Studioso di nuvole, da “A vela in solitaria intorno alla stanza”, Billy Collins

L’emozione va trovata nelle nuvole,
non nelle masse verdi di colline digradanti
e neppure nelle firme grigie dei fiumi,
secondo Constable, che era uno studioso delle nuvole,
e riempiva scaffali di quaderni con schizzi del loro moto,
del loro nobile aspetto e dei bruschi effetti del tempo.

All’aperto, deve avere guardato in su migliaia di volte,
con la matita che cercava di tenere il passo del loro alto viaggiare
e il silenzioso turbinio del loro fluire e rifluire.
Le nubi muovendosi internamente, facendo capriole nel proprio centro,
ruotando nei margini in fiamme fino a farsi vapore,
uscivano dai contorni disegnati
fino a dissiparsi nell’azzurro universale del cielo.

Ora con le fotografie possiamo fermare questo movimento
abbastanza a lungo per etichettarle con nomi latini.
Cirrus, nimbus, stratocumulus –
vertiginose, romantiche, autoritarie –
esibiscono i loro titoli alle scuole sottostanti
dove le loro forme e i loro significati sono mandati a memoria.

(Traduzione di Franco Nasi)

Student of Clouds

The emotion is to be found in the clouds
not in the green solids of the sloping hills
or even in the gray signatures of rivers,
according to Constable,who was a student of clouds
and filled shelves of notebooks with their motion,
their lofty gesturing and sudden implication of weather.

Outdoor, he must have looked up thousands of times,
his pencil trying to keep pace with their high voyaging
and the silent commotion of the eddying and flow.
Clouds would move beyond the outlines he would draw
as they moved within themselves, tumbling into their centers
and swirling off at the burning edges in vapors
to dissipate into the universal blue of the sky.

In photographs we can stop all this movement now
long enough to tag them with their Latin names.
Cirrus, nimbus, stratocumulus –
dizzying, romantic, authoritarian –
they bear their titles over the schoolhouses below
where their shapes and meanings are memorized.

High on the soft blue canvases of Constable
they are stuck in pigment but his clouds appear
to be moving still in the wind of his brush,
inching out of England and the nineteenth century
and sailing over these meadows where I am walking,
bareheaded beneath the cupola of motion,
my thoughts arranged like paint on a high blue ceiling.

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Ludovico Einaudi, Nuvole bianche

Tristezze della luna, da “Les fleurs du mal”, Charles Baudelaire

Più pigra sogna la luna stasera.
Come bellezza, su molli cuscini,
che accarezza distratta e leggera,
prima del sonno, le curve dei seni,

sul dorso serico delle valanghe,
morente, manda estenuati sospiri,
sperde il suo sguardo in visioni bianche
fluttuanti nell’azzurro come fiori.

Quando languida, oziosa, una furtiva
lacrima lascia che quaggiù arrivi,
un poeta, devoto, veglia, e afferra

nella sua mano quella goccia pallida,
iridata come scheggia d’opale,
lungi dal sole in sé la sotterra.

(Traduzione di Antonio Prete)

Tristesses de la lune

Ce soir, la lune rêve avec plus de paresse;
Ainsi qu’une beauté, sur de nombreux coussins,
Qui d’une main distraite et légère caresse
Avant de s’endormir le contour de ses seins,

Sur le dos satiné des molles avalanches,
Mourante, elle se livre aux longues pâmoisons,
Et promène ses yeux sur les visions blanches
Qui montent dans l’azur comme des floraisons.

Quand parfois sur ce globe, en sa langueur oisive,
Elle laisse filer une larme furtive,
Un poète pieux, ennemi du sommeil,

Dans le creux de sa main prend cette larme pâle,
Aux reflets irisés comme un fragment d’opale,
Et la met dans son coeur loin des yeux du soleil.

Sadness of the Moon

Tonight the moon dreams with more indolence,
Like a lovely woman on a bed of cushions
Who fondles with a light and listless hand
The contour of her breasts before falling asleep;

On the satiny back of the billowing clouds,
Languishing, she lets herself fall into long swoons
And casts her eyes over the white phantoms
That rise in the azure like blossoming flowers.

When, in her lazy listlessness,
She sometimes sheds a furtive tear upon this globe,
A pious poet, enemy of sleep,

In the hollow of his hand catches this pale tear,
With the iridescent reflections of opal,
And hides it in his heart afar from the sun’s eyes.

— William Aggeler, The Flowers of Evil (Fresno, CA: Academy Library Guild, 1954)

Attimo, da “Attimo” (2002), Wislawa Szymborska

Cammino sul pendio d’una collina verde.
Erba, tra l’erba fiori
come in un quadretto per bambini.
Il cielo annebbiato, già tinto d’azzurro.
La vista si distende in silenzio sui colli intorno.

Come se qui mai ci fossero stati cambriano e siluriano,
rocce ringhianti l’una all’altra,
abissi gonfiati,
notti fiammeggianti
e giorni nei turbini dell’oscurità.

Come se di qua non si fossero spostate le pianure
in preda a febbri maligne,
brividi glaciali.

