
hour your laughter
opens, and if suddenly
you see my blood staining
the stones of the street,
laugh, because your laughter
will be for my hands
like a fresh sword.

Next to the sea in the autumn,
your laughter must raise
its foamy cascade,
and in the spring, love,
I want your laughter like
the flower I was waiting for,
the blue flower, the rose
of my echoing country.

Laugh at the night,
at the day, at the moon,
laugh at the twisted
streets of the island,
laugh at this clumsy
boy who loves you,
but when I open
my eyes and close them,
when my steps go,
when my steps return,
deny me bread, air,
light, spring,
but never your laughter
for I would die.

(Translated by Stephen Tapscott)

___________________________

Helene Fischer – Wenn Du lachst (Live – Die Arena-Tournee)

Cirque du Soleil Eventi ha collaborato con Helene Fischer, una delle più celebri cantanti tedesche, per fornire servizi completi di spettacolo di progettazione per “Helene Fischer tour 2017/2018” che ha debuttato il 12 settembre 2017 ad Hannover.
Il team ha creato un concept originale che celebra Helene Fischer, riunendo il successo della sua musica con l’esperienza dell’intrattenimento dal vivo e le capacità creative del Cirque du Soleil, per creare un’esperienza indimenticabile per i suoi fan.
L’abito d’acqua
Indubbiamente uno dei costumi più belli di Helene Fischer è un vestito fatto di vera acqua corrente. Per ottenere questo effetto unico, l’ascensore sotto il palco è dotato di serbatoi d’acqua per raccoglierla mentre precipita. È un’opera d’arte originale e un momento incantevole dello spettacolo.

Lezioni di piano, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

1
Il mio insegnante è a terra con un brutto mal di schiena
disteso di fianco al piano.
Io sono seduto dritto sul panchetto.
Inizia dicendomi che ogni chiave
è come una diversa stanza
e io sono un cieco che deve imparare
ad attraversarle tutte e dodici
senza sbattere nei mobili.
Mi sembra di allungare la mano alla prima maniglia.

2
Mi dice che ogni scala ha una forma
e che devo imparare come tenere
ciascuna mano.
A casa mi esercito ad occhi chiusi.
Do è un libro aperto.
Re è un vaso con due manici.
Sol diesis è uno stivale nero.
Mi ha le zampe di un uccello.

3
Dice che la scala è la madre degli accordi.
Riesco a vederla mentre va su e giù per la camera da letto
aspettando che i figli tornino a casa.
Sono fuori nei nightclub a sfumare e marcare
le canzoni mentre le coppie danzano lente
o si osservano dai tavoli.
Ed è così che deve essere. Dopo tutto,
l’accordo giusto può farci piangere
ma nessuno ascolta le scale,
nessuno ascolta la loro madre.

4
Sto facendo le mie scale,
gl’inni familiari dell’infanzia.
Le dita salgono la scala delle note
e scendono senza girarsi.
Chi cammina sotto questa finestra aperta
s’immagina una bambina di circa dieci anni
seduta alla tastiera con la giusta postura,
non me, scomposto, nel mio accappatoio, spettinato,
come un Horace Silver bianco.

5
Sto imparando a suonare
It Might As Well Be Spring
ma la mano sinistra preferirebbe far tintinnare
gli spiccioli nel buio della tasca
o fare un sonnellino sul bracciolo.
Devo trascinarla nella musica
come un figlio difficile e trascurato.
Questa è la vendetta di chi non può mai
tenere la penna o salutare,
e ora, di chi non può mai suonare la melodia.

6
Anche quando non suono, penso al piano.
E’ l’oggetto più grande, pesante,
e bello di questa casa.
Mi fermo sulla soglia solo per abbracciarlo con lo sguardo.
E tardi di notte me lo figuro di sotto,
questa allucinazione, ritta su tre gambe,
questo curioso animale col suo enorme sorriso alla luce della luna.

