Semplice, da “Orientarsi con le stelle”, Raymond Carver

Uno squarcio tra le nubi. L’azzurrino
profilo dei monti.
Il giallo cupo dei campi.
Il fiume nero. Che ci faccio qui,
solo e pieno di rimorsi?

Continuo a mangiare come niente dalla ciotola
di lamponi. Se fossi morto,
rammento a me stesso, ora non
li mangerei. Non è così semplice.
Anzi, no, è semplicissimo.

(Traduzione di Riccardo Duranti e Francesco Durante)

Simple

A break in the clouds. The blue
outline of the mountains.
Dark yellow of the fields.
Black river. What am I doing here,
lonely and filled with remorse?

I go on casually eating from the bowl
of raspberries. If I were dead,
I remind myself, I wouldn’t
be eating them. It’s not so simple.
It is that simple.

Trema in luce l’acqua, Fernando Pessoa

Trema in luce l’acqua.
Mal vedo. Mi sembra
che una aliena pena
nella mia anima scende –

pena erma di qualcuno
di alcun altro mondo
dove il dolore è un bene
e l’amore è profondo,

e solo punge vedere,
in lontananza, illusa,
la vita che muore
il sogno della vita.

(Da “Poesie scelte” Fernando Pessoa – Passigli Editori – Traduzione Luigi Panarese)

Treme em luz a água

Treme em luz a água.
Mal vejo. Parece
Que uma alheia mágoa
Na minha alma desce –

Mágoa erma de alguém
De algum outro mundo
Onde a dor é um bem
E o amor é profundo,

E só punge ver,
Ao longe, iludida,
A vida a morrer
O sonho da vida.

Poesia spericolata, Mary Oliver

Anche oggi sono a malapena me stessa.
Capita di continuo.
E’ una condizione mandata dal cielo.

Mi scorre attraverso
come l’onda blu.
Foglie verdi – puoi crederci o no –
sono una o due volte
emerse dalla punta delle mie dita

da qualche parte
nel fitto del bosco,
nella spericolata conquista della primavera.

Tuttavia, ovviamente, conosco anche quell’altra canzone,
la dolce passione dell’unicità.

Proprio ieri ho osservato una formica che attraversava un sentiero,
arrancava attraverso gli aghi di pino caduti.
E ho pensato: non vivrà mai altra vita se non questa.
E ho pensato: se vive la propria vita con tutte le sue forze
non è magnifica e saggia?
E ho continuato risalendo la miracolosa piramide di tutte le cose
finché non sono giunta a me stessa.

E ancora, anche in questi boschi del nord, su queste colline di sabbia,
sono volata dall’altra finestra di me stessa
per diventare airone bianco, balena blu,
volpe rossa, porcospino.
Oh, a volte di già il mio corpo si è sentito come il corpo di un fiore!
A volte di già il mio cuore è un pappagallo rosso, appollaiato
tra strani, scuri alberi, che agita le ali e urla.

(Traduzione di Alessandra Marchesi)

Reckless Poem

Today again I am hardly myself.
It happens over and over.
It is heaven-sent.

It flows through me
like the blue wave.
Green leaves — you may believe this or not —
have once or twice
emerged from the tips of my fingers

somewhere
deep in the woods,
in the reckless seizure of spring.

Though, of course, I also know that other song,
the sweet passion of one-ness.

Just yesterday I watched an ant crossing a path, through the
tumbled pine needles she toiled.
And I thought: she will never live another life but this one.
And I thought: if she lives her life with all her strength
is she not wonderful and wise?
And I continued this up the miraculous pyramid of everything
until I came to myself.

And still, even in these northern woods, on these hills of sand,
I have flown from the other window of myself
to become white heron, blue whale,
red fox, hedgehog.
Oh, sometimes already my body has felt like the body of a flower!
Sometimes already my heart is a red parrot, perched
among strange, dark trees, flapping and screaming.

