Vietnam, da “Discorso all’Ufficio oggetti smarriti” (2004), Wislawa Szymborska

Donna, come ti chiami? – Non lo so.
Quando sei nata, da dove vieni? – Non lo so.
Perche’ ti sei scavata una tana sottoterra? – Non lo so.
Da quando ti nascondi qui? – Non lo so.
Perché mi hai morso la mano? – Non lo so.
Sai che non ti faremo del male? – Non lo so.
Da che parte stai? – Non lo so.
Ora c’è la guerra, devi scegliere. – Non lo so.
Il tuo villaggio esiste ancora? – Non lo so.
Questi sono i tuoi figli? – Sì.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Vietnam

“Woman, what’s your name?” “I don’t know.”
“How old are you? Where are you from?” “I don’t know.”
“Why did you dig that burrow?” “I don’t know.”
“How long have you been hiding?” “I don’t know.”
“Why did you bite my finger?” “I don’t know.”
“Don’t you know that we won’t hurt you?” “I don’t know.”
“Whose side are you on?” “I don’t know.”
“This is war, you’ve got to choose.” “I don’t know.”
“Does your village still exist?” “I don’t know.”
“Are those your children?” “Yes.”

E’ un’intensa poesia sulla guerra in Vietnam e sul potere dell’amore materno.
Un dialogo tra soldati e una donna traumatizzata che gli shock della guerra hanno gettato in “modalità sopravvivenza”. Il suo senso di sé è crollato insieme alla sua società: non sa come si chiama, chi sono questi uomini, da quanto tempo si è rifugiata in una tana o da che parte sta la guerra.
Tutto quello che sa è che ha i suoi figli
.

La fine e l’inizio da “La fine e l’inizio” (1993), Wislawa Szymborska

Dopo ogni guerra
c’è chi deve ripulire.
In fondo un po’ d’ordine
da solo non si fa.

C’è chi deve spingere le macerie
ai bordi delle strade
per far passare
i carri pieni di cadaveri.

C’è chi deve sprofondare
nella melma e nella cenere,
tra le molle dei divani letto,
le schegge di vetro
e gli stracci insanguinati.

C’è chi deve trascinare una trave
per puntellare il muro,
c’è chi deve mettere i vetri alla finestra
e montare la porta sui cardini.

Non è fotogenico
e ci vogliono anni.
Tutte le telecamere sono già partite
per un’altra guerra.

Bisogna ricostruire i ponti
e anche le stazioni.
Le maniche saranno a brandelli
a forza di rimboccarle.

C’è chi con la scopa in mano
ricorda ancora com’era.
C’è chi ascolta
annuendo con la testa non mozzata.
Ma presto lì si aggireranno altri
che troveranno il tutto
un po’ noioso.

C’è chi talvolta
dissotterrerà da sotto un cespuglio
argomenti corrosi dalla ruggine
e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti.

Chi sapeva
di che si trattava,
deve far posto a quelli
che ne sanno poco.
E meno di poco.
E infine assolutamente nulla.

Sull’erba che ha ricoperto
le cause e gli effetti,
c’è chi deve starsene disteso
con la spiga tra i denti,
perso a fissare le nuvole.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Koniec i poczatek

Po każdej wojnie
ktoś musi posprzątać.
Jaki taki porządek
sam się przecież nie zrobi.

Ktoś musi zepchnąć gruzy
na pobocza dróg,
żeby mogły przejechać
wozy pełne trupów.

Ktoś musi grzęznąć
w szlamie i popiele,
sprężynach kanap,
drzazgach szkła
i krwawych szmatach.

Ktoś musi przywlec belkę
do podparcia ściany,
ktoś oszklić okno
i osadzić drzwi na zawiasach.

Fotogeniczne to nie jest
i wymaga lat.
Wszystkie kamery wyjechały już
na inną wojnę.

Mosty trzeba z powrotem
i dworce na nowo.
W strzępach będą rękawy
od zakasywania.

Ktoś z miotłą w rękach
wspomina jeszcze jak było.
Ktoś słucha
przytakując nie urwaną głową
Ale już w ich pobliżu
zaczną kręcić się tacy,
których to będzie nudzić.

Ktoś czasem jeszcze
Wykopie spod krzaka
przeżarte rdzą argumenty
i poprzenosi je na stos odpadków.

Ci, co wiedzieli
o co tutaj szło,
muszą ustąpić miejsca tym,
co wiedzą mało.
I mniej niż mało.
I wreszcie tyle co nic.