(Traduzione di Franco Nasi)

Piano Lessons

1
My teacher lies on the floor with a bad back
off to the side of the piano.
I sit up straight on the stool.
He begins by telling me that every key
is like a different room
and I am a blind man who must learn
to walk through all twelve of them
without hitting the furniture.
I feel myself reach for the first doorknob.

2
He tells me that every scale has a shape
and I have to learn how to hold
each one in my hands.
At home I practice with my eyes closed.
C is an open book.
D is a vase with two handles.
G flat is a black boot.
E has the legs of a bird.

3
He says the scale is the mother of the chords.
I can see her pacing the bedroom floor
waiting for her children to come home.
They are out at nightclubs shading and lighting
all the songs while couples dance slowly
or stare at one another across tables.
This is the way it must be. After all,
just the right chord can bring you to tears
but no one listens to the scales,
no one listens to their mother.

4
I am doing my scales,
the familiar anthems of childhood.
My fingers climb the ladder of notes
and come back down without turning around.
Anyone walking under this open window
would picture a girl of about ten
sitting at the keyboard with perfect posture,
not me slumped over in my bathrobe, disheveled,
like a white Horace Silver.

5
I am learning to play
“It Might As Well Be Spring”
but my left hand would rather be jingling
the change in the darkness of my pocket
or taking a nap on an armrest.
I have to drag him in to the music
like a difficult and neglected child.
This is the revenge of the one who never gets
to hold the pen or wave good-bye,
and now, who never gets to play the melody.

6
Even when I am not playing, I think about the piano.
It is the largest, heaviest,
and most beautiful object in this house.
I pause in the doorway just to take it all in.
And late at night I picture it downstairs,
this hallucination standing on three legs,
this curious beast with its enormous moonlit smile.

_________________________________

Maksim Mrvica plays Pirates of the Caribbean — Live at Mercedes-Benz Arena, Shanghai

The Cats Will Know, da “I gatti lo sapranno” (2010), Cesare Pavese

Ancora cadrà la pioggia
sui tuoi dolci selciati,
una pioggia leggera
come un alito o un passo.
Ancora la brezza e l’alba
fioriranno leggere
come sotto il tuo passo,
quando tu rientrerai.
Tra fiori e davanzali
i gatti lo sapranno.

Ci saranno altri giorni,
ci saranno altre voci.
Sorriderai da sola.
I gatti lo sapranno.
Udrai parole antiche,
parole stanche e vane
come i costumi smessi
delle feste di ieri.

Farai gesti anche tu.
Risponderai parole –
viso di primavera,
farai gesti anche tu.

I gatti lo sapranno,
viso di primavera;
e la pioggia leggera,
l’alba color giacinto,
che dilaniano il cuore
di chi più non ti spera,
sono il triste sorriso
che sorridi da sola.
Ci saranno altri giorni,
altre voci e risvegli.
Soffriremo nell’alba,
viso di primavera.

The Cats Will Know

Rain will fall again
on your smooth pavement,
a light rain like
a breath or a step.
The breeze and the dawn
will flourish again
when you return,
as if beneath your step.
Between flowers and sills
the cats will know.

There will be other days,
there will be other voices.
You will smile alone.
The cats will know.
You will hear words
old and spent and useless
like costumes left over
from yesterday’s parties.

You too will make gestures.
You’ll answer with words—
face of springtime,
you too will make gestures.

The cats will know,
face of springtime;
and the light rain
and the hyacinth dawn
that wrench the heart of him
who hopes no more for you—
they are the sad smile
you smile by yourself.

There will be other days,
other voices and renewals.
Face of springtime,
we will suffer at daybreak.

(Translated by Geoffrey Brock)

“The Cats Will Know” from Disaffections: Complete Poems 1930-1950 by Cesare Pavese. Published in 2002 by Copper Canyon Press.

