La città, Konstantinos Kavafis

Hai detto: “Per altre terre andrò, per altro mare.
Altra città, più amabile di questa, dove
ogni mio sforzo è votato al fallimento,
dove il mio cuore come un morto sta sepolto,
ci sarà pure. Fino a quando patirò questa mia inerzia?
Dei lunghi anni, se mi guardo attorno,
della mia vita consumata qui, non vedo
che nere macerie e solitudine e rovina”.

Non troverai altro luogo non troverai altro mare.
La città ti verrà dietro. Andrai vagando
per le stesse strade. Invecchierai nello stesso quartiere.
Imbiancherai in queste stesse case. Sempre
farai capo a questa città. Altrove, non sperare,
non c’è nave non c’è strada per te.
Perché sciupando la tua vita in questo angolo discreto
tu l’hai sciupata su tutta la terra.

The City

You said, “I will go to another place, to another shore.
Another city can be found that’s better than this.
All that I struggle for is doomed, condemned to failure;
and my heart is like a corpse interred.
How long will my mind stagger under this misery?
Wherever I turn, wherever I look
I see the blackened ruins of my life,
which for years on end I squandered and wrecked and ravaged”.

You will find no other place, no other shores.
This city will possess you, and you’ll wander the same
streets. In these same neighborhoods you’ll grow old;
in these same houses you’ll turn gray.
Always you’ll return to this city. Don’t even hope for another.
There’s no boat for you, there’s no other way out.
In the way you’ve destroyed your life here,
in this little corner, you’ve destroyed it everywhere else.

(Translated by Stratis Haviaras)

I cieli sono uguali, da “La voz a ti debida”, Pedro Salinas

I cieli sono uguali.
Azzurri, grigi, neri,
si ripetono sopra
l’arancio o la pietra:
guardarli ci avvicina.
Annullano le stelle,
tanto sono lontane
le distanze del mondo.
Se noi vogliamo unirci,
non guardare mai avanti:
tutto pieno di abissi,
di date e di leghe.
Abbandonati e galleggia
sopra il mare o sull’erba,
immobile, il viso al cielo.
Ti sentirai calare
lenta, verso l’alto,
nella vita dell’aria.
E ci incontreremo
oltre le differenze
invincibili, sabbie,
rocce, anni, ormai soli,
nuotatori celesti,
naufraghi dei cieli.

Los cielos son iguales

Los cielos son iguales.
Azules, grises, negros,
se repiten encima
del naranjo o la piedra:
nos acerca mirarlos.
Las estrellas suprimen,
de lejanas que son,
las distancias del mundo.
Si queremos juntarnos,
nunca mires delante:
todo lleno de abismos,
de fechas y de leguas.
Déjate bien flotar
sobre el mar o la hierba,
inmóvil, cara al cielo.
Te sentirás hundir
despacio, hacia lo alto,
en la vida del aire.
Y nos encontraremos
sobre las diferencias
invencibles, arenas,
rocas, años, ya solos,
nadadores celestes,
náufragos de los cielos.

Foglietto illustrativo, da “Elogio dei Sogni”, Wislawa Szymborska

Sono un tranquillante,
Agisco in casa,
funziono in ufficio,
affronto gli esami,
mi presento all’udienza,
incollo con cura le tazze rotte –
devi solo prendermi,
farmi sciogliere sotto la lingua,
devi solo mandarmi giù
con un sorso d’acqua.

So come trattare l’infelicità,
come sopportare una cattiva notizia,
ridurre l’ingiustizia,
rischiarare l’assenza di Dio,
scegliere un bel cappellino da lutto.
Che cosa aspetti –
fidati della pietà chimica.

Sei un uomo (una donna) ancora giovane,
dovresti sistemarti in qualche modo.
Chi ha detto che la vita va vissuta con coraggio?
Consegnami il tuo abisso –
lo imbottirò di sonno.
Mi sarai grato (grata) per la caduta in piedi.

Vendimi la tua anima.
Un altro acquirente non capiterà.
Un altro diavolo non c’è più.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

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I’m a tranquilizer.
I’m effective at home.
I work in the office.
I can take exams
on the witness stand.
I mend broken cups with care.
All you have to do is take me,
let me melt beneath your tongue,
just gulp me
with a glass of water.

