A volte, da “Il mondo che non vedo” (2009), Fernando Pessoa

A volte fra il temporale,
quando ha già bagnato,
spunta un lembo di cielo,
di cui l’anima s’alimenta.

E a volte fra il torpore
che non è tormenta dell’anima,
spunta una specie di calma
che non conosce il languore.

E, sia nell’uno che nell’altro caso,
siccome il male fatto è fatto,
restano i versi che verso,
vino nella coppa del caso.

Perché veramente
sentire è così complicato
che solo ingannandosi
si crede che si sente.

Soffriamo? I versi peccano.
Mentiamo? I versi sbagliano.
E tutto è piogge che irrorano
foglie cadute che seccano.

(Traduzione di Piero Ceccucci e Orietta Abbati)

Às vezes entre a tormenta

Às vezes entre a tormenta,
quando já umedeceu,
raia uma nesga no céu,
com que a alma se alimenta.

E às vezes entre o torpor
que não é tormenta da alma,
raia uma espécie de calma
que não conhece o langor.

E, quer num quer noutro caso,
como o mal feito está feito,
restam os versos que deito,
vinho no copo do acaso.

Porque verdadeiramente
sentir é tão complicado
que só andando enganado
é que se crê que se sente.

Sofremos? Os versos pecam.
Mentimos? Os versos falham.
E tudo é chuvas que orvalham
folhas caídas que secam.

Fernando Pessoa, in ‘Cancioneiro’

L’utilità della sofferenza, da “Thirst”, Mary Oliver

(Mentre dormivo ho sognato questi versi)

Una persona che amavo mi ha dato una volta
una scatola piena di buio.

Ci sono voluti anni perché capissi
che anche quello era un dono.

The uses of sorrow

(In my sleep I dreamed this poem)

Someone I loved once gave me
a box full of darkness.

It took me years to understand
that this, too, was a gift.

Angelo, James Merrill

Sopra la mia scrivania, ronzante e borioso,
(anche se appena più grande di un colibrì)
in vesti finemente intessute, scuola di Van Eyck,
aleggia un visitatore palesemente angelico.
Punta l’indice alla finestra
verso il vuoto cristallino, le vaporose
esalazioni dalle case e dalla gente che corre a casa
via dal sole freddo che martella il mare,
mentre con l’altra mano
indica il pianoforte
dove la Sarabanda numero 1 è aperta
al passaggio che non saprò mai padroneggiare
ma che ha già, senza alcuno sforzo, padroneggiato me.
Apre la bocca come per dire, o per cantare:
“Tra il mondo che Dio ha creato
e questa musica di Satie,
scorti solo attraverso uno schermo, ma completi,
radiosi e voluti,
che esigono lode, esigono resa,
come fai a startene seduto davanti al tuo taccuino?
Cosa credi di fare?”
Invece non dice niente—saggiamente: potrei elencare
qualche pecca del mondo di Dio, o di quello di Satie; del resto
come ha acquisito la sua predilezione per Satie?
Un po’ per provocarlo, torno a concentrarmi sulla pagina,
le frasi ancora grumose, incoerenti.
Il minuscolo angelo scuote la testa.
Non c’è sorriso sul suo volto tondo, imberbe.
Non vuole che nemmeno questi pochi versi vengano scritti.

(Trad. Damiano Abeni e Moira Egan)

Angel

Above my desk, whirring and self-important
(Though not much larger than a hummingbird)
In finely woven robes, school of Van Eyck,
Hovers an evidently angelic visitor.
He points one index finger out the window
At winter snatching to its heart,
To crystal vacancy, the misty
Exhalations of houses and of people running home
From the cold sun pounding on the sea ;
While with the other hand
He indicates the piano
Where the Sarabande No. 1 lies open
At a passage I shall never master
But which has already, and effortlessly, mastered me.
He drops his jaw as if to say, or sing,
“Between the world God made
And this music of Satie,
Each glimpsed through veils, but whole,
Radiant and willed,
Demanding praise, demanding surrender,
How can you sit there with your notebook ?
What do you think you are doing?”
However he says nothing — wisely : I could mention
Flaws in God’s world, or Satie’s ; and for that matter
How did he come by his taste for Satie ?
Half to tease him, I turn back to my page,
Its phrases thus far clotted, unconnected.
The tiny angel shakes his head.
There is no smile on his round, hairless face.
He does not want even these few lines written.

