Giorno di neve, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”(2013), Billy Collins

Oggi ci siamo svegliati con una rivoluzione di neve,
le sue bianche bandiere sventolavano su tutto,
il paesaggio svanisce,
non un topo punteggia la vacuità,
e oltre queste finestre

gli edifici pubblici soffocati,
scuole e biblioteche sepolte, l’ufficio postale perso
sotto il turbine silenzioso,
le strade dei treni dolcemente interrotte,
il mondo caduto sotto questo cadere.

Tra poco infilerò degli stivali
e uscirò come uno che cammina sull’acqua,
e il cane salterà come un delfino tra i mucchi,
e io scuoterò un ramo carico
e farò cadere su noi due una fredda doccia.

Ma per ora sono prigioniero volontario in questa casa,
un simpatizzante della causa anarchica della neve.
Mi farò un bricco di tè
e ascolterò la radio di plastica sul piano della cucina,
felice come tutti di sentire la notizia
che la Scuola dei Bambini dell’Angolo è chiusa,
la Scuola Din Don, chiusa,
la Scuola Tutti a Bordo, chiusa,
l’Asilo nido Hi-Ho, chiuso,
insieme con – a qualcuno farà piacere saperlo –

la Scuola Il Fungo, la Piccola Scuola,
l’Asilo Nido I Piccoli Passeri,
la Scuola per l’Infanzia Le Stelline, la Scuola a tempo pieno Piselli e Carote,
il centro per il bambino Pollicino, tutti chiusi,
e – applausi – la Scuola Ricreativa Noccioline.

Allora è qui dove i bambini si nascondono di giorno.
Sono questi i nidi dove scrivono a stampatello e disegnano,
dove indossano le loro vivaci giacche in miniatura,
dove tutti sfrecciano, scalano e scivolano,
tutti tranne qualche bambina che bisbiglia accanto alla staccionata.

E ora ascolto attento
nel grandioso silenzio della neve,
e mi sforzo di sentire quel che le tre bambine complottano,
quale rivolta è in arrivo,
quale reginetta sta per essere scalzata.

(Traduzione di Franco Nasi)

Snow Day

Today we woke up to a revolution of snow,   
its white flag waving over everything,
the landscape vanished,
not a single mouse to punctuate the blankness,   
and beyond these windows

the government buildings smothered,
schools and libraries buried, the post office lost   
under the noiseless drift,
the paths of trains softly blocked,
the world fallen under this falling.

In a while, I will put on some boots
and step out like someone walking in water,   
and the dog will porpoise through the drifts,   
and I will shake a laden branch
sending a cold shower down on us both.

But for now I am a willing prisoner in this house,   
a sympathizer with the anarchic cause of snow.   
I will make a pot of tea
and listen to the plastic radio on the counter,   
as glad as anyone to hear the news

that the Kiddie Corner School is closed,   
the Ding-Dong School, closed.
the All Aboard Children’s School, closed,   
the Hi-Ho Nursery School, closed,
along with—some will be delighted to hear—

the Toadstool School, the Little School,
Little Sparrows Nursery School,
Little Stars Pre-School, Peas-and-Carrots Day School   
the Tom Thumb Child Center, all closed,
and—clap your hands—the Peanuts Play School.

So this is where the children hide all day,
These are the nests where they letter and draw,   
where they put on their bright miniature jackets,   
all darting and climbing and sliding,
all but the few girls whispering by the fence.

And now I am listening hard
in the grandiose silence of the snow,
trying to hear what those three girls are plotting,   
what riot is afoot,
which small queen is about to be brought down.

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Chris Rea – “Winter Song” from the compilation album “Still So Far to Go: The Best of Chris Rea” 2009

Vermont, inizio novembre, da “Balistica” (2011), Billy Collins

Era fra una stagione e l’altra,
dopo il tenue cinguettio dell’autunno
ma prima della gelida potestà dell’inverno,

e ho colto la scena da una veranda,
un quadro con silo e banderuola
e una folla di felci sul bordo del bosco:

nulla di cui valga davvero la pena scrivere,
ma è troppo tardi per fermarsi ora
che le felci e il silo sono stati nominati.