I know how to handle misfortune,
how to take bad news.
I can minimize injustice,
lighten up God’s absence,
or pick the widow’s veil that suits your face.
What are you waiting for—
have faith in my chemical compassion.

You’re still a young man/woman.
It’s not too late to learn how to unwind.
Who said
you have to take it on the chin?

Let me have your abyss.
I’ll cushion it with sleep.
You’ll thank me for giving you
four paws to fall on.

Sell me your soul.
There are no other takers.

There is no other devil anymore.

(Translated by Stanisław Barańczak)

Uno spazio di pausa, Charles Bukowski

devi averne uno, altrimenti le pareti ti schiacceranno.
Devi mollare tutto quanto, gettarlo
via, liberarti di tutto.
Devi guardare ciò che guardi
o pensare ciò che pensi
o fare ciò che fai
oppure non fai,
senza pensare ai vantaggi
personali,
senza accettare la guida di nessuno.

La gente si consuma per
la fatica
si nasconde nelle abitudini
comuni.
Le sue preoccupazioni sono
le preoccupazioni del gregge.

Soltanto pochi sono capaci di fissare
una vecchia scarpa per
dieci minuti
o di pensare a cose strampalate
tipo chi ha inventato
il pomello della porta?

Loro perdono il senso della vita
perché sono incapaci di
fermarsi,
di disfarsi di se stessi,
di sciogliersi,
di smettere di vedere,
di disimparare,
di mettersi in salvo.

Ascolta la loro falsa
risata, e poi
vai
via.

The area of pause

you have to have it or the walls will close
in.
you have to give everything up, throw it
away, everything away.
you have to look at what you look at
or think what you think
or do what you do
or
don’t do
without considering personal
advantage
without accepting guidance.

people are worn away with
striving,
they hide in common
habits.
their concerns are herd
concerns.

few have the ability to stare
at an old shoe for
ten minutes
or to think of odd things
like who invented the
doorknob?

they become unalive
because they are unable to
pause
undo themselves
unkink
unsee
unlearn
roll clear.

listen to their untrue
laughter, then
walk
away.

Il porto, da “Lo Spleen di Parigi”, Charles Baudelaire

Un porto è un soggiorno affascinante per un’anima provata dalle lotte della vita. L’ampiezza del cielo, la mobile architettura delle nuvole, le mutevoli colorazioni del mare, lo scintillio dei fari, sono un prisma meravigliosamente atto a divertire gli occhi senza mai stancarli. Le forme slanciate delle navi, dalla complicata armatura, a cui l’onda imprime armoniose oscillazioni, servono a intrattenere nell’anima il gusto del ritmo e della bellezza. E poi, soprattutto, c’è una sorta di piacere misterioso e aristocratico per chi non ha più né curiosità né ambizioni nel contemplare, sdraiato in un belvedere o appoggiato coi gomiti sul molo, tutti i movimenti di quelli che partono e di quelli che ritornano, di quelli che ancora hanno la forza di volere, il desiderio di viaggiare o di arricchirsi.

(Trad. di Franco Rella)

Le port

Un port est un séjour charmant pour une âme fatiguée des luttes de la vie. L’ampleur du ciel, l’architecture mobile des nuages, les colorations changeantes de la mer, le scintillement des phares, sont un prisme merveilleusement propre à amuser les yeux sans jamais les lasser. Les formes élancées des navires, au gréement compliqué, auxquels la houle imprime des oscillations harmonieuses, servent à entretenir dans l’âme le goût du rythme et de la beauté. Et puis, surtout, il y a une sorte de plaisir mystérieux et aristocratique pour celui qui n’a plus ni curiosité ni ambition, à contempler, couché dans le belvédère ou accoudé sur le môle, tous ces mouvements de ceux qui partent et de ceux qui reviennent, de ceux qui ont encore la force de vouloir, le désir de voyager ou de s’enrichir.