W trawie, która porosła
przyczyny i skutki,
musi ktoś sobie leżeć
z kłosem w zębach
i gapić się na chmury.

The End and the Beginning

After every war
someone has to clean up.
Things won’t
straighten themselves up, after all.

Someone has to push the rubble
to the side of the road,
so the corpse-filled wagons
can pass.

Someone has to get mired
in scum and ashes,
sofa springs,
splintered glass,
and bloody rags.

Someone has to drag in a girder
to prop up a wall,
Someone has to glaze a window,
rehang a door.

Photogenic it’s not,
and takes years.
All the cameras have left
for another war.

We’ll need the bridges back,
and new railway stations.
Sleeves will go ragged
from rolling them up.

Someone, broom in hand,
still recalls the way it was.
Someone else listens
and nods with unsevered head.
But already there are those nearby
starting to mill about
who will find it dull.

From out of the bushes
sometimes someone still unearths
rusted-out arguments
and carries them to the garbage pile.

Those who knew
what was going on here
must make way for
those who know little.
And less than little.
And finally as little as nothing.

In the grass that has overgrown
causes and effects,
someone must be stretched out
blade of grass in his mouth
gazing at the clouds.

(Translated from Polish by Joanna Trzeciak)

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Andrea Bocelli, Celine Dion, Lady Gaga, Lang Lang, John Legend perform “The Prayer”
during One World: Together At Home on April 18

Verranno le dolci piogge, da “Fiamma e ombra” (1920), Sara Teasdale

Verranno le dolci piogge e l’odore di terra,
e le rondini che volano in circolo con le loro strida scintillanti;

e le rane negli stagni che cantano di notte,
e gli alberi di susino selvatico che fremono di bianco;

i pettirossi vestiranno il loro piumaggio infuocato,
fischiettando le loro fantasie su una bassa recinzione in rete metallica;

e nessuno saprà della guerra,
nessuno presterà attenzione infine quando sarà avvenuto;

nessuno baderebbe, né uccello né albero,
se l’umanità scomparisse completamente;

e la Primavera stessa, al suo risveglio all’alba,
si renderebbe conto appena che noi ce ne siamo andati.

There Will Come Soft Rains

There will come soft rains and the smell of the ground,
And swallows circling with their shimmering sound;

And frogs in the pool singing at night,
And wild plum trees in tremulous white;

Robins will wear their feathery fire,
Whistling their whims on a low fence-wire;

And not one will know of the war, not one
Will care at last when it is done.

Not one would mind, neither bird nor tree,
If mankind perished utterly;

And Spring herself when she woke at dawn
Would scarcely know that we were gone.

Poem first published in Flame and Shadow, by Sara Teasdale, 1920

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There Will Come Soft Rains  è una delle poesie più conosciute di Sara Teasdale nella quale immagina un mondo post-apocalittico idilliaco in cui la natura continua pacificamente, meravigliosamente e indifferentemente dopo l’estinzione del genere umano. Ha ispirato il racconto breve di Ray Bradbury con lo stesso nome, incluso nella raccolta “Cronache marziane”.

Guerra, Alda Merini

O uomo sconciato come una fossa
in te si lavano le mani i servi,
i servi del delitto
che ti cambiano veste parola e udito
che ti fanno simile a un fantasma dorato.
Viscidi uccelli visitano le tue dimore
sparvieri senza volto
ti legano i polsi alle vendette
degli altri
che vogliono dissacrare il Signore.
O guerra, portento di ogni spavento
malvagità inarcata, figlia stretta
generata dal suolo di nessuno
non hai udito né ombra:
sei un mostro senza anima che mangia
la soglia
e il futuro dell’uomo.

War

O man ruined like a ditch
servants wash their hands in you,
the servants of murder
who change your clothes your words your hearing
who turn you into a golden ghost.
Slimy birds visit your dwellings
faceless sparrows
tie your wrists to the vendettas
of those
who want to desecrate God.
O war, prophet of all fear
over-arching evil, true daughter
born of no one’s ground
you have neither hearing nor shadow:
you are a soul-less monster eating
the threshold
and future of man.