Ho bevuto il mio caffè caldo
e ho preso nota del trattore dismesso
e dell’insegna sbilenca del caseificio.

Non una mattina di quelle
che ti fanno venir voglia di cogliere l’attimo,
neppure una di quelle con abbastanza gloria da indurti

a catturare i giorni alterni,
eppure dopo aver fissato per un po’
i campi arati e il cielo,

sono tornato all’ordine della cucina
deciso a cogliere con fermezza
ogni secondo mercoledì di ogni mese che avevo davanti.

(Traduzione di Franco Nasi)

Vermont, Early November

It was in between seasons,
after the thin twitter of late autumn
but before the icy authority of winter,

and I took in the scene from a porch,
a tableau of silo and weathervane
and a crowd of ferns on the edge of the woods–

nothing worth writing about really,
but it is too late to stop now
that the ferns and the silo have been mentioned.

I drank my warm coffee
and took note of the disused tractor
and the lopsided sign to the cheese factory.

Not one of those mornings
that makes you want to seize the day,
not even enough glory in it to make you want

to grasp every other day,
yet after staring for a while
at the plowed-under fields and the sky,

I turned back to the order of the kitchen
determined to seize firmly
the second Wednesday of every month that lay ahead.

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Mari Samuelsen – Max Richter: November (Live from the Forbidden City, Beijing / 2018)

La morte di allegoria, da “A vela in solitaria intorno alla stanza” (2013) Billy Collins

Mi chiedo che n’è stato di tutte quelle alte astrazioni
che posavano, agghindate e statuarie, nei dipinti
e sfilavano in parata nelle pagine del Rinascimento
sfoggiando le loro lettere maiuscole come targhe d’automobili.

Verità che andava al piccolo galoppo su un potente cavallo,
Castità, con lo sguardo abbassato, che armeggiava con i veli.
Ciascuna era un marmo messo in vita, un pensiero in un cappotto,
Cortesia che si inchinava con una mano sempre protesa,

Malvagità che affilava uno strumento dietro un muro,
Ragione con la corona e Coerenza vigile dietro al timone.
Sono tutte in pensione ora, relegate in una Florida per tropi.
Giustizia è là, in piedi accanto a un frigo aperto.

Coraggio è sdraiato a letto ad ascoltare la pioggia.
Anche Morte non ha niente da fare, solo rammendare mantello e cappuccio,
e tutti i loro oggetti di scena sono chiusi a chiave in un magazzino,
clessidre, globi, bende e ceppi.

Anche se tu le richiamassi in servizio, non avrebbero più un posto
dove andare, né Giardini della Gioia, né Pergolati della Felicità,
la Valle del Perdono è solcata da condomini,
e le motoseghe ululano nella Selva della Disperazione.

Qui, sul tavolo, vicino alla finestra c’è un vaso di peonie
e accanto un binocolo nero e un fermaglio per i soldi,
proprio il tipo di cose che oggi preferiamo,
oggetti che si dispongono quieti su un verso con lettere minuscole,

proprio loro e nient’altro, una carriola,
una cassetta postale vuota, una lametta lasciata in un portacenere di vetro.
Quanto alle altre, le grandi idee a cavallo
e le virtù dai lunghi capelli in vesti ricamate,

sembra che abbiano perso la strada
che vedi nell’ultima pagina dei libri di storie,
quella che sale su per la collina verde e scompare
in una valle invisibile dove tutti devono essere immersi nel sonno.

(Traduzione di Franco Nasi)

La morte di allegoria” è una poesia riflessiva e ironica che si concentra sullo stile allegorico del Rinascimento, presente in dipinti e testi, dove persone, oggetti e cose sono simboli e portano un significato figurativo. È anche una poesia di riflessione sul cambiamento e la moda nelle arti e nella società: com’è tipico di Billy Collins, contiene arguzia, fascino e intelligenza giocosa, insieme a immagini vivide e umorismo.

The Death of Allegory

I am wondering what became of all those tall abstractions
that used to pose, robed and statuesque, in paintings
and parade about on the pages of the Renaissance
displaying their capital letters like license plates.

