voi facce vuote facce vuote inespressive che ridete per niente… lasciatevi raccontare ho bevuto dentro stanze nei bassifondi con avvinazzati imbecilli che avevano obiettivi migliori che avevano occhi con ancora un po’ di luce che avevano voci con un rimasuglio di gentilezza, e quando si faceva mattina stavamo male ma non eravamo malati, eravamo poveri ma non illusi, e ci buttavamo a letto e ci alzavamo il pomeriggio tardi come i milionari.
(Traduzione di Simona Viciani)
short non-moon shots to nowhere
you no faces no faces at all laughing at nothing – let me tell you i have drank in skidrow rooms with imbecile winos whose cause was better whose eyes still held some light whose voices retained some sensibility, and when the morning came we were sick but not ill, poor but not deluded, and we stretched in our beds and rose in the late afternoons like millionaires.
Poesia apparsa in “Jeopardy 6”, marzo 1970. Pubblicata nella raccolta“Mockingbird Wish Me Luck”, 1972. Inedita in Italia.
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Dan Tepfer’s Natural Machines Ep. 8: Canon at the Octave / MetricMod
Uno dei talenti straordinari della sua generazione, Dan Tepfer si è guadagnato una reputazione internazionale come pianista-compositore di ampia ambizione, individualità e grinta, uno “che rifiuta di porsi dei limiti” (il francese Télérama ). Il Tepfer di New York City, nato nel 1982 a Parigi da genitori americani, si è esibito in tutto il mondo con alcuni dei protagonisti del jazz e della musica classica e ha pubblicato dieci album. (Dal sito dantepfer.com)
La mente non è una matita per prendere appunti, è una gomma per cancellare. Marko Vešović
Mio padre andò perdendo poco a poco il linguaggio. E iniziò dai nomi. La prima cosa che il suo cervello scordò non furono gli avverbi né i pronomi o gli aggettivi, come si sarebbe tentati di credere, e nemmeno i granelli di polvere delle preposizioni, ma i sostantivi.
La mela smise di essere mela, il bicchiere diventò quello e chi gli si avvicinava smetteva di chiamarsi.
La morte cominciò il suo minuzioso lavoro rubandogli i nomi, cancellandoli, mettendo al loro posto un questo, o un quella cosa, un dammi, un balbettio, un gesto della mano.
Gli ultimi che si perdono sono i verbi, i verbi che si muovono nel sangue come fossero pesci finché il mondo finisce, finché il corpo non regge più l’anima.
Gli aggettivi sono affettuosi, vestono delle loro passioni quel che guardano e perciò sopravvivono.
I nomi invece svaniscono. E la sostanza dei sostantivi è nebbia, fuoco di paglia, torri di fumo.
La mela smette di essere mela. Io smetto di chiamarmi. La parola dolore non significa nulla.
(Traduzione di Danilo Manera)
Nombres borrados
La mente no es un lápiz para tomar apuntes, es una goma de borrar. Marko Vešović
Mi padre fue perdiendo poco a poco el lenguaje. Y empezó por los nombres. Lo primero que olvidó su cerebro no fueron los adverbios ni los pronombres ni los adjetivos, como uno estaría tentado de creer, ni las motas de polvo de las preposiciones, sino los sustantivos.
La manzana dejó de ser manzana, el vaso pasó a ser eso, y quienes se acercaban dejaban de llamarse.
La muerte comenzó su labor minuciosa robándole los nombres, borrándolos, poniendo en su lugar un esto o un aquello, un dame, un balbuceo, un gesto de la mano.
Lo último que se pierde son los verbos, los verbos que se mueven en la sangre como si fuesen peces hasta que acaba el mundo, hasta que ya no puede el cuerpo con su alma.
Los adjetivos son afectuosos, visten con sus pasiones lo que miran y por eso perviven.
Pero los nombres se esfuman. Y la sustancia de los sustantivos es agua de borrajas, niebla, torres de humo.
La manzana deja de ser manzana. Yo dejo de llamarme. La palabra dolor no significa nada.
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Mao Fujita – Tchaikovsky: Romance Op. 5 (Live from Tanzsaal an der Panke, Berlin)
David Garrett spielt den 1. Satz: “Allegro moderato” aus dem Violinkonzert Op.35/D Major von Peter Tschaikowski – Conductor: Riccardo Chailly, Filarmonica Della Scala – George Enescu Festival Bukarest 2017
Sugli alti rami d’alberi frondosi il vento fa un rumore freddo ed alto. In questa selva perso, in questo suono, medito solitario.
Così nel mondo, in cima a quel che sento, un vento fa la vita, e lascia, e prende, e nulla ha senso – neppure l’anima con cui da solo penso.
(Da “Poesie Scelte” a cura di Luigi Panarese, Passigli Editori 2006)
Nos altos ramos de árvores frondosas
Nos altos ramos de árvores frondosas O vento faz um rumor frio e alto. Nesta floresta, em este som me perco E sozinho medito.
Assim no mundo, acima do que sinto, Um vento faz a vida, e a deixa, e a toma, E nada tem sentido — nem a alma Com que penso sozinho.
Ricardo Reis, heterónimo de Fernando Pessoa (1888-1935), in « Odes de Ricardo Reis », Ática, 1946 (imp.1994)
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Hélène Grimaud – Woodlands and beyond…
Together with photographer Mat Hennek, French star pianist Hélène Grimaud, comes up with a multimedia concert project at the Grand Hall of Hamburg’s Elbphilharmonie. Grimaud’s virtuous piano performance is accompanied by Hennek’s highly praised photo series “Woodlands”, which depicts genuine portraits of trees. Grimaud’s piano recital includes works by romantic and impressionistic composers.
