Giorni, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

Non c’è dubbio, ciascuno è un dono,
messo misteriosamente fra le tue mani che si svegliano
o disposto sulla tua fronte
un attimo prima che tu apra gli occhi.

L’oggi comincia freddo e luminoso,
il terreno appesantito dalla neve
e dalla spessa muraglia di ghiaccio,
mentre il sole filtra fra torrette di nubi.

Dall’occhio calmo della finestra
tutto è al proprio posto
ma in modo così precario
questo giorno sembra adagiarsi

su quello precedente,
tutti i giorni del passato impilati
come in una impossibile torre di piatti
che i giocolieri costruivano sul palco.

Non c’è da stupirsi se ti ritrovi
appollaiato in cima a un’alta scala
con la speranza di aggiungerne un altro.
Solo un altro mercoledì,

sussurri,
poi trattenendo il fiato,
metti questa tazza sul piattino di ieri
senza il minimo tintinnio.

(Traduzione di Franco Nasi)

Days

Each one is a gift, no doubt,
mysteriously placed in your waking hand
or set upon your forehead
moments before you open your eyes.

Today begins cold and bright,
the ground heavy with snow
and the thick masonry of ice,
the sun glinting off the turrets of clouds.

Through the calm eye of the window
everything is in its place
but so precariously
this day might be resting somehow

on the one before it,
all the days of the past stacked high
like the impossible tower of dishes
entertainers used to build on stage.

No wonder you find yourself
perched on the top of a tall ladder
hoping to add one more.
Just another Wednesday,

you whisper,
then holding your breath,
place this cup on yesterday’s saucer
without the slightest clink.

Abbastanza, da “Collected Poems” (1937), Sara Teasdale

È abbastanza per me di giorno
Camminare sulla stessa terra luminosa con lui;
Abbastanza che su di noi di notte
Lo stesso grande tetto di stelle sia buio.

Non ho alcuna cura di legare il vento
O posare un ostacolo sul mare –
È abbastanza sentire il suo amore
Che soffia come musica su di me.

Enough

It is enough for me by day
To walk the same bright earth with him;
Enough that over us by night
The same great roof of stars is dim.

I have no care to bind the wind
Or set a fetter on the sea –
It is enough to feel his love
Blow by like music over me.

La prima notte, da “Balistica”, Billy Collins

La cosa peggiore della morte deve essere
la prima notte.
— Juan Ramón Jiménez

Prima di averti aperto, Jiménez,
non avevo mai pensato che il giorno e la notte
avrebbero continuato a circondarsi a vicenda nel cerchio della morte,

ma ora mi spingi a chiedermi
se ci saranno anche un sole e una luna
e se i morti si riuniranno per vederli sorgere e tramontare

per poi riparare, ogni anima da sola,
in uno spettrale analogo di un letto.
O la prima notte sarà la sola notte,

un’oscurità per la quale non abbiamo altro nome?
Com’è fragile il nostro vocabolario di fronte alla morte
e com’è impossibile scriverla.

E’ qui che si ferma la lingua,
il cavallo che abbiamo cavalcato per tutta la vita
si impenna sul bordo di un dirupo da capogiro.

La parola che era all’inizio
e la parola che fu fatta carne:
quelle e ogni altra parola finiranno.

Anche ora, leggendoti sotto questo pergolato,
come posso descrivere un sole che brillerà dopo la morte?
Ma è abbastanza per spaventarmi

e farmi prestare più attenzione alla luna del mondo di giorno,
al brillio della luce del sole sull’acqua
o frammentata in una macchia di alberi,

e di guardare più da vicino qui, queste piccole foglie,
queste spine sentinella
che hanno il compito di fare la guardia alla rosa.

(Traduzione di Franco Nasi)

The First Night

The worst thing about death must be
the first night.
— Juan Ramón Jiménez

Before I opened you, Jiménez,
it never occurred to me that day and night
would continue to circle each other in the ring of death,

but now you have me wondering
if there will also be a sun and a moon
and will the dead gather to watch them rise and set

then repair, each soul alone,
to some ghastly equivalent of a bed.
Or will the first night be the only night,

a darkness for which we have no other name?
How feeble our vocabulary in the face of death,
How impossible to write it down.

This is where language will stop,
the horse we have ridden all our lives
rearing up at the edge of a dizzying cliff.

The word that was in the beginning
and the word that was made flesh—
those and all the other words will cease.

