Giorni, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

Non c’è dubbio, ciascuno è un dono,
messo misteriosamente fra le tue mani che si svegliano
o disposto sulla tua fronte
un attimo prima che tu apra gli occhi.

L’oggi comincia freddo e luminoso,
il terreno appesantito dalla neve
e dalla spessa muraglia di ghiaccio,
mentre il sole filtra fra torrette di nubi.

Dall’occhio calmo della finestra
tutto è al proprio posto
ma in modo così precario
questo giorno sembra adagiarsi

su quello precedente,
tutti i giorni del passato impilati
come in una impossibile torre di piatti
che i giocolieri costruivano sul palco.

Non c’è da stupirsi se ti ritrovi
appollaiato in cima a un’alta scala
con la speranza di aggiungerne un altro.
Solo un altro mercoledì,

sussurri,
poi trattenendo il fiato,
metti questa tazza sul piattino di ieri
senza il minimo tintinnio.

(Traduzione di Franco Nasi)

Days

Each one is a gift, no doubt,
mysteriously placed in your waking hand
or set upon your forehead
moments before you open your eyes.

Today begins cold and bright,
the ground heavy with snow
and the thick masonry of ice,
the sun glinting off the turrets of clouds.

Through the calm eye of the window
everything is in its place
but so precariously
this day might be resting somehow

on the one before it,
all the days of the past stacked high
like the impossible tower of dishes
entertainers used to build on stage.

No wonder you find yourself
perched on the top of a tall ladder
hoping to add one more.
Just another Wednesday,

you whisper,
then holding your breath,
place this cup on yesterday’s saucer
without the slightest clink.

Gelosia, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

Non sono gli edifici inclinati o i vicoli ciechi
che mi preoccupano,
e neppure scale a chiocciola che non portano da nessuna parte
o quelle che semplicemente mancano.

E non è la cosa peggiore camminare
per città straniere con un mazzo
di mille chiavi in cerca dell’unica porta,
e non lo sono le mappe mute offertemi da sconosciuti.

Posso anche sopportare il tuo incessante
sfuggirmi, scivolare dietro gli angoli,
salire nella gabbia di un ascensore,
guardarmi di sottecchi dal lunotto di un taxi,

e sempre a braccetto di un uomo alto
con un bel vestito
e un cappello perfettamente in forma
che so di certo porta una pistola.

Quel che mi uccide è il modo in cui te ne stai lì,
sdraiata, la mattina, gli occhi chiusi,
rannicchiata nel tuo dolce gomitolo di sonno
e quell’innocente sguardo sul tuo volto

quando mi dici davanti al caffè e alle arance
che sei restata proprio lì tutta la notte
accanto a me nel letto
e pretendi che io creda

che ti sei persa nel tuo mondo di sogno,
un alibi ridicolo
che ha a che fare con il nuotare fra le nuvole
al ritmo delle campane,

un’evidente bugia innocente su un salto
da un alto davanzale
poi nascondere il tuo volto
fra le piume di un angelo.

(Traduzione di Franco Nasi)

Jealousy

It is not the tilted buildings or the blind alleys
that I mind,
nor the winding staircases leading nowhere
or the ones that are simply missing.

Nor is walking through a foreign city
with a ring of a thousand keys
looking for the one door the worst of it,
nor the blank maps I am offered by strangers.

I can even tolerate your constant running
away from me, slipping around corners,
rising in the cage of an elevator,
squinting out the rear window of a taxi,

and always on the arm of a tall man
in a beautiful suit
and a perfectly furled hat
whom I know is carrying a gun.

What kills me is the way you lie there
in the morning, eyes closed,
curled into a sweet ball of sleep
and that innocent look on your face

when you tell me over cofee and oranges
that really you were right there all night,
next to me in bed
and then expect me to believe you

were lost in your own dreamworld,
some ridiculous alibi
involving swimming through clouds
to the pealing of bells,

a transparent white lie about leaping
from a high window ledge
then burying your face
in the plumage of an angel.

Bonsai, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

Ne occorre solo uno per scombinare
completamente una stanza.

Laggiù, accanto alla finestra
sembra lontano centinaia di metri,

un gesto di legno solitario e inflessibile
sulla distante scogliera di un tavolo.

Da vicino ti tira dentro,
riduce tutto alla sua dimensione.

