L’insegnante di storia, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

Nel tentativo di proteggere l’innocenza degli studenti
disse loro che l’Era glaciale in verità era solo
l’Età del freddo, un periodo di un milione d’anni
in cui tutti dovevano portare il maglione.

E l’Età della pietra divenne l’Età della ghiaia,
nome ripreso dai lunghi vialetti di casa di quel tempo.

L’Inquisizione spagnola non fu altro
che una valanga di domande come
“Che distanza c’è da qui a Madrid?”
“Come si chiama il cappello di un matador?”.

La Guerra delle Rose ebbe luogo in un giardino
e l’Enola Gay sganciò un piccolo atomo
sul Giappone.

I bambini lasciavano la sua classe
per il campo giochi, per tormentare lì i più deboli
e i più bravi,
arruffandone i capelli o spaccandogli gli occhiali,

mentre lui raccoglieva gli appunti e s’incamminava verso casa
oltre le aiuole di fiori e le bianche staccionate,
chiedendosi se avrebbero creduto che i soldati
nella Guerra dei Boeri sparavano cioccolatini
in modo da addolcire i nemici.

(Traduzione di Franco Nasi)

The History Teacher

Trying to protect his students’ innocence
he told them the Ice Age was really just
the Chilly Age, a period of a million years
when everyone had to wear sweaters.

And the Stone Age became the Gravel Age,
named after the long driveways of the time.

The Spanish Inquisition was nothing more
than an outbreak of questions such as
“How far is it from here to Madrid?”
“What do you call the matador’s hat?”

The War of the Roses took place in a garden,
and the Enola Gay dropped one tiny atom on Japan.

The children would leave his classroom
for the playground to torment the weak
and the smart,
mussing up their hair and breaking their glasses,

while he gathered up his notes and walked home
past flower beds and white picket fences,
wondering if they would believe that soldiers
in the Boer War told long, rambling stories
designed to make the enemy nod off.

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Jarrod Radnich Game of Thrones Medley — Virtuosic Piano Solo

Pazzi, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

Dicono che porti iella a una poesia
parlarne prima che sia finita.
Se la lasci andare troppo presto, avvertono,
la tua poesia volerà via,
e questa volta hanno davvero ragione.

Prendi quella sera in cui ti dissi
che volevo scrivere sui pazzi,
come li chiamano sbrigativi i giornali,
che attaccano l’arte, non con recensioni,
ma con coltelli da cucina e martelli
nei tranquilli musei di Praga e Amsterdam.

In verità, sono loro i veri artisti,
dicesti, facendo girare il ghiaccio nel bicchiere.
Il cacciavite è il loro pennello.
Sono i restauratori i veri vandali,
continuasti, facendo rigirare me lentamente,
quelli coi camici bianchi
sempre intenti a chiudere la ferita nel paesaggio
e rovinare l’arte dei pazzi.

Vidi la mia poesia librarsi verso l’ingresso
del bar e lì volteggiare in aria
finché entrò un nuovo cliente –
allora la vidi volar fuori dalla porta nella notte
e far vela, potevo solo immaginarlo,
sopra scuri condomini della città.

Tutto quel che volevo dire
è che anche l’arte è breve,
come può insegnare un rasoio con un taglio alla cieca;
sembra lunga solo se la confronti alla vita,
ma quella notte tornai a casa da solo
senza che nulla dondolasse nella gabbia del mio cuore
se non la debole speranza di cogliere
nel ventaglio dei fanali
un barlume della cosa,
forse appollaiato su un cartello stradale o un lampione –
povero uccello non scritto, con le ali ripiegate,
che mi fissa dall’alto, coi suoi piccoli occhi illuminati.

(Traduzione di Franco Nasi)

Madmen

They say you can jinx a poem
if you talk about it before it is done.
If you let it out too early, they warn,
your poem will fly away,
and this time they are absolutely right.

Take the night I mentioned to you
I wanted to write about the madmen,
as the newspapers so blithely call them,
who attack art, not in reviews,
but with breadknives and hammers
in the quiet museums of Prague and Amsterdam.

Actually, they are the real artists,
you said, spinning the ice in your glass.
The screwdriver is their brush.
The real vandals are the restorers,
you went on, slowly turning me upside-down,
the ones in the white doctor’s smocks
who close the wound in the landscape,
and thus ruin the true art of the mad.

I watched my poem fly down to the front
of the bar and hover there
until the next customer walked in–
then I watched it fly out the open door into the night
and sail away, I could only imagine,
over the dark tenements of the city.