Even now, reading you on this trellised porch,
how can I describe a sun that will shine after death?
But it is enough to frighten me

into paying more attention to the world’s day-moon,
to sunlight bright on water
or fragmented in a grove of trees,

and to look more closely here at these small leaves,
these sentinel thorns,
whose employment it is to guard the rose.

Lo spirito ama vestirsi così, da “Dream Work” (1998), Mary Oliver

Lo spirito ama vestirsi così:
dieci dita delle mani, dieci dita dei piedi,
le spalle e tutto il resto.
Di notte tra i rami bui,
di giorno tra i rami blu del mondo.
Potrebbe fluttuare, naturalmente,
ma ha preferito piombare nella materia grezza.
Eterea e informe cosa,
ha bisogno della metafora del corpo,
calce e appetito,
i fluidi oceanici;
ha bisogno del mondo della materia,
l’istinto e l’immaginazione,
e dell’oscuro abbraccio del tempo,
della dolcezza e della concretezza
per essere capita,
per essere di più
di luce pura
che brucia dove nessuno è.
Così ci penetra,
la mattina
risplendendo nel riposo del corpo

come punta di fulmine;
e di notte
quando illumina il misterioso e profondo
inabissarsi del corpo,
come una stella.

Poem (the spirit likes to dress up)

The spirit
likes to dress up like this:
ten fingers,
ten toes,

shoulders, and all the rest
at night
in the black branches,
in the morning

in the blue branches
of the world.
It could float, of course,
but would rather

plumb rough matter.
Airy and shapeless thing,
it needs
the metaphor of the body,

lime and appetite,
the oceanic fluids;
it needs the body’s world,
instinct

and imagination
and the dark hug of time,
sweetness
and tangibility,

to be understood,
to be more than pure light
that burns
where no one is –

so it enters us –
in the morning
shines from brute comfort
like a stitch of lightning;

and at night
lights up the deep and wondrous
drownings of the body
like a star.

Ringraziamento, da “La gioia di scrivere” (2009), Wislawa Szymborska

Devo molto
a quelli che non amo.

Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.

La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l’amore non può darlo,
né riesce a toglierlo.

Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come una meridiana,
capisco
ciò che l’amore non capisce,
perdono
ciò che l’amore mai perdonerebbe.

Da un incontro a una lettera
passa non un’eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.

E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che trovi su ogni atlante.

È merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perché mobile.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

“Non devo loro nulla” –
direbbe l’amore
sulla questione aperta.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

“Thank-You Note”

I owe so much
to those I don’t love.

The relief as I agree
that someone else needs them more.

The happiness that I’m not
the wolf to their sheep.

The peace I feel with them,
the freedom –
love can neither give
nor take that.

I don’t wait for them,
as in window-to-door-and-back.
Almost as patient
as a sundial,
I understand
what love can’t,
and forgive
as love never would.

From a rendezvous to a letter
is just a few days or weeks,
not an eternity.

Trips with them always go smoothly,
concerts are heard,
cathedrals visited,
scenery is seen.

And when seven hills and rivers
come between us,
the hills and rivers
can be found on any map.

They deserve the credit
if I live in three dimensions,
in nonlyrical and nonrhetorical space
with a genuine, shifting horizon.

They themselves don’t realize
how much they hold in their empty hands.

“I don’t owe them a thing,”
would be love’s answer
to this open question.

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

Stella, da”Mappa del nuovo mondo”, Derek Walcott

Se, alla luce delle cose tu scolori
vera, eppure debolmente sottratta
alla nostra determinata e giusta
distanza, come la luna lasciata accesa
tutta la notte tra le foglie, possa
tu invisibilmente allietare questa casa;
o stella, doppiamente compassionevole, venuta
troppo presto per il crepuscolo, troppo tardi
per l’alba, possa la tua pallida fiamma
dirigere il peggio in noi
attraverso il caos
con la passione del
semplice giorno.

Star

If, in the light of things, you fade
real, yet wanly withdrawn
to our determined and appropriate
distance, like the moon left on
all night among the leaves, may
you invisibly delight this house;
O star, doubly compassionate, who came
too soon for twilight, too late
for dawn, may your pale flame
direct the worst in us
through chaos
with the passion of
plain day.

From The Gulf and Other Poems (1969)

Carpe diem, da “Ballistics”, Billy Collins

Forse erano le nuvole che si spostavano in fretta
o i fiori di primavera che fremevano fra le foglie secche
ma ero certo di essere nato proprio per cogliere questo giorno –

non solo un’altra carta nel mazzo dell’anno,
ma proprio il 19 marzo,
che appare chiaro e fresco come il dieci di quadri.