Guardalo dall’ingresso,
e il mondo si dilata e si gonfia.

Il bottone che gli sta accanto
è ora una ruota di perla,

i fiammiferi Minerva sono una zattera,
e la tazza del caffè una cisterna

che raccoglie la stessa pioggia
che bagna le sue piccole zolle di terra scura e muscosa.

E porta con sé perfino il suo clima,
si piega per fuggire a un vento furioso

che, chissà come, soffia
nei calmi tropici di questa stanza.

Il modo in cui si piega verso l’entroterra,
m’invoglia a farmi strada

fino alla cima del suo fogliame spinoso,
a restare attaccato con tutta la forza

e guardare la furia della tempesta marina,
nella speranza che appaia una piccola balena.

Voglio vederla tuffarsi e avanzare
nel ventre delle onde,

e aprirsi un varco fra la schiuma e gli spruzzi
del suo viaggio annuale lungo mille miglia.

(Traduzione di Franco Nasi)

Bonsai

All it takes is one to throw a room
completely out of whack.

Over by the window
it looks hundreds of yards away,

a lone stark gesture of wood
on the distant cliff of a table.

Up close, it draws you in,
cuts everything down to size.

Look at it from the doorway,
and the world dilates and bloats.

The button lying next to it
is now a pearl wheel,

the book of matches is a raft,
and the coffee cup a cistern

to catch the same rain
that moistens its small plot of dark, mossy earth.

For it even carries its own weather,
leaning away from a fierce wind

that somehow blows
through the calm tropics of this room.

The way it bends inland at the elbow
makes me want to inch my way

to the very top of its spiky greenery,
hold on for dear life

and watch the sea storm rage,
hoping for a tiny whale to appear.

I want to see her plunging forward
through the troughs,

tunneling under the foam and spindrift
on her annual, thousand mile journey.

Spalando la neve con Buddha, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

Nell’iconografia solita del tempio o del ristorante Wok locale
non lo vedresti mai fare una cosa del genere,
gettare la neve asciutta sopra la montagna
delle sue spalle nude, arrotondate,
i capelli raccolti in un nodo,
un modello di concentrazione.

Stare seduto è più consono alla sua velocità, se questa è la parola giusta
per quello che fa, o che non fa.

Anche la stagione è sbagliata per lui.
In tutte le sue apparizioni, non fa sempre caldo o appena umido?
Non è parte della sua espressione di serenità,
quel sorriso così ampio da abbracciare la vita dell’universo?

Ma siamo qui, ad aprirci la strada lungo il vialetto,
una pala dopo l’altra.
Lanciamo la neve soffice nell’aria chiara.
Sentiamo la foschia fredda in faccia.
E dopo ogni lancio scompariamo
e non ci vediamo più
nell’improvvisa nube che noi stessi abbiamo creato,
getti di una fontana di neve.

Questo è molto meglio di un sermone in chiesa,
dico ad alta voce, ma Buddha continua a spalare.
Questa è la vera religione, la religione della neve,
e della luce del sole e delle oche invernali che starnazzano nel cielo,
dico, ma è troppo impegnato per ascoltarmi.

Si è gettato a spalare neve
come se quello fosse lo scopo dell’esistenza,
come se il segno di una vita perfetta fosse un vialetto pulito
sul quale potresti facilmente uscire con l’auto
e guidare verso le vanità del mondo
con la ventola del riscaldamento rotta e una canzone alla radio.

Per tutta la mattina lavoriamo spalla a spalla,
io con tutti i miei commenti
e lui dentro il suo generoso pacchetto di silenzio,
fino a quando è quasi mezzogiorno
e la neve è ben impilata tutto attorno a noi;
lì, lo sento parlare.

Dopo questo, chiede,
possiamo andare dentro e giocare a carte?

Certo, rispondo, e ti scalderò un po’ di latte
e porterò in tavola del cioccolato in tazza
mentre tu mescolerai il mazzo,
e i nostri stivali staranno dritti a sgocciolare accanto alla porta.

Aaah, dice il Buddha, alzando lo sguardo
e appoggiandosi per un attimo alla pala
prima di calarne la lama sottile
a fondo nella neve bianca e scintillante.