_____________________
Composta il 10 aprile 1950, pubblicata postuma in “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” (Torino, Einaudi, 1951). L’edizione più recente delle “Poesie” di Cesare Pavese è Torino, Einaudi, 2005.

Spalando la neve con Buddha, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

Nell’iconografia solita del tempio o del ristorante Wok locale
non lo vedresti mai fare una cosa del genere,
gettare la neve asciutta sopra la montagna
delle sue spalle nude, arrotondate,
i capelli raccolti in un nodo,
un modello di concentrazione.

Stare seduto è più consono alla sua velocità, se questa è la parola giusta
per quello che fa, o che non fa.

Anche la stagione è sbagliata per lui.
In tutte le sue apparizioni, non fa sempre caldo o appena umido?
Non è parte della sua espressione di serenità,
quel sorriso così ampio da abbracciare la vita dell’universo?

Ma siamo qui, ad aprirci la strada lungo il vialetto,
una pala dopo l’altra.
Lanciamo la neve soffice nell’aria chiara.
Sentiamo la foschia fredda in faccia.
E dopo ogni lancio scompariamo
e non ci vediamo più
nell’improvvisa nube che noi stessi abbiamo creato,
getti di una fontana di neve.

Questo è molto meglio di un sermone in chiesa,
dico ad alta voce, ma Buddha continua a spalare.
Questa è la vera religione, la religione della neve,
e della luce del sole e delle oche invernali che starnazzano nel cielo,
dico, ma è troppo impegnato per ascoltarmi.

Si è gettato a spalare neve
come se quello fosse lo scopo dell’esistenza,
come se il segno di una vita perfetta fosse un vialetto pulito
sul quale potresti facilmente uscire con l’auto
e guidare verso le vanità del mondo
con la ventola del riscaldamento rotta e una canzone alla radio.

Per tutta la mattina lavoriamo spalla a spalla,
io con tutti i miei commenti
e lui dentro il suo generoso pacchetto di silenzio,
fino a quando è quasi mezzogiorno
e la neve è ben impilata tutto attorno a noi;
lì, lo sento parlare.

Dopo questo, chiede,
possiamo andare dentro e giocare a carte?

Certo, rispondo, e ti scalderò un po’ di latte
e porterò in tavola del cioccolato in tazza
mentre tu mescolerai il mazzo,
e i nostri stivali staranno dritti a sgocciolare accanto alla porta.

Aaah, dice il Buddha, alzando lo sguardo
e appoggiandosi per un attimo alla pala
prima di calarne la lama sottile
a fondo nella neve bianca e scintillante.

(Traduzione di Franco Nasi)

Shoveling Snow with Buddha

In the usual iconography of the temple or the local Wok
you would never see him doing such a thing,
tossing the dry snow over a mountain
of his bare, round shoulder,
his hair tied in a knot,
a model of concentration.

Sitting is more his speed, if that is the word
for what he does, or does not do.

Even the season is wrong for him.
In all his manifestations, is it not warm or slightly humid?
Is this not implied by his serene expression,
that smile so wide it wraps itself around the waist of the universe?

But here we are, working our way down the driveway,
one shovelful at a time.
We toss the light powder into the clear air.
We feel the cold mist on our faces.
And with every heave we disappear
and become lost to each other
in these sudden clouds of our own making,
these fountain-bursts of snow.

This is so much better than a sermon in church,
I say out loud, but Buddha keeps on shoveling.
This is the true religion, the religion of snow,
and sunlight and winter geese barking in the sky,
I say, but he is too busy to hear me.

He has thrown himself into shoveling snow
as if it were the purpose of existence,
as if the sign of a perfect life were a clear driveway
you could back the car down easily
and drive off into the vanities of the world
with a broken heater fan and a song on the radio.

All morning long we work side by side,
me with my commentary
and he inside his generous pocket of silence,
until the hour is nearly noon
and the snow is piled high all around us;
then, I hear him speak.

After this, he asks,
can we go inside and play cards?

