Cavalli, da “Estravagario” (1958), Pablo Neruda

Ho visto dalla finestra i cavalli.

Fu a Berlino, d’inverno. La luce
era senza luce, senza cielo il cielo.

L’aria bianca come un pane bagnato.

E dalla mia finestra un circo solitario
morso dai denti d’inverno.

Improvvisamente, condotti da un uomo,
dieci cavalli uscirono dalla nebbia.

Ondeggiarono appena, uscendo, come il fuoco,
ma pei miei occhi empirono il mondo
vuoto fino a quell’ora. Perfetti, accesi,
erano come dieci déi dalle lunghe zampe pure,
dai crini simili al sonno del sale.

Le loro groppe erano mondi e arance.

Il colore era miele, ambra, incendio.

I loro colli erano torri
tagliate nella pietra dell’orgoglio,
e agli occhi furiosi si affacciava
come una prigioniera, l’energia.

E lì in silenzio, in mezzo
al giorno dell’inverno sudicio e disorientato,
i cavalli intensi erano il sangue,
il ritmo, l’incitante tesoro della vita.

Guardai, guardai e allora rivissi: senza saperlo
lì era la fonte, la danza dell’oro, il cielo,
il fuoco che viveva nella bellezza.

Ho dimenticato l’inverno di quella Berlino oscura.

Non dimenticherò la luce dei cavalli.

Caballos

Vi desde la ventana los caballos.

Fue en Berlín, en invierno. La luz
era sin luz, sin cielo el cielo.

El aire blanco como un pan mojado.

Y desde mi ventana un solitario circo
mordido por los dientes del invierno.

De pronto, conducidos por un hombre,
diez caballos salieron a la niebla.

Apenas ondularon al salir, como el fuego,
pero para mis ojos ocuparon el mundo
vacío hasta esa hora. Perfectos, encendidos,
eran como diez dioses de largas patas puras,
de crines parecidas al sueño de la sal.

Sus grupas eran mundos y naranjas.

Su color era miel, ámbar, incendio.

Sus cuellos eran torres
cortadas en la piedra del orgullo,
y a los ojos furiosos se asomaba
como una prisionera, la energía.

Y allí en silencio, en medio
del día, del invierno sucio y desordenado,
los caballos intensos eran la sangre,
el ritmo, el incitante tesoro de la vida.

Miré, miré y entonces reviví: sin saberlo
allí estaba la fuente, la danza de oro, el cielo,
el fuego que vivía en la belleza.

He olvidado el invierno de aquel Berlín oscuro.

No olvidaré la luz de los caballos.

Horses

It was from a window I first saw the horses.

It was winter in Berlin: a light
with no light, a sky without sky.

The air white as a loaf of wet bread.

And there, by the window, bitten off
by the teeth of the winter, a deserted arena.

Then, all of a sudden, ten horses
led by a man, moved into the snow.

Their passing left hardly a ripple, like fire,
but they filled a whole universe
void to my eyes, until then. Ablaze
with perfection, they moved like ten gods, colossal
and grand in the hoof, with dreamy and elegant manes.

Their rumps were like planets or oranges.

Their color was honey and amber and fire.

Their necks were like pillars
carved in the stone of their arrogance,
and out of vehement eyes their energy
glared from within like a prisoner.

There, in the silence of midday
in a soiled and slovenly winter
the horses’ intensity was rhythm
and blood, the importunate treasure of being.

I looked-looked till my whole force reawakened.
This was the innocent fountain, the dance in the gold,
the sky, the fire still alive in the beautiful.

I’ve forgotten the wintry gloom of Berlin.

I will never forget the light of the horses.

(Translated from Spanish by Ben Belitt)

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Hans Zimmer – Now we are free – The Horse Whisperer

Vedere chiaro, da “Os Sulcos da Sede” (2001), Eugénio De Andrade

Tutta la poesia è luminosa, persino
la più oscura.
È il lettore che ha talvolta,
al posto del sole, nebbia dentro di sé.
E la nebbia non permette mai di vedere chiaro.

Se ritornerà
un’altra volta e un’altra volta
e un’altra volta
a queste sillabe infiammate
rimarrà cieco da tanto chiarore.
Sia felice se arriverà.

(Traduzione di Mariangela Semprevivo)

Ver claro

Toda a poesia è luminosa, até
a mais obscura.
O leitor é que tem às vezes,
em lugar do sol, nevoeiro dentro de si.
E o nevoeiro nunca deixa de ver claro.

Se regressar
outra vez e outra vez
e outra vez
a essas sílabas acesas
ficará cego de tanta claridade.
Abençoado seja se lá chegar.