Non so ballare sulle punte -, Emily Dickinson

Non so ballare sulle punte –
nessuno mi istruì –
ma spesso, dentro la testa,
una tale gioia mi possiede,

che se avessi nozioni di balletto –
mi esprimerei in piroette
da fare impallidire una troupe –
e ammattire una prima donna,

e anche se non ho gonna di tulle –
o riccioli nei capelli,
né saltello per il pubblico – come un uccellino,
le zampette contro l’aria,

né tuffo il corpo in palle di piuma,
né scorro su ruote di neve
fino a uscire di scena fra gli applausi
e le richieste di bis del pubblico –

e nessuno sa che so quest’arte
che cito – agile – qui –
e nessun manifesto mi vanta –
è tutto esaurito come all’Opera –

(Traduzione di Massimo Bacigalupo)   

I cannot dance upon my Toes –

I cannot dance upon my Toes –
No Man instructed me –
But oftentimes, among my mind,
A Glee possesseth me,

That had I Ballet knowledge –
Would put itself abroad
In Pirouette to blanch a Troupe –
Or lay a Prima, mad,

And though I had no Gown of Gauze –
No Ringlet, to my Hair,
Nor hopped for Audiences – like Birds,
One Claw upon the air,

Nor tossed my shape in Eider Balls,
Nor rolled on wheels of snow
Till I was out of sight, in sound,
The House encore me so –

Nor any know I know the Art
I mention – easy – Here –
Nor any Placard boast me –
It’s full as Opera –

Cosa serve per dipingere, da “Orientarsi con le stelle”, Raymond Carver

da una lettera di Renoir

LA TAVOLOZZA:
Biacca olandese
Giallo cromo
Giallo Napoli
Giallo ocra
Terra d’ombra naturale
Rosso veneziano
Vermiglio francese
Lacca di robbia
Rosa robbia
Blu cobalto
Blu oltremare
Verde smeraldo
Nero avorio
Terra di Siena naturale
Verde bluastro
Bianco piombo

DA NON DIMENTICARE:
Spatola
Raschietto
Essenza di trementina

PENNELLI?
Pennelli a punta di pelo di martora
Pennelli piatti di setola di maiale

Indifferenza a tutto tranne alle tele.
La capacità di lavorare come un treno.
Una volontà di ferro.

(Traduzione di Riccardo Duranti e Francesco Durante)

What You Need for Painting

from a letter by Renoir

THE PALETTE:
Flake white
Chrome yellow
Naples yellow
Yellow ochre
Raw umber
Venetian red
French vermilion
Madder lake
Rose madder
Cobalt blue
Ultramarine blue
Emerald green
Ivory Black
Raw sienna
Viridian green
White lead

DON’T FORGET:
Palette knife
Scraping knife
Essence of turpentine

BRUSHES?
Pointed marten-hair brushes
Flat hog-hair brushes

Indifference to everything except your canvas.
The ability to work like a locomotive.
An iron will.

Scheletro di dinosauro, da “Poems New and Collected” (1957-1997), Wislawa Szymborska

Diletti Fratelli,
ecco un esempio di proporzioni sbagliate:
di fronte a noi si erge uno scheletro di dinosauro –

Cari Amici,
a sinistra la coda verso un infinito,
a destra il collo verso un altro –

Egregi Compagni,
nel mezzo quattro zampe che affondarono nella melma
sotto il dosso del tronco –

Gentili Cittadini,
la natura non sbaglia, ma ama gli scherzi:
vogliate notare questa ridicola testolina –

Signore, Signori,
una testolina così nulla poteva prevedere,
e per questo è la testolina di un rettile estinto –

Rispettabili Convenuti,
un cervello troppo piccolo, un appetito troppo grande,
più stupido sonno che assennato timore –

Illustri Ospiti,
in questo senso noi siamo assai più in forma,
la vita è bella e la terra ci appartiene –

Esimi Delegati,
il cielo stellato sopra la canna pensante,
la legge morale dentro di lei –

Onorevole Commissione,
è andata bene una volta
e forse soltanto sotto quest’unico sole –

Altissimo Consiglio,
che mani abili,
che labbra eloquenti,
quanta testa sulle spalle –

Suprema Corte,
che responsabilità al posto di una coda –

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Dinosaur Skeleton

Beloved Brethren,
we have before us an example of incorrect proportions.
Behold! the dinosaur’s skeleton looms above –

Dear Friends,
on the left we see the tail trailing into one infinity,
on the right, the neck juts into another –

Esteemed Comrades,
in between, four legs that finally mired in the slime
beneath this hillock of a trunk –

Gentle Citizens,
nature does not err, but it loves its little joke:
please note the laughably small head –

Ladies, Gentlemen,
a head this size does not have room for foresight,
and that is why its owner is extinct –

Honored Dignitaries,
a mind too small, an appetite too large,
more senseless sleep than prudent apprehension –

Distinguished Guests,
we’re in far better shape in this regard,
life is beautiful and the world is ours –

Venerated Delegation,
the starry sky above the thinking reed
and moral law within it –

Most Reverend Deputation,
such success does not come twice
and perhaps beneath this single sun alone –

Inestimable Council,
how deft the hands,
how eloquent the lips,
what a head on these shoulders –

Supremest of Courts,
so much responsibility in place of a vanished tail –

(Translated from Polish by Clare Cavanagh and Stanislaw Baranczak)

Le mie pareti d’amore, da “On Love”, Charles Bukowski

è in nottate come questa, che mi riprendo ciò che
posso.
vivere costa fatica, scrivere non costa nulla.