Truth cantering on a powerful horse,
Chastity, eyes downcast, fluttering with veils.
Each one was marble come to life, a thought in a coat,
Courtesy bowing with one hand always extended,

Villainy sharpening an instrument behind a wall,
Reason with her crown and Constancy alert behind a helm.
They are all retired now, consigned to a Florida for tropes.
Justice is there standing by an open refrigerator.

Valor lies in bed listening to the rain.
Even Death has nothing to do but mend his cloak and hood,
and all their props are locked away in a warehouse,
hourglasses, globes, blindfolds and shackles.

Even if you called them back, there are no places left
for them to go, no Garden of Mirth or Bower of Bliss.
The Valley of Forgiveness is lined with condominiums
and chain saws are howling in the Forest of Despair.

Here on the table near the window is a vase of peonies
and next to it black binoculars and a money clip,
exactly the kind of thing we now prefer,
objects that sit quietly on a line in lower case,

themselves and nothing more, a wheelbarrow,
an empty mailbox, a razor blade resting in a glass ashtray.
As for the others, the great ideas on horseback
and the long-haired virtues in embroidered gowns,

it looks as though they have traveled down
that road you see on the final page of storybooks,
the one that winds up a green hillside and disappears
into an unseen valley where everyone must be fast asleep.

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Heinrich Biber. Battalia à 10 | musicAeterna

Una storia del tempo atmosferico, da “A vela in solitaria intorno alla stanza” (2013), Billy Collins

E’ una di quelle mattine primaverili – la candida luce del sole
a rischiarare l’aria, una brezza che arruffa i fiori –
che mi fanno venir voglia di cominciare una storia del tempo,
un’elegia in dieci volumi delle atmosfere del passato,
delle buste in movimento attorno al globo in movimento.

Si aprirà con l’analisi dei cirri,
che passano ora su questa casa diretti allo Stato accanto,
e ogni capitolo andrà a ritroso nel tempo,
per descrivere la pioggia che cadde sui campi di battaglia,
e i venti che assistettero a decapitazioni, a incoronazioni.

Si studieranno le raffiche di neve nella Londra vittoriana
assieme ai forti venti che facevano volare i cappelli nel Rinascimento.
Si spiegheranno i tornado del Medioevo
e i lunghi giorni nuvolosi dei Secoli Bui.
Ci sarà una sezione sulle notti ghiacciate dell’antichità
e sulla calura che riluceva nei deserti della Bibbia.

Lo studio sarà lodato perché ambizioso e definitivo,
e parlerà perfino del clima prima del Diluvio
quando la pioggia bagnava l’Eden, e finirà
con i misteri del meteo prima della storia
quando nubi non viste vagavano su un mondo spopolato,
quando non c’era neppure un’anima sdraiata, in una valletta, a guardare in alto
ai visi enormi e alle forme animali che passavano,
con la giacca appallottolata come cuscino, e sul petto un libro aperto.

(Traduzione di Franco Nasi)

A History of Weather

It is the kind of spring morning – candid sunlight
elucidating the air, a flower-ruffling breeze –
that makes me want to begin a history of weather,
a ten-page volume elegy for the atmospheres of the past,
the envelopes that have moved around the moving globe.

It will open by examining the cirrus clouds
that are now sweeping over this house into the next state,
and every chapter will step backwards in time
to illustrate the rain that fell on battlefields
and the winds that attended beheadings, coronations.

The snow flurries of Victorian London will be surveyed
along with the gales that blew off Renaissance caps.
The tornadoes of the Middle Ages will be explicated
and the long, overcast days of the Dark Ages.
There will be a section on the frozen nights of antiquity
and on the heat that shimmered in the deserts of the Bible.

The study will be hailed as ambitious and definitive,
for it will cover even the climate before the Flood
when showers moistened Eden and will conclude
with the mysteries of the weather before history
when unseen clouds drifted over an unpeopled world,
when not a soul lay in any of earth’s meadows gazing up
at the passing of enormous faces and animal shapes,
his jacket bunched into a pillow, an open book on his chest.

