Giorno di neve, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”(2013), Billy Collins

Oggi ci siamo svegliati con una rivoluzione di neve,
le sue bianche bandiere sventolavano su tutto,
il paesaggio svanisce,
non un topo punteggia la vacuità,
e oltre queste finestre

gli edifici pubblici soffocati,
scuole e biblioteche sepolte, l’ufficio postale perso
sotto il turbine silenzioso,
le strade dei treni dolcemente interrotte,
il mondo caduto sotto questo cadere.

Tra poco infilerò degli stivali
e uscirò come uno che cammina sull’acqua,
e il cane salterà come un delfino tra i mucchi,
e io scuoterò un ramo carico
e farò cadere su noi due una fredda doccia.

Ma per ora sono prigioniero volontario in questa casa,
un simpatizzante della causa anarchica della neve.
Mi farò un bricco di tè
e ascolterò la radio di plastica sul piano della cucina,
felice come tutti di sentire la notizia
che la Scuola dei Bambini dell’Angolo è chiusa,
la Scuola Din Don, chiusa,
la Scuola Tutti a Bordo, chiusa,
l’Asilo nido Hi-Ho, chiuso,
insieme con – a qualcuno farà piacere saperlo –

la Scuola Il Fungo, la Piccola Scuola,
l’Asilo Nido I Piccoli Passeri,
la Scuola per l’Infanzia Le Stelline, la Scuola a tempo pieno Piselli e Carote,
il centro per il bambino Pollicino, tutti chiusi,
e – applausi – la Scuola Ricreativa Noccioline.

Allora è qui dove i bambini si nascondono di giorno.
Sono questi i nidi dove scrivono a stampatello e disegnano,
dove indossano le loro vivaci giacche in miniatura,
dove tutti sfrecciano, scalano e scivolano,
tutti tranne qualche bambina che bisbiglia accanto alla staccionata.

E ora ascolto attento
nel grandioso silenzio della neve,
e mi sforzo di sentire quel che le tre bambine complottano,
quale rivolta è in arrivo,
quale reginetta sta per essere scalzata.

(Traduzione di Franco Nasi)

Snow Day

Today we woke up to a revolution of snow,   
its white flag waving over everything,
the landscape vanished,
not a single mouse to punctuate the blankness,   
and beyond these windows

the government buildings smothered,
schools and libraries buried, the post office lost   
under the noiseless drift,
the paths of trains softly blocked,
the world fallen under this falling.

In a while, I will put on some boots
and step out like someone walking in water,   
and the dog will porpoise through the drifts,   
and I will shake a laden branch
sending a cold shower down on us both.

But for now I am a willing prisoner in this house,   
a sympathizer with the anarchic cause of snow.   
I will make a pot of tea
and listen to the plastic radio on the counter,   
as glad as anyone to hear the news

that the Kiddie Corner School is closed,   
the Ding-Dong School, closed.
the All Aboard Children’s School, closed,   
the Hi-Ho Nursery School, closed,
along with—some will be delighted to hear—

the Toadstool School, the Little School,
Little Sparrows Nursery School,
Little Stars Pre-School, Peas-and-Carrots Day School   
the Tom Thumb Child Center, all closed,
and—clap your hands—the Peanuts Play School.

So this is where the children hide all day,
These are the nests where they letter and draw,   
where they put on their bright miniature jackets,   
all darting and climbing and sliding,
all but the few girls whispering by the fence.

And now I am listening hard
in the grandiose silence of the snow,
trying to hear what those three girls are plotting,   
what riot is afoot,
which small queen is about to be brought down.

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Chris Rea – “Winter Song” from the compilation album “Still So Far to Go: The Best of Chris Rea” 2009

Fermandosi accanto a un bosco in una sera di neve, da “Conoscenza della notte e altre poesie” (1988), Robert Frost

Di chi sia il bosco credo di sapere.
Ma la sua casa è in paese: così
Egli non vede che mi fermo qui
A guardare il suo bosco riempirsi di neve.