è che le donne erano facili
ma erano tutte piuttosto simili:
a loro piaceva vedere ciò che scrivevo sotto-forma di
libro finito
ma c’era sempre qualcosa da ridire sulla
battitura effettiva
dei nuovi lavori
che le infastidiva…

non ero in competizione con loro
ma loro diventavano competitive con me
in forme e stili che non consideravo
né originali né creativi
sebbene per me
loro fossero di sicuro
alquanto sorprendenti.

adesso vagano libere
con se stesse insieme alle altre
e hanno nuovi problemi
per altri versi.

tutte quelle adorabili ragazze:
sono felice di essere con loro con lo spirito
piuttosto che con la carne

perché ora posso pestare su questa cazzo di macchina
senza preoccuparmi.

(Traduzione di Simona Viciani)

my walls of love

it’s on nights like this, I get back what I
can.
the living is hard, the writing is free.

were that the women were as easy
but they wore always much the same:
they liked my writing in finished book-
form
but there was always something about the
actual typing
working toward the new
which bothered them…

I wasn’t competing with them
but they got competitive with me
in forms and styles which I didn’t consider
either original or creative
although to me
they were certainly
astonishing enough.

now they are set loose
with themselves and the others
and have new problems
in another way.
all those lovelies:
I’m glad I’m with them in spirit
rather than in the flesh
as now I can bang this fucking machine
without concern.

_____________________
Manoscritto, 20 febbraio 1983, inedito.

Confessione del fuggitivo, da “Adverbios de lugar” (2004), Juan Vicente Piqueras

Sono felice solo nell’andarmene.

Non tra le quattro mura, contro il petto una spada,
ma tra qua e laggiù, tra una casa e l’altra,
entrambe altrui preferibilmente.

Non posso più né voglio stare fermo.
Né ora né domani. Né qua né là.
In ogni caso lì, dove sei tu,
chiunque tu sia, metti il tuo nome
sulle mie labbra assetate, insaziabili.

Io non sono io né posso avere casa.
Non dico ormai perché mai lo sono stato
né mai ne ho avuto una, sempre forestiero
dentro e fuori di me. Sono ciò che non sono:
il barbone che dorme sotto il ponte
che unisce le mie due rive ed io attraverso
senza poter fermarmi, giorno e notte.

Scrivo perché cerco, perché spero.
Ma non so più che cosa, l’ho scordato.
Spero che scrivendo riuscirò a ricordare.
Persisto alle intemperie.

Disvivo tra parentesi
dentro lo spazio vivo e il tempo morto
dell’attesa di che cosa, tra due qui.

Mai sono in ma tra. Esci da me,
chiunque tu sia, lasciami in pace
o falla finita con me e con l’amaro
miele di stare solo a parlare da solo.

Ho deciso che la mia patria sia
non decidere, non essere in nessun posto
ma di passaggio, ponti, navi, treni,
dove io sia solo il passeggero
che so di essere, sapendo
che la pace m’inquieta,
che mi spaventa la quiete,
che la sicurezza non m’interessa,
che solo son felice sapendomi fugace.

(Traduzione di Raffaella Marzano)

Confesión del fugitivo

Sólo soy feliz yéndome.

No entre cuatro paredes, con sus sendas espadas,
sino entre aquí y allí, una casa y otra,
ajenas ambas preferiblemente.

No puedo ya, ni quiero, estarme quieto.
Ni ahora ni después. Ni aquí ni allí.
En todo caso ahí, donde estás tú,
seas quién seas tú, ponme tu nombre
en los labios sedientos, insaciables.

Yo no soy yo ni puedo tener casa.
No digo ya porque nunca lo fui,
nunca la tuve, siempre fui extranjero
dentro y fuera de mí. Soy lo que no:
el mendigo que duerme bajo el puente
que une mis dos orillas y yo cruzo
sin poder, día y noche, detenerme.

Escribo porque busco, porque espero.
Pero ya no sé qué, se me ha olvidado.
Espero que escribiendo
llegue a acordarme. Insisto en la intemperie.

Sinvivo entre paréntesis
en el espacio vivo y tiempo muerto
de la espera de qué, entre dos aquíes.