All I had wished to say
was that art was also short,
as a razor can teach with a slash or two,
that it only seems long compared to life,
but that night, I drove home alone
with nothing swinging in the cage of my heart
except the faint hope that I might
catch a glimpse of the thing
in the fan of my headlights,
maybe perched on a road sign or a street lamp,
poor unwritten bird, its wings folded,
staring down at me with tiny illuminated eyes.

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CRAZY Bach Double Violin Concerto Encore
Ray Chen and his conductor friends Diego Matheuz and Christian Vasquez

Vademecum, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

Voglio che le forbici siano affilate
e il tavolo perfettamente pari
quando mi taglierai fuori dalla mia vita
e m’incollerai in quel libro che porti sempre con te.

(Traduzione di Franco Nasi)

Vade Mecum

I want the scissors to be sharp
and the table to be perfectly level
when you cut me out of my life
and paste me in that book you always carry.

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A New Satiesfaction by Made in Berlin
Erik Satie Gymnopedie arrangement feauring:
Ray Chen, violin
Noah Bendix-Balgley, violin
Amihai Grosz, viola
Stephan Koncz, cello

Schoolsville, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

Sbirciando alle mie spalle, verso il passato,
mi accorgo che il numero di studenti a cui ho insegnato
è sufficiente a popolare una piccola città.

Riesco a vederla ben disposta in un paesaggio di carta,
con la polvere del gesso che cade d’inverno,
e le notti nere come lavagne.

La popolazione invecchia ma non si laurea mai.
Nei pomeriggi caldi sudano nel parco per il test finale
e quando fa freddo tremano attorno alle stufe
mentre leggono ad alta voce tesine senza capo né coda.
All’ora suona la campanella e tutti se ne vanno zigzagando
per le strade con i libri.

Ho dimenticato, in ordine alfabetico,
prima tutti i cognomi e poi tutti i nomi.
Ma il ragazzo che aveva sempre la mano alzata
è consigliere comunale e proprietario di una merceria.
La ragazza che firmava i compiti con il rossetto
è appoggiata al muro della farmacia, fuma,
si pettina come un automa.

Hanno i voti cuciti sui vestiti
come tante citazioni di Hawthorne.
Gli A vanno in giro assieme ad altri A.
I D suonano il clacson quando passa un altro D.

Tutti gli studenti di scrittura creativa si sdraiano
sul pratino del tribunale e suonano il liuto.
Dovunque vadano formano un grande cerchio.

Va da sé, io sono il sindaco.
Vivo nella casa bianca coloniale fra Maple e Main.
La lascio di rado. L’auto si sgonfia
nel vialetto. I rampicanti si attorcigliano attorno al dondolo del portico.

Ogni tanto uno studente bussa alla porta
con una tesina da consegnare quindici anni prima
o con una domanda su Yates o sull’interlinea doppia.
E a volte compare qualcuno alla finestra
che mi guarda mentre faccio lezione alla carta da parati,
interrogo il lampadario, rimprovero l’aria.

(Traduzione di Franco Nasi)

Schoolsville

Glancing over my shoulder at the past,
I realize the number of students I have taught
is enough to populate a small town.

I can see it nestled in a paper landscape,
chalk dust flurrying down in winter,
nights dark as a blackboard.

The population ages but never graduates.
On hot afternoons they sweat the final in the park
and when it’s cold they shiver around stoves
reading disorganized essays out loud.
A bell rings on the hour and everybody zigzags
into the streets with their books.

I forgot all their last names first and their
first names last in alphabetical order.
But the boy who always had his hand up
is an alderman and owns the haberdashery.
The girl who signed her papers in lipstick
leans against the drugstore, smoking,
brushing her hair like a machine.

Their grades are sewn into their clothes
like references to Hawthorne.
The A’s stroll along with other A’s.
The D’s honk whenever they pass another D.

All the creative-writing students recline
on the courthouse lawn and play the lute.
Wherever they go, they form a big circle.

Needless to say, I am the mayor.
I live in the white colonial at Maple and Main.
I rarely leave the house. The car deflates
in the driveway. Vines twirl around the porch swing.

Once in a while a student knocks on the door
with a term paper fifteen years late
or a question about Yeats or double-spacing.
And sometimes one will appear in a windowpane
to watch me lecturing the wallpaper,
quizzing the chandelier, reprimanding the air.