Come se solo altrove fossero ribolliti i mari
e si fossero rotte le sponde degli orizzonti.

Sono le nove e trenta, ora locale.
Tutto è al suo posto e in garbata concordia.
Nella valletta un piccolo torrente in quanto tale.
Un sentiero in forma di sentiero da sempre a sempre.
Un bosco dal sembiante di bosco pei secoli dei secoli, amen,
e in alto uccelli in volo nel ruolo di uccelli in volo.

Fin dove si stende la vista, qui regna l’attimo.
Uno di quegli attimi terreni
che sono pregati di durare.

(Traduzione di Pietro Marchesani)

Moment

I walk on the slope of a hill gone green.
Grass, little flowers in the grass,
as in a children’s illustration.
The misty sky’s already turning blue.
A view of other hills unfolds in silence.

As if there’d never been any Cambrians, Silurians,
rocks snarling at crags,
upturned abysses,
no nights in flames
and days in clouds of darkness.

As if plains hadn’t pushed their way here
in malignant fevers,
icy shivers.

As if seas had seethed only elsewhere,
shredding the shores of the horizons.

It’s nine-thirty local time.
Everything’s in its place and in polite agreement.
In the valley a little brook cast as a little brook.
A path in the role of a path from always to ever.
Woods disguised as woods alive without end,
and above them birds in flight play birds in flight.

This moment reigns as far as the eye can reach.
One of those earthly moments
invited to linger.

(Translated from Polish by Stanisław Barańczak and Clare Cavanagh)

Luce, da “Poesie sparse” (1917/1936), Federico Garcia Lorca

È la magica ora intensa del tramonto.
Il monte si dissangua. La luce è bionda. Io
cammino sul sentiero con aria distrutta,
la fronte bassa e il cuore rosso.

Il poeta è l’ombra luminosa che cammina
con la pretesa di collegare gli uomini a Dio,
senza considerare che l’azzurro è un Sogno che vive
e la Terra un altro sogno che da tempo è morto.

L’azzurro che ammiriamo possiede la gran tristezza
di non prevedere mai dov’è la propria fine,
e Dio è la tristezza suprema ed impossibile
dal momento che il suo perché profondo neanche può parlare.

Il segreto di tutto non esiste. Le stelle
sono anime che vollero dare la scalata al mistero.
L’essenza del mistero le rese luce di pietra,
ma non riuscirono a introdursi nella sua Pace.

(Traduzione di Claudio Rendina)

Luz

Es la mágica hora sentida del ocaso.
El monte se desangra. La luz es rubia. Yo
marcho por el sendero con aire de fracaso,
apagada la frente y rojo el corazón.

El poeta es la sombra luminosa que marcha
pretendiendo enlazar a los hombres con Dios,
sin notar que el azul es un Sueño que vive
y la Tierra otro sueño que hace tiempo murió.

El azul que miramos tiene la gran tristeza
de no presentir nunca donde su fin está,
y Dios es la tristeza suprema e imposible
pues su porqué profundo tampoco puede hablar.

El secreto de todo no existe. Las estrellas
son almas que al misterio quisieron escalar.
La esencia del misterio las hizo luz de piedra,
pero no consiguieron internarse en su Paz.

Portatemi il tramonto in una coppa, Emily Dickinson

Portatemi il tramonto in una coppa –
Calcolate le caraffe del mattino
E ditemi quant’è la Rugiada –
Ditemi fin dove si spinge il mattino –
Ditemi a che ora va a dormire il tessitore
Che filò le vastità d’azzurro!

Scrivetemi quante note ci sono
Nell’estasi del nuovo Pettirosso
Fra gli attoniti rami –
Quanti viaggi fa la Tartaruga –
Quante coppe consuma l’Ape,
La Dissoluta di Rugiade!

Ancora, chi posò i piloni dell’Arcobaleno,
Ancora, chi guida le docili sfere
Con vimini di flessibile azzurro?
Di chi le dita che tendono le stalattiti –
Chi conta le perline della notte
Per vedere che nessuna manchi?

Chi costruì questa piccola Candida Casa
E chiuse così bene le finestre
Da impedire al mio spirito di vedere?
Chi mi farà uscire in qualche giorno di gala
Con strumenti per volare via,
Superando ogni Pomposità?

(Trad. Giuseppe Ierolli)

Bring me the sunset in a cup

Bring me the sunset in a cup,
Reckon the morning’s flagons up
And say how many Dew,
Tell me how far the morning leaps—
Tell me what time the weaver sleeps
Who spun the breadth of blue!

Write me how many notes there be
In the new Robin’s ecstasy
Among astonished boughs—
How many trips the Tortoise makes—
How many cups the Bee partakes,
The Debauchee of Dews!

Also, who laid the Rainbow’s piers,
Also, who leads the docile spheres
By withes of supple blue?
Whose fingers string the stalactite—
Who counts the wampum of the night
To see that none is due?

Who built this little Alban House
And shut the windows down so close
My spirit cannot see?
Who’ll let me out some gala day
With implements to fly away,
Passing Pomposity?