Certainly, I reply, and I will heat some milk
and bring cups of hot chocolate to the table
while you shuffle the deck,
and our boots stand dripping by the door.

Aaah, says the Buddha, lifting his eyes
and leaning for a moment on his shovel
before he drives the thin blade again
deep into the glittering white snow.

Prometti a te stesso, da “The Optimist Creed”, Christian D. Larson

Prometti a te stesso
Di essere così forte che niente possa disturbare la pace della tua mente.
Di parlare di salute, felicità e prosperità ad ogni persona che incontri.
Di far sentire a tutti i tuoi amici che c’è qualcosa di speciale in loro.
Di guardare il lato positivo di ogni cosa e rendere il tuo ottimismo realtà.
Di pensare sempre per il meglio, di lavorare solo per il meglio, e di aspettarti solo il meglio.
Di essere entusiasta del successo degli altri tanto quanto lo sei del tuo.
Di dimenticare gli errori del passato e puntare verso i più importanti traguardi del futuro.
Di avere sempre un’aria allegra e di donare ad ogni essere vivente che incontri un sorriso.
Di dedicare così tanto tempo al miglioramento di te stesso da non avere tempo per criticare gli altri.
Di essere troppo capace per le preoccupazioni, troppo nobile per la rabbia, troppo forte per la paura; e troppo felice per permettere la presenza di problemi.
Di pensare bene di te stesso e di proclamarlo al mondo, non con parole gridate ma con azioni grandiose.
Di vivere credendo che il mondo intero sia dalla tua parte, finché sarai fedele a tutto il meglio che c’è in te.

(Trad. di Alessandra Marchesi)

Promise Yourself

Promise Yourself
To be so strong that nothing can disturb your peace of mind.
To talk health, happiness, and prosperity to every person you meet.
To make all your friends feel that there is something in them.
To look at the sunny side of everything and make your optimism come true.
To think only the best, to work only for the best, and to expect only the best.
To be just as enthusiastic about the success of others as you are about your own.
To forget the mistakes of the past and press on to the greater achievements of the future.
To wear a cheerful countenance at all times and give every living creature you meet a smile.
To give so much time to the improvement of yourself that you have no time to criticize others.
To be too large for worry, too noble for anger, too strong for fear; and too happy to permit the presence of trouble.
To think well of yourself and to proclaim this fact to the world, not in loud words but great deeds.
To live in faith that the whole world is on your side so long as you are true to the best that is in you.

Signora, io ti toccherò con la mia mente, Edward Estlin Cummings

Signora, ti toccherò con la mia mente.
Ti toccherò e toccherò e toccherò
finché tu non mi farai
di colpo un sorriso,timidamente osceno

(signora io ti
toccherò con la mia mente.) Ti
toccherò,tutto qui

lievemente e tu del tutto diventerai
con infinito agio

la poesia che io non scrivo.

(Trad. di Alessandra Marchesi)

Lady, i will touch you with my mind

Lady, i will touch you with my mind.
Touch you and touch and touch
until you give
me suddenly a smile,shyly obscene

(lady i will
touch you with my mind.) Touch
you,that is all,

lightly and you utterly will become
with infinite ease

the poem which i do not write.

(From: Etcetera The Unpublished Poems of E.E. Cummings
Edited by George James Firmage and Richard S. Kennedy)

Viviamo in tempi infami, Paul Verlaine

Viviamo in tempi infami
dove il matrimonio delle anime
deve suggellare l’unione dei cuori;
in quest’ora di orribili tempeste
non è troppo aver coraggio in due
per vivere sotto tali vincitori.

Di fronte a quanto si osa
dovremo innalzarci,
sopra ogni cosa, coppia rapita
nell’estasi austera del giusto,
e proclamare con un gesto augusto
il nostro amore fiero, come una sfida.

Ma che bisogno c’è di dirtelo.
Tu la bontà, tu il sorriso,
non sei tu anche il consiglio,
il buon consiglio leale e fiero,
bambina ridente dal pensiero grave
a cui tutto il mio cuore dice: Grazie!