Nunca en sino entre. Sal de mí,
seas quien seas tú, déjame en paz
o acaba ya conmigo y con la miel
amarga de estar solo hablando solo.

He decidido que mi patria sea
no decidir, no estar en ningún sitio
sino de paso, puentes, naves, trenes,
donde yo sea sólo el pasajero
que sé que soy, sintiendo
que me inquieta la paz,
que la quietud me asusta,
que la seguridad no me interesa,
y sólo soy feliz cuando me sé fugaz.

“Confesión del fugitivo”  letta da Juan Vicente Piqueras

Quando i bimbi giocano, Fernando Pessoa

Quando i bimbi giocano
e li odo giocare,
qualcosa nella mia anima
comincia a rallegrarsi

e tutta quell’infanzia
che non ebbi mi viene
in un’onda di allegria
che non fu di nessuno.

Se chi fui è un enigma,
e chi sarò visione,
chi sono almeno questo
senta nel cuore.

(Da “Poesie scelte” Fernando Pessoa – Passigli Editori – Traduzione Luigi Panarese)

Quando as crianças brincam

Quando as crianças brincam
E eu as oiço brincar,
Qualquer coisa em minha alma
Começa a se alegrar

E toda aquela infância
Que não tive me vem,
Numa onda de alegria
Que não foi de ninguém.

Se quem fui é enigma,
E quem serei visão,
Quem sou ao menos sinta
Isto no coração.

Spleen, da “I fiori del male”, Charles Baudelaire

Quando il cielo discende greve come un coperchio
sull’anima che geme stretta da noia amara,
e dell’ultimo orizzonte stringendo tutto il cerchio
ci versa un giorno cupo più di una notte nera,

quando la terra è fatta un’umida segreta,
entro cui la Speranza, pipistrello smarrito,
con le sue timide ali sbatte sulle pareti,
e va urtando la testa sul soffitto marcito,

quando la pioggia spiega le sue immense strisce
imitando le sbarre d’un carcere imponente,
e un popolo di ragni, silenzioso e viscido,
tende le sue reti in fondo a queste menti,

d’improvviso campane esplodono furiose,
lanciando verso il cielo un grido tremendo,
come anime che, erranti, senza patria, pietose
mandino un inatteso, ostinato, lamento.

– Funebri cortei, senza la musica e i tamburi
lenti solcano l’anima. La Speranza, lo sguardo
vinto, piange, e l’Angoscia, che dispotica e dura,
sul mio capo già cinto pianta ora il suo stendardo.

(Traduzione di Antonio Prete)

Spleen – LXXVIII

Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle
Sur l’esprit gémissant en proie aux longs ennuis,
Et que de l’horizon embrassant tout le cercle
Il nous verse un jour noir plus triste que les nuits;

Quand la terre est changée en un cachot humide,
Où l’Espérance, comme une chauve-souris,
S’en va battant les murs de son aile timide
Et se cognant la tête à des plafonds pourris;

Quand la pluie étalant ses immenses traînées
D’une vaste prison imite les barreaux,
Et qu’un peuple muet d’infâmes araignées
Vient tendre ses filets au fond de nos cerveaux,

Des cloches tout à coup sautent avec furie
Et lancent vers le ciel un affreux hurlement,
Ainsi que des esprits errants et sans patrie
Qui se mettent à geindre opiniâtrément.

– Et de longs corbillards, sans tambours ni musique,
Défilent lentement dans mon âme; l’Espoir,
Vaincu, pleure, et l’Angoisse atroce, despotique,
Sur mon crâne incliné plante son drapeau noir.

Spleen

When the low, heavy sky weighs like a lid
On the groaning spirit, victim of long ennui,
And from the all-encircling horizon
Spreads over us a day gloomier than the night;

When the earth is changed into a humid dungeon,
In which Hope like a bat
Goes beating the walls with her timid wings
And knocking her head against the rotten ceiling;

When the rain stretching out its endless train
Imitates the bars of a vast prison
And a silent horde of loathsome spiders
Comes to spin their webs in the depths of our brains,

All at once the bells leap with rage
And hurl a frightful roar at heaven,
Even as wandering spirits with no country
Burst into a stubborn, whimpering cry.

— And without drums or music, long hearses
Pass by slowly in my soul; Hope, vanquished,
Weeps, and atrocious, despotic Anguish
On my bowed skull plants her black flag.

(William Aggeler, The Flowers of Evil – Fresno, CA: Academy Library Guild, 1954)