Ascolta, disse la mia anima, Walt Whitman

Ascolta, disse la mia anima,
scriviamo per il mio corpo (in fondo siamo una cosa sola)
versi tali
che se, da morto, dovessi invisibilmente tornare sulla terra,
o in altre sfere, lontano, lontano da qui,
e riassumere i canti a qualche gruppo di compagni
(in armonia col suolo, gli alberi, i venti, e con la furia delle onde),
io possa ancora sentire miei questi versi,
per sempre, come adesso che, per la prima volta, io qui segno il mio nome
firmando per l’anima ed il corpo
Walt Whitman

(Trad. di A. Quattrone)

Come, Said My Soul

Come, said my soul,
Such versed for my Body let us write (for we are one),
That should I after death invisibly return,
Or, long, long hence, in other spheres,
There to some group of mates the chant resuming,
(Tallying Earth’s soil, trees, winds, tumultuous waves,)
Ever with pleas’d smile I may keep on,
Ever and ever yet the verses owning – as, first, I here and now
Signing for Soul and Body, set to them my name.
Walt Whitman

Sonetto, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

Abbiamo bisogno di quattordici versi, tredici ora,
e dopo questo appena una dozzina
per varare una barchetta sui mari colpiti dalla tempesta d’amore,
Poi ne rimangono ancora solo dieci come file di fagioli.
È facile, se non vuoi fare come gli Elisabettiani
e insistere che si vedono i bonghi giambici
E mettere le rime alla fine dei versi,
una per ciascuna stazione della croce.
Ma resta qui mentre svoltiamo
negli ultimi sei dove tutto sarà risolto,
Dove i desistere e i mal di cuore troveranno fine,
Dove Laura dirà a Petrarca di deporre la penna,
Di togliersi quelle strambe braghe medievali,
di soffiare sulla candela, e di venire finalmente a letto.

(Trad. Franco Nasi)

Sonnet

All we need is fourteen lines, well, thirteen now,
and after this one just a dozen
to launch a little ship on love’s storm-tossed seas,
then only ten more left like rows of beans.
How easily it goes unless you get Elizabethan
and insist the iambic bongos must be played
and rhymes positioned at the ends of lines,
one for every station of the cross.
But hang on here wile we make the turn
into the final six where all will be resolved,
where longing and heartache will find an end,
where Laura will tell Petrarch to put down his pen,
take off those crazy medieval tights,
blow out the lights, and come at last to bed.

Primavera 1938, Bertolt Brecht

Oggi, mattina di Pasqua.
Un’improvvisa bufera di neve s’è abbattuta sull’isola.
Tra le siepi verdi c’era neve. Mio figlio piccolo
m’ha condotto a un alberello d’albicocche lungo il muro
distogliendomi da versi in cui indicavo a dito i
responsabili d’una guerra che può sterminare
il continente, quest’isola, il mio popolo, la mia famiglia
e me. In silenzio
abbiamo messo una tela di sacco
sull’albero infreddolito.

(Trad. di Walter Siti con Chiara Staiti)

Frühling 1938

Heute. Ostersonntag früh
ging ein plötzlicher Schneesturm über die Insel.
Zwischen den grünenden Hecken lag Schnee. Mein junger Sohn
holte mich zu einem Aprikosenbäumchen an der Hausmauer
von einem Vers weg, in dem ich auf diejenigen mit dem Finger deutete
die einen Krieg vorbereiteten, der
den Kontinent, diese Insel, mein Volk, meine Familie und mich
vertilgen mag. Schweigend
legten wir einen Sack
über den frierenden Baum.