Ode alla poesia, da “Odi elementari (1954)”, Pablo Neruda

Da circa cinquanta anni
cammino
con te, Poesia.
In principio
mi impigliavi i piedi
e cadevo bocconi
sulla terra scura
o affondavo gli occhi
nello stagno
per vedere le stelle.
Più tardi ti cingesti
a me con le braccia dell’amante
ed entrasti
nel mio sangue
come un convolvolo.
Poi
ti trasformasti in coppa.

Bello
fu
andarti spargendo senza consumarti,
consegnare la tua acqua inesauribile,
vedere che una goccia
cadeva sopra un cuore bruciato
rivivendo dalle sue ceneri.
Ma
non mi bastò.
Tanto andai con te
che ti perdetti di rispetto.
Cessai di vederti come
una naiade vaporosa,
ti misi a lavorare come lavandaia,
a vendere pane nelle panetterie,
a filare con le semplici tessitrici,
a battere il ferro nell’industria metallurgica.
Insieme a me continuasti
a camminare per il mondo,
ma non eri più
la florida
statua della mia infanzia.
Ora
parlavi
con voce ferrea.
Le tue mani
divennero dure come pietre.
Il tuo cuore
fu un’abbondante
sorgente di campane,
elaborasti il pane a piene mani,
mi aiutasti
a non cader bocconi,
mi cercasti
compagnia,
non una donna,
non un uomo,
ma mille, milioni.
Insieme, Poesia,
andammo
al combattimento, allo sciopero,
alla sfilata, nei porti,
nella miniera,
e risi quando uscisti
con la fronte macchiata di carbone
o incoronata dalla segatura fragrante
delle segherie.
Non dormivamo più per le strade.
Ci aspettavano gruppi
di operai con camicie
appena lavate e con bandiere rosse.

E tu, Poesia,
prima così disgraziatamente timida,
fosti
in testa
e tutti
si abituarono al tuo vestito
di stella quotidiana,
perché sebbene qualche lampo tradì la tua famiglia
portasti a termine il tuo compito,
la tua marcia nella marcia degli uomini.
Ti chiesi di essere
utilitaria e utile,
come metallo o farina,
disposta ad essere aratro,
attrezzo,
pane e vino,
disposta, Poesia,
a lottare corpo a corpo
e a cadere dissanguandoti.

E ora,
Poesia,
grazie, sposa,
sorella o madre
o fidanzata,
grazie, onda marina,
fiore d’arancio e bandiera,
motore di musica,
lungo petalo d’oro,
campana sottomarina,
granaio
inestinguibile,
grazie
terra di ognuno
dei miei giorni,
vapore celeste e sangue
dei miei anni,
perché mi accompagnasti
dalla vetta più rarefatta
fino alla semplice tavola
dei poveri,
perché mettesti nell’anima mia
sapore ferruginoso
e fuoco freddo,
perché mi innalzasti
fino all’insigne sommità
degli uomini comuni,
Poesia,
perché mentre con te
andavo consumandomi
continuavi
a sviluppare la tua freschezza eterna,
il tuo impeto cristallino,
come se il tempo
che poco a poco mi trasforma in terra
lasciasse scorrere eternamente
le acque del mio canto.

Oda a la poesía

Cerca de cincuenta años
caminando
contigo, Poesía.
Al principio
me enredabas los pies
y caía de bruces
sobre la tierra oscura
o enterraba los ojos
en la charca
para ver las estrellas.
Más tarde te ceñiste
a mí con los dos brazos de la amante
y subiste
en mi sangre
como una enredadera.
Luego
te convertiste
en copa.

Hermoso
fue
ir derramándote sin consumirte,
ir entregando tu agua inagotable,
ir viendo que una gota
caída sobre un corazón quemado
y desde sus cenizas revivía.
Pero no me bastó tampoco.
Tanto anduve contigo
que te perdí el respeto.
Dejé de verte como
náyade vaporosa
te puse a trabajar de lavandera,
a vender pan en las panaderías,
a hilar con las sencillas tejedoras,
a golpear hierros en la metalurgia.
Y seguiste conmigo
andando por el mundo,
pero tú ya no eras
la florida
estatua de mi infancia.
Hablabas
ahora
con voz férrea.
Tus manos
fueron duras como piedras.
Tu corazón
fue un abundante
manantial de campanas,
elaboraste pan a manos llenas,
me ayudaste a no caer de bruces,
me buscaste
compañía,
no una mujer,
no un hombre,
sino miles, millones.
Juntos, Poesía,
fuimos
al combate, a la huelga,
al desfile, a los puertos,
a la mina,
y me reí cuando saliste
con la frente manchada de carbón
o coronada de aserrrín fragante
de los aserraderos.
Y no dormíamos en los caminos.
Nos esperaban grupos
de obreros con camisas
recién lavadas y banderas rojas.