Nous sommes en des temps infâmes

Nous sommes en des temps infâmes
Où le mariage des âmes
Doit sceller l’union des coeurs;
A cette heure d’affreux orages
Ce n’est pas trop de deux courages
Pour vivre sous de tels vainqueurs.

En face de ce que l’on ose
Il nous siérait, sur toute chose,
De nous dresser, couple ravi
Dans l’extase austère du juste,
Et proclamant d’un geste auguste
Notre amour fier, comme un défi.

Mais quel besoin de te le dire?
Toi la bonté, toi le sourire,
N’es-tu pas le conseil aussi,
Le bon conseil loyal et brave,
Enfant rieuse au penser grave,
A qui, tout mon coeur dit : merci!

Tuffati nei sogni, Edward Estlin Cummings

Tuffati nei sogni
o uno slogan potrebbe farti vacillare
(gli alberi sono le loro radici
e il vento è il vento)
fidati del tuo cuore
se il mare prende fuoco
(e vivi per amore
anche se le stelle scorrono via)
onora il passato
ma accogli il futuro
(ed esorcizza la morte
al tuo matrimonio)
Non preoccuparti di un mondo
con i suoi cattivi ed eroi
(per cose come ragazze, e il domani e la terra)
che nonostante tutto
respira e si muove dal momento che il Fato
(con lunghe e bianche mani
abbellisce le nostre rughe)
ammalierà completamente le nostre menti
– prima di lasciare la mia stanza
mi volto e, (inchinandomi
al mattino) bacio questo cuscino, caro
dove le nostre teste hanno vissuto e hanno riposato.

Se tacitamente, dalla più insignificante e
sconosciuta notte, arriva un’altra esile possibilità
(che è solo di questo mondo) la mia vita
non balza che con il mistero del tuo sorriso
che canta o se (crescendo luminose
mentre cadono nell’oblio) le voci che sono sogni,
la terra nuota certamente meno nel cielo
ad ogni mio più profondo respiro che diventa un tuo bacio
perdendo attraverso te quello che sembravo essere io, trovo
parti che non avrei mai immaginato essere mie; oltre
il dolore c’è la gioia, e oltre la speranza la paura,
tua è la luce che dà vita al mio spirito:
tuo il buio in cui fa ritorno la mia anima
tu sei il mio sole, la mia luna, tutte le mie stelle.

Dive for dreams

Dive for dreams
or a slogan may topple you
(trees are their roots
and wind is wind)
trust your heart
if the seas catch fire
(and live by love
though the stars walk backward)
honour the past
but welcome the future
(and dance your death
away at the wedding)
never mind a world
with its villains or heroes
(for good likes girls
and tomorrow and the earth)
in spite of everything
which breathes and moves, since Doom
(with white longest hands
neating each crease)
will smooth entirely our minds
– before leaving my room
i turn, and (stooping
through the morning) kiss
this pillow, dear
where our heads lived and were.

Silently if, out of not knowable

silently if, out of not knowable
night’s utmost nothing,wanders a little guess
(only which is this world)more my life does
not leap than with the mystery your smile
sings or if (spiraling as luminous
they climb oblivion)voices who are dreams,
less into heaven certainly earth swims
than each my deeper death becomes your kiss
losing through you what seemed myself,i find
selves unimaginably mine;beyond
sorrow’s own joys and hoping’s very fears
yours is the light by which my spirit’s born:
yours is the darkness of my soul’s return
-you are my sun,my moon,and all my stars

La maschera, da “Les Fleurs du Mal”, Charles Baudelaire

Statua allegorica di gusto rinascimentale
A Ernest Christophe, scultore

Sono in lei radunate le grazie fiorentine:
in un corpo che insieme è solido e flessuoso
stanno Eleganza e Forza, due sorelle divine.
E’ una donna mirabile, frutto miracoloso,
stupendamente salda, eppure assai leggera,
fatta per troneggiare sopra un letto sontuoso,
e d’un papa o d’un principe attizzare i piaceri.