(Traduzione di Franco Nasi)

Shoveling Snow with Buddha

In the usual iconography of the temple or the local Wok
you would never see him doing such a thing,
tossing the dry snow over a mountain
of his bare, round shoulder,
his hair tied in a knot,
a model of concentration.

Sitting is more his speed, if that is the word
for what he does, or does not do.

Even the season is wrong for him.
In all his manifestations, is it not warm or slightly humid?
Is this not implied by his serene expression,
that smile so wide it wraps itself around the waist of the universe?

But here we are, working our way down the driveway,
one shovelful at a time.
We toss the light powder into the clear air.
We feel the cold mist on our faces.
And with every heave we disappear
and become lost to each other
in these sudden clouds of our own making,
these fountain-bursts of snow.

This is so much better than a sermon in church,
I say out loud, but Buddha keeps on shoveling.
This is the true religion, the religion of snow,
and sunlight and winter geese barking in the sky,
I say, but he is too busy to hear me.

He has thrown himself into shoveling snow
as if it were the purpose of existence,
as if the sign of a perfect life were a clear driveway
you could back the car down easily
and drive off into the vanities of the world
with a broken heater fan and a song on the radio.

All morning long we work side by side,
me with my commentary
and he inside his generous pocket of silence,
until the hour is nearly noon
and the snow is piled high all around us;
then, I hear him speak.

After this, he asks,
can we go inside and play cards?

Certainly, I reply, and I will heat some milk
and bring cups of hot chocolate to the table
while you shuffle the deck,
and our boots stand dripping by the door.

Aaah, says the Buddha, lifting his eyes
and leaning for a moment on his shovel
before he drives the thin blade again
deep into the glittering white snow.

La prima notte, da “Balistica”, Billy Collins

La cosa peggiore della morte deve essere
la prima notte.
— Juan Ramón Jiménez

Prima di averti aperto, Jiménez,
non avevo mai pensato che il giorno e la notte
avrebbero continuato a circondarsi a vicenda nel cerchio della morte,

ma ora mi spingi a chiedermi
se ci saranno anche un sole e una luna
e se i morti si riuniranno per vederli sorgere e tramontare

per poi riparare, ogni anima da sola,
in uno spettrale analogo di un letto.
O la prima notte sarà la sola notte,

un’oscurità per la quale non abbiamo altro nome?
Com’è fragile il nostro vocabolario di fronte alla morte
e com’è impossibile scriverla.

E’ qui che si ferma la lingua,
il cavallo che abbiamo cavalcato per tutta la vita
si impenna sul bordo di un dirupo da capogiro.

La parola che era all’inizio
e la parola che fu fatta carne:
quelle e ogni altra parola finiranno.

Anche ora, leggendoti sotto questo pergolato,
come posso descrivere un sole che brillerà dopo la morte?
Ma è abbastanza per spaventarmi

e farmi prestare più attenzione alla luna del mondo di giorno,
al brillio della luce del sole sull’acqua
o frammentata in una macchia di alberi,

e di guardare più da vicino qui, queste piccole foglie,
queste spine sentinella
che hanno il compito di fare la guardia alla rosa.

(Traduzione di Franco Nasi)

The First Night

The worst thing about death must be
the first night.
— Juan Ramón Jiménez

Before I opened you, Jiménez,
it never occurred to me that day and night
would continue to circle each other in the ring of death,

but now you have me wondering
if there will also be a sun and a moon
and will the dead gather to watch them rise and set

then repair, each soul alone,
to some ghastly equivalent of a bed.
Or will the first night be the only night,

a darkness for which we have no other name?
How feeble our vocabulary in the face of death,
How impossible to write it down.

This is where language will stop,
the horse we have ridden all our lives
rearing up at the edge of a dizzying cliff.

The word that was in the beginning
and the word that was made flesh—
those and all the other words will cease.

Even now, reading you on this trellised porch,
how can I describe a sun that will shine after death?
But it is enough to frighten me

into paying more attention to the world’s day-moon,
to sunlight bright on water
or fragmented in a grove of trees,

and to look more closely here at these small leaves,
these sentinel thorns,
whose employment it is to guard the rose.

Dharma, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

Il modo in cui la mia cagnetta
trotta fuori dalla porta ogni mattina
senza un cappello o un ombrello,
senza neanche un soldo
né le chiavi della cuccia
non manca mai di riempirmi la ciotola del cuore
di lattea ammirazione.