Fossi in te mi amerei, chiamerei, non perderei tempo, mi direi di sì. Non dubiterei più, scapperei. Darei quello che ho, quello che hai, per avere quello che dai, che mi daresti. Mi scioglierei i capelli, piangerei di piacere, canterei scalza, ballerei, metterei a febbraio un sole di agosto, morirei di gusto, non metterei nessun ma a questo amore, inventerei nomi e verbi nuovi, tremerei di paura di fronte al dubbio che fosse solo un sogno, me ne andrei per sempre da te, da lì, con me. Fossi in te mi amerei. Mi direi di sì, non vedrei l’ora di correre fino alle mie braccia, o almeno, che ne so, risponderei ai miei messaggi, ai miei tentativi di sapere che ne è di te, mi chiamerei, che ne sarà di noi, e mi darei un segnale di vita, fossi in te.
(Traduzione di Raffaella Marzano)
Yo que tú
Yo que tú me amaría, llamaría, no perdería tiempo, me diría que sí. No dudaría más, escaparía. Daría lo que tienes, lo que tengo, por tener lo que das, lo que me dieras. Me soltaría el pelo, lloraría de gozo, cantaría descalza, bailaría, le pondría a febrero un sol de agosto, moriría de gusto, no pondría ningún pero a este amor, inventaría nombres y verbos nuevos, temblaría de miedo ante la duda de que fuese sólo un sueño, me iría para siempre de ti, de allí, conmigo. Yo que tú me amaría. Me diría que sí, me faltaría tiempo para correr hasta mis brazos, o al menos, qué sé yo, respondería a mis mensajes, a mis tentativas de saber qué es de ti, me llamaría, qué va a ser de nosotros, me daría una señal de vida, yo que tú.
Les Indes galantes, RCT 44, Nouvelle entrée, Les sauvages, Scène VI: Rondeau – Duo et choeur “Forêts paisibles” · Teodor Currentzis · Jean-Philippe Rameau
Cosa farai, Dio, se muoio? Sono la tua brocca (e se m’infrango?). Sono la tua acqua (e se marcisco?). Sono la tua veste e il tuo lavoro: perderesti insieme a me il tuo stesso senso.
Dopo di me, tu non hai casa in cui t’accolgano parole d’intimo calore. Dai tuoi piedi stanchi, i sandali scivolerebbero via – loro: sono io.
Il tuo mantello grande si slaccia via da te. Il tuo sguardo, che io accolgo sulle guance calde come su un cuscino, verrà, mi cercherà, per lungo tempo – e giacerà tra pietre estranee nel sole che discende oltre la terra.
Cosa farai, Dio? Sono in angoscia.
(Traduzione di Lorenzo Gobbi)
Rainer Maria Rilke non è un poeta senza ambiguità. La sua opera poetica è permeata di idee e temi religiosi. Ma questi sono sempre aperti o messi in discussione. Rilke opera linguisticamente al limite di ciò che si può dire, ricerca incessantemente le risposte e allo stesso tempo diffida del ritrovamento delle rispostestesse.
Was wirst du tun, Gott, wenn ich sterbe?
Was wirst du tun, Gott, wenn ich sterbe? Ich bin dein Krug (wenn ich zerscherbe?) Ich bin dein Trank (wenn ich verderbe?) Bin dein Gewand und dein Gewerbe, mit mir verlierst du deinen Sinn.
Nach mir hast du kein Haus, darin dich Worte, nah und warm, begrüßen. Es fällt von deinen müden Füßen die Samtsandale, die ich bin.
Dein großer Mantel lässt dich los. Dein Blick, den ich mit meiner Wange warm, wie mit einem Pfühl, empfange, wird kommen, wird mich suchen, lange – und legt beim Sonnenuntergange sich fremden Steinen in den Schoß.
Was wirst du tun, Gott? Ich bin bange.
What Will You Do?
What will you do, God, when I die? I am your jug (and I will shatter) I am your drink (and I’ll go bad) I am your clothing and your calling, you’ll lose all reason, losing me.
With me gone, you’ll have no house where warm words will welcome you. Without me, you’ll have no sandals: your exhausted feet will wander bare.
Your mighty cloak will fall away. Your gaze, which my cheek took in soft and warm, like a pillow, will arrive here, look, search long— and finally at the end of sunset lie down in the lap of alien stones.
Talvolta con il Cuore Raramente con l’anima Ancora meno con la forza Pochi – amano davvero
(Traduzione di Giuseppe Ierolli)
NdT: Inusuale la scelta di questa gradazione di amori: il cuore, che sembrerebbe il candidato più ovvio per l’amore vero e, perciò, più raro, è messo al primo posto in ordine di frequenza: un tipo d’amore che non è raro incontrare. Poi viene l’anima e solo per ultima, la più rara, quella “forza” (ma anche energia, vigore) che credo si debba leggere come intensità, totalità di un sentimento che coinvolge tutto il nostro essere.
Sometimes with the Heart
Sometimes with the Heart Seldom with the Soul Scarcer once with the Might Few – love at all
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Helene Fischer – Nur mit Dir (Live von der Stadion-Tour / 2019 / Akustik Version)