Spalando la neve con Buddha, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

Nell’iconografia solita del tempio o del ristorante Wok locale
non lo vedresti mai fare una cosa del genere,
gettare la neve asciutta sopra la montagna
delle sue spalle nude, arrotondate,
i capelli raccolti in un nodo,
un modello di concentrazione.

Stare seduto è più consono alla sua velocità, se questa è la parola giusta
per quello che fa, o che non fa.

Anche la stagione è sbagliata per lui.
In tutte le sue apparizioni, non fa sempre caldo o appena umido?
Non è parte della sua espressione di serenità,
quel sorriso così ampio da abbracciare la vita dell’universo?

Ma siamo qui, ad aprirci la strada lungo il vialetto,
una pala dopo l’altra.
Lanciamo la neve soffice nell’aria chiara.
Sentiamo la foschia fredda in faccia.
E dopo ogni lancio scompariamo
e non ci vediamo più
nell’improvvisa nube che noi stessi abbiamo creato,
getti di una fontana di neve.

Questo è molto meglio di un sermone in chiesa,
dico ad alta voce, ma Buddha continua a spalare.
Questa è la vera religione, la religione della neve,
e della luce del sole e delle oche invernali che starnazzano nel cielo,
dico, ma è troppo impegnato per ascoltarmi.

Si è gettato a spalare neve
come se quello fosse lo scopo dell’esistenza,
come se il segno di una vita perfetta fosse un vialetto pulito
sul quale potresti facilmente uscire con l’auto
e guidare verso le vanità del mondo
con la ventola del riscaldamento rotta e una canzone alla radio.

Per tutta la mattina lavoriamo spalla a spalla,
io con tutti i miei commenti
e lui dentro il suo generoso pacchetto di silenzio,
fino a quando è quasi mezzogiorno
e la neve è ben impilata tutto attorno a noi;
lì, lo sento parlare.

Dopo questo, chiede,
possiamo andare dentro e giocare a carte?

Certo, rispondo, e ti scalderò un po’ di latte
e porterò in tavola del cioccolato in tazza
mentre tu mescolerai il mazzo,
e i nostri stivali staranno dritti a sgocciolare accanto alla porta.

Aaah, dice il Buddha, alzando lo sguardo
e appoggiandosi per un attimo alla pala
prima di calarne la lama sottile
a fondo nella neve bianca e scintillante.

(Traduzione di Franco Nasi)

Shoveling Snow with Buddha

In the usual iconography of the temple or the local Wok
you would never see him doing such a thing,
tossing the dry snow over a mountain
of his bare, round shoulder,
his hair tied in a knot,
a model of concentration.

Sitting is more his speed, if that is the word
for what he does, or does not do.

Even the season is wrong for him.
In all his manifestations, is it not warm or slightly humid?
Is this not implied by his serene expression,
that smile so wide it wraps itself around the waist of the universe?

But here we are, working our way down the driveway,
one shovelful at a time.
We toss the light powder into the clear air.
We feel the cold mist on our faces.
And with every heave we disappear
and become lost to each other
in these sudden clouds of our own making,
these fountain-bursts of snow.

This is so much better than a sermon in church,
I say out loud, but Buddha keeps on shoveling.
This is the true religion, the religion of snow,
and sunlight and winter geese barking in the sky,
I say, but he is too busy to hear me.

He has thrown himself into shoveling snow
as if it were the purpose of existence,
as if the sign of a perfect life were a clear driveway
you could back the car down easily
and drive off into the vanities of the world
with a broken heater fan and a song on the radio.

All morning long we work side by side,
me with my commentary
and he inside his generous pocket of silence,
until the hour is nearly noon
and the snow is piled high all around us;
then, I hear him speak.

After this, he asks,
can we go inside and play cards?

Certainly, I reply, and I will heat some milk
and bring cups of hot chocolate to the table
while you shuffle the deck,
and our boots stand dripping by the door.

Aaah, says the Buddha, lifting his eyes
and leaning for a moment on his shovel
before he drives the thin blade again
deep into the glittering white snow.

Piccole parole, da “Sale” (1962), Wislawa Szymborska

La Pologne? La Pologne? Deve esserci un freddo terribile, vero?”
mi ha chiesto, e ha tirato un sospiro di sollievo. Infatti sono saltati fuori tanti di quei paesi che la cosa migliore è parlare del clima.
“Oh, signora,” vorrei risponderle “i poeti del mio paese scrivono in guanti. Non dico che non se li tolgano mai; quando la luna scalda, allora sì. In strofe composte di grida tonanti, perché solo questo penetra attraverso il mugghio della tempesta, cantano l’esistenza semplice dei pastori di foche. I classici incidono con ghiaccioli d’inchiostro su cumuli di neve calpestati. Gli altri, i decadenti, piangono sul destino con stelline di neve. Chi si vuole annegare deve avere una scure per fare un buco nel ghiaccio. Oh, signora, mia cara signora!”