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Teodor Currentzis | Tschaikowsky: Sinfonie Nr. 5 e-Moll | SWR Symphonieorchester – Liederhalle Stuttgart, Dezember 2018

Due parole per finire, da “A vela in solitaria intorno alla stanza” (2013), Billy Collins

Non posso lasciarti senza dire questo:
il passato non è nulla,
una nonmemoria, un fantasma,
un ripostiglio insonorizzato in cui Johann Strauss
compone un altro valzer che nessuno può ascoltare.

E’ un’invenzione, da dimenticare,
una fonte di dolore
che irriga un campo di verdura amara.

Lasciatelo dietro.
Togli la testa dalle mani
e alzati dal divano della malinconia
dove la luce della finestra cade sul tuo volto
e il sole corre lungo il cielo autunnale,
ferreo dietro gli alberi spogli,
glorioso come le acute melodie dei violini.

Ma dimentica Strauss.
E dimentica il suo più giovane fratello,
quel povero Cristo che morì cadendo
dal podio mentre dirigeva una sinfonia.

Dimentica il passato,
dimentica il pubblico in piedi, sbalordito,
l’assurdità dei loro abiti formali
di fronte alla morte improvvisa,
dimentica il loro trattenere il fiato,
il mormorio e l’accalcarsi sul corpo,
il cigolio del sipario che si abbassa.
Dimentica Strauss
con quel suo sguardo da bis
e la sua infaticabile laboriosità:
più di cinquecento composizioni finite!
Scrisse perfino una polka per la madre.
Anche solo quello è sufficiente per farmi fuggire il passato,
allontanarmi dai suo templi,
e camminare da solo sotto le stelle
lungo questi sentieri ricoperti di ghiande,
non sentendo altro che la frizzante aria d’ottobre,
l’oscillare delle mie braccia
e il ritmo dei miei passi:
un uomo del presente che si è dimenticato
di ogni compositore, di ogni grande battaglia,
solamente io,
una canna sottile che soffia nella notte.

(Traduzione di Franco Nasi)

Some Final Words

I cannot leave you without saying this:
the past is nothing,
a nonmemory, a phantom,
a soundproof closet in which Johann Strauss
is composing another waltz no one can hear.

It is a fabrication, best forgotten,
a wellspring of sorrow
that waters a field of bitter vegetation.

Leave it behind.
Take your head out of your hands
and arise from the couch of melancholy
where the window-light falls against your face
and the sun rides across the autumn sky,
steely behind the bare trees,
glorious as the high strains of violins.

But forget Strauss.
And forget his younger brother,
the poor bastard who was killed in a fall
from a podium while conducting a symphony.

Forget the past,
forget the stunned audience on his feet,
the absurdity of their formal clothes
in the face of sudden death,
forget their collective gasp,
the murmur and huddle over the body,
the creaking of the lowered curtain.

Forget Strauss
with that encore look in his eye
and his tiresome industry:
more than five hundred finished compositions!
He even wrote a polka for his mother.
That alone is enough to make me flee the past,
evacuate his temples,
and walk alone under the stars
down these dark paths strewn with acorns,
feeling nothing but the crisp October air,
the swing of my arms
and the rhythm of my stepping –
a man of the present who has forgotten
every composer, every great battle,
just me,
a thin reed blowing in the night.

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Johann Strauss II – Tritsch-Tratsch-Polka, Op. 214
The Simón Bolívar Symphony Orchestra of Venezuela
conducted by Gustavo Dudamel
Recorded at Carnegie Hall (New York, USA), on October 7, 2016

L’insegnante di storia, da “A vela in solitaria intorno alla stanza” (2013), Billy Collins

Nel tentativo di proteggere l’innocenza degli studenti
disse loro che l’Era glaciale in verità era solo
l’Età del freddo, un periodo di un milione d’anni
in cui tutti dovevano portare il maglione.

E l’Età della pietra divenne l’Età della ghiaia,
nome ripreso dai lunghi vialetti di casa di quel tempo.

L’Inquisizione spagnola non fu altro
che una valanga di domande come
“Che distanza c’è da qui a Madrid?”
“Come si chiama il cappello di un matador?”.

