Autotomia, da “Ogni caso” (1972), Wislawa Szymborska

Alla memoria di Halina Poświatowska

In caso di pericolo, l’oloturia si divide in due:
dà un sé in pasto al mondo,
e con l’altro fugge.

Si scinde d’un colpo in rovina e salvezza,
in ammenda e premio, in ciò che è stato e ciò che sarà.

Nel mezzo del suo corpo si apre un abisso
con due sponde subito estranee.

Su una la morte, sull’altra la vita.
Qui la disperazione, là la fiducia.

Se esiste una bilancia, ha piatti immobili.
Se c’è una giustizia, eccola.

Morire quanto necessario, senza eccedere.
Ricrescere quanto occorre da ciò che si è salvato.

Già, anche noi sappiamo dividerci in due.
Ma solo in corpo e sussurro interrotto.
In corpo e poesia.

Da un lato la gola, il riso dall’altro,
un riso leggero, di già soffocato.

Qui il cuore pesante, là non omnis moriar,
tre piccole parole, soltanto, tre piume d’un volo.

L’abisso non ci divide.
L’abisso circonda.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Autotomy

In memoriam Halina Poświatowska

In danger, the holothurian cuts itself in two.
It abandons one self to a hungry world
and with the other self it flees.

It violently divides into doom and salvation,
retribution and reward, what has been and what will be.

An abyss appears in the middle of its body
between what instantly become two foreign shores.

Life on one shore, death on the other.
Here hope and there despair.

If there are scales, the pans don’t move.
If there is justice, this is it.

To die just as required, without excess.
To grow back just what’s needed from what’s left.

We, too, can divide ourselves, it’s true.
But only into flesh and a broken whisper.
Into flesh and poetry.

The throat on one side, laughter on the other,
quiet, quickly dying out.

Here the heavy heart, there non omnis moriar—
just three little words, like a flight’s three feathers.

The abyss doesn’t divide us.
The abyss surrounds us.

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

Cose finite, Konstantinos Kavafis

Stretti tra la paura e i sospetti,
la mente frastornata, gli occhi terrorizzati,
ci consumiamo progettando il modo
di scongiurare il pericolo scontato,
tremendo che ci minaccia.
ma è un errore: il rischio non è in strada;
erano falsi i messaggi
(non li abbiamo ascoltati o capiti bene).
Un’altra sventura, che non ci immaginiamo,
improvvisa e violenta piomba su di noi,
e impreparati – senza più tempo – ci travolge.

(Traduzione di Nicola Crocetti)

Things Ended

Possessed by fear and suspicion,
mind agitated, eyes alarmed,
we desperately invent ways out,
plan how to avoid the inevitable
danger that threatens us so terribly.
Yet we’re mistaken, that’s not the danger ahead:
the information was false
(or we didn’t hear it, or didn’t get it right).
Another disaster, one we never imagined,
suddenly, violently, descends upon us,
and finding us unprepared—there’s no time left—
sweeps us away.

(Translated by Edmund Keeley/Philip Sherrard)