Y tú, Poesía,
antes tan desdichadamente tímida,
a la cabeza
fuiste
y todos
se acostumbraron a tu vestidura
de estrella cotidiana,
porque aunque algún relámpago delató tu familia
cumpliste tu tarea,
tu paso entre los pasos de los hombres.
Yo te pedí que fueras
utilitaria y útil,
como metal o harina,
dispuesta a ser arado,
herramienta,
pan y vino,
dispuesta, Poesía,
a luchar cuerpo a cuerpo
y a caer desangrándote.

Y ahora,
Poesía,
gracias, esposa,
hermana o madre
o novia,
gracias, ola marina,
azahar y bandera,
motor de música,
largo pétalo de oro,
campana submarina,
granero
inextinguible,
gracias,
tierra de cada uno
de mis días,
vapor celeste y sangre
de mis años,
porque me acompañaste
desde la más enrarecida altura
hasta la simple mesa
de los pobres,
porque pusiste en mi alma
sabor ferruginoso
y fuego frío,
porque me levantaste
hasta la altura insigne
de los hombres comunes,
Poesía,
porque contigo
mientras me fui gastando
tú continuaste
desarrollando tu frescura firme,
tu ímpetu cristalino,
como si el tiempo
que poco a poco me convierte en tierra
fuera a dejar corriendo eternamente
las aguas de mi canto.

Vicinanza dell’amata, Johann Wolfgang Goethe

Io penso a te quando dal seno del mare
il sole sorge e i suoi raggi dardeggia;
io penso a te quando al chiarore lunare
l’onda serena biancheggia.

Io penso a te quando sale la polvere
lungo il lontano sentiero
e nella notte oscura, quando al passeggero
sul ponte il cuore balza di paura.

Quando l’onda s’innalza con sordo bisbiglio
posso ascoltare la tua voce;
o nel bosco tranquillo, dove spesso origlio
e ogni cosa è silente in quella luce.

Io ti sono vicino e tu mi sei vicina,
pur sapendo che sei così remota,
mentre il sole tramonta e sorgono le stelle.
Oh tu fossi con me, più bella fra le belle!

Nähe des Geliebten

Ich denke Dein, wenn mir der Sonne Schimmer
Vom Meere strahlt;
Ich denke dein, wenn sich des Mondes Flimmer
In Quellen malt.

Ich sehe dich, wenn auf dem fernen Wege
Der Staub sich hebt;
In tiefer Nacht, wenn auf dem schmalen Stege
Der Wandrer bebt.

Ich höre dich, wenn dort mit dumpfem Rauschen
Die Welle steigt.
Im stillen Haine geh ich oft zu lauschen,
Wenn alles schweigt.

Ich bin bei dir, du seist auch noch so ferne,
Du bist mir nah!
Die Sonne sinkt, bald leuchten mir die Sterne.
O wärst du da!

L’ombra della mia anima, da “Libro de Poemas”, Federico Garcia Lorca

L’ombra della mia anima
fugge in un tramonto di alfabeti,
nebbia di libri
e di parole.
L’ombra della mia anima!
Sono giunto alla linea dove ha termine
la nostalgia,
e la goccia di pianto si muta,
in alabastro di spirito.
(L’ombra della mia anima!)
Il nodo del dolore
si scioglie,
ma resta la ragione e la sostanza
del mio vecchio mezzogiorno di labbra,
del mio vecchio mezzogiorno
di sguardi.
Un labirinto oscuro
di stelle affumicate
confonde il mio sogno
che è come illanguidito.
L’ombra della mia anima!
E un’allucinazione
dispone gli sguardi.
Vedo dissolversi
la parola amore.
Usignolo mio!
Usignolo!
Ancora canti?

(Trad. di Claudio Rendina)

La sombra de mi alma

La sombra de mi alma
Huye por un ocaso de alfabetos,
Niebla de libros
Y palabras.
¡La sombra de mi alma!
He llegado a la línea donde cesa
La nostalgia,
Y la gota de llanto se trasforma,
Alabastro de espíritu.
(¡La sombra de mi alma!)
El copo del dolor
Se acaba,
Pero queda la razón y la sustancia
De mi viejo mediodía de labios,
De mi viejo mediodía
De miradas.
Un turbio laberinto
De estrellas ahumadas
Enreda mi ilusión
Casi marchita.
¡La sombra de mi alma!
Y una alucinación
Me ordeña las miradas.
Veo la palabra amor
Desmoronada.
¡Ruiseñor mío!
¡Ruiseñor!
¿Aún cantas?

