Che cosa sono gli anni, da “Le poesie” (1991), Marianne Moore

Che cos’è la nostra innocenza,
che cosa la nostra colpa? Tutti
sono nudi, nessuno è salvo. E donde
viene il coraggio: la domanda senza risposta,
l’intrepido dubbio, –
che chiama senza voce, ascolta senza udire –
che nell’avversità, perfino nella morte,
ad altri dà coraggio
e nella sua sconfitta sprona

l’anima a farsi forte? Vede
profondo ed è contento chi
accede alla mortalità
e nella sua prigionia si leva
sopra se stesso, come
fa il mare dentro una voragine,
che combatte per essere libero
e benché respinto
trova nella sua resa
la sua sopravvivenza.

Così colui che sente fortemente
si comporta. L’uccello stesso,
che è cresciuto cantando, tempra
la sua forma e la innalza. È prigioniero,
ma il suo cantare vigoroso dice:
misera cosa è la soddisfazione,
e come pura e nobile è la gioia.
Questo è mortalità,
questo è eternità.

(Traduzione di Lina Angioletti e Gilberto Forti)

What Are Years

What is our innocence,
what is our guilt? All are
naked, none is safe. And whence
is courage: the unanswered question,
the resolute doubt, —
dumbly calling, deafly listening—that
in misfortune, even death,
encourage others
and in its defeat, stirs
the soul to be strong? He
sees deep and is glad, who
accedes to mortality
and in his imprisonment rises
upon himself as
the sea in a chasm, struggling to be
free and unable to be,
in its surrendering
finds its continuing.
So he who strongly feels,
behaves. The very bird,
grown taller as he sings, steels
his form straight up. Though he is captive,
his mighty singing
says, satisfaction is a lowly
thing, how pure a thing is joy.
This is mortality,
this is eternity.

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David Garrett – “A Groovy Kind Of Love” based on Sonatina in G Major Op. 36 (Muzio Clementi)
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“What Are Years”, una poesia scritta da Marianne Moore negli anni ’40, tramite una “logica a zigzag” e un rapido movimento da un’immagine all’altra, descrive la connessione tra gli anni che passano e tutte le forme di “prigionia” che si possono verificare nel corso della vita.
“Le poesie di Marianne Moore sono in vetro e piene di porte scorrevoli che apriamo” Kay Ryan, The Yale Review

Luce è linguaggio, da “Le poesie” (Adelphi 1991), Marianne Moore

Della luce del sole si può dire
più di quanto si dica del linguaggio: ma linguaggio
e luce, a vicenda
aiutandosi – francese l’uno e l’altra –
non han disonorato un aggettivo
che rimane ancora radicato.
Sì, luce è linguaggio. Libera franca
imparziale luce di sole, luce di luna,
luce di stelle, luce di faro,
sono linguaggio. E il faro
di Creach’h d’Ouessant,
sulla sua indifesa
scaglia di roccia, è il discendente di Voltaire,
la cui giustizia fiammeggiante andò
a raggiungere un uomo già colpito:
dall’inerme
Montaigne, il cui equilibrio,
conservato malgrado la durezza
del bandito, accese la scintilla
salvatrice del rimorso; di Émile Littré,
mosso dalla passione filologica,
ammaliato dagli otto volumi
d’Ippocrate, il suo
autore. Era
un uomo di fuoco, uno scienziato
della libertà, questo tenace Maximilien
Paul Émile Littré. Se l’Inghilterra
è difesa dal mare,
noi, con la consolidata Libertà
di Bartholdi, che regge alta
la torcia accanto al porto, udiamo
l’ingiunzione della Francia: “Ditemi
la verità, e specialmente quando
sia spiacevole”. E noi,
noi possiamo rispondere soltanto:
“Questa parola Francia vuole dire
affrancamento: vuole dire una
che “rianima chiunque pensi a lei”.

(Trad. Lina Angioletti e Gilberto Forti)

Light is Speech

One can say more of sunlight
than of speech; but speech
and light, each
aiding each – when French –
have not disgraced that still un-
extirpated adjective.
Yes light is speech. Free frank
impartial sunlight, moonlight,
starlight, lighthouse light,
are language. The Creach’d
d’Ouessant light-
house on its defenseless dot of
rock, is the descendant of Voltaire

whose flaming justice reached a
man already harmed;
of unarmed
Montaigne whose balance,
maintained despite the bandit’s
hardness, lit remorse’s saving
spark; of Émile Littré,
philology’s determined,
ardent eight-volume
Hippocrates-charmed
editor. A
man on fire, a scientist of
freedoms, was firm Maximilien

Paul Émile Littré. England
guarded by the sea,
we with re-
enforced Bartholdy’s
Liberty holding up her
torch beside the port, hear France
demand, “Tell me the truth,
especially when it is
unpleasant”. And we
cannot but reply,
“The word France means
enfranchisement; means one who can
animate whoever thinks of her“.

From: New Collected Poems of Marianne Moore
edited by Heather Cass White

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Martynas Levickis & Mikroorkéstra, Antonio Vivaldi The Four Seasons  (Highlights)

A una lumaca, da “Le poesie” (1991), Marianne Moore

Se “la concentrazione è il primo dono dello stile”,
tu la possiedi. La contrattilità è una virtù,
così come modestia è una virtù.
Non già l’acquisizione di una cosa qualsiasi
capace di adornare,
o la qualità incidentale che per avventura
si accompagni a qualcosa di ben detto,
non questo apprezziamo nello stile,
ma il principio nascosto:
nell’assenza di piedi, “un metodo di conclusioni”;
“una conoscenza di princìpi”,
nel curioso fenomeno della tua antenna occipitale.

(Traduzione di G. Forti e L. Angioletti)

To a Snail

If “compression is the first grace of style,”
you have it. Contractility is a virtue
as modesty is a virtue.
It is not the acquisition of any one thing
that is able to adorn,
or the incidental quality that occurs
as a concomitant of something well said,
that we value in style,
but the principle that is hid:
in the absence of feet, “a method of conclusions”;
“a knowledge of principles,”
in the curious phenomenon of your occipital horn.

Quanto basta, Marianne Moore

Se sono una fanatica? Al contrario.
E dove mai mi piacerebbe stare?
Sotto l’olivo di Platone, a terra
o appoggiata al suo vecchio, sodo tronco,

lontana da polemiche
o persone colleriche.

Se vuoi le pietre al posto giusto, indenni
da calce (il muratore dice “malta”),
squadrate e lisce, devi rispettarle,
come disse Ben Jonson, o intendeva.

In Discoveries egli disse ancora:
“Sii per la verità. È quanto basta”.

Da “Le poesie” (Adelphi, 1991)
a cura di Lina Angioletti e Gilberto Forti

Enough

Am I a fanatic? The opposite.
And where would I like to be?
Sitting under Plato’s olive tree
or propped against its thick old trunk,

away from controversy
or anyone choleric.

If you would see stones set right, unthreatened
by mortar (masons say “mud”),
squared and smooth, let them rise as they should,
Ben Jonson said, or he implied.

In “Discoveries” he then said,
“Stand for truth, and ‘tis enough.”