Paesaggio invernale con corvi, Sylvia Plath

L’acqua del canale, da una chiusa in pietra,
si getta dentro quello stagno nero
dove, fuori stagione, assurdamente,
un cigno solitario, casto come neve,
galleggia, dileggio per la mente
opaca, che brama di trascinarne
a fondo il riflesso bianco.

Il sole, l’occhio arancio di un ciclope,
austero, scende dietro l’acquitrino,
non si degna di ammirare più a lungo
una simile desolazione;
nere piume di pensieri, mi aggiro come un corvo,
tetra, nella tenebra che cala
invernale.

I giunchi dell’estate scorsa sono fissi
nel ghiaccio come la figura
di te nel mio occhio; arido gelo
imbrina la finestra della mia ferita;
che conforto verrà dalla roccia
se la percuoteremo, perché si rinverdisca
il deserto del cuore?
Chi vorrebbe
addentrarsi in questo squallore?

(Traduzione di Marco Malvestio)

Winter landscape, with rooks

Water in the millrace, through a sluice of stone,
plunges headlong into that black pond
where, absurd and out-of-season, a single swan
floats chaste as snow, taunting the clouded mind
which hungers to haul the white reflection down.

The austere sun descends above the fen,
an orange cyclops-eye, scorning to look
longer on this landscape of chagrin;
feathered dark in thought, I stalk like a rook,
brooding as the winter night comes on.

Last summer’s reeds are all engraved in ice
as is your image in my eye; dry frost
glazes the window of my hurt; what solace
can be struck from rock to make heart’s waste
grow green again? Who’d walk in this bleak place?

Mi rinchiudono nella prosa, Emily Dickinson

Mi rinchiudono nella Prosa –
Come quando da Ragazzina
Mi mettevano nello Sgabuzzino –
Perché mi volevano “tranquilla” –

Tranquilla! Avessero potuto spiare –
E vedere il mio Cervello – andarsene in giro –
Era come se avessero confinato un Uccello
A Tradimento – in un Recinto –

A lui basta volerlo
E con la disinvoltura di una Stella
Dà un’occhiata alla Prigione –
E ride – Lo stesso faccio io –

(Traduzione di Giuseppe Ierolli)

They shut me up in Prose

They shut me up in Prose –
As when a little Girl
They put me in the Closet –
Because they liked me “still” –

Still! Could themself have peeped –
And seen my Brain – go round –
They might as wise have lodged a Bird
For Treason – in the Pound –

Himself has but to will
And easy as a Star
Look down upon Captivity –
And laugh – No more have I –

Campo dei Fiori, da “Poesie” (1983), Czesław Miłosz

A Roma in Campo dei Fiori
ceste di olive e limoni,
spruzzi di vino per terra
e frammenti di fiori.
Rosati frutti di mare
vengono sparsi sui banchi,
bracciate d’uva nera
sulle pesche vellutate.

Proprio qui, su questa piazza
fu arso Giordano Bruno.
Il boia accese la fiamma
fra la marmaglia curiosa.
E non appena spenta la fiamma,
ecco di nuovo piene le taverne.
Ceste di olive e limoni
sulle teste dei venditori.

Mi ricordai di Campo dei Fiori
a Varsavia presso la giostra,
una chiara sera d’aprile,
al suono d’una musica allegra.
Le salve del muro del ghetto
soffocava l’allegra melodia
e le coppie si levavano alte
nel cielo sereno.

Il vento dalle case in fiamme
portava neri aquiloni,
la gente in corsa sulle giostre
acchiappava i fiocchi nell’aria.
Gonfiava le gonne alle ragazze
quel vento dalle case in fiamme,
rideva allegra la folla
nella bella domenica di Varsavia.

C’è chi ne trarrà la morale
che il popolo di Varsavia o Roma
commercia, si diverte, ama
indifferente ai roghi dei martiri.
Altri ne trarrà la morale
sulla fugacità delle cose umane,
sull’oblio che cresce
prima che la fiamma si spenga.

Eppure io allora pensavo
alla solitudine di chi muore.
Al fatto che quando Giordano
salì sul patibolo
non trovò nella lingua umana
neppure un’espressione,
per dire addio all’umanità,
l’umanità che restava.

