Il volo, da “Gli amorosi incanti” (2010), Sara Teasdale

Due aquile noi siamo,
insieme sopra i cieli
sopra i monti
voliamo.
Le ali tese al vento,
il sole ci rincuora.
La neve il nostro sguardo
offusca lentamente
e un vortice di nuvole
ci segue evanescente.

Due aquile noi siamo,
ma se verrà la Morte
umani e rassegnati
insieme noi vorremmo
andarcene appagati.
Che né l’uno né l’altro resti solo –
questa fine abbia il volo,
così si estingua il fuoco,
così il libro si chiuda.

(Traduzione di Silvio Raffo)

The Flight

We are two eagles
Flying together
Under the heavens,
Over the mountains,
Stretched on the wind.
Sunlight heartens us,
Blind snow baffles us,
Clouds wheel after us
Ravelled and thinned.

We are like eagles,
But when Death harries us,
Human and humbled
When one of us goes,
Let the other follow,
Let the flight be ended,
Let the fire blacken,
Let the book close.

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Maksim’s video “Ballet Moderne”, featuring Yasmine Naghdi and the Girl Band Storm

La vita che legata troppo stretta evade, Emily Dickinson

La Vita che legata troppo stretta evade
Correrà sempre poi
Con un prudente sguardo indietro
E spettri di Redini –
Il Cavallo che fiuta l’Erba viva
E vede i Pascoli sorridere
Sarà ripreso con uno sparo
Se si riuscirà a prenderlo –

(Traduzione di Giuseppe Ierolli)

The Life that tied too tight escapes

The Life that tied too tight escapes
Will ever after run
With a prudential look behind
And spectres of the Rein –
The Horse that scents the living Grass
And sees the Pastures smile
Will be retaken with a shot
If he is caught at all –

La sola cosa, Czesław Miłosz

La foresta nei colori d’autunno sopra la valle.
Un viandante arriva condotto qui da una mappa
O forse dalla memoria. Una volta, molto tempo fa, col sole,
Quando cadde la prima neve, passando di qua,
Provò gioia forte senza un perché,
La gioia degli occhi. Tutto era un ritmo:
Alberi che sfilavano, un uccello in volo,
Un treno sul viadotto, una festa del movimento.
Torna dopo anni e non chiede nulla.
Desidera la sola cosa preziosa:
Essere soltanto uno sguardo puro senza nome,
Senza aspettative, né paure, né speranze,
Per stare a quella soglia dove non c’è più io e non-io.

This Only

A valley and above it forests in autumn colors.
A voyager arrives, a map leads him there.
Or perhaps memory. Once long ago in the sun,
When snow first fell, riding this way
He felt joy, strong, without reason,
Joy of the eyes. Everything was the rhythm
Of shifting trees, of a bird in flight,
Of a train on the viaduct, a feast in motion.
He returns years later, has no demands.
He wants only one, most precious thing:
To see, purely and simply, without name,
Without expectations, fears, or hopes,
At the edge where there is no I or not-I.

(Translated from Polish by Robert Hass)

Spalando la neve con Buddha, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

Nell’iconografia solita del tempio o del ristorante Wok locale
non lo vedresti mai fare una cosa del genere,
gettare la neve asciutta sopra la montagna
delle sue spalle nude, arrotondate,
i capelli raccolti in un nodo,
un modello di concentrazione.

Stare seduto è più consono alla sua velocità, se questa è la parola giusta
per quello che fa, o che non fa.

Anche la stagione è sbagliata per lui.
In tutte le sue apparizioni, non fa sempre caldo o appena umido?
Non è parte della sua espressione di serenità,
quel sorriso così ampio da abbracciare la vita dell’universo?

Ma siamo qui, ad aprirci la strada lungo il vialetto,
una pala dopo l’altra.
Lanciamo la neve soffice nell’aria chiara.
Sentiamo la foschia fredda in faccia.
E dopo ogni lancio scompariamo
e non ci vediamo più
nell’improvvisa nube che noi stessi abbiamo creato,
getti di una fontana di neve.