Diciembre de 1919, Madrid

Chiedo silenzio, Pablo Neruda

Ora, lasciatemi tranquillo.
Ora, abituatevi senza di me.

Io chiuderò gli occhi

E voglio solo cinque cose,
cinque radici preferite.

Una è l’amore senza fine.

La seconda è vedere l’autunno.
Non posso vivere senza che le foglie
volino e tornino alla terra.

La terza è il grave inverno,
la pioggia che ho amato, la carezza
del fuoco nel freddo silvestre.

La quarta cosa è l’estate
rotonda come un’anguria.

La quinta cosa sono i tuoi occhi.

Matilde mia, beneamata,
non voglio dormire senza i tuoi occhi,
non voglio esistere senza che tu mi guardi:
io muto la primavera
perché tu continui a guardarmi.

Amici, questo è ciò che voglio.
E’ quasi nulla e quasi tutto.

Ora se volete andatevene.

Ho vissuto tanto che un giorno
dovrete per forza dimenticarmi,
cancellandomi dalla lavagna:
il mio cuore è stato interminabile.

Ma perché chiedo silenzio
non crediate che io muoia:
mi accade tutto il contrario:
accade che sto per vivere.

Accade che sono e che continuo.

Non sarà dunque che dentro
di me cresceran cereali,
prima i garni che rompono
la terra per vedere la luce,
ma la madre terra è oscura:
e dentro di me sono oscuro:
sono come un pozzo nelle cui acque
la notte lascia le sue stelle
e sola prosegue per i campi.

E’ che son vissuto tanto
e che altrettanto voglio vivere.

Mai mi son sentito sé sonoro,
mai ho avuto tanti baci.

Ora, come sempre, è presto.
La luce vola con le sue api.

Lasciatemi solo con il giorno.
Chiedo il permesso di nascere.

Pido silencio

Ahora me dejen tranquilo.
Ahora se acostumbren sin mí.Continua a leggere…

Dalla lunga festa triste da “The Late Hour”, Mark Strand

Qualcuno diceva
qualcosa sulle ombre che coprivano il campo, su
come le cose passano, come ci si addormenta verso il mattino
e il mattino se ne va.

Qualcuno diceva
di come il vento si spegne ma poi torna,
di come le conchiglie sono le bare del vento
ma le intemperie continuano.

Era una lunga serata
e qualcuno diceva qualcosa sulla luna che cosparge di bianco
i campi gelidi, e che non c’era niente da aspettarsi
se non sempre le stesse cose.

Non so chi parlò
di una città in cui era stata prima della guerra, una stanza e due candele
al muro, qualcuno che ballava, qualcuno che guardava.
Cominciammo a credere

che la sera non sarebbe mai terminata.
Qualcuno diceva che la musica era finita e non se n’era accorto nessuno.
Poi qualcuno disse qualcosa sui pianeti, sulle stelle,
di quant’erano minuscoli, quant’erano lontani.

(Traduzione di Damiano Abeni)

From the Long Sad Party from “The Late Hour”

Someone was saying
something about shadows covering the field, about
how things pass, how one sleeps towards morning
and the morning goes.

Someone was saying
how the wind dies down but comes back,
how shells are the coffins of wind
but the weather continues.

It was a long night
and someone said something about the moon shedding its
white
on the cold field, that there was nothing ahead
but more of the same.

Someone mentioned
a city she had been in before the war, a room with two
candles
against a wall, someone dancing, someone watching.
We began to believe

the night would not end.
Someone was saying the music was over and no one had
noticed.
Then someone said something about the planets, about the
stars,
how small they were, how far away.

Il tuo cuore lo porto con me, E. E. Cummings

Io porto il tuo cuore in me (lo porto nel
mio cuore)non lo lascio mai (ovunque
vado tu vai,cara; e quel che faccio
io da solo lo fai tu,tesoro mio)

non temo
fato(tu sei il mio fato,mia dolce) né
voglio il mondo (bella, mio mondo,mia fedele)
tu sei quel che luna sempre fu
e quel che un sole sempre canterà sei tu

qui sta il più grande segreto che nessuno sa
(qui l’intima radice e bocciolo e cielo
di un albero chiamato vita; che cresce
più alto di quanto anima speri e mente
celi) e questa meraviglia regge le stelle

io porto il tuo cuore (lo porto nel mio cuore)

i carry your heart with me

i carry your heart with me (i carry it in
my heart) i am never without it (anywhere
i go you go, my dear; and whatever is done
by only me is your doing, my darling)

i fear
no fate (for you are my fate, my sweet) i want
no world (for beautiful you are my world, my true)
and it’s you are whatever a moon has always meant
and whatever a sun will always sing is you

here is the deepest secret nobody knows
(here is the root of the root and the bud of the bud
and the sky of the sky of a tree called life; which grows
higher than the soul can hope or mind can hide)
and this is the wonder that’s keeping the stars apart

i carry your heart (i carry it in my heart)