La Guerra delle Rose ebbe luogo in un giardino
e l’Enola Gay sganciò un piccolo atomo
sul Giappone.

I bambini lasciavano la sua classe
per il campo giochi, per tormentare lì i più deboli
e i più bravi,
arruffandone i capelli o spaccandogli gli occhiali,

mentre lui raccoglieva gli appunti e s’incamminava verso casa
oltre le aiuole di fiori e le bianche staccionate,
chiedendosi se avrebbero creduto che i soldati
nella Guerra dei Boeri sparavano cioccolatini
in modo da addolcire i nemici.

(Traduzione di Franco Nasi)

The History Teacher

Trying to protect his students’ innocence
he told them the Ice Age was really just
the Chilly Age, a period of a million years
when everyone had to wear sweaters.

And the Stone Age became the Gravel Age,
named after the long driveways of the time.

The Spanish Inquisition was nothing more
than an outbreak of questions such as
“How far is it from here to Madrid?”
“What do you call the matador’s hat?”

The War of the Roses took place in a garden,
and the Enola Gay dropped one tiny atom on Japan.

The children would leave his classroom
for the playground to torment the weak
and the smart,
mussing up their hair and breaking their glasses,

while he gathered up his notes and walked home
past flower beds and white picket fences,
wondering if they would believe that soldiers
in the Boer War told long, rambling stories
designed to make the enemy nod off.

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Jarrod Radnich Game of Thrones Medley — Virtuosic Piano Solo

Pazzi, da “A vela in solitaria intorno alla stanza” (2013), Billy Collins

Dicono che porti iella a una poesia
parlarne prima che sia finita.
Se la lasci andare troppo presto, avvertono,
la tua poesia volerà via,
e questa volta hanno davvero ragione.

Prendi quella sera in cui ti dissi
che volevo scrivere sui pazzi,
come li chiamano sbrigativi i giornali,
che attaccano l’arte, non con recensioni,
ma con coltelli da cucina e martelli
nei tranquilli musei di Praga e Amsterdam.

In verità, sono loro i veri artisti,
dicesti, facendo girare il ghiaccio nel bicchiere.
Il cacciavite è il loro pennello.
Sono i restauratori i veri vandali,
continuasti, facendo rigirare me lentamente,
quelli coi camici bianchi
sempre intenti a chiudere la ferita nel paesaggio
e rovinare l’arte dei pazzi.

Vidi la mia poesia librarsi verso l’ingresso
del bar e lì volteggiare in aria
finché entrò un nuovo cliente –
allora la vidi volar fuori dalla porta nella notte
e far vela, potevo solo immaginarlo,
sopra scuri condomini della città.

Tutto quel che volevo dire
è che anche l’arte è breve,
come può insegnare un rasoio con un taglio alla cieca;
sembra lunga solo se la confronti alla vita,
ma quella notte tornai a casa da solo
senza che nulla dondolasse nella gabbia del mio cuore
se non la debole speranza di cogliere
nel ventaglio dei fanali
un barlume della cosa,
forse appollaiato su un cartello stradale o un lampione –
povero uccello non scritto, con le ali ripiegate,
che mi fissa dall’alto, coi suoi piccoli occhi illuminati.

(Traduzione di Franco Nasi)

Madmen

They say you can jinx a poem
if you talk about it before it is done.
If you let it out too early, they warn,
your poem will fly away,
and this time they are absolutely right.

Take the night I mentioned to you
I wanted to write about the madmen,
as the newspapers so blithely call them,
who attack art, not in reviews,
but with breadknives and hammers
in the quiet museums of Prague and Amsterdam.

Actually, they are the real artists,
you said, spinning the ice in your glass.
The screwdriver is their brush.
The real vandals are the restorers,
you went on, slowly turning me upside-down,
the ones in the white doctor’s smocks
who close the wound in the landscape,
and thus ruin the true art of the mad.

I watched my poem fly down to the front
of the bar and hover there
until the next customer walked in–
then I watched it fly out the open door into the night
and sail away, I could only imagine,
over the dark tenements of the city.