Questo è molto meglio di un sermone in chiesa,
dico ad alta voce, ma Buddha continua a spalare.
Questa è la vera religione, la religione della neve,
e della luce del sole e delle oche invernali che starnazzano nel cielo,
dico, ma è troppo impegnato per ascoltarmi.

Si è gettato a spalare neve
come se quello fosse lo scopo dell’esistenza,
come se il segno di una vita perfetta fosse un vialetto pulito
sul quale potresti facilmente uscire con l’auto
e guidare verso le vanità del mondo
con la ventola del riscaldamento rotta e una canzone alla radio.

Per tutta la mattina lavoriamo spalla a spalla,
io con tutti i miei commenti
e lui dentro il suo generoso pacchetto di silenzio,
fino a quando è quasi mezzogiorno
e la neve è ben impilata tutto attorno a noi;
lì, lo sento parlare.

Dopo questo, chiede,
possiamo andare dentro e giocare a carte?

Certo, rispondo, e ti scalderò un po’ di latte
e porterò in tavola del cioccolato in tazza
mentre tu mescolerai il mazzo,
e i nostri stivali staranno dritti a sgocciolare accanto alla porta.

Aaah, dice il Buddha, alzando lo sguardo
e appoggiandosi per un attimo alla pala
prima di calarne la lama sottile
a fondo nella neve bianca e scintillante.

(Traduzione di Franco Nasi)

Shoveling Snow with Buddha

In the usual iconography of the temple or the local Wok
you would never see him doing such a thing,
tossing the dry snow over a mountain
of his bare, round shoulder,
his hair tied in a knot,
a model of concentration.

Sitting is more his speed, if that is the word
for what he does, or does not do.

Even the season is wrong for him.
In all his manifestations, is it not warm or slightly humid?
Is this not implied by his serene expression,
that smile so wide it wraps itself around the waist of the universe?

But here we are, working our way down the driveway,
one shovelful at a time.
We toss the light powder into the clear air.
We feel the cold mist on our faces.
And with every heave we disappear
and become lost to each other
in these sudden clouds of our own making,
these fountain-bursts of snow.

This is so much better than a sermon in church,
I say out loud, but Buddha keeps on shoveling.
This is the true religion, the religion of snow,
and sunlight and winter geese barking in the sky,
I say, but he is too busy to hear me.

He has thrown himself into shoveling snow
as if it were the purpose of existence,
as if the sign of a perfect life were a clear driveway
you could back the car down easily
and drive off into the vanities of the world
with a broken heater fan and a song on the radio.

All morning long we work side by side,
me with my commentary
and he inside his generous pocket of silence,
until the hour is nearly noon
and the snow is piled high all around us;
then, I hear him speak.

After this, he asks,
can we go inside and play cards?

Certainly, I reply, and I will heat some milk
and bring cups of hot chocolate to the table
while you shuffle the deck,
and our boots stand dripping by the door.

Aaah, says the Buddha, lifting his eyes
and leaning for a moment on his shovel
before he drives the thin blade again
deep into the glittering white snow.