Rieccoli a tracannare vino,
a vendere bianche asterie,
ceste di olive e limoni
portavano con gaio brusio.
Ed egli già distava da loro
come fossero secoli,
essi attesero appena
il suo levarsi nel fuoco.

E questi, morenti, soli,
già dimenticati dal mondo,
la loro lingua ci è estranea
come lingua di antico pianeta.
Finché tutto sarà leggenda
e allora dopo molti anni
su un nuovo Campo dei Fiori
un poeta desterà la rivolta.

Varsavia – Pasqua, 1943

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Campo di Fiori 

W Rzymie na Campo di Fiori
Kosze oliwek i cytryn,
Bruk opryskany winem
I odłamkami kwiatów.
Różowe owoce morza
Sypią na stoły przekupnie,
Naręcza ciemnych winogron
Padają na puch brzoskwini.
Tu na tym właśnie placu
Spalono Giordana Bruna,
Kat płomień stosu zażegnął
W kole ciekawej gawiedzi.
A ledwo płomień przygasnął,
Znów pełne były tawerny,
Kosze oliwek i cytryn
Nieśli przekupnie na głowach.

Wspomniałem Campo di Fiori
W Warszawie przy karuzeli,
W pogodny wieczór wiosenny,
Przy dźwiękach skocznej muzyki,
Salwy za murem getta
Głuszyła skoczna melodia
I wzlatywały pary
Wysoko w pogodne niebo.

Czasem wiatr z domów płonących
Przynosił czarne latawce,
Łapali płatki w powietrzu
Jadący na karuzeli.
Rozwiewał suknie dziewczynom
Ten wiatr od domów płonących,
Śmiały się tłumy wesołe
W czas pięknej warszawskiej niedzieli.

Morał ktoś może wyczyta,
Że lud warszawski czy rzymski
Handluje, bawi się, kocha
Mijając męczeńskie stosy.
Inny ktoś morał wyczyta
O rzeczy ludzkich mijaniu,
O zapomnieniu, co rośnie,
Nim jeszcze płomień przygasnął.

Ja jednak wtedy myślałem
O samotności ginących.
O tym, że kiedy Giordano
Wstępował na rusztowanie,
Nie znalazł w ludzkim języku
Ani jednego wyrazu,
Aby nim ludzkość pożegnać,
Tę ludzkość, która zostaje.

Już biegli wychylać wino,
Sprzedawać białe rozgwiazdy,
Kosze oliwek i cytryn
Nieśli w wesołym gwarze.
I był już od nich odległy,
Jakby minęły wieki,
A oni chwilę czekali
Na jego odlot w pożarze.

I ci ginący, samotni,
Już zapomniani od świata,
Język ich stał się nam obcy
Jak język dawnej planety.
Aż wszystko będzie legendą
I wtedy po wielu latach
Na nowym Campo di Fiori
Bunt wznieci słowo poety.

Warszawa, 1943

Campo dei Fiori

In Rome on the Campo dei Fiori
baskets of olives and lemons,
cobbles spattered with wine
and the wreckage of flowers.
Vendors cover the trestles
with rose-pink fish;
armfuls of dark grapes
heaped on peach-down.

On this same square
they burned Giordano Bruno.
Henchmen kindled the pyre
close-pressed by the mob.
Before the flames had died
the taverns were full again,
baskets of olives and lemons
again on the vendors’ shoulders.

I thought of the Campo dei Fiori
in Warsaw by the sky-carousel
one clear spring evening
to the strains of a carnival tune.
The bright melody drowned
the salvos from the ghetto wall,
and couples were flying
high in the cloudless sky.

At times wind from the burning
would drift dark kites along
and riders on the carousel
caught petals in midair.
That same hot wind
blew open the skirts of the girls
and the crowds were laughing
on that beautiful Warsaw Sunday.

Someone will read as moral
that the people of Rome or Warsaw
haggle, laugh, make love
as they pass by the martyrs’ pyres.
Someone else will read
of the passing of things human,
of the oblivion
born before the flames have died.

But that day I thought only
of the loneliness of the dying,
of how, when Giordano
climbed to his burning
he could not find
in any human tongue
words for mankind,
mankind who live on.