Io preferivo la spiaggia sabbiosa, da “Lover’s Gift”, Rabindranath Tagore

Io preferivo la spiaggia sabbiosa
accanto agli stagni solitari, nelle cui rare pozze
le anatre nuotavano a gara.
Le tartarughe prendevano il sole
dove le poche barche da pesca si riparavano,
di sera, all’ombra dei cespugli.

Tu amavi invece la riva alberata
dove le ombre s’addensavano,
nei boschetti di bambù,
lungo i sentieri tortuosi
dove camminavano le donne con i secchi.

Il fiume stesso scorreva tra noi,
cantando a tutte e due le sponde
la stessa canzone.
Io ascoltavo, seduto sulla sabbia,
sotto le stelle, tutto solo.
Tu pure ascoltavi, seduta sul bordo
della discesa, fin dalle prime luci dell’alba.

Tu non sapevi però quello che sentivo,
anche per me era un mistero
il segreto che quel canto ti affidava.

I LOVED the sandy bank where, in the lonely pools, ducks clamoured and turtles basked in the sun; where, with evening, stray fishing-boats took shelter in the shadow by the tall grass.

You loved the wooded bank where shadows were gathered in the arms of the bamboo thickets; where women came with their vessels through the winding lane.

The same river flowed between us, singing the same song to both its banks. I listened to it, lying alone on the sand under the stars; and you listened sitting by the edge of the slope in the early morning light. Only the words I heard from it you did not know and the secret it spoke to you was a mystery for ever to me.

La pace delle cose selvagge, Wendell Berry

Quando la disperazione per il mondo cresce dentro di me
e mi sveglio di notte al minimo rumore
col timore di ciò che sarà della mia vita e di quella dei miei figli,
vado a stendermi là dove l’anatra di bosco
riposa sull’acqua in tutto il suo splendore e si nutre il grande airone.
Entro nella pace delle cose selvagge
che non appesantiscono la loro vita con previsioni per il dolore che verrà.
Vado alla presenza delle acque calme.
E sento su di me le stelle che, cieche di giorno,
attendono di mostrare la loro luce.
Per un po’ riposo tra le grazie del mondo e sono libero.

The Peace of Wild Things

When despair for the world grows in me
and I wake in the night at the least sound
in fear of what my life and my children’s lives may be,
I go and lie down where the wood drake
rests in his beauty on the water, and the great heron feeds.
I come into the peace of wild things
who do not tax their lives with forethought
of grief. I come into the presence of still water.
And I feel above me the day-blind stars
waiting with their light. For a time
I rest in the grace of the world, and am free.

Tuffati nei sogni, Edward Estlin Cummings

Tuffati nei sogni
o uno slogan potrebbe farti vacillare
(gli alberi sono le loro radici
e il vento è il vento)
fidati del tuo cuore
se il mare prende fuoco
(e vivi per amore
anche se le stelle scorrono via)
onora il passato
ma accogli il futuro
(ed esorcizza la morte
al tuo matrimonio)
Non preoccuparti di un mondo
con i suoi cattivi ed eroi
(per cose come ragazze, e il domani e la terra)
che nonostante tutto
respira e si muove dal momento che il Fato
(con lunghe e bianche mani
abbellisce le nostre rughe)
ammalierà completamente le nostre menti
– prima di lasciare la mia stanza
mi volto e, (inchinandomi
al mattino) bacio questo cuscino, caro
dove le nostre teste hanno vissuto e hanno riposato.

Se tacitamente, dalla più insignificante e
sconosciuta notte, arriva un’altra esile possibilità
(che è solo di questo mondo) la mia vita
non balza che con il mistero del tuo sorriso
che canta o se (crescendo luminose
mentre cadono nell’oblio) le voci che sono sogni,
la terra nuota certamente meno nel cielo
ad ogni mio più profondo respiro che diventa un tuo bacio
perdendo attraverso te quello che sembravo essere io, trovo
parti che non avrei mai immaginato essere mie; oltre
il dolore c’è la gioia, e oltre la speranza la paura,
tua è la luce che dà vita al mio spirito:
tuo il buio in cui fa ritorno la mia anima
tu sei il mio sole, la mia luna, tutte le mie stelle.