Le dita del piede, da “Orientarsi con le stelle”, Raymond Carver

Questo piede non mi dà altro
che guai. Il tallone,
l’arco, la caviglia… v’assicuro
che mi fa male quando cammino. Ma
sono soprattutto queste dita
che mi preoccupano. Queste
“articolazioni terminali” come sono
altrimenti note. Com’è vero!
Per loro non c’è più il piacere
di tuffarsi a capofitto
in un bagno caldo o
in un calzino di cashmere. Calzini di cashmere
o niente calzini, pantofole, scarpe o cerotti
Ace, ormai è tutto uguale
per queste stupide dita.
Hanno perfino un aspetto assente
e depresso, come se
qualcuno le avesse imbottite
di torazina. Se ne stanno lì rannicchiate,
mute e attonite… oggetti
scialbi e senza vita. Ma che diavolo succede?
Che razza di dita sono queste
che non gliene frega più niente di niente?
Ma sono ancora le mie
dita? Si sono forse scordate
i vecchi tempi, che cosa voleva dire
esser vive allora? Sempre in prima
fila, sempre le prime a scendere sulla pista da ballo
appena attaccava la musica.
Le prime a saltellare.
E adesso, guardatele. Anzi, no.
Non vorrete certo guardarle,
‘ste lumache. È solo a prezzo di dolore
e con difficoltà che riescono a rievocare
i tempi d’una volta, i tempi d’oro.
Forse, quel che vogliono in realtà
è tagliare tutti i collegamenti
con la vita di una volta, ricominciare,
darsi alla clandestinità, vivere da sole
in una casa di riposo principesca
da qualche parte della valle di Yakima.
Eppure c’era un tempo
che si tendevano
per il desiderio,
che veramente bastava la minima provocazione
per farle inarcare
di piacere.
Sfiorare con la mano
una gonna di seta, per esempio.
Una bella voce, un tocco
sulla nuca, addirittura
uno sguardo di sfuggita. Qualsiasi cosa!
Il rumore di occhielli
sganciati, di corsetti
sbottonati, di vestiti lasciati cadere
sul parquet freddo.

(Traduzione di Riccardo Duranti e Francesco Durante)

The Toes

This foot’s giving me nothing
but trouble. The ball,
the arch, the ankle–I’m saying
it hurts to walk. But
mainly it’s these toes
I worry about. Those
“terminal digits” as they’re
otherwise called. How true!
For them no more delight
in going headfirst
into a hot bath, or
a cashmere sock. Cashmere socks,
no socks, slippers, shoes, Ace
bandage–it’s all one and the same
to these dumb toes.
They even looked zonked out
and depressed, as if
somebody’d pumped them full
of Thorazine. They hunch there
stunned and mute–drab, lifeless
things. What in hell is going on?
What kind of toes are these
that nothing matters any longer?
Are these really *my* toes?
Have they forgotten
the old days, what it was like
being alive then? Always first
on line, first onto the dance floor
when the music started.
First to kick up their heels.
Look at them. No, don’t.
You don’t want to see them,
those slugs. It’s only with pain
and difficulty they can recall
the other times, the good times.
Maybe what they really want
is to sever all connection
with the old life, start over,
go underground, live alone
in a retirement manor
somewhere in the Yakima Valley.
But there was a time
they used to strain
with anticipation
simply
curl with pleasure
at the least provocation,
the smallest thing.
The feel of a silk dress
against the fingers, say.
A becoming voice, a touch
behind the neck, even
a passing glance. Any of it!
The sound of hooks being
unfastened, stays coming
undone, garments letting go
onto a cool, hardwood floor.

Tristezze della luna, da “Les fleurs du mal”, Charles Baudelaire

Più pigra sogna la luna stasera.
Come bellezza, su molli cuscini,
che accarezza distratta e leggera,
prima del sonno, le curve dei seni,

sul dorso serico delle valanghe,
morente, manda estenuati sospiri,
sperde il suo sguardo in visioni bianche
fluttuanti nell’azzurro come fiori.

Quando languida, oziosa, una furtiva
lacrima lascia che quaggiù arrivi,
un poeta, devoto, veglia, e afferra

nella sua mano quella goccia pallida,
iridata come scheggia d’opale,
lungi dal sole in sé la sotterra.

(Traduzione di Antonio Prete)

Tristesses de la lune

Ce soir, la lune rêve avec plus de paresse;
Ainsi qu’une beauté, sur de nombreux coussins,
Qui d’une main distraite et légère caresse
Avant de s’endormir le contour de ses seins,

Sur le dos satiné des molles avalanches,
Mourante, elle se livre aux longues pâmoisons,
Et promène ses yeux sur les visions blanches
Qui montent dans l’azur comme des floraisons.