Troverà strano il mio cavallino
Fermarsi senza una casa vicino
Tra il bosco e il lago gelato
La sera più buia dell’anno.

Dà una scrollata al suo sonaglio
Per domandare se c’è uno sbaglio:
Il solo altro suono è il fruscio
Del vento lieve, dei soffici fiocchi.

Bello è il bosco, buio e profondo,
Ma io ho promesse da non tradire,
E miglia da fare prima di dormire,
E miglia da fare prima di dormire.

(Traduzione di Giovanni Giudici)

Il significato più profondo in ” Stopping by Woods …”:
Il narratore racconta di come un giorno si ferma nella foresta ricoperta da uno strato di neve mentre torna al suo villaggio e ne descrive la bellezza. Ma succede molto di più di un semplice uomo che torna a casa in inverno.
Alcune interpretazioni suggeriscono che il cavallo è effettivamente il narratore, o almeno, è nella stessa mentalità del narratore, facendo eco ai suoi pensieri. Il tema centrale della poesia è il viaggio della vita e le distrazioni che si presentano lungo il percorso. In altre parole: “c’è così poco tempo e così tanto da fare”.
Un’altra interpretazione è che la poesia descrive Babbo Natale che sta passando per i boschi. Il periodo di tempo qui descritto è il solstizio d’inverno, quando presumibilmente si sta dirigendo verso il villaggio. Il cavallo potrebbe rappresentare la renna. Sembra possibile che il narratore possa essere Babbo Natale quando riflette su “promesse da mantenere” e “miglia da percorrere prima di dormire”.

Stopping by Woods on a Snowy Evening

Whose woods these are I think I know.
His house is in the village though;
He will not see me stopping here
To watch his woods fill up with snow.

My little horse must think it queer
To stop without a farmhouse near
Between the woods and frozen lake
The darkest evening of the year.

He gives his harness bells a shake
To ask if there is some mistake.
The only other sound’s the sweep
Of easy wind and downy flake.

The woods are lovely, dark and deep,
But I have promises to keep,
And miles to go before I sleep,
And miles to go before I sleep.

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Jarrod Radnich – A Mad Russian’s Christmas – VPS

Notte, da “Gli amorosi incanti”, Sara Teasdale

Sulla neve alte le stelle –
dietro una stella che a occidente brilla
un pianeta lento oscilla –
tu cerca il bello –
cerca, e lo troverai:
non è lontano, non lo sarà mai.

(Traduzione di Silvio Raffo)

Night

Stars over snow,
And in the west a planet
Swinging low below a star—
Look for a lovely thing and you will find it,
It is not far—
It never will be far.

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Jarrod Radnich – Christmas Canon (Pachelbel’s Canon in D) – VPS

Nuovi piedi corrono per il mio giardino, Emily Dickinson

Nuovi piedi corrono per il mio giardino –
nuove dita smuovono la terra –
un trovatore sull’olmo
tradisce la solitudine.

Nuovi bambini giocano sul prato –
nuovi stanchi dormono sotto –
e ancora la primavera pensosa ritorna –
e ancora la neve puntuale!

(Traduzione di Massimo Bacigalupo)
Nota del traduttore:
Il sentimento della primavera evocato da una serie di immagini che si concludono con il presentimento dell’inverno. In realtà ogni distico affianca a un motivo primaverile un’allusione alla morte (quasi ogni verso è costituito da una frase completa).

New Feet Within My Garden Go 

New feet within my garden go –
New fingers stir the sod –
A Troubadour upon the Elm
Betrays the solitude.

New Children play upon the green –
New Weary sleep below –
And still the pensive Spring returns –
And still the punctual snow!
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Chopin Minute Waltz / Minutenwalzer Op. 64 No. 1 in D-flat major played by Anastasia Huppmann

Il volo, da “Gli amorosi incanti” (2010), Sara Teasdale

Due aquile noi siamo,
insieme sopra i cieli
sopra i monti
voliamo.
Le ali tese al vento,
il sole ci rincuora.
La neve il nostro sguardo
offusca lentamente
e un vortice di nuvole
ci segue evanescente.