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Incredible high school musicians from Venezuela! | Gustavo Dudamel  (19 feb 2009)
Shostakovich: Symphony No. 10, 2nd movement
Arturo Márquez: Danzón No. 2 (6:46) 

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Billy Collins (poeta ed ex insegnante di Letteratura Inglese al Lehman College nel Bronx) in questa poesia franca e sincera ricorda episodi interessanti della vita di un insegnante in tono umoristico ma anche nostalgico e contrasta lo stereotipo secondo cui il lavoro dell’insegnante è gravoso e serio.
Descrivendo il mondo di “Schoolsville” con episodi a volte divertenti a volte tristi, cattura l’immaginazione del lettore. Leggendo poi tra le righe, è chiaro che l’autore considera il lavoro dell’insegnante molto importante.
La riflessione che ne deriva è che questa professione non può essere temporanea: l’insegnante sceglie la sua strada una volta per tutte.

Capodanno, da “Balistica” (2011), Billy Collins

Ognuno ha due compleanni
secondo il saggista inglese Charles Lamb,
il giorno in cui si nasce e il capodanno:

una divertente osservazione su cui rimugino
mentre aspetto che bolla l’acqua in una cucina
che è trasformata dalla luce del mattino
in una di quelle stanze brillanti di Matisse.

“Nessuno ha mai considerato il Primo di gennaio
con indifferenza”, scrive Lamb,
perché diversamente dal giorno della Marmotta o dalla festa dell’Annunciazione
non segna altro che il passare del tempo,
penso, mentre immergo una campanella metallica
di foglie di tè in poca acqua bollente che s’intorbidisce.

Ammetto di considerare il giorno del mio compleanno
come l’anniversario gioioso della mia esistenza
probabilmente perché ero e resto
in questo giorno di fine dicembre, un figlio unico.

E in quanto figlio unico –
figlio unico che sorseggia tè e smangiucchia una fetta di pane
questa mattina, in una stanza piena di colori –
darei il benvenuto a un ulteriore compleanno,
occasione in più per interrompere per un momento
quel che si sta facendo e riflettere sul mio essere qui in terra.

E uno in più potrebbe essere una piccola consolazione
per noi tutti che dobbiamo affrontare anche un giorno della morte,
una X in un quadratino
di qualche calendario da cucina del futuro,

il giorno in cui ciascuno di noi è gettato giù dal treno del tempo
da un corpulento controllore senza cuore
mentre sfreccia ruggendo fra i mesi e gli anni,

con cappellini di carta, candele, coriandoli e oroscopi
che volano in alto nella turbinosa folata della sua scia.

(Traduzione di Franco Nasi)

New Year’s Day

Everyone has two birthdays
according to the English essayist Charles Lamb,
the day you were born and New Year’s Day—

a droll observation to mull over
as I wait for the tea water to boil in a kitchen
that is being transformed by the morning light
into one of those brilliant rooms of Matisse.

“No one ever regarded the First of January
with indifference,” writes Lamb,
for unlike Groundhog Day or the feast of the Annunciation,

this one marks nothing but the passage of time,
I realized, as I lowered a tin diving bell
of tea leaves into a little body of roiling water.

I admit to regarding my own birthday
as the joyous anniversary of my existence
probably because I was, and remain
to this day in late December, an only child.

And as an only child–
a tea-sipping, toast-nibbling only child
in a colorful room this morning–
I would welcome an extra birthday,
one more opportunity to stop what we are doing
for a moment and reflect on my being here on earth.

And one more birthday might be a consolation
to us all for having to face a death-day, too,
an X in a square
on some kitchen calendar of the future,

the day when each of us is thrown off the train of time
by a burly, heartless conductor
as it roars through the months and years,

party hats, candles, confetti, and horoscopes
billowing up in the turbulent storm of its wake.

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David Garrett – LET IT BE (Paul McCartney)

L’uomo nella luna, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

Era solito spaventarmi nelle notti d’infanzia,
il volto grande da adulto, enorme, duro, là in alto.
Non riuscivo a immaginare tanta solitudine, tanta freddezza.

Ma stasera tornando a casa in auto su queste strade di collina
lo vedo inabissarsi dietro gruppi di alberi spogli
per poi risorgere di nuovo a mostrare il suo volto familiare.

E quando è in piena vista sopra i campi aperti
sembra un giovane che si è innamorato
della terra scura,

uno scapolo pallido, ben curato e pieno di malinconia,
con la bocca rotonda aperta
come se avesse appena cominciato a cantare.

(Traduzione di Franco Nasi)

The Man In The Moon

He used to frighten me in the nights of childhood,
the wide adult face, enormous, stern, aloft.
I could not imagine such loneliness, such coldness.

But tonight as I drive home over these hilly roads
I see him sinking behind stands of winter trees
And rising again to show his familiar face.