Quand parfois sur ce globe, en sa langueur oisive,
Elle laisse filer une larme furtive,
Un poète pieux, ennemi du sommeil,

Dans le creux de sa main prend cette larme pâle,
Aux reflets irisés comme un fragment d’opale,
Et la met dans son coeur loin des yeux du soleil.

Sadness of the Moon

Tonight the moon dreams with more indolence,
Like a lovely woman on a bed of cushions
Who fondles with a light and listless hand
The contour of her breasts before falling asleep;

On the satiny back of the billowing clouds,
Languishing, she lets herself fall into long swoons
And casts her eyes over the white phantoms
That rise in the azure like blossoming flowers.

When, in her lazy listlessness,
She sometimes sheds a furtive tear upon this globe,
A pious poet, enemy of sleep,

In the hollow of his hand catches this pale tear,
With the iridescent reflections of opal,
And hides it in his heart afar from the sun’s eyes.

— William Aggeler, The Flowers of Evil (Fresno, CA: Academy Library Guild, 1954)

Là dove non sono mai stato, piacevolmente oltre, da “Complete Poems: 1904-1962”, Edward Estlin Cummings

là dove non sono mai stato, piacevolmente oltre
ogni esperienza, i tuoi occhi hanno il loro silenzio:
nel tuo gesto più delicato ci sono cose che m’imprigionano,
o che non posso toccare perché mi sono troppo vicine

il tuo sguardo più insignificante facilmente mi schiude
sebbene io mi sia chiuso come le dita di una mano,
tu mi apri sempre facilmente petalo per petalo come la Primavera apre
(sfiorando abilmente, misteriosamente) la sua prima rosa

o se il tuo desiderio sia chiudermi, io e
la mia vita ci chiuderemo di scatto meravigliosamente, improvvisamente,
come quando il cuore di questo fiore s’immagina
la neve scendere con cautela ovunque;
niente di tutto ciò che sperimenteremo in questo mondo è pari
alla forza della tua intensa delicatezza: la cui trama
mi costringe nel colore delle sue terre,
rendendo omaggio alla morte e al per sempre ad ogni fiato

(non so cosa sia di te che chiude
e apre; solo qualcosa mi dice
che la voce dei tuoi occhi è più profonda di tutte le rose)
nessuno, nemmeno la pioggia, ha mani tanto piccole

(Trad. L. D’Incà)   

somewhere i have never travelled, gladly beyond

somewhere i have never travelled,gladly beyond
any experience,your eyes have their silence:
in your most frail gesture are things which enclose me,
or which i cannot touch because they are too near

your slightest look easily will unclose me
though i have closed myself as fingers,
you open always petal by petal myself as Spring opens
(touching skilfully,mysteriously)her first rose

or if your wish be to close me,i and
my life will shut very beautifully,suddenly,
as when the heart of this flower imagines
the snow carefully everywhere descending;

nothing which we are to perceive in this world equals
the power of your intense fragility:whose texture
compels me with the colour of its countries,
rendering death and forever with each breathing

(i do not know what it is about you that closes
and opens;only something in me understands
the voice of your eyes is deeper than all roses)
nobody,not even the rain,has such small hands

Abbi cura, Raymond Carver

Dalla finestra la vedo chinarsi sulle rose
reggendole vicino al fiore per non
pungersi le dita. Con l’altra mano taglia, si ferma e
poi taglia ancora, più sola al mondo
di quanto mi sia mai reso conto. Non alzerà
lo sguardo, non subito. E’ sola
con le rose e con qualcosa che riesco solo a pensare, ma non
a dire. So bene come si chiamano quei cespugli

regalatici per le nostre nozze tardive: Ama, Onora e Abbi Cura…
è quest’ultima la rosa che all’improvviso mi porge, dopo
essere entrata in casa tra uno sguardo e l’altro. Ci affondo
il naso, ne aspiro la dolcezza, lascio che mi s’attacchi addosso – profumo
di promessa, di tesoro. Le prendo il polso perché mi venga più vicina,
i suoi occhi verdi come muschio di fiume. E poi la chiamo, contro
quel che avverrà: moglie, finché posso, finché il mio respiro, un petalo
affannato dietro l’altro, riesce ancora a raggiungerla.