Due aquile noi siamo,
ma se verrà la Morte
umani e rassegnati
insieme noi vorremmo
andarcene appagati.
Che né l’uno né l’altro resti solo –
questa fine abbia il volo,
così si estingua il fuoco,
così il libro si chiuda.

(Traduzione di Silvio Raffo)

The Flight

We are two eagles
Flying together
Under the heavens,
Over the mountains,
Stretched on the wind.
Sunlight heartens us,
Blind snow baffles us,
Clouds wheel after us
Ravelled and thinned.

We are like eagles,
But when Death harries us,
Human and humbled
When one of us goes,
Let the other follow,
Let the flight be ended,
Let the fire blacken,
Let the book close.

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Maksim’s video “Ballet Moderne”, featuring Yasmine Naghdi and the Girl Band Storm

Giorni, da “A vela in solitaria intorno alla stanza” (2013), Billy Collins

Non c’è dubbio, ciascuno è un dono,
messo misteriosamente fra le tue mani che si svegliano
o disposto sulla tua fronte
un attimo prima che tu apra gli occhi.

L’oggi comincia freddo e luminoso,
il terreno appesantito dalla neve
e dalla spessa muraglia di ghiaccio,
mentre il sole filtra fra torrette di nubi.

Dall’occhio calmo della finestra
tutto è al proprio posto
ma in modo così precario
questo giorno sembra adagiarsi

su quello precedente,
tutti i giorni del passato impilati
come in una impossibile torre di piatti
che i giocolieri costruivano sul palco.

Non c’è da stupirsi se ti ritrovi
appollaiato in cima a un’alta scala
con la speranza di aggiungerne un altro.
Solo un altro mercoledì,

sussurri,
poi trattenendo il fiato,
metti questa tazza sul piattino di ieri
senza il minimo tintinnio.

(Traduzione di Franco Nasi)

Days

Each one is a gift, no doubt,
mysteriously placed in your waking hand
or set upon your forehead
moments before you open your eyes.

Today begins cold and bright,
the ground heavy with snow
and the thick masonry of ice,
the sun glinting off the turrets of clouds.

Through the calm eye of the window
everything is in its place
but so precariously
this day might be resting somehow

on the one before it,
all the days of the past stacked high
like the impossible tower of dishes
entertainers used to build on stage.

No wonder you find yourself
perched on the top of a tall ladder
hoping to add one more.
Just another Wednesday,

you whisper,
then holding your breath,
place this cup on yesterday’s saucer
without the slightest clink.

Paesaggio invernale con corvi, Sylvia Plath

L’acqua del canale, da una chiusa in pietra,
si getta dentro quello stagno nero
dove, fuori stagione, assurdamente,
un cigno solitario, casto come neve,
galleggia, dileggio per la mente
opaca, che brama di trascinarne
a fondo il riflesso bianco.

Il sole, l’occhio arancio di un ciclope,
austero, scende dietro l’acquitrino,
non si degna di ammirare più a lungo
una simile desolazione;
nere piume di pensieri, mi aggiro come un corvo,
tetra, nella tenebra che cala
invernale.

I giunchi dell’estate scorsa sono fissi
nel ghiaccio come la figura
di te nel mio occhio; arido gelo
imbrina la finestra della mia ferita;
che conforto verrà dalla roccia
se la percuoteremo, perché si rinverdisca
il deserto del cuore?
Chi vorrebbe
addentrarsi in questo squallore?

(Traduzione di Marco Malvestio)

Winter landscape, with rooks

Water in the millrace, through a sluice of stone,
plunges headlong into that black pond
where, absurd and out-of-season, a single swan
floats chaste as snow, taunting the clouded mind
which hungers to haul the white reflection down.