And when he comes into full view over open fields
he looks like a young man who has fallen in love
with the dark earth,

a pale bachelor, well-groomed and full of melancholy,
his round mouth open
as if he had just broken into song.

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Beethoven – Moonlight Sonata Op 27 No 2
Played by Anastasia Huppmann at the Yamaha Concert Hall in Vienna

Lezioni di piano, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

1
Il mio insegnante è a terra con un brutto mal di schiena
disteso di fianco al piano.
Io sono seduto dritto sul panchetto.
Inizia dicendomi che ogni chiave
è come una diversa stanza
e io sono un cieco che deve imparare
ad attraversarle tutte e dodici
senza sbattere nei mobili.
Mi sembra di allungare la mano alla prima maniglia.

2
Mi dice che ogni scala ha una forma
e che devo imparare come tenere
ciascuna mano.
A casa mi esercito ad occhi chiusi.
Do è un libro aperto.
Re è un vaso con due manici.
Sol diesis è uno stivale nero.
Mi ha le zampe di un uccello.

3
Dice che la scala è la madre degli accordi.
Riesco a vederla mentre va su e giù per la camera da letto
aspettando che i figli tornino a casa.
Sono fuori nei nightclub a sfumare e marcare
le canzoni mentre le coppie danzano lente
o si osservano dai tavoli.
Ed è così che deve essere. Dopo tutto,
l’accordo giusto può farci piangere
ma nessuno ascolta le scale,
nessuno ascolta la loro madre.

4
Sto facendo le mie scale,
gl’inni familiari dell’infanzia.
Le dita salgono la scala delle note
e scendono senza girarsi.
Chi cammina sotto questa finestra aperta
s’immagina una bambina di circa dieci anni
seduta alla tastiera con la giusta postura,
non me, scomposto, nel mio accappatoio, spettinato,
come un Horace Silver bianco.

5
Sto imparando a suonare
It Might As Well Be Spring
ma la mano sinistra preferirebbe far tintinnare
gli spiccioli nel buio della tasca
o fare un sonnellino sul bracciolo.
Devo trascinarla nella musica
come un figlio difficile e trascurato.
Questa è la vendetta di chi non può mai
tenere la penna o salutare,
e ora, di chi non può mai suonare la melodia.

6
Anche quando non suono, penso al piano.
E’ l’oggetto più grande, pesante,
e bello di questa casa.
Mi fermo sulla soglia solo per abbracciarlo con lo sguardo.
E tardi di notte me lo figuro di sotto,
questa allucinazione, ritta su tre gambe,
questo curioso animale col suo enorme sorriso alla luce della luna.

(Traduzione di Franco Nasi)

Piano Lessons

1
My teacher lies on the floor with a bad back
off to the side of the piano.
I sit up straight on the stool.
He begins by telling me that every key
is like a different room
and I am a blind man who must learn
to walk through all twelve of them
without hitting the furniture.
I feel myself reach for the first doorknob.

2
He tells me that every scale has a shape
and I have to learn how to hold
each one in my hands.
At home I practice with my eyes closed.
C is an open book.
D is a vase with two handles.
G flat is a black boot.
E has the legs of a bird.

3
He says the scale is the mother of the chords.
I can see her pacing the bedroom floor
waiting for her children to come home.
They are out at nightclubs shading and lighting
all the songs while couples dance slowly
or stare at one another across tables.
This is the way it must be. After all,
just the right chord can bring you to tears
but no one listens to the scales,
no one listens to their mother.

4
I am doing my scales,
the familiar anthems of childhood.
My fingers climb the ladder of notes
and come back down without turning around.
Anyone walking under this open window
would picture a girl of about ten
sitting at the keyboard with perfect posture,
not me slumped over in my bathrobe, disheveled,
like a white Horace Silver.

5
I am learning to play
“It Might As Well Be Spring”
but my left hand would rather be jingling
the change in the darkness of my pocket
or taking a nap on an armrest.
I have to drag him in to the music
like a difficult and neglected child.
This is the revenge of the one who never gets
to hold the pen or wave good-bye,
and now, who never gets to play the melody.

6
Even when I am not playing, I think about the piano.
It is the largest, heaviest,
and most beautiful object in this house.
I pause in the doorway just to take it all in.
And late at night I picture it downstairs,
this hallucination standing on three legs,
this curious beast with its enormous moonlit smile.

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Maksim Mrvica plays Pirates of the Caribbean — Live at Mercedes-Benz Arena, Shanghai

Sonetto americano, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

Non parliamo come Petrarca né portiamo un cappello come Spenser
e non sono quattordici versi
come solchi in un campicello arato con cura,

ma è la cartolina, una poesia sulla vacanza,
che ci costringe a cantare le nostre canzoni in piccole stanze,
o a versare i nostri sentimenti in misurini.

