Balocchi, da “La luna crescente” (2000), Rabindranath Tagore

Bambino, quanto sei felice
seduto nella polvere a giocare
con un ramoscello tutta la mattina!
Io sorrido di questo tuo gioco
con un ramoscello spezzato.
Io sono indaffarato coi miei conti
sommando cifre per ore e ore.
Forse mi sbirci pensando: Che stupido
gioco con cui sprecare il mattino!
Bambino, ho scordato l’arte di giocare
con torte di fango e bastoncini.
Vado in cerca di costosi balocchi
e ammasso mucchi d’oro e d’argento.
Tu sai creare i tuoi giochi felici
con tutto quello che trovi. Io spreco
Il mio tempo e le mie forze per cose
che non riesco mai a ottenere.
Mi sforzo con la mia fragile canoa
d’attraversare il mare del desiderio,
e mi dimentico che anche il mio
è soltanto un gioco.


Child, how happy you are sitting in the dust, playing with a broken twig all the morning.
I smile at your play with that little bit of a broken twig.
I am busy with my accounts, adding up figures by the hour.
Perhaps you glance at me and think, “What a stupid game to spoil your morning with!”
Child, I have forgotten the art of being absorbed in sticks and mud-pies.
I seek out costly playthings, and gather lumps of gold and silver.
With whatever you find you create your glad games, I spend both my time and my strength over things I never can obtain.
In my frail canoe I struggle to cross the sea of desire, and forget that I too am playing a game.


Francesco Tristano – Toccata, 14 gen 2022

Quando e perché, da “La luna crescente” (2000), Rabindranath Tagore

Quando ti porto giocattoli colorati, bambino
mio, capisco perché c’è un simile gioco di colori
nelle nubi, nell’acqua, e perché anche i fiori si
colorino così – quando ti porto giocattoli colorati.
Quando canto per farti danzare, allora veramente comprendo
perché c’è musica tra le foglie, e perché
le onde mandano il loro coro di voci al cuore
della terra palpitante – quando canto per farti danzare.
Quando porgo dolci cose alle tue avide mani,
so perché c’è miele nel calice del fiore, e perché
i frutti sono segretamente pieni di dolce succo –
quando porgo dolci cose alle tue avide mani.
Quando bacio il tuo viso per farti sorridere,
mio caro, io certo capisco quali correnti soavi
vengono dal cielo nella luce del mattino, e quale
delizia porta alle mie membra la brezza d’estate
quando ti bacio per farti sorridere.

(Traduzione di Maurizio Lipparini)

When And Why

When I bring you coloured toys, my child, I understand why there
is such a play of colours on clouds, on water, and why flowers are
painted in tints-when I give coloured toys to you, my child.
When I sing to make you dance, I truly know why there is music
in leaves, and why waves send their chorus of voices to the heart
of the listening earth-when I sing to make you dance.
When I bring sweet things to your greedy hands, I know why
there is honey in the cup of the flower, and why fruits are
secretly filled with sweet juice-when I bring sweet things to your
greedy hands.
When I kiss your face to make you smile, my darling, I surely
understand what pleasure streams from the sky in morning light, and
what delight the summer breeze brings to my body-when I kiss you
to make you smile.


Martynas Levickis performing The Lion Sleeps Tonight from “The Lion King” with Mikroorkéstra Chamber Ensemble during his spectacular concert of the best movie music of all time – “Cinema”. Live in Vilnius | 05 January 2020

Il dono, da “La luna crescente” (2000), Rabindranath Tagore

Voglio donarti qualcosa, bambino mio, perché stiamo andando alla deriva nella corrente del mondo. Le nostre vite si divideranno, il nostro amore sarà perduto per sempre. Ma io non sono così sciocco da sperare di poter comprare il tuo cuore con i miei doni. Giovane è la tua vita, lungo il tuo cammino, l’amore che ti offriamo lo bevi d’un sorso, poi ti volti e corri lontano da noi. Hai il tuo gioco e i compagni per esso. Che male c’è se non hai tempo e pensiero per noi? Noi, in verità, avremo abbastanza tempo nella vecchiaia per contare i giorni trascorsi, e serbare nei nostri cuori ciò che le nostre mani avranno perduto per sempre. Il fiume corre rapido nel suo canto, travolge tutte le barriere. Ma la montagna resta e ricorda, e veglia col suo amore.