(Translated by Susan Stewart)

La Luce di Natale, Laurence Housman

La Luce guardò in basso e vide le Tenebre:
Là voglio andare – disse la Luce.
La Pace guardò in basso e vide la Guerra:
Là voglio andare – disse la Pace.
L’Amore guardò in basso e vide l’Odio:
Là voglio andare – disse l’Amore.
Così apparve la Luce e risplendette,
così apparve la Pace e offrì riposo;
così apparve l’Amore e portò vita.
E il Verbo si fece carne e dimorò fra noi.

Light Looked Down

Light looked down and beheld Darkness.
“Thither will I go,” said Light.
Peace looked down and beheld War.
“Thither will I go,” said Peace.
Love looked down and beheld Hatred.
“Thither will I go,” said Love.
So came Light and shone.
So came Peace and gave rest.
So came Love and brought life.
And the Word was made flesh and dwelt among us.

Uve di mare, Derek Walcott

Quella vela piegata dalla luce,
stanca d’isole,
una goletta che batte il Mar dei Caraibi

per ritornare, potrebbe essere Odisseo
diretto a casa attraverso l’Egeo:
quel desiderio di padre e di marito,

sotto l’aspro livore della vecchiezza,
è come l’adultero che sente il nome di Nausicaa
in ogni grido di gabbiano.

E questo non assicura la pace. L’antica guerra
tra ossessione e responsabilità
non può finire ed è la stessa

per il naufrago e per chi sul lido
ora infila i piedi nei sandali per rientrare
da quando Troia ha spirato l’ultima fiamma

e il macigno del cieco ciclope ha alzato le acque
dalle cui ondate i grandiosi esametri giungono
alle conclusioni dell’esausta risacca.

I classici possono consolare. Ma non abbastanza.

Sea Grapes

That sail which leans on light,
tired of islands,
a schooner beating up the Caribbean

for home, could be Odysseus,
home-bound on the Aegean;
that father and husband’s

longing, under gnarled sour grapes, is like
the adulterer hearing Nausicaa’s name in
every gull’s outcry.
This brings nobody peace. The ancient war
between obsession and responsibility will
never finish and has been the same

for the sea-wanderer or the one on shore now
wriggling on his sandals to walk home, since
Troy sighed its last flame,

and the blind giant’s boulder heaved the trough from
whose groundswell the great hexameters come to the
conclusions of exhausted surf.

The classics can console. But not enough.

Primavera 1938, Bertolt Brecht

Oggi, mattina di Pasqua.
Un’improvvisa bufera di neve s’è abbattuta sull’isola.
Tra le siepi verdi c’era neve. Mio figlio piccolo
m’ha condotto a un alberello d’albicocche lungo il muro
distogliendomi da versi in cui indicavo a dito i
responsabili d’una guerra che può sterminare
il continente, quest’isola, il mio popolo, la mia famiglia
e me. In silenzio
abbiamo messo una tela di sacco
sull’albero infreddolito.

(Trad. di Walter Siti con Chiara Staiti)

Frühling 1938

Heute. Ostersonntag früh
ging ein plötzlicher Schneesturm über die Insel.
Zwischen den grünenden Hecken lag Schnee. Mein junger Sohn
holte mich zu einem Aprikosenbäumchen an der Hausmauer
von einem Vers weg, in dem ich auf diejenigen mit dem Finger deutete
die einen Krieg vorbereiteten, der
den Kontinent, diese Insel, mein Volk, meine Familie und mich
vertilgen mag. Schweigend
legten wir einen Sack
über den frierenden Baum.

Sono una stella, Hermann Hesse

Sono una stella del firmamento
che osserva il mondo, disprezza il mondo
e si consuma nel proprio ardore.

Io sono il mare di notte in tempesta
il mare urlante che accumula nuovi
peccati e agli antichi rende mercede.

Sono dal vostro mondo
esiliato di superbia educato, dalla superbia frodato,
io sono il re senza corona.

Son la passione senza parole
senza pietre del focolare, senz’arma nella guerra,
è la mia stessa forza che mi ammala.

Ich bin ein Stern

Ich bin ein Stern am Firmament,
Der die Welt betrachtet, die Welt verachtet,
Und in der eignen Glut verbrennt.

Ich bin das Meer, das nächtens stürmt,
Das klagende Meer, das opferschwer
Zu alten Sünden neue türmt.

Ich bin von Eurer Welt verbannt
Vom Stolz erzogen, vom Stolz belogen,
Ich bin ein König ohne Land.

Ich bin die stumme Leidenschaft,
Im Haus ohne Herd, im Krieg ohne Schwert,
Und krank an meiner eignen Kraft.