Already they were back at their wine
or peddled their white starfish,
baskets of olives and lemons
they had shouldered to the fair,
and he already distanced
as if centuries had passed
while they paused just a moment
for his flying in the fire.

Those dying here, the lonely
forgotten by the world,
our tongue becomes for them
the language of an ancient planet.
Until, when all is legend
and many years have passed,
on a new Campo dei Fiori
rage will kindle at a poet’s word.

Warsaw, 1943

(Tanslated from Polish by David Brooks and Louis Iribane)

Gelosia, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

Non sono gli edifici inclinati o i vicoli ciechi
che mi preoccupano,
e neppure scale a chiocciola che non portano da nessuna parte
o quelle che semplicemente mancano.

E non è la cosa peggiore camminare
per città straniere con un mazzo
di mille chiavi in cerca dell’unica porta,
e non lo sono le mappe mute offertemi da sconosciuti.

Posso anche sopportare il tuo incessante
sfuggirmi, scivolare dietro gli angoli,
salire nella gabbia di un ascensore,
guardarmi di sottecchi dal lunotto di un taxi,

e sempre a braccetto di un uomo alto
con un bel vestito
e un cappello perfettamente in forma
che so di certo porta una pistola.

Quel che mi uccide è il modo in cui te ne stai lì,
sdraiata, la mattina, gli occhi chiusi,
rannicchiata nel tuo dolce gomitolo di sonno
e quell’innocente sguardo sul tuo volto

quando mi dici davanti al caffè e alle arance
che sei restata proprio lì tutta la notte
accanto a me nel letto
e pretendi che io creda

che ti sei persa nel tuo mondo di sogno,
un alibi ridicolo
che ha a che fare con il nuotare fra le nuvole
al ritmo delle campane,

un’evidente bugia innocente su un salto
da un alto davanzale
poi nascondere il tuo volto
fra le piume di un angelo.

(Traduzione di Franco Nasi)

Jealousy

It is not the tilted buildings or the blind alleys
that I mind,
nor the winding staircases leading nowhere
or the ones that are simply missing.

Nor is walking through a foreign city
with a ring of a thousand keys
looking for the one door the worst of it,
nor the blank maps I am offered by strangers.

I can even tolerate your constant running
away from me, slipping around corners,
rising in the cage of an elevator,
squinting out the rear window of a taxi,

and always on the arm of a tall man
in a beautiful suit
and a perfectly furled hat
whom I know is carrying a gun.

What kills me is the way you lie there
in the morning, eyes closed,
curled into a sweet ball of sleep
and that innocent look on your face

when you tell me over cofee and oranges
that really you were right there all night,
next to me in bed
and then expect me to believe you

were lost in your own dreamworld,
some ridiculous alibi
involving swimming through clouds
to the pealing of bells,

a transparent white lie about leaping
from a high window ledge
then burying your face
in the plumage of an angel.

Caro editore:, da “Mentre Buddha sorride” (2015), Charles Bukowski

ricordi quando mi hai
comperato quella
vecchia macchina da scrivere
standard rigenerata
quando campavo d’aria
e di birra
là in quel posto
in DeLongpre?

e l’ho
provata
e ti ho chiamato quella
sera stessa
ubriaco
lamentandomi che
saltava uno spazio
quando battevo una “e” o
una “u”?

be’, ho appena
ordinato una IBM elettrica
da 700$
con la mia
carta oro
American Express.

ha un correttore
automatico
tra le sue molte altre
funzioni.
sto precipitando all’inferno
così velocemente
che neanche te lo
immagini.

forse dovrei lasciar
perdere il vino tedesco costoso
e tornare alla birra
se voglio
ritrovare
me stesso.

nel frattempo,
aspetto
la consegna.

(Traduzione di Simona Viciani)

dear editor:

remember when you
bought me that
big rebuilt standard
typewriter
when I was living on air
and beer
over at that place
on DeLongpre?

and I tried it
out
and phoned you that
night
drunk
complaining that it
jumped an extra space
when I hit an “e” or
a “u”?

well, I’ve just
ordered a $700
IBM electric
with my gold
American Express
card.

it has an automatic
error-eraser
among its many other
features.
I’m going to hell
so fast
you’d never believe
it.