Chi può offrire miglior esempio
di una vita priva di orpelli –
Thoreau nella sua capanna senza tende
con un solo piatto, un solo cucchiaio?
Gandhi col bastone e gli occhialini?

Ecco che lei se ne va nel mondo reale
con nient’altro che il mantello marrone
e un modesto collare azzurro,
seguendo solo il suo naso bagnato,
portali gemelli del suo costante respiro,
seguita solo dal pennacchio della sua coda.

Se solo non cacciasse via il gatto
ogni mattina
e mangiasse tutto il suo cibo
quale modello di autocontrollo sarebbe,
quale esempio di distacco mondano.
Se solo non desiderasse così tanto
un massaggio dietro le orecchie,
non fosse così acrobatica nel dare il benvenuto,
se solo io non fossi il suo dio.

(Traduzione di Franco Nasi)

Dharma

The way the dog trots out the front door
every morning
without a hat or an umbrella,
without any money
or the keys to her dog house
never fails to fill the saucer of my heart
with milky admiration.

Who provides a finer example
of a life without encumbrance—
Thoreau in his curtainless hut
with a single plate, a single spoon?
Ghandi with his staff and his holy diapers?

Off she goes into the material world
with nothing but her brown coat
and her modest blue collar,
following only her wet nose,
the twin portals of her steady breathing,
followed only by the plume of her tail.

If only she did not shove the cat aside
every morning
and eat all his food
what a model of self-containment she would be,
what a paragon of earthly detachment.
If only she were not so eager
for a rub behind the ears,
so acrobatic in her welcomes,
if only I were not her god.

from “Sailing Alone Around the Room”

I nomi, Billy Collins

Questa poesia è dedicata alle vittime dell’11 settembre e a quanti sono loro sopravvissuti

Ieri, ero disteso, sveglio, nel palmo della notte.
Una pioggia leggera è entrata furtiva, senza aiuto di vento;
E quando ho visto il luccichio d’argento alle finestre,
Ho iniziato dalla A, da Ackerman per la precisione,
Poi Baxter e Calabro,
Davis e Eberling, nomi che cadevano a proposito
Come le gocce cadevano nel buio.
Nomi stampati sul soffitto della notte.
Nomi che scivolavano attorno a una piega colma d’acqua.
Ventisei salici sulle rive di un fosso.
Al mattino, sono uscito a piedi scalzi
Tra migliaia di fiori
Gonfi di rugiada come gli occhi di lacrime,
E ognuno aveva un nome –
Fiori inciso su un petalo giallo
Poi Gonzalez e Han, Ishikawa e Jenkins.
Nomi scritti nell’aria
E cuciti al vestito del giorno.
Un nome dietro una foto attaccata a una cassetta della posta.
Monogramma su una maglia strappata,
Ti ho visto sillabato nella vetrina di un negozio
E sulle luminose tende aperte di questa città.
Recito le sillabe mentre svolto un angolo –
Kelly e Lee,
Medina, Nardella e O’Connor.
Quando scruto nel verde,
Vedo un fitto groviglio dove le lettere sono nascoste
Come in un rompicapo per bambini.
Parker e Quigley nei ramoscelli di un frassino,
Rizzo, Schubert, Torres e Upton,
Nascosti nei rami di un vecchio acero.
Nomi scritti nel pallido cielo.
Nomi che salgono con la corrente che si forma tra i palazzi.
Nomi silenziosi nella pietra
O urlati dietro una porta.
Nomi esplosi sulla terra e nel mare.
Nella sera – luce calante, le ultime rondini.
Un ragazzo sul lago alza i remi dall’acqua.
Una donna alla finestra accende una candela,
e il profilo dei nomi si vede nelle nuvole rosa –
Vanacore e Wallace,
(e la X, se può, stia per i nomi di tutti i dispersi)
Poi Young e Ziminsky, l’ultima scossa della zeta.
Nomi incisi sulla punta di uno spillo.
Un nome disteso su un ponte, un altro infilato in un tunnel.
Un nome azzurro iniettato sotto pelle.
Nomi di cittadini, lavoratori, madri e padri,
La figlia dagli occhi luminosi, il figlio intraprendente.
Alfabeti di nomi in un campo verde.
Nomi nelle piccole impronte degli uccelli.
Nomi cavati da un cappello
O in bilico sulla punta della lingua.
Nomi rotolati nell’oscuro magazzino della memoria.
Così tanti nomi, manca quasi lo spazio sui muri del cuore.

