Litania, Billy Collins

Tu sei il pane e il coltello,
il calice di cristallo e il vino…
—Jacques Crickillon

Tu sei il pane e il coltello,
il calice di cristallo e il vino.
Tu sei la rugiada sull’erba del mattino,
la ruota di fuoco del sole.
Tu sei il grembiule del fornaio
e gli uccelli delle paludi subito in volo.

Non sei tuttavia il vento nell’orto,
le prugne alla cassa,
o il castello di carte.
E di sicuro neanche il profumo di pino nell’aria.
Non c’è verso tu sia il profumo di pino nell’aria.

E’ possibile invece tu sia il pesce sotto al ponte,
finanche il piccione sul capo del generale,
ma non sei per niente vicino ad essere
il campo di fiordalisi all’imbrunire.

E un’occhiata rapida allo specchio ti dirà
che non sei neanche gli stivali in quell’angolo
né la barca che dorme nella rimessa.

Ti interesserà forse sapere,
a proposito della ricchezza del linguaggio figurato,
che io sono il suono della pioggia sui tetti.

Sono, per caso, anche una stella cadente,
il giornale della sera portato dal vento in una stradina
e la cesta di castagne sul tavolo della cucina.

Sono anche la luna tra gli alberi
e la tazza di tè di una donna cieca.
Ma non ti preoccupare, non sono io il pane e il coltello.

Tu sei il pane e il coltello.
E sempre sarai il pane e il coltello,
per non dire il calice di cristallo e, non so come, il vino.

Traduzione Abele Longo, 2009

Litany

You are the bread and the knife,
The crystal goblet and the wine…
-Jacques Crickillon

You are the bread and the knife,
the crystal goblet and the wine.
You are the dew on the morning grass
and the burning wheel of the sun.
You are the white apron of the baker,
and the marsh birds suddenly in flight.

However, you are not the wind in the orchard,
the plums on the counter,
or the house of cards.
And you are certainly not the pine-scented air.
There is just no way that you are the pine-scented air.

It is possible that you are the fish under the bridge,
maybe even the pigeon on the general’s head,
but you are not even close
to being the field of cornflowers at dusk.

And a quick look in the mirror will show
that you are neither the boots in the corner
nor the boat asleep in its boathouse.

It might interest you to know,
speaking of the plentiful imagery of the world,
that I am the sound of rain on the roof.

I also happen to be the shooting star,
the evening paper blowing down an alley
and the basket of chestnuts on the kitchen table.

I am also the moon in the trees
and the blind woman’s tea cup.
But don’t worry, I’m not the bread and the knife.
You are still the bread and the knife.
You will always be the bread and the knife,
not to mention the crystal goblet and–somehow–the wine.

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“Litany” recitata da un bambino di 3 anni (2010)

Ode all’allegria, da “Odi elementari”, Pablo Neruda

Allegria,
foglia verde
caduta sulla finestra,
minuscola
chiarità
appena nata,
elefante sonoro
abbagliante
moneta,
a volte
fragile raffica,
o
piuttosto
pane permanente,
speranza compiuta,
dovere svolto.
Ti disdegnai, allegria.
Fui mal consigliato.
La luna
mi portò per i suoi cammini.
Gli antichi poeti
mi prestarono occhiali
e posi
vicino ad ogni cosa
un nimbo oscuro,
sul fiore una corona nera,
sulla bocca amata
un triste bacio.
È ancora presto.
Lascia che mi penta.
Pensai che solamente
se il mio cuore
avesse bruciato
il rovo del tormento,
se la pioggia avesse bagnato
il mio vestito
nella regione violacea del lutto,
se avessi chiuso
gli occhi alla rosa
e toccato la ferita,
se avessi diviso tutti i dolori,
avrei aiutato gli uomini.
Non fui giusto.
Sbagliai i miei passi
ed oggi ti chiamo, allegria.

Come la terra
sei
necessaria.

Come il fuoco
sostieni
i focolari.

Come il pane
sei pura.

Come l’acqua d’un fiume
sei sonora.

Come un’ape
distribuisci miele volando.

Allegria,
fui un giovane taciturno,
credetti che la tua chioma
fosse scandalosa.

Non era vero, me ne resi conto
quando sul mio petto
essa si sciolse in cascata.

Oggi, allegria,
incontrata per strada,
lontano da ogni libro,
accompagnami:

con te
voglio andare di casa in casa,
voglio andare di gente in gente,
di bandiera in bandiera.
Tu non sei solamente per me.
Andremo sulle isole,
sui mari.
Andremo nelle miniere,
nei boschi.
E non soltanto boscaioli solitari,
povere lavandaie
o eretti, augusti
tagliapietre,
mi riceveranno con i tuoi grappoli,
ma i congregati,
i riuniti,
i sindacati del mare o del legno,
i valorosi ragazzi
nella loro lotta.

Con te per il mondo!
Con il mio canto!
Con il volo socchiuso
della stella,
e con la gioia
della spuma!

Io sono debitore verso tutti
perché devo
a tutti la mia allegria.

Nessuno si sorprenda perché voglio
consegnare agli uomini
i doni della terra
perché appresi lottando
che è mio terrestre dovere
propagare l’allegria.
E con il mio canto io compio il mio destino.

Alegría

hoja verde
caída en la ventana,Continua a leggere…

Ode alla poesia, da “Odi elementari (1954)”, Pablo Neruda

Da circa cinquanta anni
cammino
con te, Poesia.
In principio
mi impigliavi i piedi
e cadevo bocconi
sulla terra scura
o affondavo gli occhi
nello stagno
per vedere le stelle.
Più tardi ti cingesti
a me con le braccia dell’amante
ed entrasti
nel mio sangue
come un convolvolo.
Poi
ti trasformasti in coppa.