Strana la vita, da “Es cielo y es azul”, Miguel d’Ors

Strana la vita: io che potevo nascere
nel 1529,
o a Pittsburg o arciduca, io che potevo
essere Chesterton o un bonzo, nasco
in Galizia e d’Ors e tutto il resto.
Strana la vita
che tra la moltitudine dei secoli,
esistendo l’illimitata Cina,
e la Bosnia e le crociate, e gli incas,
dovesse capitare proprio a me
questo lavoro amaro di essere io.

Raro asunto

Raro asunto la vida: yo que pude
nacer en 1529,
o en Pittsburg o archiduque, yo que pude
ser Chesterton o un bonzo, haber nacido
gallego y d’Ors y todas estas cosas.
Raro asunto
que entre la muchedumbre de los siglos,
que existiendo la China innumerable,
y Bosnia, y las cruzadas, y los incas,
fuese a tocarme a mí precisamente
este trabajo amargo de ser yo.

Io sono verticale, da “L’altro sguardo”, Sylvia Plath

Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
Succhiante minerali e amore materno
Così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
Né sono la beltà di un’aiuola
Ultradipinta che susciti grida di meraviglia,
Senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me, un albero è immortale
E la cima d’un fiore, non alta, ma più clamorosa:
Dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,
Alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo, ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
Forse assomiglio a loro nel modo più perfetto –
Con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me più naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
E sarò utile il giorno che resterò sdraiata per sempre:
Finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

(Trad. di Giovanni Giudici)

I am Vertical

But I would rather be horizontal.
I am not a tree with my root in the soil
Sucking up minerals and motherly love
So that each March I may gleam into leaf,
Nor am I the beauty of a garden bed
Attracting my share of Ahs and spectacularly painted,
Unknowing I must soon unpetal.
Compared with me, a tree is immortal
And a flower-head not tall, but more startling,
And I want the one’s longevity and the other’s daring.

Tonight, in the infinitesimal light of the stars,
The trees and the flowers have been strewing their cool odors.
I walk among them, but none of them are noticing.
Sometimes I think that when I am sleeping
I must most perfectly resemble them —
Thoughts gone dim.
It is more natural to me, lying down.
Then the sky and I are in open conversation,
And I shall be useful when I lie down finally:
Then the trees may touch me for once, and the flowers have time for me.

Essere felici, Hermann Hesse

Non esiste alcun dovere della vita,
vi è solo il dovere dell’essere felici.
Per questo solo, noi siamo al mondo,
e con tutti i doveri
e con tutta la morale
e con tutti i comandamenti
difficilmente ci si rende felici l’un l’altro,
perché non si rende felici se stessi.

Se l’uomo può essere buono,
lo può essere solo
se egli è felice,
se egli ha in se stesso armonia,
quindi se egli ama.
Questo è stato l’insegnamento,
il solo insegnamento del mondo;
Questo diceva Gesù,
questo diceva Budda,
questo diceva Hegel.

Per ognuno l’unica cosa importante al mondo è:
la propria interiorità
la propria anima
la propria capacità di amare.
Se queste sono in ordine
si possono mangiare miglio o dolci,
portare stracci o gioielli.
Allora il mondo risuonerà chiaramente con l’anima,
tutto è buono,
tutto è in ordine.

Glücklichsein

Es gibt keine Pflichten des Lebens
es gibt nur eine Pflicht des Glücklichseins.
Dazu alleine sind wir auf der Welt,
und mit aller Pflicht
und aller Moral
und allen Geboten
macht man einander selten glücklich,
weil man sich selbst damit nicht glücklich macht.
Wenn der Mensch gut sein kann,
so kann er es nur,
wenn er glücklich ist,
wenn er Harmonie in sich hat,
also wenn er liebt.
Dies war die Lehre,
die einzige Lehre in der Welt,
dies sagte Jesus
dies sagte Buddha
dies sagte Hegel.
Für jeden ist das einzige wichtige auf der Welt
sein eigenes Innerstes
seine Seele
seine Liebesfähigkeit.
Ist die in Ordnung,
so mag man Hirse oder Kuchen essen,
Lumpen oder Juwelen tragen,
dann klang die Welt mit der Seele rein zusammen,
war gut
war in Ordnung

