Archeologia, da “Gente sul ponte” (1986), Wislawa Szymborska

E allora, poveruomo,
nel mio campo c’è stato un progresso.
Sono trascorsi millenni
da quando mi chiamasti archeologia.

Non mi servono più
dèi di pietra
e rovine con iscrizioni chiare.

Mostrami di te il tuo non importa che,
e ti dirò chi eri.
Di qualcosa il fondo
e per qualcosa il coperchio.
Un frammento di motore. Il collo d’un cinescopio.
Un pezzetto di cavo. Dita sparse.
Può bastare anche meno, ancora meno.

Con un metodo
che non potevi conoscere allora,
so destare la memoria
in innumerevoli elementi.
Le tracce di sangue restano per sempre.
La menzogna riluce.
Si schiudono i codici segreti.
Si palesano dubbi e intenzioni.

Se solo lo vorrò
(perché non puoi avere la certezza
che lo vorrò davvero),
guarderò in gola al tuo silenzio,
leggerò nella tua occhiaia
quali erano i tuoi panorami,
ti ricorderò in ogni dettaglio
che cosa ti aspettavi dalla vita oltre alla morte.

Mostrami il tuo nulla
che ti sei lasciato dietro,
e ne farò un bosco e un’autostrada,
un aeroporto, bassezza, tenerezza
e la casa perduta.

Mostrami la tua poesiola
e ti dirò perché
non fu scritta né prima né dopo.

Ah, no, mi fraintendi.
Riprenditi quel ridicolo foglio
scribacchiato.
A me serve soltanto
il tuo strato di terra
e l’odore di bruciato
evaporato dalla notte dei tempi.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Archeology

Well, my poor man,
seems we’ve made some progress in my field.
Millennia have passed since
you first called me archaeology.

I no longer require
your stone gods,
your ruins with legible inscriptions.

Show me your whatever
and I’ll tell you who you were.
Something’s bottom, something’s top.
A scrap of engine. A picture tube’s neck.
An inch of cable. Fingers turned to dust.
Or even less than that, or even less.

Using a method
that you couldn’t have known then,
I can stir up memory
in countless elements.
Traces of blood are forever.
Lies shine.
Secret codes resound.
Doubts and intentions come to light.

If I want to
(and you can’t be too sure
that I will),
I’ll peer down the throat of your silence,
I’ll read your views
from the sockets of your eyes,
I’ll remind you in infinite detail
of what you expected from life besides death.

Show me your nothing
that you’ve left behind
and I’ll build from it a forest and a highway,
an airport, baseness, tenderness,
a missing home.

Show me your little poem
and I’ll tell you why it wasn’t written
any earlier or later than it was.

Oh no, you’ve got me wrong.
Keep your funny piece of paper
with its scribbles.
All I need for my ends
is your layer of dirt
and the long gone
smell of burning.

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

Consolazione, da “A vela in solitaria intorno alla stanza” (2013), Billy Collins

Quant’è bello non visitare l’Italia quest’estate,
vagare per le sue città o scalare i suoi torridi paesi di collina.
Quant’è più bello guidare per queste familiari strade locali,
afferrando appieno il senso di ogni segnale stradale, di ogni manifesto,
di ogni improvviso gesto della mano dei miei connazionali.

Qui non ci sono abbazie né affreschi che si sbriciolano o cupole
famose, e non c’è bisogno di mandare a memoria una successione
di re o visitare gli angoli sgocciolanti di una prigione.
Non c’è bisogno di stare attorno a un sarcofago, di vedere
il lettino di Napoleone all’Elba, o le ossa di un santo sotto vetro.

Quant’è più bello disporre dei semplici spazi di casa
che sentirsi schiacciato da un pilastro, un arco, una basilica.
Perché nascondere la testa in libri di frasi fatte e mappe spiegazzate?
Perché dare in pasto panorami a un’affamata macchina fotografica
impaziente di mangiarsi, un monumento alla volta, il mondo?

Anziché ciondolare in un caffé senza sapere dire ghiaccio,
punterò dritto verso il coffee shop e la cameriera
di nome Dot. Scivolerò nel flusso del giornale
del mattino, con tutte le barriere della lingua abbattute,
fiumi di idiomi che scorrono liberi, e uova al tegamino in arrivo.

E dopo colazione, non dovrò cercare qualcuno
disposto a fotografarmi, col braccio sulla spalla del proprietario.
Non mi romperò la testa sul conto né registrerò su un diario
che cosa ho mangiato e come il sole è entrato dalla finestra.
Basterà risalire in auto

come se fosse la grande auto della stessa lingua inglese
e suonando il mio rumoroso clacson vernacolare, prendere il volo
lungo una strada che non porterà mai a Roma, e nemmeno a Bologna.

(Traduzione di Franco Nasi)

Consolation

How agreeable it is not to be touring Italy this summer,
wandering her cities and ascending her torrid hilltowns.
How much better to cruise these local, familiar streets,
fully grasping the meaning of every roadsign and billboard
and all the sudden hand gestures of my compatriots.

There are no abbeys here, no crumbling frescoes or famous
domes and there is no need to memorize a succession
of kings or tour the dripping corners of a dungeon.
No need to stand around a sarcophagus, see Napoleon’s
little bed on Elba, or view the bones of a saint under glass.

How much better to command the simple precinct of home
than be dwarfed by pillar, arch, and basilica.
Why hide my head in phrase books and wrinkled maps?
Why feed scenery into a hungry, one-eyes camera
eager to eat the world one monument at a time?

Instead of slouching in a café ignorant of the word for ice,
I will head down to the coffee shop and the waitress
known as Dot. I will slide into the flow of the morning
paper, all language barriers down,
rivers of idiom running freely, eggs over easy on the way.

And after breakfast, I will not have to find someone
willing to photograph me with my arm around the owner.
I will not puzzle over the bill or record in a journal
what I had to eat and how the sun came in the window.
It is enough to climb back into the car

as if it were the great car of English itself
and sounding my loud vernacular horn, speed off
down a road that will never lead to Rome, not even Bologna.

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In questa poesia, leggera e ironica, Billy Collins ci racconta il suo modo di consolarsi per un mancato viaggio in Italia.
La dedico a chi, per i più disparati motivi, quest’anno deve rinunciare ad una vacanza, un viaggio.