I might have to
forget expensive German wine
and go back to beer
in order to find
myself
again.

meanwhile, I
await
delivery.

Fiori bianchi, da “New and Selected Poems, Volume One” (2005), Mary Oliver

La scorsa notte
nei campi
mi sono distesa nell’oscurità
per pensare alla morte,
mi sono invece addormentata,
come se fossi
in una stanza ampia e obliqua
ripiena di quei fiori bianchi
che si aprono per tutta l’estate
nei campi appiccicosi e disordinati.
Quando mi sono svegliata
la luce del mattino stava appena scivolando
davanti alle stelle,
ed io ero coperta
di germogli.
Non so
come sia accaduto –
Non so
se il mio corpo
si sia tuffato giù
sotto le viti zuccherine
in una somiglianza temperata dal sonno
con le profondità,
o se quella energia verde
è risorta come un’onda
e si è arricciata su di me, reclamandomi
nelle sue braccia roche.
Le ho spinte via, ma non mi sono sollevata.
Mai nella mia vita mi sono sentita così vellutata,
o così vischiosa,
o così risplendentemente vuota.
Mai in vita mia
mi sono sentita così vicina
a quella linea porosa
dove il mio stesso corpo veniva formato
e le radici e i fusti e i fiori
hanno il loro inizio.

(Traduzione di Antonio Spadaro)

White Flowers

Last night
in the fields
I lay down in the darkness
to think about death,
but instead I fell asleep,
as if in a vast and sloping room
filled with those white flowers
that open all summer,
sticky and untidy,
in the warm fields.
When I woke
the morning light was just slipping
in front of the stars,
and I was covered
with blossoms.
I don’t know
how it happened –
I don’t know
if my body went diving down,
under the sugary vines
in some sleep-sharpened affinity
with the depths, or whether
that green energy
rose like a wave
and curling over me, claiming me
in its husky arms.
I pushed them away, but I didn’t rise.
Never in my life had I felt so plush,
or so slippery,
or so resplendently empty.
Never in my life
had I felt myself so near
that porous line
where my own body was done with
and the roots and the stems and the flowers
began.

Le parole, da “Antologia breve” (1972), Eugénio De Andrade

Sono come un cristallo,
le parole.
Alcune, un pugnale,
un incendio.
Altre,
rugiada appena.

Segrete vengono, piene di memoria.
Insicure navigano:
barche o baci,
agitano le acque.

Abbandonate, innocenti,
leggere.
Tessute sono di luce
e sono la notte.
E persino pallide
ricordano ancora verdi paradisi.

Chi le ascolta? Chi
le raccoglie, così,
crudeli, disfatte,
nei loro gusci puri?

(Traduzione di Mariangela Semprevivo)

As palavras

São como um cristal,
as palavras.
Algumas, um punhal,
um incêndio.
Outras,
orvalho apenas.

Secretas vêm, cheias de memória.
Inseguras navegam:
barcos ou beijos,
as águas estremecem.

Desamparadas, inocentes,
leves.
Tecidas são de luz
e são a noite.
E mesmo pálidas
verdes paraísos lembram ainda.

Quem as escuta? Quem
as recolhe, assim,
cruéis, desfeitas,
nas suas conchas puras?

Words

They are like a crystal,
words.
Some a dagger,
some a blaze.
Others,
merely dew.

Secret they come, full of memory.
Insecurely they sail:
boats or kisses,
the waters trembling.

Abandoned, innocent,
weightless.
They are woven of light.
They are the night.
And even pallid
they recall green paradise.

Who hears them? Who
gathers them, thus,
cruel, shapeless,
in their pure shells?

Translation: Alexis Levitin
From: Inhabited Heart
Publisher: Perivale Press, Los Angeles, 1985

Bicchieri di sete, da “Adverbios de lugar” (2004), Juan Vicente Piqueras

Se dubiti della tua sete, se non osi
farle domande o darle un nome,
se sai solo che cerchi dell’acqua
che la sazi e non trovi che pozzi,
e in questi echi che ti chiamano, bevi.

Se al bere la sete scompare
era solo sete. Continua a cercare.

Ma se quando la sazi cresce in te,
se non vuoi smettere di avere sete
ma continuare a bere giorno e notte
bicchieri di sete, non c’è dubbio:
puoi chiamarla amore, continuare a soffrire,
e sapere che non esiste chi ti guidi.

