Giappone, da “A vela, in solitaria, intorno alla stanza”, Billy Collins

Oggi passo il tempo a leggere
uno dei miei haiku preferiti,
a ripeterne e ripeterne le parole.

Sembra di mangiare
e tornare a mangiare
lo stesso piccolo, perfetto chicco d’uva.

Cammino per la casa recitandolo
e lascio che le sue lettere cadano
nell’aria di ogni stanza.

Sto accanto al grande silenzio del pianoforte e lo dico.
Lo dico davanti a un quadro del mare.
Batto il suo ritmo su uno scaffale vuoto.

Mi ascolto mentre lo dico,
poi lo dico senza ascoltarmi,
poi lo ascolto senza dirlo.

E quando il cane guarda in su verso di me,
mi inginocchio sul pavimento
e lo sussurro in ciascuna delle sue lunghe orecchie bianche.

È quello sulla campana del tempio
di una tonnellata
con la falena che dorme sulla sua superficie,

e ogni volta che lo dico, sento l’atroce
pressione della falena
sulla superficie della campana di ferro.

Quando lo dico alla finestra,
la campana è il mondo
e io sono la falena che lì si riposa.

Quando lo dico allo specchio,
io sono la campana pesante
e la falena è la vita con le sue ali di carta.

E più tardi, quando te lo dico al buio,
tu sei la campana,
e io sono il batacchio della campana, che ti fa suonare,

e la falena è volata via
dal suo verso
e si muove sul nostro letto come un cardine nell’aria.

(Traduzione di Franco Nasi)

Japan

Today I pass the time reading
a favorite haiku,
saying the few words over and over.

It feels like eating
the same small, perfect grape
again and again.

I walk through the house reciting it
and leave its letters falling
through the air of every room.

I stand by the big silence of the piano and say it.
I say it in front of a painting of the sea.
I tap out its rhythm on an empty shelf.

I listen to myself saying it,
then I say it without listening,
then I hear it without saying it.

And when the dog looks up at me,
I kneel down on the floor
and whisper it into each of his long white ears.

It’s the one about the one-ton temple bell
with the moth sleeping on its surface,

and every time I say it, I feel the excruciating
pressure of the moth
on the surface of the iron bell.

When I say it at the window,
the bell is the world
and I am the moth resting there.

When I say it at the mirror,
I am the heavy bell
and the moth is life with its papery wings.

And later, when I say it to you in the dark,
you are the bell,
and I am the tongue of the bell, ringing you,

and the moth has flown
from its line
and moves like a hinge in the air above our bed.

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By the Japanese poet and painter Buson (1715 – 1783):
“On the one-ton temple bell
A moon-moth, folded into sleep,
sits still.”
(Translated by XJ Kennedy)
From: “The Norton Anthology of Poetry”, page 1190

Fammi un quadro del sole, Emily Dickinson

Fammi un quadro del sole –
Così potrò appenderlo nella mia stanza.
E far finta di scaldarmi
Quando gli altri lo chiamano “Giorno”!

Disegnami un Pettirosso – su un ramo –
Così ascoltandolo, sognerò,
E quando i Frutteti cesseranno il canto
Metterò la mia finzione – via –

Dimmi se è davvero – caldo a mezzogiorno –
Se Ranuncoli – che “svolazzano” –
O Farfalle – che “fioriscono”?
Poi – salta – il gelo – sul prato –
E salta il Rossiccio – sull’albero –
Facciamo finta che – non arrivino mai!

(Trad. di Giuseppe Ierolli)

Make Me a Picture of the Sun

Make me a picture of the sun –
So I can hang it in my room.
And make believe I’m getting warm
When others call it “Day”!

Draw me a Robin – on a stem –
So I am hearing him, I’ll dream,
And when the Orchards stop their tune –
Put my pretense – away –

Say if it’s really – warm at noon –
Whether it’s Buttercups – that “skim” –
Or Butterflies – that “bloom”?
Then – skip – the frost – upon the lea –
And skip the Russet – on the tree –
Let’s play those – never come!

 “Make Me a Picture of the Sun” by Lindsay Mendez

Aggiunta, da “Balistica”, Billy Collins

Quel che ho dimenticato di dirvi in quell’ultima poesia
se avete prestato un minimo di attenzione
è che l’amavo davvero allora.
La luce marittima negli ultimi versi
poteva sembrare artefatta…
e lo stesso si poteva dire
delle molte lune immaginarie
che ho detto ruotavano sul nostro letto mentre dormivamo,
del cosmo racchiuso dalle pareti della stanza.
Ma la verità è che ci piaceva
fare lunghe passeggiate sulle spiagge ventose,
non le spiagge fra il mare di lei
e la terra simbolica di me,
ma le vere spiagge di conchiglie vuote,
mentre il sole sorge e l’acqua viene avanti e ritorna.

Addendum

What I forgot to tell you in that last poem
if you were paying attention at all
was that I really did love her at the time.
The maritime light in the final lines
might have seemed contrived…
And the same could be said
for the many imaginary moons
I said were circling our bed as we slept,
the cosmos enclosed by the walls of the room.
But the truth is we loved
to take long walks on the windy shore,
not the shore between the sea of her
and the symbolic land of me,
but the real shore of empty shells,
the sun rising, the water running up and back.