Scriviamo sul retro di laghi o cascate,
e aggiungiamo al paesaggio una didascalia convenzionale
come gli occhi eliocentrici di una donna elisabettiana.

Localizziamo un aggettivo per il tempo.
Annunciamo che ci stiamo divertendo un mondo.
Esprimiamo il desiderio che tu sia qui

e nascondiamo il desiderio di essere dove sei tu,
che vai verso casa dalla cassetta postale, la testa abbassata,
leggendo e rigirando fra le mani il messaggio sottile.

Una fetta di questo posto, un tratto di spiaggia bianca,
una piazza o le guglie scolpite di una cattedrale
si insinueranno nel luogo familiare in cui sei,

e lancerai sulla tavola questo campione a due facce:
qualche centimetro quadrato di dove siamo capitati,
e un condensato di quel che sentiamo.

(Traduzione di Franco Nasi)

American Sonnet

We do not speak like Petrarch or wear a hat like Spenser
and it is not fourteen lines
like furrows in a small, carefully plowed field

bu the picture postcard, a poem on vacation,
that forces us to sing our songs in little rooms
or pour our sentiments into measuring cups.

We write on the back of a waterfall or lake,
adding to the view a caption as conventional
as an Elizabethan woman’s heliocentric eyes.

We locate an adjective for the weather.
We announce that we are having a wonderful time.
We express the wish that you were here

and hide the wish that we were where you are,
walking back from the mailbox, your head lowered
as you read and turn the thing message in your hands.

A slice of this place, a length of white beach,
a piazza or carved spires of a cathedral
will pierce the familiar place where you remain,

and you will toss on the table this reversible display:
a few square inches of where we have strayed
and a compression of what we feel.

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Hauser & Caroline Campbell: Torna a Surriento
Gala Concert at Arena Pula 2018

Budapest, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

La mia penna si muove lungo la pagina
come il muso di uno strano animale
a forma di braccio umano
e vestito con la manica di un largo maglione verde.

Lo osservo annusare senza sosta la carta,
assorto come un predatore che ha in mente
solo larve e insetti
che lo terranno in vita un altro giorno.

Vuole solo essere qui domani,
vestito forse con la manica di una camicia a scacchi,
col naso premuto contro la pagina,
a scrivere qualche altro obbediente verso

mentre io guardo fuori dalla finestra e immagino Budapest
o qualche altra città dove non sono mai stato.

(Traduzione di Franco Nasi)

Budapest

My pen moves along the page
like the snout of a strange animal
shaped like a human arm
and dressed in the sleeve of a loose green sweater.

I watch it sniffing the paper ceaselessly,
intent as any forager that has nothing
on its mind but the grubs and insects
that will allow it to live another day.

It wants only to be here tomorrow,
dressed perhaps in the sleeve of a plaid shirt,
nose pressed against the page,
writing a few more lines

while I gaze out the window and imagine Budapest
or some other city where I have never been.

from Sailing Alone Around the Room, Billy Collins

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David Garrett: Csardas by V. Monti – Night of the Proms Rotterdam 2002

Martynas – Hungarian Dance No.5 in G Minor

Ippopotami in vacanza, da “Balistica” (2011), Billy Collins

non è proprio il titolo di un film
ma se lo fosse lo vedrei di sicuro.
Mi piacciono le loro gambe corte e le teste grosse,
l’aspetto globale dell’ippopotamo.
Mentre in centinaia giocheranno divertiti
nel fango di un ampio, lento fiume,
io mangerò il popcorn
nel buio di un cinema di quartiere.
Quando apriranno le bocche enormi
solcate da grandi e tozzi denti
io berrò la mia enorme Coca.

Starò ad un tempo seduto al mio posto
e nell’acqua a giocare con loro,
proprio come succede
in ogni grande film.
Solo un recensore dall’animo meschino
chiederebbe in vacanza da che cosa?

(Traduzione di Franco Nasi)

Hippos on Holiday

is not really the title of a movie
but if it was I would be sure to see it.
I love their short legs and big heads,
the whole hippo look.
Hundreds of them would frolic
in the mud of a wide, slow-moving river,
and I would eat my popcorn
in the dark of a neighborhood theater.
When they opened their enormous mouths
lined with big stubby teeth
I would drink my enormous Coke.

I would be both in my seat
and in the water playing with the hippos,
which is the way it is
with a truly great movie.
Only a mean-spirited reviewer
would ask on holiday from what?