Dive for dreams

Dive for dreams
or a slogan may topple you
(trees are their roots
and wind is wind)
trust your heart
if the seas catch fire
(and live by love
though the stars walk backward)
honour the past
but welcome the future
(and dance your death
away at the wedding)
never mind a world
with its villains or heroes
(for good likes girls
and tomorrow and the earth)
in spite of everything
which breathes and moves, since Doom
(with white longest hands
neating each crease)
will smooth entirely our minds
– before leaving my room
i turn, and (stooping
through the morning) kiss
this pillow, dear
where our heads lived and were.

Silently if, out of not knowable

silently if, out of not knowable
night’s utmost nothing,wanders a little guess
(only which is this world)more my life does
not leap than with the mystery your smile
sings or if (spiraling as luminous
they climb oblivion)voices who are dreams,
less into heaven certainly earth swims
than each my deeper death becomes your kiss
losing through you what seemed myself,i find
selves unimaginably mine;beyond
sorrow’s own joys and hoping’s very fears
yours is the light by which my spirit’s born:
yours is the darkness of my soul’s return
-you are my sun,my moon,and all my stars

Lettera d’amore, da “Opere”, Sylvia Plath

Non è facile dire il cambiamento che operasti.
Se adesso sono viva, allora ero morta
anche se, come una pietra, non me ne curavo
e me ne stavo dov’ero per abitudine.
Tu non ti limitasti a spingermi un po’ col piede, no-
e lasciare che rivolgessi il mio piccolo occhio nudo
di nuovo verso il cielo, senza speranza, è ovvio,
di comprendere l’azzurro, o le stelle.
Non fu questo. Diciamo che ho dormito: un serpente
mascherato da sasso nero tra i sassi neri
nel bianco iato dell’inverno-
come i miei vicini, senza trarre alcun piacere
dai milioni di guance perfettamente cesellate
che si posavano a ogni istante per sciogliere
la mia guancia di basalto. Si mutavano in lacrime,
angeli piangenti su nature spente,
Ma non mi convincevano. Quelle lacrime gelavano.
Ogni testa morta aveva una visiera di ghiaccio.
E io continuavo a dormire come un dito ripiegato.
La prima cosa che vidi fu l’aria, aria trasparente,
e le gocce prigioniere che si levavano in rugiada
limpide come spiriti. Tutt’intorno giacevano molte
pietre stolide e inespressive,
Io guardavo e non capivo.
Con un brillio di scaglie di mica, mi svolsi
per riversarmi fuori come un liquido
tra le zampe d’uccello e gli steli delle piante
Non m’ingannai. Ti riconobbi all’istante.
Albero e pietra scintillavano, senz’ombra.
La mia breve lunghezza diventò lucente come vetro.
Cominciai a germogliare come un rametto di marzo:
un braccio e una gamba, un braccio, una gamba.
Da pietra a nuvola, e così salii in lato.
Ora assomiglio a una specie di dio
e fluttuo per l’aria nella mia veste d’anima
pura come una lastra di ghiaccio. E’ un dono.

Love Letter

Not easy to state the change you made.
If I’m alive now, then I was dead,
Though, like a stone, unbothered by it,
Staying put according to habit.
You didn’t just tow me an inch, no-
Nor leave me to set my small bald eye
Skyward again, without hope, of course,
Of apprehending blueness, or stars.

That wasn’t it. I slept, say: a snake
Masked among black rocks as a black rock
In the white hiatus of winter-
Like my neighbors, taking no pleasure
In the million perfectly-chiseled
Cheeks alighting each moment to melt
My cheeks of basalt. They turned to tears,
Angels weeping over dull natures,

But didn’t convince me. Those tears froze.
Each dead head had a visor of ice.
And I slept on like a bent finger.
The first thing I was was sheer air
And the locked drops rising in dew
Limpid as spirits. Many stones lay
Dense and expressionless round about.
I didn’t know what to make of it.
I shone, mice-scaled, and unfolded
To pour myself out like a fluid
Among bird feet and the stems of plants.

I wasn’t fooled. I knew you at once.
Tree and stone glittered, without shadows.
My finger-length grew lucent as glass.
I started to bud like a March twig:
An arm and a leg, and arm, a leg.
From stone to cloud, so I ascended.
Now I resemble a sort of god
Floating through the air in my soul-shift
Pure as a pane of ice. It’s a gift.