(Traduzione di Riccardo Duranti)

Cherish

From the window I see her bend to the roses
holding close to the bloom so as not to
prick her fingers. With the other hand she clips, pauses and
clips, more alone in the world
than I had known. She won’t
look up, not now. She’s alone
with roses and with something else I can only think, not
say. I know the names of those bushes

given for our late wedding: Love, Honor, Cherish–
this last the rose she holds out to me suddenly, having
entered the house between glances. I press
my nose to it, draw the sweetness in, let it cling–scent
of promise, of treasure. My hand on her wrist to bring her close,
her eyes green as river-moss. Saying it then, against
what comes: wife, while I can, while my breath, each hurried petal
can still find her.

Partii presto – presi il mio cane, Emily Dickinson

Partii presto – presi il mio cane –
e visitai il mare –
le sirene in cantina
vennero su a guardare –

e vascelli – al piano di sopra
stesero mani di canapa –
pensando fossi un topino –
incagliato – nella sabbia –

ma nessuno si spostò – finché la marea
passò la mia scarpetta –
e il grembiule – e la cintura
e passò il corpetto – anche –

e fece come per mangiarmi –
tutta – come una rugiada
sulla manica di una bocca di leone –
e allora – anch’io – mi mossi –

E lui – lui mi seguì – dappresso –
sentii il suo tallone d’argento
sulla mia caviglia – poi le mie scarpe
traboccarono di perla –

finché incontrammo la città solida –
lui sembrava non conoscere nessuno –
e inchinatosi – dandomi un’occhiata
grandiosa – il mare si ritirò –

(Trad. di Massimo Bacigalupo)

I started Early – Took my Dog –

I started Early – Took my Dog –
And visited the Sea –
The Mermaids in the Basement
Came out to look at me –
And Frigates – in the Upper Floor
Extended Hempen Hands –
Presuming Me to be a Mouse –
Aground – upon the Sands –

But no Man moved Me – till the Tide
Went past my simple Shoe –
And past my Apron – and my Belt
And past my Boddice – too –

And made as He would eat me up –
As wholly as a Dew
Upon a Dandelion’s Sleeve –
And then – I started – too –

And He – He followed – close behind –
I felt his Silver Heel
Upon my Ancle – Then My Shoes
Would overflow with Pearl –

Until We met the Solid Town –
No One He seemed to know –
And bowing – with a Mighty look –
At me – The Sea withdrew –

Vigilia di restare, da “La latitud de los caballos”, Juan Vicente Piqueras

Tutto è pronto: la valigia,
le camicie, le mappe, la vana speranza.

Tolgo la polvere dalle palpebre.
Ho messo all’occhiello
la rosa dei venti.

Tutto è a posto: il mare, l’aria, l’atlante.

Mi manca solo il quando,
il dove, un diario di bordo,
carte delle maree, venti a favore,
coraggio e qualcuno che sappia
amarmi come non so fare io.

La nave che non esiste, lo sguardo,
i rischi, le mani della meraviglia,
il filo ombelicale dell’orizzonte
che sottolinea questi versi sospensivi…

Tutto è pronto: davvero, invano.

(Trad. di Raffaella Marzano)

Víspera de quedarse

Todo está preparado: la maleta,
las camisas, los mapas, la fatua esperanza.

Me estoy quitando el polvo de los párpados.
Me he puesto en la solata
la rosa de los vientos.

Todo está a punto: el mar, el aire, el atlas.

Sólo me falta el cuándo,
el adónde, un quaderno de bitácora,
cartas de marear, vientos propicios,
valor y alguien que sepa
quererme como no sé hacerlo yo.

El barco que no esiste, la mirada,
los peligros, las manos del asombro,
el hilo umbelical del horizonte
que subraya estos versos suspensivos…

Todo está preparado: en serio, en vano.