(Traduzione di Piero Vereni) 

The Names

Yesterday, I lay awake in the palm of the night.
A soft rain stole in, unhelped by any breeze,
And when I saw the silver glaze on the windows,
I started with A, with Ackerman, as it happened,
Then Baxter and Calabro,
Davis and Eberling, names falling into place
As droplets fell through the dark.
Names printed on the ceiling of the night.
Names slipping around a watery bend.
Twenty-six willows on the banks of a stream.
In the morning, I walked out barefoot
Among thousands of flowers
Heavy with dew like the eyes of tears,
And each had a name —
Fiori inscribed on a yellow petal
Then Gonzalez and Han, Ishikawa and Jenkins.
Names written in the air
And stiched into the cloth of the day.
A name under a photograph taped to a mailbox.
Monogram on a torn shirt,
I see you spelled out on storefront windows
And on the bright unfurled awning of this city.
I say the syllables as I turn a corner —
Kelly and Lee,
Medina, Nardella, and O’Connor.
When I peer into the woods,
I see a thick tangle where letters are hidden
As in a puzzle concocted for children.
Parker and Quigley in the twigs of an ash,
Rizzo, Schubert, Torres, and Upton,
Secrets in the boughs of an ancient maple.
Names written in the pale sky.
Names rising in the updraft amid buildings.
Names silent in stone
Or cried out behind a door.
Names blown over the earth and out to sea.
In the evening — weakening light, the last swallows.
A boy on a lake lifts his oars.
A woman by a window puts a match to a candle,
And the names are outlined on the rose clouds —
Vanacore and Wallace,
(let X stand, if it can, for the ones unfound)
Then Young and Ziminsky, the final jolt of Z.
Names etched on the head of a pin.
One name spanning a bridge, another undergoing a tunnel.
A blue name needled into the skin.
Names of citizens, workers, mothers and fathers,
The bright-eyed daughter, the quick son.
Alphabet of names in a green field.
Names in the small tracks of birds.
Names lifted from a hat
Or balanced on the tip of the tongue.
Names wheeled into the dim warehouse of memory.
So many names, there is barely room on the walls of the heart.

Billy Collins – This poem is dedicated to the victims of September 11 and to their survivors
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Flowers float in the reflecting pool after family members of victims placed them as they gathered at Ground Zero during a 9/11 memorial ceremony on September 11, 2009 in New York City. (Chang W. Lee/Getty Images)

Il blues, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

Gran parte di quel che si dice qui
va detto due volte,
un modo per ricordare che nessuno
ha un interesse immediato per il dolore degli altri.

Nessuno ti starà ad ascoltare, pare,
se ammetti semplicemente
che la tua donna ti ha lasciato questa mattina,
che non si è neppure fermata per dirti addio.

Ma se lo canti due volte
con l’aiuto della band,
che ti porta su, a una chiave
più alta, più ardente, più implorante,

la gente non solo ascolterà:
si sposterà verso i bordi
simpatetici delle sedie,
spinta a una tale acuta attesa

da quell’accordo e dal ritardo che segue,
che non potrà più dormire
fino a quando non avrai liberato col dito
un urlo dalla gola della tua chitarra

e ti sarai girato di nuovo al microfono
per far sapere loro
che sei un uomo dal cuore duro
ma che quella donna, di certo, ti farà piangere.

(Traduzione di Franco Nasi)

The Blues

Much of what is said here
must be said twice,
a reminder that no one
takes an immediate interest in the pain of others.

Nobody will listen, it would seem,
if you simply admit
your baby left you early this morning
she didn’t even stop to say good-bye.

But if you sing it again
with the help of the band
which will now lift you to a higher,
more ardent, and beseeching key,

people will not only listen,
they will shift to the sympathetic
edges of their chairs,
moved to such acute anticipation

by that chord and the delay that follows,
they will not be able to sleep
unless you release with one finger
a scream from the throat of your guitar

and turn your head back to the microphone
to let them know
you’re a hard-hearted man
but that woman’s sure going to make you cry.