(Traduzione di Raffaella Marzano)

Vasos de sed

Sin dudas de tu sed, si no te atreves
a preguntarle o a ponerle un nombre,
si sólo sabes que buscas un agua
que la sacie y no hallas sino pozos,
y en ellos ecos que te llaman, bebe.

Si la sed al beber desaparece
es que era sólo sed. Sigue buscando.

Pero si crece cuando te sacias,
si quieres no dejar de tener sed
sino seguir bebiendo día y noche
vasos de sed, no hay duda:
puedes llamarla amor, seguir sufriendo,
y saber que no existe quien te guía.

 

La mano, da “Basta così” (1992), Wislawa Szymborska

Ventisette ossa,
trentacinque muscoli,
circa duemila cellule nervose
in ogni polpastrello delle nostre cinque dita.
E’ più che sufficiente
per scriver Mein Kampf
o Winnie the Pooh.

(Traduzione di Silvano De Fanti)

Hand

Twenty seven bones,
thirty five muscles,
around two thousand nerve cells
in every tip of all five fingers.
It’s more than enough
to write “Mein Kampf”
or “Pooh Corner.”

(Translated from Polish by Clare Cavanagh)

Asia, da “Orientarsi con le stelle”, Raymond Carver

E’ bello abitare vicino all’acqua.
Le navi passano così vicine alla terra
che un marinaio potrebbe allungare una mano
e spezzare un ramo da uno dei salici
che crescono qui. I cavalli crescono bradi
sul bordo dell’acqua, lungo la spiaggia.
Volendo, i marinai potrebbero
preparare un lazo e lanciarlo
per tirare a bordo uno dei cavalli.
Qualcosa che tenga loro compagnia
nel lungo viaggio verso l’Oriente.

Dal balcone riesco a vedere l’espressione
dei marinai mentre fissano i cavalli,
gli alberi e le case a due piani.
So quello che pensano quando vedono
un tizio che li saluta dal balcone,
con la sua macchina rossa parcheggiata nel vialetto.
Lo guardano e si ritengono
fortunati. Che misteriosa botta
di fortuna hanno avuto, pensano, che li ha portati
fin qui, tutti insieme sul ponte di una nave
diretta in Asia. Tutti quegli anni passati ad arrangiarsi,
a lavorare nei magazzini o a fare gli scaricatori,
oppure semplicemente a oziare sui moli
sono ormai dimenticati. Son cose capitate
ad altri, gente più giovane,
seppure son capitate veramente.

I marinai dalla nave
alzano le braccia e ricambiano i saluti.
Poi restano fermi, aggrappati alla ringhiera,
mentre la nave scivola via veloce. I cavalli
escono al sole da sotto gli alberi.
Sembrano immobili statue di cavalli.
Osservano la nave che passa.
Le onde che s’infrangono sulla chiglia.
E sulla spiaggia. E anche nella mente
dei cavalli, dove
è sempre Asia.

(Traduzione di Riccardo Duranti e Francesco Durante)

Asia

It’s good to live near the water.
Ships pass so close to land
a man could reach out
and break a branch from one of the willow trees
that grow here. Horses run wild
down by the water, along the beach.
If the men on board wanted, they could
fashion a lariat and throw it
and bring one of the horses on deck.
Something to keep them company
for the long journey East.

From my balcony I can read the faces
of the men as they stare at the horses,
the trees, and two-story houses.
I know what they’re thinking
when they see a man waving from a balcony,
his red car in the drive below.
They look at him and consider themselves
lucky. What a mysterious piece
of good fortune, they think, that’s brought
them all this way to the deck of a ship
bound for Asia. Those years of doing odd jobs,
or working in warehouses, or longshoring,
or simply hanging out on the docks,
are forgotten about. Those things happened
to other, younger men,
if they happened at all.

The men on board
raise their arms and wave back.
Then stand still, gripping the rail,
as the ship glides past. The horses
move from under the trees and into the sun.
They stand like statues of horses.
Watching the ship as it passes.
Waves breaking against the ship.
Against the beach. And in the mind
of the horses, where
it is always Asia.