The austere sun descends above the fen,
an orange cyclops-eye, scorning to look
longer on this landscape of chagrin;
feathered dark in thought, I stalk like a rook,
brooding as the winter night comes on.

Last summer’s reeds are all engraved in ice
as is your image in my eye; dry frost
glazes the window of my hurt; what solace
can be struck from rock to make heart’s waste
grow green again? Who’d walk in this bleak place?

La sola cosa, Czesław Miłosz

La foresta nei colori d’autunno sopra la valle.
Un viandante arriva condotto qui da una mappa
O forse dalla memoria. Una volta, molto tempo fa, col sole,
Quando cadde la prima neve, passando di qua,
Provò gioia forte senza un perché,
La gioia degli occhi. Tutto era un ritmo:
Alberi che sfilavano, un uccello in volo,
Un treno sul viadotto, una festa del movimento.
Torna dopo anni e non chiede nulla.
Desidera la sola cosa preziosa:
Essere soltanto uno sguardo puro senza nome,
Senza aspettative, né paure, né speranze,
Per stare a quella soglia dove non c’è più io e non-io.

This Only

A valley and above it forests in autumn colors.
A voyager arrives, a map leads him there.
Or perhaps memory. Once long ago in the sun,
When snow first fell, riding this way
He felt joy, strong, without reason,
Joy of the eyes. Everything was the rhythm
Of shifting trees, of a bird in flight,
Of a train on the viaduct, a feast in motion.
He returns years later, has no demands.
He wants only one, most precious thing:
To see, purely and simply, without name,
Without expectations, fears, or hopes,
At the edge where there is no I or not-I.

(Translated from Polish by Robert Hass)

Spalando la neve con Buddha, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

Nell’iconografia solita del tempio o del ristorante Wok locale
non lo vedresti mai fare una cosa del genere,
gettare la neve asciutta sopra la montagna
delle sue spalle nude, arrotondate,
i capelli raccolti in un nodo,
un modello di concentrazione.

Stare seduto è più consono alla sua velocità, se questa è la parola giusta
per quello che fa, o che non fa.

Anche la stagione è sbagliata per lui.
In tutte le sue apparizioni, non fa sempre caldo o appena umido?
Non è parte della sua espressione di serenità,
quel sorriso così ampio da abbracciare la vita dell’universo?

Ma siamo qui, ad aprirci la strada lungo il vialetto,
una pala dopo l’altra.
Lanciamo la neve soffice nell’aria chiara.
Sentiamo la foschia fredda in faccia.
E dopo ogni lancio scompariamo
e non ci vediamo più
nell’improvvisa nube che noi stessi abbiamo creato,
getti di una fontana di neve.

Questo è molto meglio di un sermone in chiesa,
dico ad alta voce, ma Buddha continua a spalare.
Questa è la vera religione, la religione della neve,
e della luce del sole e delle oche invernali che starnazzano nel cielo,
dico, ma è troppo impegnato per ascoltarmi.

Si è gettato a spalare neve
come se quello fosse lo scopo dell’esistenza,
come se il segno di una vita perfetta fosse un vialetto pulito
sul quale potresti facilmente uscire con l’auto
e guidare verso le vanità del mondo
con la ventola del riscaldamento rotta e una canzone alla radio.

Per tutta la mattina lavoriamo spalla a spalla,
io con tutti i miei commenti
e lui dentro il suo generoso pacchetto di silenzio,
fino a quando è quasi mezzogiorno
e la neve è ben impilata tutto attorno a noi;
lì, lo sento parlare.

Dopo questo, chiede,
possiamo andare dentro e giocare a carte?

Certo, rispondo, e ti scalderò un po’ di latte
e porterò in tavola del cioccolato in tazza
mentre tu mescolerai il mazzo,
e i nostri stivali staranno dritti a sgocciolare accanto alla porta.