Vivere la vita appieno è l’unico modo,
pensavo mentre sedevo accanto a un finestrone
e picchiettavo con la matita la cupola di un fermacarte di vetro.

Bere fino all’ultima goccia dal calice della vita
era un consiglio irresistibile,
dicevo a me stesso mentre guardavo le date di qualcuno

nel Dizionario Biografico Nazionale
e poco dopo, mentre scrivevo alcune parole
sul retro di una cartolina.

Passare sfondando i cancelli di ferro della vita,
si tratta solo di questo,
avevo concluso mentre mi sdraiavo sulla moquette

con le mani intrecciate dietro la testa,
e riflettevo su quanto fosse unico questo giorno
e quanto io fossi diverso dagli uomini

del hara-kiri per i quali è un disonore
finire sdraiati sulla schiena.
Meglio, pensano, essere trovati a faccia in giù

con una camicia intrisa di sangue,
che essere scoperti con lo sguardo senza vita
fisso in alto sull’elegante soffitto di teak,

e ora posso quasi udire il silenzio
delle campane del tempio e il silenzio più leggero
degli uccelli che si nascondono nel buio di una siepe.

(Traduzione di Franco Nasi)

Carpe Diem

Maybe it was the fast-moving clouds
or the spring flowers quivering among the dead leaves,
but I knew this was one day I was born to seize –

not just another card in the deck of a year,
but March 19th itself,
looking as clear and fresh as the ten of diamonds.

Living life to the fullest is the only way,
I thought as I sat by a tall window
and tapped my pencil on the dome of a glass paperweight.

To drain the cup of life to the dregs
was a piece of irresistible advice,
I averred as I checked someone’s dates

in the Dictionary of National Biography
and later, as I scribbled a few words
on the back of a picture postcard.

Crashing through the iron gates of life
is what it is all about,
I decided as I lay down on the carpet,

locked my hands behind my head,
and considered how unique this day was
and how different I was from the men

of hari-kari for whom it is disgraceful
to end up lying on your back.
Better, they think, to be found facedown

in a blood-soaked shirt
than to be discovered with lifeless eyes
fixed on the elegant teak ceiling above you,

and now I can almost hear the silence
of the temple bells and the lighter silence
of the birds hiding in the darkness of a hedge.

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«E il corollario del carpe diem è la gratitudine, la gratitudine per essere semplicemente vivi, per avere un giorno da cogliere.
La presa del respiro, il battito del cuore. Gratitudine per il mondo naturale che ci circonda – le nuvole che si ammassano, l’ibis bianco vicino alla riva.
A Barcellona si tiene ogni anno un concorso di poesia. Ci sono tre premi: il terzo premio è una rosa d’argento, il secondo premio è una rosa d’oro e il primo premio: una rosa. Una vera rosa. Il fiore stesso.
Pensate a ciò la prossima volta che sentite il termine “priorità”.»

Dalla cerimonia di apertura a cui è intervenuto Billy Collins (Poeta Laureato 2001-2003) presso il Colorado College, 19 maggio 2008.

Spleen, da “I fiori del male”, Charles Baudelaire

Quando il cielo discende greve come un coperchio
sull’anima che geme stretta da noia amara,
e dell’ultimo orizzonte stringendo tutto il cerchio
ci versa un giorno cupo più di una notte nera,

quando la terra è fatta un’umida segreta,
entro cui la Speranza, pipistrello smarrito,
con le sue timide ali sbatte sulle pareti,
e va urtando la testa sul soffitto marcito,

quando la pioggia spiega le sue immense strisce
imitando le sbarre d’un carcere imponente,
e un popolo di ragni, silenzioso e viscido,
tende le sue reti in fondo a queste menti,

d’improvviso campane esplodono furiose,
lanciando verso il cielo un grido tremendo,
come anime che, erranti, senza patria, pietose
mandino un inatteso, ostinato, lamento.

– Funebri cortei, senza la musica e i tamburi
lenti solcano l’anima. La Speranza, lo sguardo
vinto, piange, e l’Angoscia, che dispotica e dura,
sul mio capo già cinto pianta ora il suo stendardo.