– Vedi come il sorriso è fine e voluttuoso:
in quella fatuità trascorre dolce un’estasi,
nello sguardo un’ambigua e languida ironia,
un velo intorno al viso la seduzione desta,
ogni tratto ci dice con trionfante malia:
“La Voluttà mi chiama, l’Amore m’incorona”.
Vedi che forte fascino dona la gentilezza
a colei che di tanta maestà si corona.
Su, giriamole intorno, scrutiamo la bellezza.

O artificio blasfemo, sorprendente malizia!
E’ un mostro bicefalo questo corpo di luce
che riverbera un mondo di suprema delizia!

– No, è solo una maschera quel volto che seduce
e che una fine smorfia ora va rischiarando.
Ma osserva il volto vero com’è atrocemente
raggrinzito e com’è arrovesciato standosene
al riparo del primo artefatto sembiante.
Povera sovrumana bellezza, il tuo bel rivo
di lacrime nel cuore spaurito si riversa,
mi fa ebbro il tuo inganno, e l’anima s’abbevera
al flutto che il Dolore dalle pupille versa.

– Perché ora piange, lei, l’avvenente regina
che terrebbe ai suoi piedi l’umanità sperduta?
Quale oscuro male l’è al bel fianco spina?

– Insensato, lei piange proprio perché ha vissuto.
E perché vive. E quello che più e più deplora
e che tutta la scuote è il fatto che poi,
domani, è necessario, ahimé, vivere ancora,
domani, posdomani, e sempre: come noi!

(Traduzione di Antonio Prete)

Le Masque

Statue allégorique dans le goût de la Renaissance
À Ernest Christophe, statuaire

Contemplons ce trésor de grâces florentines;
Dans l’ondulation de ce corps musculeux
L’Elégance et la Force abondent, soeurs divines.Continua a leggere…

La tigre, da “Songs of Experience”, William Blake

Tigre! Tigre! Divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale fu l’immortale mano o l’occhio
Ch’ebbe la forza di formare la tua agghiacciante simmetria?

In quali abissi o in quali cieli
Accese il fuoco dei tuoi occhi?
Sopra quali ali osa slanciarsi?
E quale mano afferra il fuoco?

Quali spalle, quale arte
Poté torcerti i tendini del cuore?
E quando il tuo cuore ebbe il primo palpito,
Quale tremenda mano? Quale tremendo piede?

Quale mazza e quale catena?
Il tuo cervello fu in quale fornace?
E quale incudine?
Quale morsa robusta osò serrarne i terrori funesti?

Mentre gli astri perdevano le lance tirandole alla terra
e il paradiso empivano di pianti?
Fu nel sorriso che ebbe osservando compiuto il suo lavoro,
Chi l’Agnello creò, creò anche te?

Tigre! Tigre! Divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale mano, quale immortale spia
Osa formare la tua agghiacciante simmetria?

(Trad. di Giuseppe Ungaretti)

The Tyger

Tyger, Tyger, burning bright
In the forests of the night,
What immortal hand or eye
Could frame the fearful symmetry?

In what distant deeps or skies
Burnt the fire of thine eyes?
On what wings dare he aspire?
What the hand dare sieze the fire?

And what shoulder, & what art,
Could twist the sinews of thy heart?
And when thy heart began to beat,
What dread hand? & what dread feet?

What the hammer? what the chain,
In what furnace was thy brain?
What the anvil? what dread grasp
dare its deadly terrors clasp?

When the stars threw down their spears
And water’d heaven with their tears.
Did he smile his work to see?
Did he who made the Lamb make thee?

Tyger, Tyger, burning bright
In the forests of the night,
What immortal hand or eye
Dare frame thy fearful symmetry?