All I had wished to say
was that art was also short,
as a razor can teach with a slash or two,
that it only seems long compared to life,
but that night, I drove home alone
with nothing swinging in the cage of my heart
except the faint hope that I might
catch a glimpse of the thing
in the fan of my headlights,
maybe perched on a road sign or a street lamp,
poor unwritten bird, its wings folded,
staring down at me with tiny illuminated eyes.

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CRAZY Bach Double Violin Concerto Encore
Ray Chen and his conductor friends Diego Matheuz and Christian Vasquez

Vademecum, da “A vela in solitaria intorno alla stanza” (2013), Billy Collins

Voglio che le forbici siano affilate
e il tavolo perfettamente pari
quando mi taglierai fuori dalla mia vita
e m’incollerai in quel libro che porti sempre con te.

(Traduzione di Franco Nasi)

Vade Mecum

I want the scissors to be sharp
and the table to be perfectly level
when you cut me out of my life
and paste me in that book you always carry.

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A New Satiesfaction by Made in Berlin
Erik Satie Gymnopedie arrangement feauring:
Ray Chen, violin
Noah Bendix-Balgley, violin
Amihai Grosz, viola
Stephan Koncz, cello

Schoolsville, da “A vela in solitaria intorno alla stanza” (2013), Billy Collins

Sbirciando alle mie spalle, verso il passato,
mi accorgo che il numero di studenti a cui ho insegnato
è sufficiente a popolare una piccola città.

Riesco a vederla ben disposta in un paesaggio di carta,
con la polvere del gesso che cade d’inverno,
e le notti nere come lavagne.

La popolazione invecchia ma non si laurea mai.
Nei pomeriggi caldi sudano nel parco per il test finale
e quando fa freddo tremano attorno alle stufe
mentre leggono ad alta voce tesine senza capo né coda.
All’ora suona la campanella e tutti se ne vanno zigzagando
per le strade con i libri.

Ho dimenticato, in ordine alfabetico,
prima tutti i cognomi e poi tutti i nomi.
Ma il ragazzo che aveva sempre la mano alzata
è consigliere comunale e proprietario di una merceria.
La ragazza che firmava i compiti con il rossetto
è appoggiata al muro della farmacia, fuma,
si pettina come un automa.

Hanno i voti cuciti sui vestiti
come tante citazioni di Hawthorne.
Gli A vanno in giro assieme ad altri A.
I D suonano il clacson quando passa un altro D.

Tutti gli studenti di scrittura creativa si sdraiano
sul pratino del tribunale e suonano il liuto.
Dovunque vadano formano un grande cerchio.

Va da sé, io sono il sindaco.
Vivo nella casa bianca coloniale fra Maple e Main.
La lascio di rado. L’auto si sgonfia
nel vialetto. I rampicanti si attorcigliano attorno al dondolo del portico.

Ogni tanto uno studente bussa alla porta
con una tesina da consegnare quindici anni prima
o con una domanda su Yates o sull’interlinea doppia.
E a volte compare qualcuno alla finestra
che mi guarda mentre faccio lezione alla carta da parati,
interrogo il lampadario, rimprovero l’aria.

(Traduzione di Franco Nasi)

Schoolsville

Glancing over my shoulder at the past,
I realize the number of students I have taught
is enough to populate a small town.

I can see it nestled in a paper landscape,
chalk dust flurrying down in winter,
nights dark as a blackboard.

The population ages but never graduates.
On hot afternoons they sweat the final in the park
and when it’s cold they shiver around stoves
reading disorganized essays out loud.
A bell rings on the hour and everybody zigzags
into the streets with their books.

I forgot all their last names first and their
first names last in alphabetical order.
But the boy who always had his hand up
is an alderman and owns the haberdashery.
The girl who signed her papers in lipstick
leans against the drugstore, smoking,
brushing her hair like a machine.

Their grades are sewn into their clothes
like references to Hawthorne.
The A’s stroll along with other A’s.
The D’s honk whenever they pass another D.

All the creative-writing students recline
on the courthouse lawn and play the lute.
Wherever they go, they form a big circle.

Needless to say, I am the mayor.
I live in the white colonial at Maple and Main.
I rarely leave the house. The car deflates
in the driveway. Vines twirl around the porch swing.