Spiraglio, Fernando Pessoa

Nei miei momenti oscuri
in cui in me non c’è nessuno,
e tutto è nebbie e muri
quando la vita dà o tiene,

se, un istante, alzando la fronte
da ove in me sono atterrato,
vedo il lontano orizzonte
pieno di sole occiduo o sorto,

rivivo, esisto, conosco,
e, ancor che sia illusione
l’esteriore in cui mi oblio,
nulla più voglio e chiedo.
Gli consegno il cuore.

(Da “Poesie scelte” Fernando Pessoa – Passigli Editori – Traduzione Luigi Panarese)

Fresta

Em meus momentos escuros
Em que em mim não há ninguém,
E tudo é névoas e muros
Quanto a vida dá ou tem,

Se, um instante, erguendo a fronte
De onde em mim sou aterrado,
Vejo o longínquo horizonte
Cheio de sol posto ou nado

Revivo, existo, conheço,
E, ainda que seja ilusão
O exterior em que me esqueço,
Nada mais quero nem peço.
Entrego-lhe o coração.

Fernando Pessoa, in “Cancioneiro”

Il mare, Antonio Machado

Lo scafo consunto e verdiccio
della vecchia feluca
riposa sul lido…
sembra la vela mozzata
che sogni ancora nel sole e nel mare.
Il mare ribolle e canta…
Il mare è un sogno sonoro
sotto il sole d’aprile.
Il mare ribolle e ride
con le onde turchine e spume di latte e argento,
il mare ribolle e ride
sotto il cielo turchino.
Il mare lattescente,
il mare rutilante,
che risa azzurre ride sulle sue cetre d’argento…
Ribolle e ride il mare!…
L’aria pare che dorma incantata
nella fulgida nebbia del sole bianchiccio.
Palpita il gabbiano nell’aria assopita, e al tardo
sonnolento volare, spicca e si perde nella foschia del sole.

El mar

El casco y la verde desgastado
el sombrero de tres picos de edad
descansa en la orilla …
parece cortar el ala
que todavía sueña en el sol y el mar.
El mar hierve y canta …
El mar es un sueño de sonido
bajo el sol de abril.
El mar hierve y se ríe
con las olas y la espuma de leche azul y plata,
el mar hierve y se ríe
bajo el cielo azul.
El mar de leche,
brillante del mar,
azul risas risa que en sus arpas de plata …
Hierva el mar y se ríe! …
El aire parece sueño encantado
en la luz del sol de niebla blanquecina.
Mejor que la gaviota en el aire dormido, y fines de la
volar sueño, se destaca y se pierde en la bruma del sol.

Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?, da “Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister”, Johann Wolfgang von Goethe

Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?
Brillano tra le foglie cupe le arance d’oro,
Una brezza lieve dal cielo azzurro spira,
Il mirto è immobile, alto è l’alloro!
Lo conosci tu?
Laggiù! Laggiù!
O amato mio, con te vorrei andare!

Conosci tu la casa? Sulle colonne il tetto posa,
La grande sala splende, scintillano le stanze,
Alte mi guardano le marmoree effigi:
Che ti hanno fatto, o mia povera bambina?
La conosci tu?
Laggiù! Laggiù!
O mio protettore, con te vorrei andare.

Conosci tu il monte e l’impervio sentiero?
Il mulo nella nebbia cerca la sua strada,
Nelle grotte s’annida l’antica stirpe dei draghi,
La roccia precipita e sopra lei l’ondata:
Lo conosci?
Laggiù! Laggiù,
Porta la nostra strada, andiamo o padre mio!

(Traduzione di A. Rho e E. Castellani)

Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn

Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn,
Im dunkeln Laub die Goldorangen glühn,
Ein sanfter Wind vom blauen Himmel weht,
Die Myrte still und hoch der Lorbeer steht?
Kennst du es wohl? Dahin!
Dahin möcht’ ich mit dir,
O mein Geliebter, ziehn.

Kennst du das Haus? Auf Säulen ruht sein Dach,
Es glänzt der Saal, es schimmert das Gemach,
Und Marmorbilder stehn und sehn mich an:
Was hat man dir, du armes Kind, getan?
Kennst du es wohl? Dahin!
Dahin möcht’ ich mit dir,
O mein Beschützer, ziehn.

Kennst du den Berg und seinen Wolkensteg?
Das Maultier such im Nebel seinen Weg,
In Höhlen wohnt der Drachen alte Brut;
Es stürzt der Fels und über ihn die Flut.
Kennst du ihn wohl? Dahin!
Dahin geht unser Weg!
O Vater, laß uns ziehn!