(Traduzione di Antonio Prete)

Spleen – LXXVIII

Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle
Sur l’esprit gémissant en proie aux longs ennuis,
Et que de l’horizon embrassant tout le cercle
Il nous verse un jour noir plus triste que les nuits;

Quand la terre est changée en un cachot humide,
Où l’Espérance, comme une chauve-souris,
S’en va battant les murs de son aile timide
Et se cognant la tête à des plafonds pourris;

Quand la pluie étalant ses immenses traînées
D’une vaste prison imite les barreaux,
Et qu’un peuple muet d’infâmes araignées
Vient tendre ses filets au fond de nos cerveaux,

Des cloches tout à coup sautent avec furie
Et lancent vers le ciel un affreux hurlement,
Ainsi que des esprits errants et sans patrie
Qui se mettent à geindre opiniâtrément.

– Et de longs corbillards, sans tambours ni musique,
Défilent lentement dans mon âme; l’Espoir,
Vaincu, pleure, et l’Angoisse atroce, despotique,
Sur mon crâne incliné plante son drapeau noir.

Spleen

When the low, heavy sky weighs like a lid
On the groaning spirit, victim of long ennui,
And from the all-encircling horizon
Spreads over us a day gloomier than the night;

When the earth is changed into a humid dungeon,
In which Hope like a bat
Goes beating the walls with her timid wings
And knocking her head against the rotten ceiling;

When the rain stretching out its endless train
Imitates the bars of a vast prison
And a silent horde of loathsome spiders
Comes to spin their webs in the depths of our brains,

All at once the bells leap with rage
And hurl a frightful roar at heaven,
Even as wandering spirits with no country
Burst into a stubborn, whimpering cry.

— And without drums or music, long hearses
Pass by slowly in my soul; Hope, vanquished,
Weeps, and atrocious, despotic Anguish
On my bowed skull plants her black flag.

(William Aggeler, The Flowers of Evil – Fresno, CA: Academy Library Guild, 1954)

La voce della pioggia, da “Foglie d’erba”, Walt Whitman

E tu chi sei? chiesi alla pioggia che scendeva dolce,
e che, strano a dirsi, mi rispose, come traduco di seguito:
sono il Poema della Terra, disse la voce della pioggia,
eterna mi sollevo impalpabile su dalla terraferma e dal mare insondabile,
su verso il cielo, da dove, in forma labile,
totalmente cambiata, eppure la stessa,
discendo a bagnare i terreni aridi, scheletrici,
le distese di polvere del mondo,
e ciò che in essi senza di me sarebbe solo seme, latente, non nato;
e sempre, di giorno e di notte, restituisco vita alla mia stessa origine,
la faccio pura, la abbellisco;
(perché il canto, emerso dal suo luogo natale,
dopo il compimento, l’errare,
sia che di esso importi o no,
debitamente ritorna con amore.)

(Traduzione di Giuseppe Conte)

The Voice of the Rain

And who art thou? said I to the soft-falling shower,
Which, strange to tell, gave me an answer, as here translated:
I am the Poem of Earth, said the voice of the rain,
Eternal I rise impalpable out of the land and the bottomless sea,
Upward to heaven, whence, vaguely form’d, altogether changed, and
yet the same,
I descend to lave the drouths, atomies, dust-layers of the globe,
And all that in them without me were seeds only, latent, unborn;
And forever, by day and night, I give back life to my own origin,
and make pure and beautify it;
(For song, issuing from its birth-place, after fulfilment, wandering,
Reck’d or unreck’d, duly with love returns.)

Da un taccuino, James Merrill

Il biancore vicino e distante.
Il freddo, la quiete…
Una prima parola è d’impasse
alla tormenta, passa
fuori nel fresco
candore. Non chiedi più niente.
Ogni passo anche mai intrapreso
porta in avanti, pur se
in cerchi sempre
più stretti, più stretti.
La vertigine
ti sostiene. E ora senza peso
plani sullo stagno ghiacciato,
calzato d’acciaio, a inseguire
il suo ovale senza sogni
con loop e spirali
finché (il tuo volto
luminoso e chino, coperto, svuotato
di ogni bisogno che tu conosca
cosa si nascondeva, cosa chiamava,
saggezza o errore,
sotto quello specchio)
la pagina che scarabocchiavi
si volta. Un giorno nuovo. Neve fresca.

From a Notebook

The whiteness near and far.
The cold, the hush. . . .
A first word stops
The blizzard, steps
Out into fresh
Candor. You ask no more.
Each never taken stride
Leads onward, though
In circles ever
Smaller, smaller.
The vertigo
Upholds you. And now to glide
Across the frozen pond,
Steelshod, to chase
Its dreamless oval
With loop and spiral
Until (your face
Downshining, lidded, drained
Of any need to know
What hid, what called,
Wisdom or error,
Beneath that mirror)
The page you scrawled
Turns. A new day. Fresh snow.