Bello
fu
andarti spargendo senza consumarti,
consegnare la tua acqua inesauribile,
vedere che una goccia
cadeva sopra un cuore bruciato
rivivendo dalle sue ceneri.
Ma
non mi bastò.
Tanto andai con te
che ti perdetti di rispetto.
Cessai di vederti come
una naiade vaporosa,
ti misi a lavorare come lavandaia,
a vendere pane nelle panetterie,
a filare con le semplici tessitrici,
a battere il ferro nell’industria metallurgica.
Insieme a me continuasti
a camminare per il mondo,
ma non eri più
la florida
statua della mia infanzia.
Ora
parlavi
con voce ferrea.
Le tue mani
divennero dure come pietre.
Il tuo cuore
fu un’abbondante
sorgente di campane,
elaborasti il pane a piene mani,
mi aiutasti
a non cader bocconi,
mi cercasti
compagnia,
non una donna,
non un uomo,
ma mille, milioni.
Insieme, Poesia,
andammo
al combattimento, allo sciopero,
alla sfilata, nei porti,
nella miniera,
e risi quando uscisti
con la fronte macchiata di carbone
o incoronata dalla segatura fragrante
delle segherie.
Non dormivamo più per le strade.
Ci aspettavano gruppi
di operai con camicie
appena lavate e con bandiere rosse.

E tu, Poesia,
prima così disgraziatamente timida,
fosti
in testa
e tutti
si abituarono al tuo vestito
di stella quotidiana,
perché sebbene qualche lampo tradì la tua famiglia
portasti a termine il tuo compito,
la tua marcia nella marcia degli uomini.
Ti chiesi di essere
utilitaria e utile,
come metallo o farina,
disposta ad essere aratro,
attrezzo,
pane e vino,
disposta, Poesia,
a lottare corpo a corpo
e a cadere dissanguandoti.

E ora,
Poesia,
grazie, sposa,
sorella o madre
o fidanzata,
grazie, onda marina,
fiore d’arancio e bandiera,
motore di musica,
lungo petalo d’oro,
campana sottomarina,
granaio
inestinguibile,
grazie
terra di ognuno
dei miei giorni,
vapore celeste e sangue
dei miei anni,
perché mi accompagnasti
dalla vetta più rarefatta
fino alla semplice tavola
dei poveri,
perché mettesti nell’anima mia
sapore ferruginoso
e fuoco freddo,
perché mi innalzasti
fino all’insigne sommità
degli uomini comuni,
Poesia,
perché mentre con te
andavo consumandomi
continuavi
a sviluppare la tua freschezza eterna,
il tuo impeto cristallino,
come se il tempo
che poco a poco mi trasforma in terra
lasciasse scorrere eternamente
le acque del mio canto.

Oda a la poesía

Cerca de cincuenta años
caminando
contigo, Poesía.
Al principio
me enredabas los pies
y caía de bruces
sobre la tierra oscura
o enterraba los ojos
en la charca
para ver las estrellas.
Más tarde te ceñiste
a mí con los dos brazos de la amante
y subiste
en mi sangre
como una enredadera.
Luego
te convertiste
en copa.

Hermoso
fue
ir derramándote sin consumirte,
ir entregando tu agua inagotable,
ir viendo que una gota
caída sobre un corazón quemado
y desde sus cenizas revivía.
Pero no me bastó tampoco.
Tanto anduve contigo
que te perdí el respeto.
Dejé de verte como
náyade vaporosa
te puse a trabajar de lavandera,
a vender pan en las panaderías,
a hilar con las sencillas tejedoras,
a golpear hierros en la metalurgia.
Y seguiste conmigo
andando por el mundo,
pero tú ya no eras
la florida
estatua de mi infancia.
Hablabas
ahora
con voz férrea.
Tus manos
fueron duras como piedras.
Tu corazón
fue un abundante
manantial de campanas,
elaboraste pan a manos llenas,
me ayudaste a no caer de bruces,
me buscaste
compañía,
no una mujer,
no un hombre,
sino miles, millones.
Juntos, Poesía,
fuimos
al combate, a la huelga,
al desfile, a los puertos,
a la mina,
y me reí cuando saliste
con la frente manchada de carbón
o coronada de aserrrín fragante
de los aserraderos.
Y no dormíamos en los caminos.
Nos esperaban grupos
de obreros con camisas
recién lavadas y banderas rojas.

Y tú, Poesía,
antes tan desdichadamente tímida,
a la cabeza
fuiste
y todos
se acostumbraron a tu vestidura
de estrella cotidiana,
porque aunque algún relámpago delató tu familia
cumpliste tu tarea,
tu paso entre los pasos de los hombres.
Yo te pedí que fueras
utilitaria y útil,
como metal o harina,
dispuesta a ser arado,
herramienta,
pan y vino,
dispuesta, Poesía,
a luchar cuerpo a cuerpo
y a caer desangrándote.

Y ahora,
Poesía,
gracias, esposa,
hermana o madre
o novia,
gracias, ola marina,
azahar y bandera,
motor de música,
largo pétalo de oro,
campana submarina,
granero
inextinguible,
gracias,
tierra de cada uno
de mis días,
vapor celeste y sangre
de mis años,
porque me acompañaste
desde la más enrarecida altura
hasta la simple mesa
de los pobres,
porque pusiste en mi alma
sabor ferruginoso
y fuego frío,
porque me levantaste
hasta la altura insigne
de los hombres comunes,
Poesía,
porque contigo
mientras me fui gastando
tú continuaste
desarrollando tu frescura firme,
tu ímpetu cristalino,
como si el tiempo
que poco a poco me convierte en tierra
fuera a dejar corriendo eternamente
las aguas de mi canto.