L’acqua, da “Vista con granello di sabbia”, Wislawa Szymborska

Sulla mano mi è caduta una goccia di pioggia,
attinta dal Gange e dal Nilo,

dalla brina ascesa in cielo sui baffi d’una foca,
dalle brocche rotte nelle città di Ys e Tiro.

Sul mio dito indice
il mar Caspio è un mare aperto,

e il Pacifico affluisce docile nella Rudawa,
la stessa che svolazzava come nuvoletta su Parigi

nell’anno settecentosettantaquattro
il sette maggio alle tre del mattino.

Non bastano le bocche per pronunciare
tutti i tuoi fuggevoli nomi, acqua.

Dovrei darti un nome in tutte le lingue
pronunciando tutte le vocali insieme

e al tempo stesso tacere – per il lago
che non è riuscito ad avere un nome

e non esiste in terra – come in cielo
non esiste la stella che si rifletta in esso.

Qualcuno annegava, qualcuno ti invocava morendo.
E’ accaduto tanto tempo fa, ed è accaduto ieri.

Spegnevi case in fiamme, trascinavi via case
con alberi, foreste come città.

Eri in battisteri e in vasche di cortigiane.
Nei baci, nei sudari.

A scavar pietre, a nutrire arcobaleni.
Nel sudore e nella rugiada di piramidi e lillà.

Quanto è leggero tutto questo in una goccia di
pioggia.

Con che delicatezza il mondo mi tocca.

Qualunque cosa ogniqualvolta ovunque sia
accaduta,

è scritta sull’acqua di babele.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Water

A raindrop fell on my hand,
crafted from the Ganges and the Nile,

from the ascended frost of a seal’s whiskers,
from water in broken pots in the cities of Ys and Tyre.

On my index finger
the Caspian Sea isn’t landlocked,

and the Pacific flows meekly into the Rudava,
the one that flew in a cloud over Paris

in seventeen sixty four
on the seventh of May at three in the morning.

There are not enough lips to pronounce
your transient names, O water.

I would have to say them in every language
pronouncing all the vowels at once,

at the same time keeping silent—for the sake of a lake
that waited in vain for a name,

and is no longer on earth—as it is in the heavens,
whose stars are no longer reflected in it.

Someone was drowning; someone dying
called out for you. That was long ago and yesterday.

You extinguished houses; you carried them off
like trees, forests like cities.

You were in baptismal fonts and in the bathtubs of courtesans,
in kisses, in shrouds.

Eating away at stones, fueling rainbows.
In the sweat and dew of pyramids and lilacs.

How light all this is in the raindrop.
How delicately the world touches me.

Whenever wherever whatever has happened
is written on the water of Babel.

(Translated by Joanna Trzeciak)

L’isola del lago di Innisfree da “The Rose”, William Butler Yeats

Io voglio alzarmi ora, e voglio andare, andare ad Innisfree
e costruire là una capannuccia fatta d’argilla e vimini:
nove filari e fave voglio averci, e un’alveare,
e vivere da solo nella radura dove ronza l’ape.

E un po’ di pace avrò, chè pace viene lenta
fluendo stilla a stilla dai veli del mattino, dove i grilli cantano;
e mezzanotte è tutta un luccicare, ed il meriggio brilla
come di porpora, e l’ali dei fanelli ricolmano la sera.

Io voglio alzarmi ora, e voglio andare, perché la notte e il giorno
odo l’acqua del lago sciabordare presso la riva di un suono lieve;
e mentre mi soffermo per la strada, sui marciapiedi grigi,
nell’intimo del cuore ecco la sento.

(Trad. di Roberto Sanesi)

The Lake Isle of Innisfree

I will arise and go now, and go to Innisfree,
And a small cabin build there, of clay and wattles made:
Nine bean-rows will I have there, a hive for the honeybee,
And live alone in the bee-loud glade.

And I shall have some peace there, for peace comes dropping slow,
Dropping from the wheels of the morning to where the cricket sings;
There midnight’s all a glimmer, and noon a purple glow,
And evening full of the linnet’s wings.

I will arise and go now, for always night and day
I hear lake water lapping with low sounds by the shore;
While I stand on the roadway, or on the pavement grey,
I hear it in the deep heart’s core.