Aaah, dice il Buddha, alzando lo sguardo
e appoggiandosi per un attimo alla pala
prima di calarne la lama sottile
a fondo nella neve bianca e scintillante.

(Traduzione di Franco Nasi)

Shoveling Snow with Buddha

In the usual iconography of the temple or the local Wok
you would never see him doing such a thing,
tossing the dry snow over a mountain
of his bare, round shoulder,
his hair tied in a knot,
a model of concentration.

Sitting is more his speed, if that is the word
for what he does, or does not do.

Even the season is wrong for him.
In all his manifestations, is it not warm or slightly humid?
Is this not implied by his serene expression,
that smile so wide it wraps itself around the waist of the universe?

But here we are, working our way down the driveway,
one shovelful at a time.
We toss the light powder into the clear air.
We feel the cold mist on our faces.
And with every heave we disappear
and become lost to each other
in these sudden clouds of our own making,
these fountain-bursts of snow.

This is so much better than a sermon in church,
I say out loud, but Buddha keeps on shoveling.
This is the true religion, the religion of snow,
and sunlight and winter geese barking in the sky,
I say, but he is too busy to hear me.

He has thrown himself into shoveling snow
as if it were the purpose of existence,
as if the sign of a perfect life were a clear driveway
you could back the car down easily
and drive off into the vanities of the world
with a broken heater fan and a song on the radio.

All morning long we work side by side,
me with my commentary
and he inside his generous pocket of silence,
until the hour is nearly noon
and the snow is piled high all around us;
then, I hear him speak.

After this, he asks,
can we go inside and play cards?

Certainly, I reply, and I will heat some milk
and bring cups of hot chocolate to the table
while you shuffle the deck,
and our boots stand dripping by the door.

Aaah, says the Buddha, lifting his eyes
and leaning for a moment on his shovel
before he drives the thin blade again
deep into the glittering white snow.

Piccole parole, da “Sale” (1962), Wislawa Szymborska

La Pologne? La Pologne? Deve esserci un freddo terribile, vero?”
mi ha chiesto, e ha tirato un sospiro di sollievo. Infatti sono saltati fuori tanti di quei paesi che la cosa migliore è parlare del clima.
“Oh, signora,” vorrei risponderle “i poeti del mio paese scrivono in guanti. Non dico che non se li tolgano mai; quando la luna scalda, allora sì. In strofe composte di grida tonanti, perché solo questo penetra attraverso il mugghio della tempesta, cantano l’esistenza semplice dei pastori di foche. I classici incidono con ghiaccioli d’inchiostro su cumuli di neve calpestati. Gli altri, i decadenti, piangono sul destino con stelline di neve. Chi si vuole annegare deve avere una scure per fare un buco nel ghiaccio. Oh, signora, mia cara signora!”

E’ così che vorrei risponderle. Ma ho dimenticato come si dice foca in francese. Non sono sicura del ghiacciolo e del buco nel ghiaccio.

La Pologne? La Pologne? Deve esserci un freddo terribile, vero?”
Pas du tout” rispondo glacialmente.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Vocabulary

La Pologne? La Pologne? Isn’t it terribly cold there?” she asked, and then sighed with relief. So many countries have been turning up lately that the safest thing to talk about is climate.

“Madame,” I want to reply, “my people’s poets do all their writing in mittens. I don’t mean to imply that they never remove them; they do, indeed, if the moon is warm enough. In stanzas composed of raucous whooping, for only such can drown the windstorms’ constant roar, they glorify the simple lives of our walrus herders. Our Classicists engrave their odes with inky icicles on trampled snowdrifts. The rest, our Decadents, bewail their fate with snowflakes instead of tears. He who wishes to drown himself must have an ax at hand to cut the ice. Oh, madame, dearest madame.

That’s what I mean to say. But I’ve forgotten the word for walrus in French. And I’m not sure of icicle and ax.

La Pologne? La Pologne? Isn’t it terribly cold there?”
Pas du tout” I answer icily.

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)