E’ così che vorrei risponderle. Ma ho dimenticato come si dice foca in francese. Non sono sicura del ghiacciolo e del buco nel ghiaccio.

La Pologne? La Pologne? Deve esserci un freddo terribile, vero?”
Pas du tout” rispondo glacialmente.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Vocabulary

La Pologne? La Pologne? Isn’t it terribly cold there?” she asked, and then sighed with relief. So many countries have been turning up lately that the safest thing to talk about is climate.

“Madame,” I want to reply, “my people’s poets do all their writing in mittens. I don’t mean to imply that they never remove them; they do, indeed, if the moon is warm enough. In stanzas composed of raucous whooping, for only such can drown the windstorms’ constant roar, they glorify the simple lives of our walrus herders. Our Classicists engrave their odes with inky icicles on trampled snowdrifts. The rest, our Decadents, bewail their fate with snowflakes instead of tears. He who wishes to drown himself must have an ax at hand to cut the ice. Oh, madame, dearest madame.

That’s what I mean to say. But I’ve forgotten the word for walrus in French. And I’m not sure of icicle and ax.

La Pologne? La Pologne? Isn’t it terribly cold there?”
Pas du tout” I answer icily.

(Translated from Polish by Stanislaw Baranczak and Clare Cavanagh)

Dalla lunga festa triste da “The Late Hour”, Mark Strand

Qualcuno diceva
qualcosa sulle ombre che coprivano il campo, su
come le cose passano, come ci si addormenta verso il mattino
e il mattino se ne va.

Qualcuno diceva
di come il vento si spegne ma poi torna,
di come le conchiglie sono le bare del vento
ma le intemperie continuano.

Era una lunga serata
e qualcuno diceva qualcosa sulla luna che cosparge di bianco
i campi gelidi, e che non c’era niente da aspettarsi
se non sempre le stesse cose.

Non so chi parlò
di una città in cui era stata prima della guerra, una stanza e due candele
al muro, qualcuno che ballava, qualcuno che guardava.
Cominciammo a credere

che la sera non sarebbe mai terminata.
Qualcuno diceva che la musica era finita e non se n’era accorto nessuno.
Poi qualcuno disse qualcosa sui pianeti, sulle stelle,
di quant’erano minuscoli, quant’erano lontani.

(Traduzione di Damiano Abeni)

From the Long Sad Party from “The Late Hour”

Someone was saying
something about shadows covering the field, about
how things pass, how one sleeps towards morning
and the morning goes.

Someone was saying
how the wind dies down but comes back,
how shells are the coffins of wind
but the weather continues.

It was a long night
and someone said something about the moon shedding its
white
on the cold field, that there was nothing ahead
but more of the same.

Someone mentioned
a city she had been in before the war, a room with two
candles
against a wall, someone dancing, someone watching.
We began to believe

the night would not end.
Someone was saying the music was over and no one had
noticed.
Then someone said something about the planets, about the
stars,
how small they were, how far away.

Rischiando continuamente assurdità, Lawrence Ferlinghetti

Rischiando continuamente assurdità
e morte
dovunque si esibisce
sulle teste
del suo pubblico
il poeta come un acrobata
s’arrampica sul bordo
della corda che s’è costruita
ed equilibrandosi sulle travi degli occhi
sopra un mare di volti
marcia per la sua strada
verso l’altra sponda del giorno
facendo salti mortali
trucchi magici coi piedi
e altri mirabili gesti teatrali
e tutto senza sbagli
ogni cosa
per ciò che forse non esiste
Perché egli è il super realista
che deve per forza capire
una tersa verità
prima di affrontare passi e posizioni
nel suo supposto procedere
verso quell’ancor più alto posatoio
dove la Bellezza sta e aspetta
gravemente
l’avvio della sua girandola di morte
E lui
un piccolo Charlot
che potrà cogliere o no
la sua dolce forma eterna
con le braccia distese in croce nell’aria vuota
dell’esistenza

(Trad. di Raffaella Marzano)

Constantly Risking Absurdity

Constantly risking absurdity
and death
whenever he performs
above the heads
of his audience
the poet like an acrobat
climbs on rime
to a high wire of his own making
and balancing on eyebeams
above a sea of faces
paces his way
to the other side of the day
performing entrachats
and sleight-of-foot tricks
and other high theatrics
and all without mistaking
any thing
for what it may not be
For he’s the super realist
who must perforce perceive
taut truth
before the taking of each stance or step
in his supposed advance
toward that still higher perch
where Beauty stands and waits
with gravity
to start her death-defying leap
And he
a little charleychaplin man
who may or may not catch
her fair eternal form
spreadeagled in the empty air
of existence