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Questo breve canto contenuto nel romanzo “Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister” è pronunciato da Mignon, la ragazzina che Wilhelm incontra in un gruppo di danzatori di strada e decide di prendere sotto la sua protezione. Mignon, di origini italiane, ricorda con nostalgia il suo Paese.
Goethe in Italia: un viaggio per rinascere

Portare la nostra parte di notte, Emily Dickinson

La nostra parte di notte portare –
La nostra parte di mattino –
Il nostro vuoto di beatitudine riempire,
Il nostro vuoto di disprezzo –

Qui una stella, e là una stella,
Alcune smarriscono la via!
Qui una nebbia – e là una nebbia –
Dopo – il Giorno!

(Trad. di Giuseppe Ierolli)

Our share of night to bear

Our share of night to bear –
Our share of morning –
Our blank in bliss to fill,
Our blank in scorning –
Here a star, and there a star,
Some lose their way!
Here a mist – and there a mist –
Afterwards – Day!

Pecore nella nebbia, da “Ariel”, Sylvia Plath

Le colline digradano nel bianco.
Persone o stelle mi guardano con tristezza, le deludo.

Il treno lascia dietro una linea di fiato.
Oh lento cavallo color della ruggine, zoccoli, dolorose campane.

È tutta la mattina che
la mattina sta annerendo, un fiore lasciato fuori.

Le mie ossa racchiudono un’immobilità, i campi
lontani mi sciolgono il cuore.

Minacciano
di lasciarmi entrare in un cielo
senza stelle né padre, un’acqua scura.

(Traduzione di Anna Ravano)

Sheep in Fog

The hills step off into whiteness.
People or stars
Regard me sadly, I disappoint them.

The train leaves a line of breath.
O slow
Horse the colour of rust,

Hooves, dolorous bells –
All morning the
Morning has been blackening,

A flower left out.
My bones hold a stillness, the far
Fields melt my heart.

They threaten
To let me through to a heaven
Starless and fatherless, a dark water.

Melodia d’inverno, da “Antología Poética”, Federico Garcia Lorca

Mattino d’inverno. Silenzio. Nebbia fitta.
Vega spianata emana luce divina.
Muti i giardini belli.
Cielo azzurro. Fontane gelate.
Rose vizze brinate.
Bianchi e torbidi scintillii.
Una madre cenciosa traversa il giardino.
Il sole ha un crescendo.
Nubi delicate fanno infinito il confine.
Spargendo il loro infinito.
La madre sospira…
Il bambino si muove inquieto
Disegnando attraverso i panni
La forma del suo scheletro.
Dolorosa dolcezza nell’aria.
Assolato tepore.
Cielo azzurro. Rose vizze.
Tranquilla grandezza.
Mattino d’inverno
Carico di pigrizia.

Melodía de Invierno

Mañana de invierno. Silencio. Neblina.
La vega aplanada exhala luz divina.
Mudos los jardines bellos.
Cielo azul. Fuentes heladas.
Mustias rosas escarchadas.
Blancos e turbios destellos.
Una madre andrajosa cruza el jardín.
Tiene el sol un crescendo.
Suaves nubes infinitan el confín
su finito esparciendo.
La madre suspira…
El niño se mueve inquieto
Dibujando a través de los paños
La forma de su esqueleto.
Dolorosa dulzura en el ambiente.
Soleada tibieza.
Cielo azul. Mustias rosas.
Tranquila grandeza.
Mañana de invierno
Cargada de pereza.

Nella nebbia, Hermann Hesse

È strano vagare nella nebbia!
Solo è ogni cespuglio e pietra,
Nessun albero vede l’altro,
Ognuno è solo.

Pieno di amici era per me il mondo,
Quando la mia vita era ancora luminosa;
Adesso, che la nebbia cala,
Nessuno si vede più.

In verità, nessuno è saggio
Se non conosce il buio,
Che piano ed inesorabilmente
Da tutti lo separa.

Strano, vagare nella nebbia!
Vivere è essere soli.
Nessuno uomo conosce l’altro,
Ognuno è solo.

Im Nebel

Seltsam, im Nebel zu wandern!
Einsam ist jeder Busch und Stein,
Kein Baum sieht den anderen,
Jeder ist allein.

Voll von Freunden war mir die Welt,
Als noch mein Leben licht war;
Nun, da der Nebel fällt,
Ist keiner mehr sichtbar.

Wahrlich, keiner ist weise,
Der nicht das Dunkel kennt,
Das unentrinnbar und leise
Von allem ihn trennt.

Seltsam, im Nebel zu wandern!
Leben ist Einsamsein.
Kein Mensch kennt den andern,
Jeder ist allein.