A uno sconosciuto nato in un paese lontano tra centinaia di anni, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

Scrivo poesie per uno sconosciuto che nascerà in un
paese lontano tra centinaia di anni.

MARY OLIVER

A nessuno qui piace una cagna bagnata.
Nessuno qui vuole avere a che fare con una cagna
che è bagnata per essere stata fuori alla pioggia
o per aver riportato un bastoncino dal lago.
Guardatela mentre gira attorno a un bar pieno di gente stasera
andando da una persona all’altra
sperando in una carezza sul capo, una grattatina dietro le orecchie
qualcosa che si potrebbe dare con una mano
senza neppure increspare la conversazione.

Ma tutti la spingono via,
chi col ginocchio, chi con la suola di uno stivale.
Anche i bambini, che non si accorgono che è bagnata
fin quando si avvicinano per accarezzarla,
la spingono via
poi si puliscono le mani nei vestiti.
E ogni volta che viene verso di me,
io le mostro il palmo della mano, e lei si allontana.

O sconosciuto del futuro!
O essere inconcepibile!
Qualunque sarà la forma della tua casa,
o la velocità con cui sfreccerai da un posto all’altro,
indipendentemente dagli abiti strani e incolori che indosserai,
scommetto che anche là a nessuno piacerà una cagna bagnata.
Scommetto che tutti nel tuo pub,
anche i bambini, la spingeranno via.

(Traduzione di Franco Nasi)

To a Stranger Born in Some Distant Country Hundreds of Years from Now

I write poems for a stranger who will be born in some
distant country hundreds of years from now.
MARY OLIVER

Nobody here likes a wet dog.
No one wants anything to do with a dog
that is wet from being out in the rain
or retrieving a stick from a lake.
Look how she wanders around the crowded pub tonight
going from one person to another
hoping for a pat on the head, a rub behind the ears,
something that could be given with one hand
without even wrinkling the conversation.

But everyone pushes her away,
some with a knee, others with the sole of a boot.
Even the children, who don’t realize she is wet
until they go to pet her,
push her away,
then wipe their hands on their clothes.
And whenever she heads toward me,
I show her my palm, and she turns aside.

O stranger of the future!
O inconceivable being!
whatever the shape of your house,
however you scoot from place to place,
no matter how strange and colorless the clothes you
may wear,
I bet nobody there likes a wet dog either.
I bet everybody in your pub,
even the children, pushes her away.

Agosto a Parigi, da “Balistica”, Billy Collins

Mi sono fermato qui, in rue des Écoles
a due passi dal boulevard St-Germain
per guardare da dietro le spalle un uomo
con una camicia di flanella e un cappello di paglia
che ha disposto un cavalletto e una sedia di tela
sul marciapiede per dipingere da una buffa angolatura
una vista laterale della Chiesa di San Tommaso d’Aquino.

Ma dove sei lettore,
che non ti sei fermato nella tua passeggiata
a guardami da dietro le spalle
per vedere che cosa sto appuntando su questo quadernetto.

Da solo in questa città,
mi chiedo a volte come sei,
se uomo con addosso una camicia di flanella
o donna avvolta in una gonna azzurra fermata da una spilla.

Ma ogni volta che mi giro, lettore,
sei volato via, attraverso una piega dell’aria,
in una quieta stanza dove le imposte sono chiuse
a contrastare la calura del pomeriggio,
dove c’è solo il suono del tuo respiro
e, ogni tanto, del girarsi di una pagina.

(Traduzione di Franco Nasi)

August in Paris

I have stopped here on the rue des Écoles
just off the boulevard St-Germain
to look over the shoulder of a man
in a flannel shirt and a straw hat
who has set up an easel and a canvas chair
on the sidewalk in order to paint from a droll angle
a side-view of the Church of Saint Thomas Aquinas.

But where are you, reader,
who have not paused in your walk
to look over my shoulder
to see what I am jotting in this notebook?

Alone in this city,
I sometimes wonder what you look like,
if you are wearing a flannel shirt
or a wraparound blue skirt held together by a pin.

But every time I turn around
you have fled through a crease in the air
to a quiet room where the shutters are closed
against the heat of the afternoon,
where there is only the sound of your breathing
and every so often, the turning of a page.