Once in a while a student knocks on the door
with a term paper fifteen years late
or a question about Yeats or double-spacing.
And sometimes one will appear in a windowpane
to watch me lecturing the wallpaper,
quizzing the chandelier, reprimanding the air.

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Incredible high school musicians from Venezuela! | Gustavo Dudamel  (19 feb 2009)
Shostakovich: Symphony No. 10, 2nd movement
Arturo Márquez: Danzón No. 2 (6:46) 

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Billy Collins (poeta ed ex insegnante di Letteratura Inglese al Lehman College nel Bronx) in questa poesia franca e sincera ricorda episodi interessanti della vita di un insegnante in tono umoristico ma anche nostalgico e contrasta lo stereotipo secondo cui il lavoro dell’insegnante è gravoso e serio.
Descrivendo il mondo di “Schoolsville” con episodi a volte divertenti a volte tristi, cattura l’immaginazione del lettore. Leggendo poi tra le righe, è chiaro che l’autore considera il lavoro dell’insegnante molto importante.
La riflessione che ne deriva è che questa professione non può essere temporanea: l’insegnante sceglie la sua strada una volta per tutte.

Capodanno, da “Balistica” (2011), Billy Collins

Ognuno ha due compleanni
secondo il saggista inglese Charles Lamb,
il giorno in cui si nasce e il capodanno:

una divertente osservazione su cui rimugino
mentre aspetto che bolla l’acqua in una cucina
che è trasformata dalla luce del mattino
in una di quelle stanze brillanti di Matisse.

“Nessuno ha mai considerato il Primo di gennaio
con indifferenza”, scrive Lamb,
perché diversamente dal giorno della Marmotta o dalla festa dell’Annunciazione
non segna altro che il passare del tempo,
penso, mentre immergo una campanella metallica
di foglie di tè in poca acqua bollente che s’intorbidisce.

Ammetto di considerare il giorno del mio compleanno
come l’anniversario gioioso della mia esistenza
probabilmente perché ero e resto
in questo giorno di fine dicembre, un figlio unico.

E in quanto figlio unico –
figlio unico che sorseggia tè e smangiucchia una fetta di pane
questa mattina, in una stanza piena di colori –
darei il benvenuto a un ulteriore compleanno,
occasione in più per interrompere per un momento
quel che si sta facendo e riflettere sul mio essere qui in terra.

E uno in più potrebbe essere una piccola consolazione
per noi tutti che dobbiamo affrontare anche un giorno della morte,
una X in un quadratino
di qualche calendario da cucina del futuro,

il giorno in cui ciascuno di noi è gettato giù dal treno del tempo
da un corpulento controllore senza cuore
mentre sfreccia ruggendo fra i mesi e gli anni,

con cappellini di carta, candele, coriandoli e oroscopi
che volano in alto nella turbinosa folata della sua scia.

(Traduzione di Franco Nasi)

New Year’s Day

Everyone has two birthdays
according to the English essayist Charles Lamb,
the day you were born and New Year’s Day—

a droll observation to mull over
as I wait for the tea water to boil in a kitchen
that is being transformed by the morning light
into one of those brilliant rooms of Matisse.

“No one ever regarded the First of January
with indifference,” writes Lamb,
for unlike Groundhog Day or the feast of the Annunciation,

this one marks nothing but the passage of time,
I realized, as I lowered a tin diving bell
of tea leaves into a little body of roiling water.

I admit to regarding my own birthday
as the joyous anniversary of my existence
probably because I was, and remain
to this day in late December, an only child.

And as an only child–
a tea-sipping, toast-nibbling only child
in a colorful room this morning–
I would welcome an extra birthday,
one more opportunity to stop what we are doing
for a moment and reflect on my being here on earth.

And one more birthday might be a consolation
to us all for having to face a death-day, too,
an X in a square
on some kitchen calendar of the future,

the day when each of us is thrown off the train of time
by a burly, heartless conductor
as it roars through the months and years,

party hats, candles, confetti, and horoscopes
billowing up in the turbulent storm of its wake.

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David Garrett – LET IT BE (Paul McCartney)