(Traduzione di Maurizio Lipparini)

The Gift

I want to give you something, my child, for we are drifting in the stream of the world.
Our lives will be carried apart, and our love forgotten.
But I am not so foolish as to hope that I could buy your heart with my gifts.
Young is your life, your path long, and you drink the love we bring you at one draught and turn and run away from us.
You have your play and your playmates. What harm is there if you have no time or thought for us!
We, indeed, have leisure enough in old age to count the days that are past, to cherish in our hearts what our hands have lost for ever.
The river runs swift with a song, breaking through all barriers.
But the mountain stays and remembers, and follows her with his love.


David Garrett, Air by Johann Sebastian Bach

Le bolle di sapone che questo bambino, da “Fernando Pessoa, Una sola moltitudine” (1984), Fernando Pessoa

Le bolle di sapone che questo bambino
si diverte a soffiare da una cannuccia
sono traslucidamente tutta una filosofia.
Chiare, inutili e passeggere come la Natura,

amiche degli occhi come le cose,
sono quello che sono
con una precisione rotonda e aerea,
e nessuno, nemmeno il bambino che le libera
pretende che siano di più di quanto sembrano essere.

Alcune si vedono a stento nell’aria tersa.
Sono come la brezza che passa quasi senza toccare i fiori
e soltanto sappiamo che passa
perché qualcosa si alleggerisce in noi
e accetta tutto più nitidamente.

(Traduzione di Maria José de Lancastre)

As bolas de sabão que esta criança

As bolas de sabão que esta criança
Se entretém a largar de uma palhinha
São translucidamente uma filosofia toda.
Claras, inúteis e passageiras como a Natureza,

Amigas dos olhos como as coisas,
São aquilo que são
Com uma precisão redondinha e aérea,
E ninguém, nem mesmo a criança que as deixa,
Pretende que elas são mais do que parecem ser.

Algumas mal se vêem no ar lúcido.
São como a brisa que passa e mal toca nas flores
E que só sabemos que passa
Porque qualquer coisa se aligeira em nós
E aceita tudo mais nitidamente.

“O Guardador de Rebanhos”, In Poemas de Alberto Caeiro, Fernando Pessoa. Lisboa: Ática, 1946

The soap-bubble this child

The soap-bubble this child
Keeps blowing fron a reed
Are translucently a whole philosophy.
Bright, purposeless and transient like Nature,

Friends of the eyes like things,
They are what they are
Whith a rounded and aerial precision,
And no one, not even the child who is letting them loose,
Pretends that they are more than what they seem.

Some are scarcely seen in the light-filled air.
They’re like breeze, which passes and barely touches the flowers
And which we know is passing
Only because something gets air-borne in us
And accepts averything more lucidly.

Selected Poems Fernando Pessoa, Translated by Jonathan Griffin

La fede del bambino è nuova -, Emily Dickinson

La fede del Bambino è nuova –
Totale – come il Suo Modo di Essere –
Vasta – come l’Aurora
Su freschi Occhi –
Mai che abbia un Dubbio –
Ride – dello Scrupolo –
Crede tutto finto
Tranne il Paradiso –
Dà credito al Mondo –
Ritiene il Suo Potere
Più esteso di Regni –
E Cesare – mediocre –
A Paragone –
Imperatore senza fondamento –
Che domina il nulla,
Pur governando tutto –

Il crescere via via
Fa ritenere sbagliate
Le sue belle idee
Di Faccende Spinose
Acquisisce esperienza
Dolorosa – come la certezza –
Che Uomini – deve attendersi
Invece di Re –

(Traduzione di Giuseppe Ierolli)

The Child’s faith is new –

The Child’s faith is new –
Whole – like His Principle –
Wide – like the Sunrise
On fresh Eyes –
Never had a Doubt –
Laughs – at a Scruple –
Believes all sham
But Paradise –
Credits the World –
Deems His Dominion
Broadest of Sovreignties –
And Caesar – mean –
In the Comparison –
Baseless Emperor –
Ruler of nought,
Yet swaying all –

Grown bye and bye
To hold mistaken
His pretty estimates
Of Prickly Things
He gains the skill
Sorrowful – as certain –
Men – to anticipate
Instead of Kings –

Cosa posso dire, Mary Oliver

Cosa posso dire ancora che non abbia già detto prima?
Quindi lo dirò di nuovo.
La foglia ha in sé una canzone.
La pietra ha il volto della pazienza.
Dentro il fiume c’è una storia interminabile
e tu sei lì dentro da qualche parte
e non finirà mai fino a che tutto finirà.