Mente e Cuore, da “Come On In!”, Charles Bukowski

incomprensibilmente siamo soli
per sempre soli
e doveva essere
così,
non è mai dovuto
essere in nessun altro modo  –
e quando la lotta mortale
inizierà
l’ultima cosa che spero di vedere
è
un anello di volti umani
librarsi sopra di me –
meglio solo i miei vecchi amici,
i muri del mio essere,
lascia che ci siano solo loro.

sono stato solo, ma di rado
ho sentito la solitudine.
ho soddisfatto la mia sete
al pozzo
del mio essere
e quel vino era buono,
il migliore che abbia mai bevuto,
e stanotte
seduto
guardando fisso nel buio
io ora finalmente capisco
il buio e la
luce e tutto
ciò che vi è nel mezzo.

la pace della mente e del cuore
giunge
quando accettiamo ciò che
è:
essere
nati in questa
strana vita
dobbiamo accettare
la scommessa perduta dei nostri
giorni
e prenderci un po’ di soddisfazione nel
piacere di
lasciarci tutto
alle spalle.

non piangete per me.

non affliggetevi per me.

leggete
cos’ho scritto
quindi
dimenticate
tutto.

bevete dal pozzo
del vostro essere
e ricominciate.

(Trad. di Alessandra Marchesi)

Mind and Heart

unaccountably we are alone
forever aloneContinua a leggere…

Francis Turner (un malato di cuore), da “Spoon River Anthology”, Edgar Lee Masters

Non potevo correre o giocare
da ragazzo.
Da uomo potevo solo sorseggiare dalla coppa,
non bere –
perchè la scarlattina mi aveva lasciato il cuore malato.
Ora giaccio qui
confortato da un segreto che nessuno tranne Mary conosce:
c’è un giardino di acacie,
di catalpe, e di pergole dolci di viti –
là quel pomeriggio di giugno
al fianco di Mary –
baciandola con l’anima sulle labbra
all’improvviso questa prese il volo.

Francis Turner

I could not run or play
in boyhood.
In manhood I could only sip the cup,
Not drink –
For scarlet-fever left my heart diseased.
Yet I lie here
Soothed by a secret none but Mary knows:
There is a garden of acacia,
Catalpa threes, and arbors sweet with vines
There on that afternoon in June
By Mary’s side –
Kissing her with my soul upon my lips
It suddently took flight.

 

Il testo della canzone di Fabrizio de André che nel 1971 pubblicò l’album “Non al denaro, non all’amore nè al cielo”, liberamente tratto dall’Antologia di Spoon River:

Un malato di cuore

“Cominciai a sognare anch’io insieme a loro
poi l’anima d’improvviso prese il volo.”

Da ragazzo spiare i ragazzi giocare
al ritmo balordo del tuo cuore malato
e ti viene la voglia di uscire e provare
che cosa ti manca per correre al prato,
e ti tieni la voglia, e rimani a pensare
come diavolo fanno a riprendere fiato.

Da uomo avvertire il tempo sprecato
a farti narrare la vita dagli occhi
e mai poter bere alla coppa d’un fiato
ma a piccoli sorsi interrotti,
e mai poter bere alla coppa d’un fiato
ma a piccoli sorsi interrotti.

Eppure un sorriso io l’ho regalato
e ancora ritorna in ogni sua estate
quando io la guidai o fui forse guidato
a contarle i capelli con le mani sudate.

Non credo che chiesi promesse al suo sguardo,
non mi sembra che scelsi il silenzio o la voce,
quando il cuore stordì e ora no, non ricordo
se fu troppo sgomento o troppo felice,
e il cuore impazzì e ora no, non ricordo,
da quale orizzonte sfumasse la luce.

E fra lo spettacolo dolce dell’erba
fra lunghe carezze finite sul volto,
quelle sue cosce color madreperla
rimasero forse un fiore non colto.

Ma che la baciai questo sì lo ricordo
col cuore ormai sulle labbra,
ma che la baciai, per Dio, sì lo ricordo,
e il mio cuore le restò sulle labbra.

“E l’anima d’improvviso prese il volo
ma non mi sento di sognare con loro
no non mi riesce di sognare con loro.”