Porta il tuo cuore indaffarato al museo d’arte
e alla camera di commercio
ma portalo anche nella foresta.
Il canto che sentivi cantare tra le foglie
quando eri un bambino
sta ancora cantando.
Ho vissuto, finora, per settantaquattro anni,
e la foglia sta cantando ancora.

What Can I Say

What can I say that I have not said before?
So I’ll say it again.
The leaf has a song in it.
Stone is the face of patience.
Inside the river there is an unfinishable story
and you are somewhere in it
and it will never end until all ends.

Take your busy heart to the art museum and the
chamber of commerce
but take it also to the forest.
The song you heard singing in the leaf when you
were a child
is singing still.
I am of years lived, so far, seventy-four,
and the leaf is singing still.

~“What Can I Say” from Swan by Mary Oliver

La pace, Alda Merini

A Enrico Baj

La pace che sgorga dal cuore
e a volte diventa sangue,
il tuo amore
che a volte mi tocca
e poi diventa tragedia,
la morte qui sulle mie spalle,
come un bambino pieno di fame
che chiede luce e cammina.
Far camminare un bimbo è cosa semplice,
tremendo è portare gli uomini
verso la pace,
essi accontentano la morte
per ogni dove,
come fosse una bocca da sfamare.
Ma tu maestro che ascolti
i palpiti di tanti soldati,
sai che le bocche della morte
sono di cartapesta,
più sinuosi dei dolci
le labbra intoccabili
della donna che t’ama.

Il mondo del bambino, da “The Crescent Moon”, Rabindranath Tagore

Vorrei poter avere un angolo tutto per me nel cuore del mio bambino ed osservarlo nel suo vero mondo.
So che le stelle parlano con lui e il cielo si china sul suo viso per divertirlo con le sue frivole nubi, ed arcobaleni.
Ogni cosa che sembra muta e incapace di muoversi s’avvicina lentamente alla sua finestra recando fiabe e cesti pieni di lucenti giocattoli.
Vorrei poter viaggiare lungo la via che attraversa la mente del bambino, oltre tutti i confini; dove i messaggeri vanno errando tra i domìni di re senza storia; dove la Ragione fa aquiloni delle proprie leggi, e li lancia, e la Verità libera le azioni dalle sue catene.

(Traduzione di Maurizio Lipparini)

Baby’s World

I wish I could take a quiet corner in the heart of my baby’s very
own world.
I know it has stars that talk to him, and a sky that stoops
down to his face to amuse him with its silly clouds and rainbows.
Those who make believe to be dumb, and look as if they never
could move, come creeping to his window with their stories and with
trays crowded with bright toys.
I wish I could travel by the road that crosses baby’s mind,
and out beyond all bounds;
Where messengers run errands for no cause between the kingdoms
of kings of no history;
Where Reason makes kites of her laws and flies them, the Truth
sets Fact free from its fetters.

Alberi, da “Histoires” (1946), Jacques Prévert

In gergo la gente chiama “foglie” le orecchie
è come se sentissero, come se gli alberi conoscessero la musica
ma la verde lingua degli alberi è un gergo ben più antico
chi può sapere cosa essi dicono quando parlano degli uomini
gli alberi parlano albero
come i bambini parlano bambino

Quando un figlio di donna e uomo
rivolge le sue parole a un albero
l’albero risponde
il bambino capisce
Più tardi il bambino
parla arboricoltura con maestri e genitori

non può più sentire la voce degli alberi
non può più sentire la loro canzone nel vento
Eppure a volte una fanciulla
scoppia in un grido disperato
presso una piazza di cemento armato
di erba triste e terra sporca

questa è … oh… questa è
la tristezza di essere abbandonati
che mi fa gridare aiuto
o la paura che mi dimentichiate
alberi della mia giovinezza
la mia gioventù per davvero

Nell’oasi del ricordo
una sorgente è appena sgorgata
è per farmi piangere
ero così felice nella folla
la folla verde del bosco
con il timore di perdermi e di ritrovarmi

Non dimenticate la vostra piccola amica
alberi della mia foresta.


En argot les hommes appellent les oreilles des feuilles
c’est dire comme ils sentent que les arbres connaissent la musique
mais la langue verte des arbres est un argot bien plus ancien
Qui peut savoir ce qu’ils disent lorsqu’ils parlent des humains
les arbres parlent arbre
comme les enfants parlent enfant

Quand un enfant de femme et d’homme
adresse la parole à un arbre
l’arbre répond
l’enfant entend
Plus tard l’enfant
parle arboriculture
avec ses maitres et ses parents

Il n’entend plus la voix des arbres
il n’entend plus leur chanson dans le vent
pourtant parfois une petite fille
pousse un cri de détresse
dans un square de ciment armé
d’herbe morne et de terre souillée

Est-ce… oh… est-ce
la tristesse d’être abandonnée
qui me fait crier au secours
ou la crainte que vous m’oubliiez
arbre de ma jeunesse
ma jeunesse pour de vrai

Dans l’oasis du souvenir
une source vient de jaillir
est-ce pour me faire pleurer
J’étais si heureuse dans la foule
la foule verte de la forêt
avec la crainte de me perdre
et la crainte de me retrouver

N’oubliez pas votre petite amie
arbres de ma forêt.

Lo scoubidou, da “The Trouble with Poetry” (2005), Billy Collins

L’altro giorno mentre rimbalzavo lentamente
tra le pareti azzurre di questa stanza,
saltando dalla macchina da scrivere al piano,
dalla libreria a una busta caduta sul pavimento,
mi sono trovato nella sezione S del dizionario
dove i miei occhi sono caduti sulla parola Scoubidou.

Nessun biscotto sgranocchiato da un romanziere francese
avrebbe spedito qualcuno più in fretta nel passato –
un passato dove io stavo seduto a un tavolo in un campeggio
accanto a un lago profondo dell’Adirondack
e imparavo a intrecciare con strisce sottili di plastica
uno scoubidou, un regalo per mia madre.

Non avevo mai visto nessuno usare uno scoubidou
né indossarne uno, se è così che si usano,
ma questo non mi trattenne dall’incrociare
filo con filo, e poi di nuovo,
fino a farne uno scoubidou
quadrato, bianco e rosso, per mia madre.

Lei mi diede la vita e il latte dal seno,
io le diedi uno scoubidou.
Si prendeva cura di me, quand’ero a letto ammalato:
mi avvicinava alle labbra cucchiai di medicine,
mi appoggiava alla fronte freddi panni bagnati,
poi mi portava fuori alla luce delicata;

e mi insegnò a camminare e nuotare,
io in cambio le regalai uno scoubidou.
Ecco qui migliaia di pasti, disse,
ed ecco i vestiti e una buona scuola.
Ed ecco il tuo scoubidou, le risposi,
che ho fatto con l’aiuto dell’istruttore.

Ecco un corpo che respira e un cuore che batte,
gambe, ossa, denti forti,
e due occhi chiari per leggere il mondo, sussurrò.
Ed ecco, dissi, lo scoubidou, che ho fatto in campeggio.
Ed ecco, vorrei dirle ora,
un dono più piccolo: non l’antica verità

che non si può mai ripagare una madre,
ma la triste confessione che quando lei prese
lo scoubidou a due colori dalle mie mani,
ero certo come certo può essere un bambino
che quell’oggetto inutile e senza valore, che avevo intrecciato
per pura noia, bastava per pareggiare i conti.

(Traduzione di Franco Nasi)

The Lanyard

The other day as I was ricocheting slowly
off the pale blue walls of this room,
bouncing from typewriter to piano,
from bookshelf to an envelope lying on the floor,
I found myself in the L section of the dictionary
where my eyes fell upon the word lanyard.

No cookie nibbled by a French novelist
could send one more suddenly into the past —
a past where I sat at a workbench at a camp
by a deep Adirondack lake
learning how to braid thin plastic strips
into a lanyard, a gift for my mother.

I had never seen anyone use a lanyard
or wear one, if that’s what you did with them,
but that did not keep me from crossing
strand over strand again and again
until I had made a boxy
red and white lanyard for my mother.

She gave me life and milk from her breasts,
and I gave her a lanyard.
She nursed me in many a sickroom,
lifted teaspoons of medicine to my lips,
set cold face-cloths on my forehead,
and then led me out into the airy light

and taught me to walk and swim,
and I, in turn, presented her with a lanyard.
Here are thousands of meals, she said,
and here is clothing and a good education.
And here is your lanyard, I replied,
which I made with a little help from a counselor.

Here is a breathing body and a beating heart,
strong legs, bones and teeth,
and two clear eyes to read the world, she whispered,
and here, I said, is the lanyard I made at camp.
And here, I wish to say to her now,
is a smaller gift-not the archaic truth

that you can never repay your mother,
but the rueful admission that when she took
the two-tone lanyard from my hands,
I was as sure as a boy could be
that this useless, worthless thing I wove
out of boredom would be enough to make us even.